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Fondamenti di psicosomatica

Fondamenti di psicosomatica

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Fondamenti di psicosomatica

valutazioni:
4/5 (1 valutazione)
Lunghezza:
236 pagine
4 ore
Pubblicato:
18 set 2014
ISBN:
9788867730261
Formato:
Libro

Descrizione

Il termine “psicosomatica” richiama all’unità mente-corpo. In una visione olistica del mondo e dell’essere umano non si distingue più il sintomo fisico dalle dinamiche interiori che lo hanno portato a manifestarsi e l’interpretazione simbolica della malattia diventa un appassionante viaggio alla scoperta di sé e alla comprensione del perché di una malattia o di un disturbo.
Il disagio interiore, le fasi di crisi richiamano a una correzione del percorso che non è più adeguato per consentire alla persona la realizzazione di sé e quindi la felicità e la salute; è richiesto dunque un cambiamento, un rinnovamento che non sempre la persona è disposta a riconoscere e attuare. La capacità di nuovi adattamenti e mutamenti nella vita è fondamentale, irrigidirsi in vecchie posizioni e comportamenti quando non sono più adatti alla realtà che ci troviamo a vivere, conduce a problemi più gravi rispetto alle difficoltà che potremmo incontrare lasciandoci andare per aprirci al nuovo con tutte le sue possibilità di crescita e rinnovamento.
Quando contrastiamo questo normale processo della vita, la vita stessa ci viene in aiuto mostrandoci, attraverso il sintomo, la malattia, l’errore da correggere.
Dunque la capacità di trasferire il linguaggio simbolico del corpo in modelli che ne consentano una chiara comprensione è l’obiettivo della psicosomatica.
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18 set 2014
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9788867730261
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Anteprima del libro

Fondamenti di psicosomatica - Caterina Carloni

bibliografici

Prefazione

Il termine psicosomatica richiama all’unità mente-corpo. In una visione olistica del mondo e dell’essere umano non si distingue più il sintomo fisico dalle dinamiche interiori che lo hanno portato a manifestarsi e l’interpretazione simbolica della malattia diventa un appassionante viaggio alla scoperta di sé e alla comprensione del perché di una malattia o di un disturbo.

Il disagio interiore, le fasi di crisi richiamano a una correzione del percorso che non è più adeguato per consentire alla persona la realizzazione di sé e quindi la felicità e la salute, è richiesto dunque un cambiamento, un rinnovamento che non sempre la persona è disposta a riconoscere e attuare. La capacità di nuovi adattamenti e mutamenti nella vita è fondamentale, irrigidirsi in vecchie posizioni e comportamenti quando non sono più adatti alla realtà che ci troviamo a vivere, conduce a problemi più gravi rispetto alle difficoltà che potremmo incontrare lasciandoci andare per aprirci al nuovo con tutte le sue possibilità di crescita e rinnovamento. Tutto muta, è inevitabile, è la legge del mondo materiale, è inutile dunque restare avvinghiati al passato e a vecchi comportamenti ormai obsoleti, la vita stessa richiede ogni giorno capacità di trasformazione e di evoluzione.

Quando contrastiamo questo normale processo della vita, la vita stessa ci viene in aiuto mostrandoci, attraverso il sintomo, la malattia, l’errore da correggere.

Dunque la capacità di trasferire il linguaggio simbolico del corpo in modelli che ne consentano una chiara comprensione è l’obiettivo della psicosomatica. L’autrice, Caterina Carloni, ha saputo esprimere in modo chiaro e immediatamente comprensibile i profondi legami, le intime connessioni tra mente e corpo. Strumento formidabile per chi si approccia alla persona che chiede aiuto, col desiderio di fornire una comprensione più ampia del perché della sua malattia. La consapevolezza infatti è il primo fondamentale passo verso la vera guarigione che può sgorgare solo da chi vive il sintomo nel proprio corpo, le sue personali sensazioni e percezioni.

Lo stesso evento può essere vissuto da ognuno in modo del tutto diverso, e se non è sufficientemente digerito ed elaborato, trasformato e riconosciuto nel suo significato, può richiedere prepotentemente di essere metabolizzato attraverso sintomi che si manifestano in diverse parti del corpo. L’occhio ci chiede di guardare meglio, l’orecchio di ascoltare, le gambe di procedere, di camminare, di avanzare, le mani di agire, il cuore di amare e perdonare… Cosa c’è di più interessante della comprensione delle dinamiche profonde in cui si trova a vivere ogni essere umano? Buon viaggio dunque, attraverso organi e simboli: bellissima la meta! una migliore conoscenza di sé.

dott.ssa Catia Trevisani

Introduzione

Come recentemente riconosciuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, la salute non è solo assenza di malattia, ma uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale.

Il benessere è quindi qualcosa di ampio e dinamico: è vivere in armonia con noi stessi, rispettando i nostri ritmi e i nostri limiti; è svolgere un lavoro gratificante e in armonia con le nostre aspirazioni e attitudini; è nutrire il corpo e la mente con cibi sani; è avere buone relazioni interpersonali e mantenere un buon equilibrio tra vita sociale e privata; è riconoscere i propri bisogni, coltivare interessi e sviluppare i talenti personali. Soprattutto, salute significa privilegiare la qualità delle relazioni affettive e andare con fiducia alla ricerca della felicità e dell’amore.

Anche la tutela del sistema ambientale e la sintonia dell’uomo con i cicli della natura, unita a un’organizzazione sociale che favorisca la realizzazione e lo sviluppo delle risorse degli individui, costituisce una componente imprescindibile del benessere.

È evidente, infatti, che saper mediare tra esigenze provenienti da diverse dimensioni della nostra vita – mentale, corporea, emotiva, sociale, affettiva e spirituale – è garanzia di buona forma psicofisica e di una valida capacità d’interazione con l’ambiente.

La progressiva diffusione di medicine e terapie non convenzionali testimonia, d’altro canto, la crescente necessità di uscire dal vicolo della settorializzazione, tipico della medicina positivista e meccanicista, per giungere a una concezione multidimensionale della vita e della salute, secondo il modello olistico.

La psicosomatica è indubbiamente una delle branche più interessanti e rappresentative di questa scienza della globalità.

Nata agli inizi del Novecento grazie agli impulsi provenienti dagli studi sulla psicologia del profondo, la psicosomatica moderna, arricchita dalle straordinarie intuizioni delle religioni e delle filosofie orientali e dalle recenti scoperte delle fisica moderna, quantistica e sistemica, ha sviluppato una nuova concezione della salute.

La visione dell’uomo, secondo questo approccio, si fonda sia sul metodo medico scientifico che su un’interpretazione simbolica vasta e aperta degli eventi e degli incidenti corporei, considerati una preziosissima chiave di accesso all’essenza più profonda dell’individuo.

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Storia e sviluppo della medicina psicosomatica

La psicosomatica è l’arte e la scienza di curare l’essere umano come totalità. Il suo scopo è favorire lo sviluppo di una nuova e differente consapevolezza della vita e della malattia. Il sintomo, in quest’ottica, diventa uno strumento di crescita, la malattia un’esperienza necessaria all’evoluzione, il disturbo fisico un simbolo che apre la strada a nuovi significati esistenziali, riavvicinando l’essere umano a se stesso e riportandolo sul proprio cammino evolutivo.

Nel caso di una guarigione possibile, lo psicosomatista offre consapevolezza, strumenti di crescita, di guarigione e di sostegno, aiutando la persona a prendere coscienza di sé e dello squilibrio patologico, e a comprendere come cambiare la propria vita, come cambiare la propria coscienza, in modo che le energie del corpo cambino da uno stato di squilibrio e blocco a uno stato di armonia e più elevata polarità energetica: così viene curata l’unità olistica corpo-mente-spirito.

Nel caso di una guarigione impossibile la persona viene comunque riequilibrata nelle sue energie e allineata lungo l’asse dei suoi centri psicofisici. Le viene spiegato che la malattia non è guaribile, che è necessario un processo di grande accettazione della realtà, che è opportuno seguire gli eventi e, nel caso di malattie terminali, di prepararsi spiritualmente alla morte. Una volta non c’erano i rimedi antidolorifici di adesso e la persona soffriva, ma aveva una possibilità in più, la meditazione, grande generatrice di endorfine, le morfine endogene che tolgono il dolore. Quando arrivava la morte, il medico non si accaniva per tenere in vita il malato qualche mese o qualche giorno in più, infilandogli aghi e tubi o somministrandogli medicine; veniva invece spiegato che il momento era arrivato, che bisognava aprire la coscienza e abbandonare il corpo in una condizione di serenità. Anche la morte può essere affrontata in uno spazio di meditazione e di crescita interiore, creando uno stato di consapevolezza, di calma e di accettazione.

L’eziopatogenesi di un disturbo è sempre multifattoriale. Ogni malattia nasce da una molteplicità di cause: fisiche, genetiche, alimentari, comportamentali, lavorative, ambientali, energetiche, relazionali, emotive, sociali, psicologiche, karmiche, spirituali e così via.

È essenziale avvicinarsi alla malattia con grande umiltà, con la consapevolezza che non sempre è possibile rintracciare il senso reale e profondo del disturbo e la sua collocazione all’interno del vasto disegno della vita.

Il terapista può solo offrire una nuova consapevolezza insieme a nuovi strumenti di crescita e di guarigione, aiutando la persona a capire che cos’è, nella sua vita reale, la differenza tra logos (la legge dell’ordine, della sincronicità e della vita) e caos (la legge della casualità, della degenerazione e del disordine), l’equilibrio fra il dharma (il corretto modo di vivere in armonia con l’esistenza) e il karma (i condizionamenti inconsci che ci spingono ad azioni patologiche).

In alcuni casi, la malattia porta con sé le conseguenze di un atteggiamento mentale distruttivo di cui il paziente prende via via consapevolezza, adoperandosi e collaborando per rimuovere le cause della malattia stessa. Questa guarigione coincide direttamente con la sua crescita. A volte, invece, la persona non ha la forza, o la chiarezza, di affrontare il problema, perché su di essa gravano condizionamenti troppo profondi per essere risolti in quel momento col suo livello di consapevolezza. In questo secondo caso la persona può sempre depurarsi, cambiare alimentazione, bilanciarsi con medicine (naturali, omeopatiche o di sintesi) o anche con tecniche chirurgiche. Nel tempo è possibile la guarigione, che anch’essa tuttavia coinciderà indirettamente con la sua crescita.

Il punto centrale della guarigione è proprio il risveglio di una nuova coscienza della realtà così com’è, della consapevolezza del proprio potere, della propria bellezza, del coraggio di vivere e di morire.

Due sono le accezioni della parola psicosomatica. In senso ristretto, con questo termine si intende quella branca della medicina che si occupa di disturbi organici che, non rivelando alla base una lesione anatomica o un difetto funzionale, sono riconducibili a un’origine psicologica.

In un’accezione più ampia, invece, la psicosomatica rimanda a una visione olistica che, superando il dualismo cartesiano mente-corpo, considera l’uomo un’unità in cui la malattia si manifesta a livello organico come sintomo e a livello psicologico come disagio.

La medicina psicosomatica ribalta, infatti, lo schema eziologico classico – che prevede la lesione dell’organo come causa della disfunzione, a sua volta causa della malattia – nello schema secondo cui il protrarsi di uno stress funzionale, che ha origine nella vita quotidiana dell’individuo, genera una disfunzione dell’organo che causa successivamente una lesione e infine sfocia nella malattia.

La medicina psicosomatica è quindi sinonimo, in questa seconda e più esatta accezione, di medicina totale, di comprehensive medicine, come è in uso nella letteratura americana. Benché il termine psicosomatica nasca nel XIX secolo, tutta la storia del pensiero filosofico e della medicina antica è permeata dalla questione della separazione tra anima e corpo (dualismo) o di una loro sostanziale identità (monismo).

Fu il medico tedesco Johan Christian Heinroth a utilizzare nel 1818 per la prima volta la parola psicosomatica; nel 1824 lo studioso Friedrich Groos formulò l’ipotesi che le malattie rappresentassero gli effetti somatici delle passioni e delle emozioni negative.

Nel 1876 lo psichiatra inglese Henry Maudsley scriveva: Se l’emozione non è scaricata all’esterno con l’attività fisica o con un’idonea azione mentale, agirà sugli organi interni alterandone le funzioni, anticipando così il concetto psicoanalitico di conversione isterica.

In realtà, come sostenne English nel 1952, la parola psicosomatica è un termine relativamente nuovo per designare un rudimento della pratica clinica antico come la medicina stessa.

L’opportunità di un approccio psicosomatico in medicina era noto allo stesso Platone, che nel Carmide scriveva:

Forse anche tu sai per aver udito dei bravi medici se per esempio ci va uno con male agli occhi, gli dicono che non si può cominciare a sanare gli occhi soli, ma che bisognerebbe curare anche la testa se si vuole guarire gli occhi; e dicono ancora che è un’assurdità pensare di curare la testa per se stessa senza tenere conto dell’intero corpo. Così cercano di curare e sanare la parte applicando un regime all’intero corpo. Il nostro Zalmosside (eroe della mitologia tracia, NdR), che è un dio, vuole che come non si deve cominciare a sanare gli occhi senza tenere conto del capo, né il capo senza il corpo, così neppure si deve cominciare a sanare il corpo senza tenere conto dell’anima, anzi questa sarebbe proprio la ragione per cui tante malattie la fan franca ai medici greci, perché essi trascurano il tutto di cui invece dovrebbero prendersi cura, quel tutto che è malato e dunque non può guarire in una parte. Il male o il bene non irrompe nel corpo e in tutto l’uomo se non dall’anima, dalla quale tutto proviene, come dalla testa proviene tutto ciò che corre agli occhi; così che si deve cominciare a curare soprattutto quella, se si vuole che la testa e le altre parti del corpo stiano bene.

Anche Ippocrate, considerato il padre delle medicina occidentale e vissuto tra il V e il IV secolo a.C, affermava che tutte le funzioni organiche sono influenzate dalle passioni. Secondo le sue teorie, le emozioni possono alterare gli equilibri fisiologici del corpo e indurre patologie, in quanto gli organi ubbidiscono ai sentimenti.

Ippocrate elaborò metodi che, diversamente da quelli dei suoi predecessori, risentivano in minor misura dell’animismo o delle altre dottrine religiose. Nella cura e nel trattamento delle malattie, egli fece affidamento soprattutto su un’attenta osservazione clinica e sulla stretta collaborazione tra medico e paziente.

La scuola di Ippocrate sosteneva la cosiddetta teoria umorale, basata sulla convinzione che il corpo umano fosse composto, appunto, di quattro umori: sangue, flemma, bile gialla e bile nera. Si pensava che gli umori fossero i vapori di sostanze materiali che, oltre a essere causa di malattia, potevano tuttavia contribuire anche alla salute fisica. Questa concezione era applicata a livello clinico per definire i tipi corporei costituzionali e caratteriali. Anche le norme dietetiche e l’influenza delle stagioni su salute e malattia rivestivano particolare importanza nel metodo ippocratico.

Il profilo psicologico di una persona era così strettamente legato alla struttura fisica e di conseguenza certi tratti di temperamento venivano tipicamente associati a relativi gruppi caratteristici di malattie.

Aristotele (vissuto dal 384 al 322 a.C.), adottando una prospettiva analoga a quella di Ippocrate, basò le proprie ricerche sulla classificazione naturalistica e sull’osservazione empirica. Un’importante parte della sua ontologia e tassonomia era basata su un sistema di classificazione che combinava ciò che egli definiva le quattro qualità primarie (caldo, freddo, umido, secco) con le quattro sostanze o elementi (aria, fuoco, terra, acqua). Era considerata importante non tanto la fisiologia dell’organismo quanto la sua descrizione anatomica.

Nello stesso solco teorico e condividendo la dottrina dei quattro umori, Galeno di Pergamo, vissuto all’incirca dal 131 al 200 d.C., aveva notato la correlazione tra malattia e profilo emotivo, rilevando una maggiore incidenza di tumori in donne affette da melanconia rispetto a quelle sanguigne. Ciò lo portava a postulare una dottrina della specificità, secondo la quale specifici tipi di personalità sono correlati a specifiche predisposizioni a certe malattie.

L’opinione comune è che egli abbia studiato in Asia Minore e alla scuola di medicina di Alessandria d’Egitto.

Il metodo di Galeno, ripreso da quello di Aristotele, seguiva un indirizzo razionalista, anteponendo la ragione, l’osservazione e la sperimentazione alla conoscenza derivata dall’esperienza empirica o sensoriale. Attraverso la tradizione araba sviluppatasi più tardi, Galeno divenne il medico più autorevole del mondo antico. Il suo stile chiaramente occidentale divenne, nei successivi 1500 anni, la base teorica di tutta la metodologia medica fino almeno al XVI secolo. In verità, la sua influenza persistette fino alla fine del XIX secolo, a dispetto delle scoperte mediche del XVII secolo, come la descrizione di Harvey della circolazione sanguigna del 1615 e le osservazioni di cellule e microbi di van Leeuwenhoek.

La stessa psicoanalisi nasce dal confronto con un problema psicosomatico: quello della sintomatologia organica dell’isteria e della nevrosi d’angoscia.

La questione era stata affrontata in modo esauriente già dal 1878 da J.M. Charcot nel corso dei suoi famosi esperimenti di ipnotismo alla Salpetrière. Charcot era in grado di rimuovere sotto ipnosi i più diversi sintomi somatici dell’isteria, quali l’anestesia, le contrazioni e le paralisi, e, su queste premesse, aveva ipotizzato che il blocco fisico potesse essere prodotto da un’idea, visto che l’idea opposta poteva farlo sparire.

La riflessione di Freud su tali fenomeni è all’origine della nozione di conversione, un termine fondante per la prima psicosomatica.

Secondo Freud, la tendenza alla conversione è un tratto tipico dei pazienti isterici, attraverso la quale tali soggetti rendono inoffensive rappresentazioni e idee insopportabili, incompatibili, trasformando la loro somma eccitazione in qualcosa di somatico (Studi sull’isteria, 1895). Quando, cioè, un contenuto psichico – un’immagine, una pulsione, un desiderio – è incompatibile con l’Io, inammissibile alla coscienza e contrario alla morale, l’affetto ad esso associato è rimosso dalla coscienza con la repressione e convertito in un disturbo senso-motorio che simboleggia ed esprime a livello corporeo il contenuto inaccettabile, risolvendo così in parte il conflitto psichico originario (Freud lo definirà il misterioso salto dalla mente al corpo).

Nella processo di conversione risiedeva il problema del passaggio dallo psichico al somatico, che Freud intendeva risolvere in termini fisiologici, ma per il quale,

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