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Storia della dea madre e della triade primeva

Storia della dea madre e della triade primeva

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Storia della dea madre e della triade primeva

Lunghezza:
295 pagine
3 ore
Editore:
Pubblicato:
4 nov 2013
ISBN:
9788868558468
Formato:
Libro

Descrizione

In quali forme i nostri più lontani antenati si sono immaginati la Divinità e attraverso quali forme l'immagine della Divinità è pervenuta sino a noi: a queste domande dà risposta l'autore, che individua l'emergere originario della figura divina come Entità femminile già dal remoto Paleolitico, nel momento in cui gli esseri umani hanno cominciato a controllare il fuoco. Il prosieguo della trattazione evidenzia come la concezione della Dea Madre ebbe a subire tuttavia una sua evoluzione: per questa via la Grande Dea si tradusse in un gruppo cristallino di tre elementi divini, che si stabilizzarono un pò dappertutto, ma dalla cui disgregazione, collegata alla perdita di potere sociale della donna, ebbero infine a derivare gli Dei e le Dee delle più recenti epoche storiche.
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4 nov 2013
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9788868558468
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Storia della dea madre e della triade primeva - Mario Zisa

INDICE

STORIA DELLA DEA MADRE E DELLA TRIADE PRIMEVA

Ricerca sull’origine dei miti e delle leggende antiche

PREMESSA

Molti degli scrittori, che, sino ad ora, si sono occupati della storia delle religioni, quando hanno iniziato a trattare l’argomento, esaminando il periodo paleolitico, hanno attribuito paradossalmente, a quei nostri lontani antenati, idee, concezioni, modi di fare, istinti, che sono invece del tutto tipici del mondo contemporaneo. E’ come se questi autori avessero abbracciato la teoria delle idee innate, per cui ciò che è oggi presente nelle idee degli esseri umani, vi era già presente fin dalle loro origini, perché la creazione delle idee sarebbe avvenuta allora, una volta per tutte. Naturalmente una simile concezione filosofica non verrebbe sottoscritta nemmeno da quegli esperti che ora si riprendono, i quali peraltro, va qui rimarcato, ed in seguito sarà sottolineato vigorosamente, hanno ripetutamente fatto progredire l’analisi della storia delle religioni.

Tuttavia il lettore di quelle opere è davvero indotto all’impressione che gli uomini dell’antico passato avessero presupposti di pensiero analoghi ai nostri.

A ciò si aggiunga che le epoche che stiamo per esaminare, sono durate centinaia di migliaia di anni, e che, in tutto questo tempo, l’uomo si è evoluto da primate in varie specie di homo, che, solo da ultimo, duecento mila anni or sono, hanno generato il sapiens sapiens.

Se appena si dà una scorsa agli straordinari mutamenti che si sono verificati negli ultimi duemila anni, nel quadro di fasi ben concatenate, risulta evidente che anche il lentissimo cambiamento evolutivo, a cui è stato sottoposto il genere homo, deve essersi manifestato attraverso tappe progressive ben scandite, non solo per quel che riguarda la struttura fisica e le condizioni di vita, ma anche per quel che riguarda l’evoluzione del pensiero.

Mentre la massa cerebrale è aumentata con accrescimento delle sue possibili funzioni, la loro esplicazione in via successiva ha consentito ai nostri antenati di sviluppare sempre meglio i processi di concatenazione delle idee.

Così le nuove specie hanno imparato a valersi meglio di prima degli strumenti immediati del corpo, i cinque sensi, e a far uso specifico di uno dei più importanti sensi per il mondo animale, fino a quel momento, l’udito, per associare un suono ad un certo evento, e, per questo tramite, tentare la riproduzione del suono con l’ausilio del proprio naturale strumento sonoro, la bocca. 

Risulta del tutto plausibile l’ipotesi di Phillip Tobias che il linguaggio sia frutto di un’evoluzione graduale iniziata al tempo di homo habilis [1].

L’onomatopea, lo specchio della realtà sonora, dovette essere il primo veicolo sociale per la nascita della parola, in un’epoca in cui verbi, aggettivi ed avverbi erano ben lungi dall’essere ipotizzati. Eppure, per questa strada approssimativa e imprecisa, si cominciò a dar vita alla comunicazione interpersonale. Non che prima non fosse esistita la comunicazione. Essa era attuata per altra via, in gran parte come la attuano i primati e gli altri animali nel branco.

Ma la nuova forma di comunicazione presentava possibilità insospettabili alla sua lontana origine.

Ad un certo punto dello sviluppo, la parola-suono, generalizzata ad una certa quantità di esseri umani, agì prodigiosamente sulla loro memoria, richiamando l’attenzione dei nostri progenitori su ogni associazione di idea e suono, generata in precedenza, e questo patrimonio di ricordi venne consegnato alle generazioni successive, per via della memoria. Anche questo fu un fenomeno sociale, perchè il ricordo di ogni parola era questione che finiva per coinvolgere tutti indistintamente i componenti del gruppo, e la stessa memoria cominciò ad essere considerata un fattore rilevante nel meccanismo sociale. Non è chiaro quando questo elemento iniziò a svilupparsi, ma, di certo, al momento del controllo del fuoco, esso era già alquanto evoluto, pur essendo ancora ben lontano dallo sviluppo registrato nelle epoche successive.

Ad un certo punto di estensione e di generalizzazione, la parola cominciò tuttavia ad entrare in conflitto con sé stessa.

La parola, sviluppatasi dal suono, appariva come lo specchio (onomatopeico) della realtà, ma gli esseri umani si accorsero presto che, di tanto in tanto, quello specchio rifletteva diverse immagini, e non più una sola, e ciò prese a costituire un grave problema.

E’ come se, al giorno d’oggi, e come effettivamente accade in talune lingue, la parola acqua, potendo indicare sia il liquido che il fiume, ponesse gli esseri umani davanti alla scelta di mantenere unica la parola, ma con due diversi significati, oppure di variarla con una diversa emissione sonora.

La nuova parola per il nuovo significato non fu mai inventata: essa derivò quasi naturalmente dall’origine comune.

In entrambe i casi si generò la possibilità di confusione tra ciò che era detto, la parola, e ciò che essa significava, gli oggetti richiamati, e tale possibilità di confusione aumentò in tutti i casi, in cui la parola non era un’immediata pronuncia effettuata in presenza dell’oggetto, ma era invece l’effetto di un ricordo, o magari della memoria trasmessa da altri.

In questo secondo caso, invece che ‘l’acqua cadde dal cielo’ era data la possibilità di intendere che ‘il fiume cadde dal cielo’.

Giocato sulla memoria, fin dall’origine, questo scollamento della parola e dei suoi significati, finì insensibilmente per costituire la prima delle basi per il formarsi di una concezione nuova, caratterizzata dalla mancata aderenza alla realtà e, per l’esattezza, per quel fenomeno che i filosofi avrebbero più tardi chiamato idealismo. Gli esseri umani credevano sulla parola dei loro predecessori, ma non si accorgevano di fraintenderne ormai il significato originario.

Tale fenomeno è da collocare all’origine dell’evoluzione di tutte le religioni ed in particolare all’origine dell’evoluzione dei miti.

Il linguaggio è stato il frutto di uno stimolo sociale. Già la prima onomatopea doveva servire per comunicare ai membri del gruppo il pericolo imminente, forse in aggiunta od in sostituzione del senso olfattivo scemato. Di certo, è per ora estremamente difficile ricostruire le fasi che portarono dall’onomatopea ai livelli di comunicazione orale attuale. Ma tali tappe, emergenti con chiarezza dal dibattito scientifico sull’argomento, vi furono e furono indubbiamente collegate ai grandi eventi che segnarono le tappe conoscitive dell’umanità.

La stessa creazione di strumenti e generalizzazione delle tecniche di lavorazione evoluta della pietra è assolutamente impensabile senza un determinato livello di linguaggio, che già ben s’è distaccato dalle forme di comunicazione non verbali attribuite all’australopiteco e vicine ai sistemi dei primati. Senza parlare poi del controllo del fuoco o della creazione di statuette. Certamente, in tutte queste fasi, tale linguaggio non assomigliava per nulla alla combinazione complessa di un articolato vocabolario, a cui siamo immediatamente portati a pensare e, tanto meno, a proposizioni tra loro collegate, in via ipotattica e paratattica. Pur mancando infatti un vero dizionario, gli embrionali termini di comunicazione, che solo fino ad un certo punto possono essere chiamati parole, svolgevano una funzione essenziale nella trasmissione reciproca delle idee. Tuttavia le varie fasi paleolitiche devono aver evoluto progressivi livelli di sviluppo della comunicazione orale, proprio sotto la spinta delle successive scoperte.

Il mondo paleolitico infatti, anziché presentarsi come uno sfondo indefinito, contro il quale si schiacciano tutte le prime conquiste dell’umanità, quali macchie di colore irregolari e mescolate tra loro, va identificato come un’immenso puzzle, nel quale devono trovare collocazione temporale ordinata le scoperte, le invenzioni, le tecniche, i progressi di quei progenitori che, benché così diversi da noi, si muovevano in avanti in progressione assolutamente logica, forse tanto logica che anche noi, evoluti e sapienti successori, abbiamo ancora da imparare da loro.

Senza la ricostruzione storica di quel tempo così  lontano, non è poi possibile darsi conto delle forme assunte dall’evoluzione umana nelle epoche più recenti, ma ancora tanto distanti dall’evo presente, né collegare fra di loro rigorosamente le fasi evolutive successive.

PARTE PRIMA

CAPITOLO I

LA PRIMA DEA

La concezione di una divinità originaria, nella forma specifica e generale di una Dea Madre, cominciò a delinearsi nella mente degli esseri umani, con tutta probabilità, solo ad un certo punto della Preistoria e, come tanti altri fenomeni della creatività umana, in luoghi differenziati e distanti tra loro. Ciò, che non deve sorprendere, è che la concezione della Dea, si dovette formare ovunque in maniera omogenea, fino a rappresentare una Divinità non solo unica dappertutto, ma caratterizzata ovunque, grosso modo, dagli stessi connotati[2].

Quel momento iniziale di emersione di una specifica concezione della divinità può forse essere fissato all'epoca di Homo Erectus (o Homo Ergaster), oltre 300.000 anni or sono (assumendo come punto di riferimento i ritrovamenti

della Venere di Tan-Tan in Marocco e della Venere di Berekhat Ram, sulle alture del Golan), con probabilità non lontano dal momento in cui i nostri progenitori cominciarono a controllare il fuoco.

La Dea Madre venne identificata con la totalità dell'esistente: non c'era fenomeno che non le appartenesse. Né c'era modo di pensarla altrimenti. Gli esseri umani del Paleolitico Inferiore devono aver scoperto la religione naturale della Dea Madre, come risposta scientifica, per il loro mondo, agli interrogativi emergenti dalle analisi primitive dei principali fenomeni naturali. In primo luogo non l'uomo, ma la donna era in grado di generare, di riprodursi e di riprodurre sia femmine che maschi.

Per altro verso, sino a quel momento, il maschio era visto come sterile: infatti non aveva il potere della donna di riprodursi. Per giunta era considerato del tutto inessenziale alla riproduzione. La scoperta della funzione del maschio nella riproduzione fu un fatto rivoluzionario, e dovette avvenire molto tempo dopo, a ridosso della domesticazione delle specie animali e vegetali.

In origine il maschio invece non era considerato parte del ciclo riproduttivo. La sua partecipazione alla sessualità doveva essere considerata lo strumento di un gioco, apprezzato anche dalle femmine, in cui veniva a riversarsi spesso il carattere aggressivo dei maschi. Ma in definitiva un gioco, e null’altro.

Queste ragioni spinsero la donna ad essere considerata come il cliché del rinnovamento nel mondo, di vita nuova, come il cliché per la comprensione dapprima della riproduzione degli animali, poi dei vegetali ed infine di tutte le altre cose.

La donna, per la prima volta, finì per esprimere, attraverso il concetto di generazione, il concetto di causa, e, come essere superiore, di causa prima.

Tuttavia questi contenuti non si espressero, nel loro esordio, nelle forme filosofiche e teologiche. La ragione induceva i nostri antenati a vedere ogni essere vivente come prodotto da una madre, e, pertanto, all’origine della vita di ogni essere vivente ci doveva pur essere una prima madre. Tale Madre doveva aver messo al mondo non solo gli esseri umani, ma tutte le forme viventi, inclusa la materia inorganica, anch’essa considerata vivente.

Tutte le altre idee, in ordine al mondo, non vennero presumibilmente toccate da questa iniziale concezione della Divinità. Gli animali, come prima, erano o preda o predatori, ma tutti emanavano dalla Grande Dea. Così le piante, eduli o meno. La Dea includeva ed era responsabile del bene e del male. Nessuno pensava di innalzare critiche o di protestare, o di lamentarsi o di tormentarsi, perché la Dea era generatrice di vita come di morte. La Dea infatti era solo il primo elemento del quadro naturale, posto  sotto gli occhi degli esseri umani.

La Dea, come Divinità, non era considerata d'altronde come una specie diversa rispetto all’uomo o agli animali, che essa incorporava. Essa era considerata come un essere dello stesso tipo, della stessa qualità e della stessa materia. Era assente del tutto una concezione astratta della Divinità, che immagina un Dio trascendente. Questa concezione si formò parecchi milleni più tardi, attraversando stadi storicamente individuabili.

Infine la Dea, essendo collocata all’origine della vita, era pure collocata all’origine della storia degli uomini, non più lontano di alcune generazioni, e, pertanto, era identificata con l’Antenata comune del gruppo. Anzi, fu proprio la sua assimilazione con l’Antenata primeva, che la fece gradualmente individuare come un qualcosa di diverso da una qualunque madre precedente, da un’antenata qualunque, facendo autonomizzare i caratteri specifici della divinità.

CAPITOLO II

LA DEA DEL MONDO

La concezione embrionale della Dea Madre, come vergine originaria (parthenos) e quale Antenata comune del gruppo, ebbe certamente a tramandarsi invariata per secoli e per millenni. Gradualmente, sulla scorta di progressive riflessioni, venne quindi arricchita di ulteriori spunti, come, in primo luogo, dal fenomeno del ciclo mestruale. Ai nostri antenati esso appariva del tutto inspiegabile. La femmina dell’australopitecus era ancora soggetta all’estro, come tutti primati, e non al ciclo mestruale, ma, modificandosi la dieta alimentare, pare già con homo habilis, comparve, sempre più marcatamente, il flusso. Ancor più arcana risultava la faccenda del carattere ciclico. Si finì per associare il fenomeno miracoloso alla Luna e alla ritmicità del ciclo lunare, la qual cosa, lungi dal costituire una soluzione, dovette portare a rafforzare la conclusione della sussistenza di un legame donna-Luna, da associare al legame donna-Terra, implicito nel fenomeno generativo.

Per giunta, il flusso mestruale era costituito da sangue, e tale elemento venne associato strettamente alla Dea Madre. La Dea diventava così espressione generale di un fenomeno di vita e di morte. Nella donna il sangue non determinava crisi, ma scompariva dopo un certo tempo, come una qualunque ferita, che si rimarginasse. Il sangue, che non era ovviamente concepito come fluido corporeo complesso, come la medicina insegna, era identificato, puramente e semplicemente, con un’acqua rossa, del tutto analoga alle altre acque, ma individuabile espressamente nel suo colore.

La donna generava esattamente come si vedevano generare le femmine di tutte le specie animali, e, per quel che concerne la vegetazione, si cominciò ad avanzare l'idea che la riproduzione delle specie vegetali avvenisse per effetto della presenza di piante femmina.

Il mondo inanimato è inanimato per noi, ma per i nostri antenati paleolitici, dovette invece pian piano essere ipotizzato animato, dal momento che fenomeni naturali modificavano lo stato di quiete apparente, risolvendosi in clamorose trasformazioni, come vulcani, terremoti, alluvioni, tempeste.

L'attribuzione della vita di tutta la materia inanimata venne fatta alla Dea Madre, in quanto responsabile degli altri cambiamenti già descritti. La terra, con i suoi anfratti, con le sua cavità naturali, d'altronde, conteneva forme di vita, vermi, serpi, piccoli animali. Nella terra si allungavano le radici dei vegetali, e non sempre era chiaro dove queste radici andassero poi a finire. Sotto la terra scorrevano fiumi nascosti, e dalla terra fuoriusciva l’acqua, indispensabile al ristoro degli organismi umani. Dalla terra fuoriusciva il fuoco, la cosa misteriosa che portava caldo e morte: i vulcani, come spesso i fulmini, dovettero impressionare enormemente i nostri antenati paleolitici, i quali collegarono le eruzioni alla presenza della Dea Madre nella terra, o più esattamente identificarono il corpo vivo della Dea con la terra.

Le pietre, di cui gli uomini si valevano per costruire strumenti, erano considerati parte viva del corpo della Dea, financo le ossa della Madre.

La presenza di resti appartenenti a specie animali nel terreno, anche a relativa profondità, portò gli esseri umani a pensare che la Dea Madre, entro il terreno, raccogliesse anche il mondo della morte. Ma la morte, per i cacciatori del Paleolitico Inferiore, non doveva rappresentare un fenomeno così penoso e doloroso, come essa rappresenta nel mondo centinaia di migliaia di anni dopo.

Essi tesero in un primo, ma ben lungo momento, a rappresentarsi il mondo della morte non come un al di là, ma come un al di qua, come una continuazione del mondo vivo, e, alla domanda: dove vanno a finire i defunti?, essi dovettero dare una risposta molto semplice, ma a quell'epoca sufficiente: essi tornano dalla Madre. Nella sua prima fase originaria, la concezione della Dea non aveva sviluppato un problema relativo al ritorno alla vita degli uomini, che morivano. Essi puramente si spegnevano come tutte le cose e ritornavano alla Madre.

Non era ancora nata l'epoca delle sepolture. Quando venne sviluppata la concezione primitiva della Dea Madre, gli esseri umani, che decedevano, non era ancora importante che fine facessero, e venivano puramente e semplicemente abbandonati dove capitava, come era sempre stato. Solo molto tempo dopo, si è sostenuto addirittura 60.000 anni fa, ad opera dei Neanderthaliani, appaiono le prime inumazioni, ma nel frattempo, la concezione della Dea Madre aveva fatto dei prodigiosi passi in avanti, si era arricchita e specializzata, aveva subito la sua evoluzione.

CAPITOLO III

GLI ULTERIORI ARRICCHIMENTI DELLA PRIMA DEA

La concezione iniziale della Dea Madre forse cominciò presto ad ampliarsi ulteriormente, quando homo erectus ebbe a sviluppare una coscienza geografica più precisa per quel tempo, che lo portò a prendere in considerazione i fiumi, i monti, il mare, il cielo, il sole, la luna, le stelle, le nuvole, il vento, la pioggia. Tutti questi fenomeni vennero gradualmente incorporati nella concezione originaria e la Dea cominciò ad essere immaginata come una donna in tutto e per tutto. Ciò nel senso che le donne o le femmine degli animali costituirono il modello su cui ritenere formato l’intero corpo della Dea Madre.

Nella fase primeva l’idea della Madre era un dato di fatto, privo di ogni elaborazione, frutto dell’assimilazione con una Prima Antenata. Più che Madre, la Dea era un principio femminile, a cui corrispondeva il nome Madre, per la concretezza a cui non potevano non essere adusi i nostri antenati. Ma, poco a poco, la concretezza spinse alla specificazione, e proprio in funzione dell’accrescersi delle conoscenze.

Le acque in tutte le loro forme dovettero ben presto essere considerate corpo della Dea o sue secrezioni, e piene della vita animale prodotta dalla Dea. La luna, che doveva aver attirato l’attenzione degli esseri umani fin dal principio, per i nessi con i flussi mestruali, venne identificata con l’occhio della Dea. Mentre il sole dovette essere presto considerato come il secondo occhio, e  dunque associato alla Madre, per il fatto che produceva caldo al pari del fuoco. Le stelle costituivano solo un fondale per il cielo notturno, ma l'alternanza dei due fondali, quello diurno e quello notturno, era la più chiara manifestazione per i primitivi che il cielo era vivo, e come tale, ospitando gli occhi della Dea, doveva far parte del corpo stesso della Divinità. Così le nuvole ed il vento, con i loro fenomeni terribili, le tempeste con lampi e tuoni, gli allagamenti, gli straripamenti. Tutto ciò venne individuato come corpo ulteriore della Dea ed emanazioni di questo corpo vivo.

Ci si formò gradatamente la convinzione che le parti cave sotterranee, caverne, grotte, spesso e volentieri invase dalle acque di fiumi sotterranei o dal mare, rappresentassero una parte importantissima del corpo della Dea, il suo apparato genitale interno. Lentamente questa concezione portò ad uno sviluppo: quello di pensare che le caverne non costituissero solo uno strumento della Dea per arrivare agli uomini, ma che potessero anche costituire uno strumento degli uomini per arrivare alla Dea.

Entrare nella caverna, lungi dal costituire un'empietà, era per loro un andare piu' vicino alla Dea, un ricongiungersi da vivi con essa.

Non esisteva ancora un senso del peccato, come non esisteva ancora il senso di colpa, e la relazione tra gli uomini e la loro Dea era improntata a canoni semplici, naturalistici, in accettazione positiva della vita, pur con tutte le cose strane che succedevano. Il controllo del fuoco dovette confermare per gli esseri umani la positività dell'esistenza ed il pieno accordo con la Grande Dea, che aveva concesso agli uomini il fuoco.

La terra, con le sue componenti sabbiose e rocciose, quale corpo della Dea, dispensava regali. Le pietre, pezzi vivi della Dea, potevano essere lavorate dagli uomini per ottenerne tutti gli strumenti litici, che costituivano l’aiuto dei cacciatori paleolitici nella caccia e nella difesa dalle ostilità altrui, ma soprattutto l’aiuto delle donne paleolitiche nell’elaborazione di tutte le funzioni domestiche, dalla preparazione dei cibi, alla concia delle pelli, all’adattamento dei luoghi alle esigenze della vita nomade dei cacciatori e dei raccoglitori.

Il fuoco fu il primo tangibile regalo della Dea. Quando si fissano le date di questa scoperta, il riferimento all’uomo di Chu Ku Tien, come ai siti africani, è forse estremamente labile. Homo erectus scoprì il fuoco, innanzi tutto come fenomeno controllabile, ma non riproducibile. Per arrivare a questo stadio dovette passare del tempo, fors’anche un milione di anni. Nel mentre, il fuoco doveva essere mantenuto sempre acceso: se si spegneva, ne andava della sopravvivenza del gruppo umano. Dovrebbe essere più probabile che una certa generalizzazione ed un certo controllo del fuoco possano essere avvenuti nel periodo fra due glaciazioni, forse 500.000 anni or

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