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Tutankhamon: Il mistero della mummia maledetta

Tutankhamon: Il mistero della mummia maledetta

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Tutankhamon: Il mistero della mummia maledetta

Lunghezza:
258 pagine
3 ore
Pubblicato:
15 mar 2014
ISBN:
9788869090257
Formato:
Libro

Descrizione

TUTANKHAMON
IL MISTERO DELLA MUMMIA MALEDETTA

Un thriller appassionante e avventuroso fra le misteriose piramidi di Giza e lo splendente museo del Cairo. Una lunga guerra, fra il passato e il presente, ha portato alla luce terrificanti verità sulla misteriosa ed enigmatica storia della maledizione del faraone più famoso dell’antico mondo egizio: Tutankhamon.
La mitica maledizione fantasma che ruota attorno alla mummia del faraone fanciullo riprende vita e ogni leggenda sembra concretizzarsi: cade il velo che aveva ricoperto per secoli le importanti verità a lungo taciute su quello che realmente accadde dopo la morte di Tutankhamon ma dei misteriosi killer con antichi simboli geroglifici incisi sul volto sembrano voler insabbiare ogni scoperta e sembrano avere più potere di quanto si possa immaginare.
Una serie di terrificanti omicidi si susseguono su uno scenario fatto di luci e mistero, fra le affollate vie del mercato, per le vuote stanze del Museo del Cairo, fra le imponenti sfingi del tempio di Karnak e le mille candele della moschea del Sultan Hassan. E un ancor più orribile segreto si dipana sotto gli occhi di Samir, Ajnis e Beatrice attraverso i misteriosi ritrovamenti dei cadaveri, tramutati in macabri messaggi in codice che i tre cercheranno di decifrare; ma la misteriosa maledizione fantasma si abbatterà su chiunque osi disturbare il sonno del faraone. O almeno così ci hanno fatto credere…
Pubblicato:
15 mar 2014
ISBN:
9788869090257
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Anteprima del libro

Tutankhamon - Danila Trapani

DANILA TRAPANI

TUTANKHAMON

IL MISTERO DELLA MUMMIA MALEDETTA

ROMANZO

Dedicato a mia nonna Carmelina perché lei è stata sempre la prima a leggere le mie opere e a darmi consigli sinceri,

e perché lei mi ha trasmesso la sua vena artistica.

Dedicato a mio padre che si è sempre adoperato con ogni mezzo per aiutarmi nel lavoro dell’editing, produzione, diffusione e promozione delle mie opere; che ha messo a mia disposizione la sua anima da artista per realizzare magnifici lavori tipografici;

che ha messo le mie esigenze sempre prima delle sue.

Dedicato a loro perché hanno sempre creduto in me

e in me hanno sempre riposto fiducia.

PROLOGO

Museo del Cairo, Egitto.

Inaugurazione del museo.

Ore 20:00.

Le urla squarciarono il silenzio della notte.

Ajnis estrasse la pistola puntandola verso un folto gruppo di turisti che correvano a destra e a manca.

<> ordinò alle guardie armate che sorvegliavano l’ingresso della sala 22 al secondo piano del museo.

Ajnis si mosse verso l’interno della sala tenendo la pistola ben stretta tra le mani e la testa bassa per puntare attraverso il mirino.

Quella pistola gli era stata data quando fu ingaggiato dalla polizia egiziana del Cairo dopo anni di servizio nel corpo militare di Luxor. Adesso non era in servizio, ma la pistola l’aveva ugualmente. Affari segreti del governo si diceva, mentre percorreva l’ingresso della sala, tentando di pensare che quello che stava per trovare non era reale, non poteva essere reale. Sono implicato in segreti affari di governo.

Le guardie armate avevano bloccato i turisti che si erano trovati sulla scena del reato e cercavano di recingere quelli che, attratti e incuriositi dalle urla, si accalcavano sbirciando davanti l’ingresso della sala e lungo tutto il corridoio.

Ajnis passò lento e silenzioso accanto alla statua di Anubi, Dio e giudice dei morti, dalla testa di sciacallo. Un brivido lo percorse passando accanto a quella statua. La gamba sinistra in avanti, il busto ben equilibrato e robusto tipico dei modelli idealizzati greci, la mano destra avanzata a sorreggere un lungo bastone in oro diciotto carati; la statua del dio sembrava volergli impedire l’accesso con quei suoi occhi enigmatici e colore della pece. Si sentiva già abbastanza agitato per quello che si aspettava di trovare, per il fatto che reggeva quella pistola che non usava più da molto tempo; e si sentiva tremare quasi le gambe a dover passare accanto al giudice dei morti, quando magari, da un momento all’altro, ne avrebbe trovato uno…

Improvvisamente Ajnis si bloccò e le braccia gli caddero lungo il corpo, inerti.

Sapeva che sarebbe potuto succedere, ma adesso non credeva ai suoi occhi, era una scena agghiacciante ed era ancora più terrificante il fatto che altre persone l’avessero visto.

Ripose la pistola e uscì correndo dalla sala. I turisti bloccavano l’ingresso; non sarebbe stato facile fare in fretta come avrebbe voluto.

<> gridò alle guardie che bloccavano l’ingresso da ambo i lati della sala 22, mentre si buttava tra la folla.

Sentì pesante il suo stesso passo che a ogni gran falcata gli spingeva le vesti su e giù lungo la pelle del collo e delle braccia.

Estrasse nuovamente la pistola e allora sì che si aprirono le acque: la folla gli lasciò una lunga, larga via che si apriva verso il corridoio che portava a tutti gli ambienti della parte sinistra dell’edificio.

Percorse il freddo corridoio mentre altri turisti si accasciavano contro le pareti alla vista della sua pistola che teneva ancora in mano.

Un rivolo di sudore freddo gli imperlò leggermente la fronte mentre il sangue che gli fluiva sempre più velocemente al cervello gli procurava strani mancamenti di visuale. Girò l’angolo e prese le scale saltando più gradini che poteva; sotto di lui vedeva parte della sala 42, dove turisti francesi ammiravano la pala votiva di Narmer (3100 ca. a.C.), proveniente da Hieraconpolis, realizzata per celebrare l'unificazione del Basso e dell'Alto Egitto.

Finalmente il primo piano si aprì davanti ai suoi occhi con la grande sala centrale affollata di persone.

Ajnis si tuffò attraverso un gruppo di turisti giapponesi e si trovò a correre nell’immenso ingresso.

Il museo era stato inaugurato quella sera dopo un lungo periodo di ricostruzione di una parte dell’edificio dovuta ad un crollo.

Non c’era modo migliore per compiere un simile delitto in pubblico. Un’opportunità da non lasciarsi scappare per mettere in cattiva luce il governo e il suo modo di sbrigare le faccende.

Ajnis sapeva che il governo taceva su certe notizie per soli motivi di lucro, ma dubitava che non pensasse anche solo minimamente al suo popolo.  Gran parte del paese aveva bisogno di soldi per sfamare la popolazione e proteggere le opere d’arte.

In effetti tutto si collegava al turismo.

Ajnis correva, correva a più non posso, mentre il sudore gli imperlava il viso, e tutti si stupivano nel vederlo così affannato, pensavano a chissà cosa fosse potuto accadere.

Già in fondo alla gigantesca sala vedeva la statua di Amenofi III e sua moglie Ty.

All’ingresso, finalmente, vide Gamal El-Asmar,importante esponente politico e sovraintendente dei beni archeologici del Museo Egizio del Cairo.

C’erano persone importanti, alcune che Ajnis non conosceva, erano tutte in smoking e alcuni anche in morbidi abiti drappeggianti con turbanti, cappucci e scialli che mantengono fresco il corpo e proteggono il capo dalla sabbia. Tipici abiti dei nomadi e dei cammellieri.

El-Asmar lo vide correre affannato verso di lui e il sorriso sparì dal suo volto. Era un uomo dalle spalle larghe, basso e tarchiato.

Ajnis afferrò il politico per le braccia respirando a pieni polmoni.

<<È successo, signore>> disse tra un sospiro e l’altro <<è successo>> ripeté, come se una volta non fosse sufficiente.

El-Asmar esitò qualche momento come se quello che aveva appena sentito, che aveva pensato appena aveva visto Ajnis correre verso di lui, fosse solo fantasia, uno scherzo della sua immaginazione, un brutto pensiero.

Il bicchiere di champagne che stringeva tra le mani prese a tremare.

<>

<

  • >.
  • Il politico tremò convulsamente e il bicchiere gli cadde, infrangendosi al suolo e rovesciando il liquido. I cocci si sparsero così fragorosamente che solo allora Ajnis si accorse che nella sala era calato un afoso silenzio.

    Gamal El-Asmar aveva spalancato gli occhi, mentre le eleganti persone che lo circondavano in un ampio semicerchio, sconoscendo la lingua, restavano impassibili in ascolto delle sillabe per loro senza alcun nesso.

    Un rumore assordante si diffuse per tutte le stanze e i vetri delle teche tremarono leggermente.

    Ajnis adesso sentiva le urla anche da lì.

    Dovevano agire in fretta.

    CAPITOLO 1

    Plaza de Toros Monumental, Madrid.

    Beatrice D’Aragona stava seduta sull’ala destra dell’arena della Plaza de Toros, con le gambe accavallate e il viso sorretto dalle mani; il bloc-notes aperto sul ventre e una penna nella mano sinistra.

    Beatrice era un’apprendista archeologa italiana.

    Aveva lunghi capelli dorati a boccoli qua e là su una spalla, rilucenti al calore del sole mattutino e molleggianti alla fresca brezza aspra, sapor mandarino, occhi castani e una bella pelle abbronzata tipica dell’Italia del sud.

    L’avevano chiamata in Spagna per recuperare un’antica scultura appartenente al periodo della fondazione di Roma, che il governo italiano voleva assolutamente vantare in uno dei suoi musei nazionali.

    La statua l’aveva recuperata e spedita, ma lei aveva preferito restare in Spagna ancora per qualche periodo: a convincerla il fatto che le avevano offerto un piccolo lavoro ben pagato.

    Il capo di una rete televisiva spagnola le aveva chiesto di stilare un breve resoconto delle tradizioni spagnole, in modo positivo ovviamente, che poi sarebbe stato trascritto sul Bodegón, giornale scientifico specializzato nel risolvere i misteri di tutto il mondo, e sul quale si sarebbe dovuto fare un articolo giornalistico per un documentario spagnolo.

    Quel giorno si era convinta ad andare a vedere la corrida, cosa che non aveva mai fatto e non avrebbe mai voluto fare se non per una ragione precisa: esprimere più adeguatamente tutto il disprezzo che provava per quelle futili prove di forza contro animali innocenti. Beatrice si era però documentata con scrupolosità sull’argomento.

    Prese il bloc-notes e cominciò a scrivere, tralasciando per il momento gli aspetti più sgradevoli: La corrida moderna nacque nel XVIII secolo nella regione meridionale della Spagna chiamata Andalusia. Madrid e Siviglia sono considerate i centri principali della corrida spagnola…

    Fissò l’arena: il toro scorrazzava davanti e dietro il telo rosso del Caballero senza tregua, senza sosta, innalzando lievi grovigli di sabbia che poi a mo’ di velo semitrasparente si ricongiungevano con il suolo sabbioso.

    Poi un suono basso e prolungato le incise i timpani, interrompendo il suo pensiero che già si stava perdendo tra nuvole cotonate d’arancio e tiepido profumo di terra arsa. Prese di fretta la borsa ed estrasse il cellulare osservando il numero sullo schermo: chi la stava chiamando non era certo uno spagnolo o un italiano. Il prefisso era straniero.

    <> chiese, mentre le persone si sbracciavano ed esultavano per il torero che era appena montato sulla groppa dell’animale dopo che questo l’aveva incornato.

    <> chiese una voce roca dall’altra parte dell’apparecchio <>.

    <>

    <<È qualcuno che ha bisogno di essere salvato>>.

    Beatrice non capiva cosa l’uomo le stesse dicendo: pensava che il sole cocente le avesse dato alla testa.

    <> aveva continuato Ajnis con la voce che cominciava a tremare.

    Beatrice non aveva mai avuto contatti con egiziani, tanto meno con persone importanti.

    <>.

    <> disse Beatrice, alzando la voce per cercare di sovrastare le urla degli spettatori.

    <>.

    <>

    <> Ajnis cominciò a perdere fiato e capì che le sue chiacchiere erano inutili. Quella donna voleva sapere troppo, e per il momento non poteva rivelarle ogni cosa. Ormai però era la sua unica speranza di salvezza: meno persone sapevano e meglio era. Ormai le aveva detto troppo e non poteva tirarsi indietro.

    Beatrice esitò per qualche momento: non capiva se quello che l’egiziano le stava dicendo era reale o una presa in giro.

    <> chiese in tono sarcastico.

    <> La sua voce era così ansante e affaticata che sembrava stesse correndo in quell’istante una corsa frenetica e senza sosta.

    Beatrice si sentì passare una scarica elettrica lungo tutta la colonna vertebrale: <>

    <> disse Ajnis cercando di mantenere la calma <>.

    <> ma già Ajnis l’interruppe.

    <> disse quasi gridando.

    Poi cercò di controllarsi.

    L’ansia, la pressione e la soffocante aria pesante del suo respiro erano percepibili anche dall’altra parte del ricevitore del telefono. <> emise tremando per controllare l’irrequietezza.

    <> sussurrò la donna, mentre una signora alla sua destra girò il viso verso di lei con la bocca spalancata in un grido di sussulto, notando con stupore che Beatrice non stava esultando seguendo la folla.

    L’uomo dettò una serie di informazioni stradali, vie e indicazioni per trovare il posto. Poi Ajnis la salutò frettoloso, augurandole di prendere la giusta decisione e staccò la conversazione.

    La donna fissò il cellulare mentre la chiamata terminava e il numero spariva dal display.

    Si alzò, mise carta e penna nella borsa, e uscì dalla Plaza de Toros. Adesso le urla erano lontane, anche se le rimbombavano leggermente nelle orecchie.

    Rilesse di nuovo il numero: Egitto!

    Doveva andare?

    L’Egitto era sempre stato la sua passione; era stata questa terra di faraoni, maledizioni e leggende a portarla sulla via dell’archeologia.

    Ma sì si disse una scusa per fare un viaggio.

    CAPITOLO 2

    Beatrice stava seduta sul sedile posteriore del taxi che la stava portando alla sua residenza spagnola, con lo sguardo perso nel vuoto oltre il finestrino aperto per cercare di arieggiare l’interno. Fuori c’erano almeno trentacinque gradi e dentro i mezzi di trasporto non era certo meglio.

    Stava ancora pensando a quella chiamata: Ajnis, responsabile della sicurezza della Biblioteca Nazionale del Cairo aveva chiesto aiuto a lei. Aiuto per cosa? Aveva anche parlato di uccisioni.

    Domani sarebbe andata in aeroporto e lì avrebbe verificato se c’era davvero un volo prenotato a suo nome.

    Il taxi procedeva dritto per la strada fiancheggiata da alte palme mentre il tassista ascoltava musica spagnola a tutto volume.

    Dallo specchietto Beatrice intravide un altro taxi con a bordo un passeggero interamente nascosto da veli neri. Pareva un tipico uomo del deserto: copricapo, lunga tunica, velo su parte del volto; a distinguerlo, due singolari disegni realizzati con inchiostro nero, sotto gli occhi. I disegni erano uguali e uno opposto all’altro; rappresentavano due avvoltoi con le ali piegate verso il basso, il corpo frontale e il volto di profilo.

    Si capiva a colpo d’occhio che era un simbolo egizio.

    Beatrice riconobbe quel simbolo: era il disegno, in nero, del pettorale egizio proveniente dalla tomba del faraone Tutankhamon della XVIII dinastia.

    L’uomo alzò gli occhi verso di lei, e Beatrice tornò subito a concentrarsi sulla telefonata.

    Il taxi svoltò verso una stradella asfaltata e penetrò all’interno di un grosso portone: Avila, la città della Spagna centrale, capoluogo della provincia omonima, compresa nella regione di Castiglia-León; a nord-ovest di Madrid.

    Il taxi percorse strette vie e viottoli, tipici in quelle città medievali, e si fermò sotto un grande edificio: il Castello Fuerte Ventura.

    Il castello era stato costruito circa un secolo prima da un nobile spagnolo e adesso era proprietà di Pedro Los Agnos, che aveva ospitato Beatrice. Pedro offriva soggiorno ad archeologi di tutto il mondo, infatti il suo castello era conosciuto da molti come La Casa de los Buscadores.

    Beatrice scese e pagò il tassista.

    Mentre stava per entrare, vide che l’altro taxi era dietro di lei e posteggiava per fare scendere l’egiziano. Doveva essere un archeologo anche lui. Il castello era immenso: arazzi dovunque, poltrone e mobili antichi, candelabri a corrente, lampadari enormi e finestre larghe e circondate da tendaggi vellutati.

    Beatrice prese a salire lungo una lussuosa rampa di scale in mogano in direzione del terzo piano dove c’era la sua camera.

    Sentì chiudersi il portone e capì che l’egiziano era dentro l’edificio, ma prima di quando se l’aspettasse, egli prese a salire le scale a passo svelto. La donna accelerò e al secondo piano svoltò l’angolo a destra entrando in un vicolo stretto con le porte delle camere ben distanziate ad almeno 12 m l’una dall’altra.

    Era seguita? Magari sono solo paranoica si disse.

    Ma era certo una bizzarra coincidenza che poco dopo aver ricevuto una così strana telefonata dall’Egitto un uomo egiziano adesso sembrasse seguirla.

    Ma i passi andavano nella sua direzione; cominciò a correre fin quando, alla fine del corridoio, non intravide un’altra rampa di scale e scattò per il terzo piano.

    Non si guardò indietro, ma sapeva che quell’uomo la stava seguendo; ne era certa. La sua stanza era alla destra, così corse verso il salone dal quale partivano i vari corridoi che portavano alle stanze dell’ala ovest.

    Improvvisamente sentì altri passi dall’angolo di fronte a lei ma ormai era troppo tardi e lei correva a velocità massima. Non poteva essere l’egiziano perché un attimo prima era dietro di lei. Come aveva fatto a precederla?

    Urtò contro l’uomo e per la paura emise un grido soffocato.

    <> si spaventò l’uomo dinanzi a lei.

    Beatrice alzò lo sguardo: le stava davanti Michelangelo.

    Michelangelo era un uomo scuro e rugoso. Poteva avere sì e no sessant’anni; aveva un lungo pizzetto e baffi neri ed era avvolto, da capo a piedi, da una tunica bianca che si fermava alle caviglie, lasciando intravedere due piccole scarpe dalla punta arrotondata verso l’alto. Michelangelo era il fratello adottivo di sua madre e l’aveva sempre viziata e coccolata.

    Era un archeologo professionista oltre ad essere un esperto di scrittura antica, mitologia celtica, filologia germanica e linguistica applicata. Beatrice viaggiava con suo zio ormai da sette anni. Prima, secondo lo zio, era ancora una ragazzina per occuparsi di archeologia; e poi viaggiando in continuazione avrebbe finito, come lui, per non trovare amici stabili.

    Lo zio era stato in tutto il mondo tranne che negli Stati Uniti, in Kazakistan, Ucraina, Gabon e in Antartide; ma le sue mete preferite rimanevano l’Egitto e la Tunisia (la sua terra d’origine).Michelangelo aveva insegnato a Beatrice tutto quello che c’era da sapere sull’Egitto, i geroglifici, la religione e la cultura egizia. Forse era anche per questo che Beatrice amava l’Egitto più di qualunque altra terra. Lo zio l’aveva solo spronata a perseguire il suo sogno.

    Beatrice sperava che tra tutti i viaggi dello zio, ci fosse pure quella meta e così l’aveva seguito diventando la sua ombra e allieva. Ma da quando viaggiava con Michelangelo, non aveva mai visto le piramidi, la sfinge, il deserto… l’Egitto!

    Però con questa scusa si era fatta piacere il mestiere di archeologa diventandolo a sua volta. Anche se a volte pensava che forse non avrebbe mai messo piede nella terra dei faraoni, era felice di quella vita, perché aveva visitato posti che altri non hanno mai visto e sapeva cose sconosciute a molti.

    Beatrice si guardò alle spalle, ma l’egiziano non c’era.

    <>chiese Michelangelo.

    <> rispose lei, ancora voltandosi a destra e a manca, priva dell’interesse necessario per la conversazione.

    Michelangelo rise: <> e proseguì in direzione della sua stanza.

    Beatrice stava per fermarlo per dirgli della telefonata, quando si bloccò, temendo che l’egiziano del taxi potesse essere nei paraggi, e proseguì per la sala da pranzo pregustando le raffinate cibarie

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