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Vuoto a perdere [Digital Edition] Le Brigate Rosse, il rapimento, il processo e l'uccisione di Aldo Moro

Vuoto a perdere [Digital Edition] Le Brigate Rosse, il rapimento, il processo e l'uccisione di Aldo Moro

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Vuoto a perdere [Digital Edition] Le Brigate Rosse, il rapimento, il processo e l'uccisione di Aldo Moro

Lunghezza:
731 pagine
10 ore
Pubblicato:
27 mag 2013
ISBN:
9788867559756
Formato:
Libro

Descrizione

ATTENZIONE: LA VERSIONE CARTACEA CON ISBN 978-88-497-1009-0 (26 MAGGIO 2016) NON E' UNA VERSIONE AGGIORNATA MA UNA SEMPLICE RISTAMPA DEL VECCHIO EDITORE.
"Vuoto a perdere" è un affascinante viaggio all'interno dell'affaire Moro per conoscere verità e dubbi di uno degli avvenimenti più drammatici della storia repubblicana.
Un'analisi completa e super partes che, partendo dai momenti chiave della vicenda, analizzando documenti e riscontri giudiziari chiarisce le verità acquisite e illustra gli elementi di dubbio per i quali tutt'ora non sono state trovare risposte adeguate.
L'esposizione dei fatti e delle circostanze lascia al lettore la possibilità di valutare autonomamente l'attendibilità delle prove e delle ipotesi ancora in piedi.
La struttura modulare e l'assenza di un linguaggio tecnico rendono il testo scorrevole ed accompagnano passo-passo sia chi si avvicina all'argomento per la prima volta sia il lettore più esperto.

CONTIENE:
- l'inchiesta sul ritrovamento del cadavere di Aldo Moro
- intervista a Prospero Gallinari

Approfondimenti: www.vuotoaperdere.org
Pubblicato:
27 mag 2013
ISBN:
9788867559756
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Vuoto a perdere [Digital Edition] Le Brigate Rosse, il rapimento, il processo e l'uccisione di Aldo Moro - Manlio Castronuovo

ringraziamento.

INDICE

LO SPETTACOLO E LA BATTAGLIA

UN DESTINO DA VUOTO A PERDERE

PREMESSA

NOTA METODOLOGICA

I. IL RAPIMENTO

ATTO PRIMO

Perché Moro?

Il progetto brigatista era davvero imprevedibile?

È possibile che le intelligence italiane non avessero proprie fonti informative?

È vero che i servizi segreti sapevano del rapimento due settimane prima?

Come facevano le BR a sapere che Moro sarebbe passato da via Fani?

Non c’era un modo meno cruento per prelevare l’on. Moro?

Perché proprio via Fani?

Perché proprio il 16 marzo?

I PREPARATIVI DELL’AGGUATO IN PILLOLE...

ATTO SECONDO

Via Fani, 16 marzo 1978, ore 9.02

Perché gli uomini della scorta non hanno opposto resistenza?

Che ruolo avrebbero avuto la moto Honda e il presunto cow-boy?

Ci fu un superkiller che fece da solo quasi tutto il lavoro militare?

In via Fani c’era un colonnello dei servizi segreti? E altre misteriose presenze?

I brigatisti si sono esercitati in via Fani?

Perché le Brigate Rosse hanno indossato divise da avieri?

Chi c’era davvero in via Fani quella mattina?

Che fine hanno fatto le borse dell’on. Moro?

Qualcuno ha scattato delle foto al momento dell’agguato?

La compartimentazione e il problema della prigione conosciuta da pochi

Come è avvenuta la fuga e come mai nessuno ha intercettato le auto dei brigatisti?

Cosa c’è di strano nel ritrovamento delle auto adoperate per la prima parte della fuga?

Dove fu portato l’on. Moro il 16 marzo?

IL SEQUESTRO IN PILLOLE...

II. IL PROCESSO

ATTO TERZO

Linea della fermezza o trattative segrete?

Cosa accadde subito dopo il rapimento? Quale fu la reazione dei cittadini e dello Stato?

Quale ruolo ebbe l’esperto americano? La sua opera fu utile?

Cosa è emerso di nuovo dal racconto di Pieczenik a quasi trent’anni dai fatti?

Come fu gestita la crisi dal Governo? Furono creati dei comitati speciali?

La famiglia Moro trattò?

Fu stabilito un canale di ritorno per comunicare con Moro?

Quale fu il ruolo della Santa Sede?

I socialisti ruppero il fronte della fermezza. Con quali risultati?

Lo scambio di prigionieri era praticabile?

La malavita organizzata ebbe un ruolo nelle trattative?

L’iniziativa dell’on. Cazora fu un’opportunità mancata per la liberazione di Aldo Moro?

Perché è emersa la figura di un misterioso intermediario e questa è stata associata al direttore d’orchestra Igor Markevitch?

Come è emerso il nome di Markevitch?

Come è realmente venuto alla luce il nome di Igor Markevitch?

Quale sarebbe stato il reale ruolo di Markevitch, oltre a quello di intermediario?

Esistono dei reali indizi contro Markevitch?

È possibile vi siano state delle trattative rimaste ancora segrete?

LA LINEA DELLA FERMEZZA IN PILLOLE…

ATTO QUARTO

La prigionia e l’interrogatorio

Il quarto uomo era davvero Germano Maccari?

Come fu condotto l’interrogatorio di Aldo Moro?

Perché non furono resi pubblici i verbali dell’interrogatorio a cui Moro fu sottoposto dalle BR?

Furono fatte delle registrazioni audio/video degli interrogatori?

Cosa è stato reso pubblico del processo, attraverso i comunicati e il Memoriale?

Le carte di Moro furono davvero distrutte o consegnate a terzi?

È possibile che documenti di Moro siano finiti in mano alle BR?

È davvero così misteriosa l’interpretazione dell’Operazione Moro?

LA PRIGIONIA E L’INTERROGATORIO IN PILLOLE…

ATTO QUINTO

Sedute spiritiche, covi e laghi ghiacciati

Via Gradoli era sconosciuta alle forze dell’ordine?

È credibile che il legame Moro-Gradoli emerse da una seduta spiritica?

La scoperta del covo di via Gradoli è attribuibile a una perdita d’acqua accidentale?

È possibile che siano stati i servizi segreti ad architettare l’espediente dell’infiltrazione?

Via Gradoli era sotto il controllo dei servizi segreti?

Perché il falso comunicato del Lago della Duchessa fu ritenuto autentico?

Chi ha scritto il falso comunicato e chi lo ha commissionato?

Quali messaggi si possono attribuire al falso comunicato?

Gli episodi del 18 aprile possono essere riconducibili a una stessa mano?

I FATTI DEL 18 APRILE IN PILLOLE...

III. L’UCCISIONE

ATTO SESTO

Via Caetani, ultimo atto

Vi sono delle incongruenze nei racconti della Braghetti e di Maccari?

È possibile che Moro sia stato trasferito in un covo nei pressi di via Caetani?

Perché le BR uccisero Moro proprio il 9 maggio nell’imminenza di una possibile apertura della DC?

Per gli obiettivi delle BR Moro non sarebbe stato più utile da vivo che da morto?

Moro fu mai illuso dalle BR che sarebbe stato liberato?

I DUBBI SULL’ESECUZIONE IN PILLOLE...

ATTO SETTIMO

Via Monte Nevoso e le carte di Moro

Qual è la vera storia del rinvenimento del Memoriale?

Ci sono elementi di dubbio nel racconto di Arlati?

Cosa è venuto alla luce nei due ritrovamenti?

Come è possibile che il nascondiglio non sia stato individuato nella perquisizione del 1978?

Gli scritti di Moro furono oggetto di manipolazioni?

Subito dopo il blitz del ’90 vi furono clamorosi scoop in direzione di un infiltrato?

I DUBBI SULLE CARTE DI MORO IN PILLOLE...

QUESTIONI APERTE

UNA QUESTIONE CHIUSA

FINO A PROVA CONTRARIA...

BIBLIOGRAFIA RAGIONATA

APPENDICI

I 9 comunicati delle Brigate Rosse nei 55 giorni del sequestro

La prima lettera di Moro al ministro degli Interni Cossiga (29/03/1978)

L'inchiesta Rapimento di cadavere sull'orario di ritrovamento del corpo di Aldo Moro

Intervista a Prospero Gallinari

Ai miei genitori,

che mi hanno insegnato

ad essere quello che sono.

Al piccolo Jacopo,

che mi sta insegnando,

giorno dopo giorno,

quello che sarò.

Perché ci sono tante storie in questo Paese che vengono taciute o non potranno mai essere chiarite per una sorta di sortilegio? Come piazza Fontana, come Calabresi, che sono andate in un certo modo e che per venture della vita nessuno può più dire come sono veramente andate; sorta di complicità fra noi e i poteri, che impediscono ai poteri e a noi di dire cosa è veramente successo. Quella parte degli anni ’70, quella parte di storia che tutti ci lega e tutti ci disunisce, cose che noi non riusciamo a dire perché non abbiamo le parole e le prove per dirle, ma che tutti sappiamo.

RENATO CURCIO

Sicuramente fu preso contatto con l’avvocato della RAF, ma poi lui rifiutò di fare qualunque cosa, furono presi contatti con uno degli avvocati delle Brigate Rosse, Guiso, sicuramente qualcuno parlò con i palestinesi che dissero, se non ricordo male, che non ne sapevano niente e che comunque non apprezzavano quello che stava succedendo in Italia […] Furono fatte tante di queste cose, meno di quelle che ogni tanto leggo su qualche libro in cui si manifesta un certo eccesso di teoria del complotto, di dietrologia, per cui si disegnano degli scenari anche un po’ campati in aria, francamente, cose di cui non ho mai sentito parlare se non appunto, in qualche bizzarra ricostruzione che viene fatta in questi anni. All’epoca sicuramente no.

GIOVANNI MORO

Lo spettacolo e la battaglia

Il ’77 aveva segnato l’apice dell’escalation di violenza che, a partire dal ’68, coinvolse decine di migliaia di giovani che sognavano di contrapporsi allo Stato per proporre una società diversa, migliore, dal loro punto di vista. Erano maturi i tempi per l’innalzamento del livello dello scontro, proprio come quando il primo giugno del 1432 la rivalità tra senesi e fiorentini si apprestava a sfociare nella battaglia di san Romano.

E a un certo punto, il 16 marzo del ’78 avvenne il fattaccio, si compì l’atto di guerra, fu fatto ciò che molti non osavano immaginare, ciò che non avrebbe consentito nessun passo indietro.

Non si può certamente dire che all’epoca lo Stato fosse talmente forte da far pesare la propria superiorità sulla controparte. Allo stesso modo, nel 1432, i fiorentini non vantavano una schiacciante supremazia nei confronti dei loro avversari, e la battaglia fu vera, dura e violenta come tutte le battaglie.

Quella battaglia fu vinta da Niccolò da Tolentino e Cosimo de’ Medici, oltre vent’anni dopo, volle immortalare l’evento e chiese al pittore di corte, Paolo Uccello, di raccontare le gesta dell’esercito fiorentino.

Paolo Uccello realizzò tre dipinti, il primo dei quali rappresenta l’inizio della battaglia.

Qui tutto si articola intorno alla figura del capitano vittorioso: la cavalleria è concentrata alle sue spalle, i trombettieri avviano l’assalto e lo scontro comincia.

Sullo sfondo due cavalieri si allontanano per chiamare i rinforzi di Micheletto da Cotignola, mentre in mezzo ai campi, alcune figure si stanno sfidando.

L’avvenimento offre all’artista l’occasione per evocare un fantastico mondo cavalleresco attraverso molteplici elementi del dipinto: la siepe di rose e gli alberi d’arancio che si profilano dietro i combattenti, gli arabeschi disegnati dal fluttuare degli stendardi.

Lo spazio, pretesto per la ricerca prospettica fino all’irreale, è misurato in maniera geometrica dalle lance spezzate che segnano sul terreno un reticolo ortogonale; dagli scorci dei cavalli: quello impennato, quello caduto; dagli uomini chiusi entro fastose armature da parata, come manichini metafisici e nessun accenno al sangue e alla morte truculenta.

Oggetti di forme irregolari, quegli stessi che l’artista, privandosi del sonno, studiava di notte da angoli diversi, sono qui mostrati di scorcio: un elmo, frammenti di armature.

Il pezzo forte è il copricapo di Niccolò da Tolentino, voluminoso, rotondo e ottagonale allo stesso tempo, ma il maggior vanto dell’artista è probabilmente la figura del guerriero caduto, steso a terra, la cui rappresentazione prospettica dovette presentare molte difficoltà.

Tanto i cavalli quanto gli uomini sono un po’ legnosi, quasi giocattoli, ma se ci chiediamo perché mai questi cavalli ci ricordino quelli a dondolo e perché l’intera scena rievochi una giostra, faremo una scoperta curiosa. È proprio perché l’artista voleva che le sue figure campeggiassero nello spazio come se fossero intagliate anziché dipinte.

In questa sua concezione della guerra come spettacolo, Paolo Uccello sottace i fatti: non vi sono riferimenti alla violenza dello scontro, al sangue, all’incertezza del verdetto. Non è rappresentata la realtà ma solo la spettacolarizzazione della tragedia (la battaglia), lo sfarzo e l’eleganza che contraddistingue i vincitori.

A oltre cinque secoli di distanza, il contesto sembra riproporsi con il Caso Moro: chi ha vinto ha voluto dimenticare la tragedia per lasciare spazio allo spettacolo, alle strumentalizzazioni, alle divisioni tra due schieramenti ancora in lotta tra di loro che, invece di parlare e confrontarsi sui fatti e sul perché essi avvennero, preferiscono nascondere la realtà dietro un ampio campionario di effetti speciali.

Manlio Castronuovo

Si ringrazia per la consulenza in Storia dell’arte la prof.ssa Lidia Orrico. L'immagine del dipinto è disponibile all'indirizzo http://www.vuotoaperdere.org/ebook

Un destino da vuoto a perdere

Il vuoto a perdere è un contenitore che ha valore esclusivamente in funzione del proprio contenuto e una volta che esso ne è privato, diventa un oggetto che perde la sua utilità a tal punto che nessuno è più disposto a mantenerne il possesso.

Aldo Moro fu un politico molto stimato all’interno dell’arco costituzionale, indiscusso mediatore di interessi anche contrapposti tra loro, che riusciva ad avvicinare la parte più lontana portandola vicina alle sue posizioni.

Un leader politico, un uomo rispettato che tante volte era stato chiamato a risolvere le crisi più aspre, lo statista candidato numero uno alla Presidenza della Repubblica in successione di Giovanni Leone.

Anche i suoi nemici lo ritenevano uno dei generali dell’esercito avversario, un condottiero senza il quale il sistema non avrebbe più saputo come affrontare le proprie battaglie. Immaginavano che, per un leader politico di quella statura, avrebbero potuto chiedere qualsiasi prezzo.

Ma le Brigate Rosse non conoscevano il Palazzo e, per certi versi, forse non lo conosceva a fondo neanche lo stesso Moro e quando lo catturarono con l’obiettivo di impossessarsi dei suoi contenuti politici, il suo corpo perse improvvisamente valore.

Per il sistema politico, che non riuscì a trovare un prezzo adeguato per tornarne in possesso ma anche per le stesse Brigate Rosse, che immaginando di aver svuotato, per induzione, la politica dell’intera classe dirigente, si resero conto che ciò che era rimasto nelle loro mani era una persona per la quale nessuno, tranne la propria famiglia, era più disposto a corrispondere alcun sacrificio. E furono costrette a sbarazzarsene.

La sorte ha riservato per Aldo Moro un destino beffardo. Lui, che era sempre riuscito a privare di valore le posizioni altrui, fu privato del proprio da coloro per i quali si era sempre battuto.

Un’unica volta. Per sempre.

Premessa

L’obiettivo del presente lavoro è quello di raccontare l’evento che più di tutti ha segnato la storia dell’Italia Repubblicana ripercorrendo i suoi momenti chiave attraverso la verità giudiziaria e le ipotesi che non hanno ancora trovato riscontri attendibili.

Attraverso il volume sarà possibile valutare autonomamente i tanti misteri (o presunti tali) che in oltre trent’anni di indagini, rivelazioni e interviste si sono aggiunti a un puzzle che sin dai primissimi giorni si è rivelato molto complesso da interpretare.

Il lettore si appresta a iniziare un viaggio per approfondire la conoscenza del Caso Moro e costruirsi un giudizio che non sia fondato su informazioni parziali (piccole pillole derivanti da affermazioni o da semplici opinioni) e frammentate (provenienti da una molteplicità di fonti spesso in contraddizione tra loro).

Nota metodologica

Si è ritenuto opportuno rendere l’opera semplice e scorrevole nella lettura limitando l’utilizzo di costrutti politico-giudiziari e ricorrendo a una forma prevalentemente narrativa.

Altra caratteristica del libro è la modularità che permette la lettura di singoli passi anche senza rispettare la sequenzialità dei paragrafi. La soluzione individuata è quella delle domande: ciascun paragrafo si occupa di rispondere a un interrogativo (in maniera più o meno approfondita a seconda della complessità della domanda) e alla fine di ciascun capitolo è stato inserito un riassunto delle risposte per sintetizzare gli elementi chiave che hanno contraddistinto l’analisi.

Per non appesantire la narrazione si è scelto di limitare le citazioni al minimo indispensabile. La scelta di non utilizzare i rimandi a note è dettata dalla necessità di rendere più scorrevole la lettura. Ciascuna citazione, opinione o testimonianza è sempre preceduta dall'indicazione della fonte di provenienza.

Il libro, come è logico attendersi da ciascun argomento di attualità, prosegue online con un progetto che ne rappresenta l’evoluzione ipertestuale. All’indirizzo www.vuotoaperdere.org il lettore troverà risorse e contributi vari sul Caso Moro che saranno aggiornati per seguire l’evoluzione della conoscenza. Tutti gli studiosi che si interessano alla vicenda sono sin d’ora invitati a fornire il proprio contributo e discutere, in uno spazio libero e democratico, i risultati dei propri studi.

I. Il rapimento

Atto primo

Perché Moro?

La questione della scelta dell’obiettivo da colpire è tutt’ora un problema: a tutt’oggi non si trovano punti d’incontro tra tutti quegli studiosi che da oltre 25 anni si occupano del Caso Moro.

L’apertura a sinistra dello statista, le minacce ricevute in occasione dei suoi viaggi negli Stati Uniti (minacce serie a giudicare dalla testimonianza di Corrado Guerzoni al quale il Presidente aveva confidato il proposito di lasciare la politica per un po’ di tempo) e la concomitanza del rapimento con il giorno della presentazione del nuovo governo di solidarietà nazionale renderebbero banale affermare che le BR scelsero di colpire l’on. Moro per bloccarne il progetto politico. Il compromesso storico e l’apertura al governo dei comunisti (ed è opportuno ricordare come in Italia all’epoca fosse presente il più forte Partito Comunista occidentale) era un disegno politico non gradito né da parte degli Stati Uniti né, tanto meno, da parte dell’ex Unione Sovietica (ovviamente per opposte motivazioni). Per questo motivo spesso si allude al fatto che le BR siano state solo gli esecutori del sequestro e dell’omicidio, ma che i veri mandanti e registi fossero in realtà intelligence internazionali.

Una prima analisi politica porta, però, a una evidente considerazione. Il progetto di Moro con l’avvicinamento del PCI al governo (limitata a una prima fase di attuazione) si poneva lo scopo di logorarlo attraverso l’apertura di contraddizioni interne tra il vertice e la base, per respingerlo poi, in un secondo momento, all’opposizione. L’obiettivo della DC era superare il grave momento di crisi in cui il Paese versava e, successivamente, rafforzare la sua posizione alla guida del panorama politico.

Gli americani erano obiettivamente preoccupati di un eventuale avanzamento del PCI perché, pur apprezzando i passi avanti del segretario Berlinguer, non li ritenevano adeguatamente sufficienti. Un eventuale ingresso nel governo dei comunisti avrebbe potuto avere conseguenze molto negative. Ma che non vi fosse preoccupazione a Washington per il progetto politico portato avanti da Moro lo ha confermato anche l’ex ambasciatore americano a Roma, Richard Gardner.

L’Ambasciatore incontrò molte volte Moro poco prima del suo rapimento e tra i due vi era un rapporto di stima reciproca. Gardner era un profondo oppositore dell’ascesa del PCI al governo, tanto che giocò una partita su due fronti: a Roma tentò di far desistere interlocutori come Fanfani (che si era dichiarato favorevole, in un’intervista poi congelata, a un governo di emergenza con la partecipazione diretta del PCI) o come La Malfa, mentre a Washington fu il promotore di una celebre dichiarazione contro l’eurocomunismo che il 12 gennaio 1978 ufficializzò la contrarietà americana alla partecipazione dei partiti comunisti europei al governo.

Gardner si riteneva convinto che questa fosse anche la posizione del suo amico Moro. Lo schema attorno al quale Moro faceva ruotare il suo progetto politico gli sembrava convincente: tenere i comunisti a metà guado convinto che questo li avrebbe logorati, indebolendoli sul piano elettorale. A differenza di Fanfani, Moro escludeva la presenza di ministri delle Botteghe Oscure nell’esecutivo (che sarebbe stato definito di solidarietà nazionale) e qualsiasi possibilità di alleanze politiche tra la DC e il PCI. Egli aveva a ogni modo, trovato abilmente una soluzione alla questione: tenere i comunisti nella maggioranza parlamentare senza farli entrare nel Consiglio dei Ministri.

Il 2 febbraio del 1978 Moro incontrò per l’ultima volta l’ambasciatore Gardner confidandogli che ci sarebbe voluto almeno un anno per creare un clima elettorale in cui il PCI avrebbe subito una pesante sconfitta e la DC una netta vittoria.

E fu esattamente ciò che avvenne perché il PCI uscì dalla maggioranza del cosiddetto governo di solidarietà nazionale e le conseguenti elezioni anticipate del 1979 segnarono un secco arretramento del partito di Berlinguer allontanandolo definitivamente da ogni prospettiva di arrivare al governo attraverso il compromesso storico.

A dare un ulteriore contributo in tale direzione è stato l’ex ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu che il 2 febbraio 2007 in occasione della presentazione del libro di Vladimiro Satta Il Caso Moro e i suoi falsi misteri ha raccontato di aver avuto incarico direttamente da Moro di rassicurare gli alleati americani sulla sua strategia politica. Pisanu ha così ricordato il suo colloquio con Moro: Io non rivelo grandi segreti, anche se dico una cosa che non ho mai detto, se vi riferisco che qualche mese prima dell’assassinio di Moro, alla vigilia di un viaggio negli Stati Uniti dove avrei dovuto parlare del compromesso storico con interlocutori autorevoli dell’amministrazione americana mi recai dal Presidente [Moro] per chiedergli consiglio. Lui mi diede consigli molto puntuali che io annotai scrupolosamente. La cosa più importante che mi disse fu questa: ‘Devi cercare di far capire che noi dobbiamo superare una fase di emergenza economica (c’era bisogno della politica dei debiti e non la si poteva fare senza il coinvolgimento delle organizzazioni sindacali), un’emergenza istituzionale per situazioni difficili che si erano verificate in istituzioni delicate, un’emergenza di carattere politico perché bisognava aiutare il Partito Comunista Italiano a sciogliere gli ultimi legami con Mosca, ad affrancarsi definitivamente. Ma deve essere chiaro che si tratta di una fase provvisoria a conclusione della quale DC e PCI (queste sono sue parole testuali) torneranno a essere partiti tra loro naturalmente alternativi’. Era la costruzione della terza fase.

Per gli Stati Uniti, pertanto, Moro non rappresentava un pericolo in quanto era ritenuto il vero protagonista della tattica di logoramento del PCI. Dar vita alla sua strategia e poi sottrarre Moro dalla scena politica sarebbe diventato un autogol molto pericoloso perché, a quel punto, l’Alleanza Atlantica non avrebbe avuto alcuna garanzia che il PCI non sarebbe stato in grado di ribaltare gli intenti politici democristiani trasformandoli a proprio vantaggio.

Le Brigate Rosse, però, avevano ben compreso questo tipo di pericolo: la possibilità che il PCI si lasciasse ingabbiare all’interno di un quadro politico che non sarebbe riuscito a controllare e che per di più avrebbe rappresentato una sconfitta per la classe operaia e le sue ambizioni.

Nella sua audizione in Commissione Stragi, Adriana Faranda ha così sintetizzato la situazione politica che le BR erano intenzionate a contrastare con la loro campagna di primavera.

"Sicuramente, anche se – ripeto – non fu il compromesso storico in sé, e quindi la strategia promossa da Moro, il motivo primo della scelta dello stesso Moro come obiettivo del sequestro, si trattava di una politica che spingeva secondo noi la sinistra, il partito operaio, da noi sempre riconosciuto come tale, dentro un cul de sac, come ci insegnava l’esperienza del centro-sinistra che non aveva portato alcun significativo mutamento e aveva invece paralizzato il Partito Socialista in una morsa. Come dimostrava la composizione del Governo che si presentava alle Camere il 16 marzo ’78, la lista dei ministri proposta al Partito Comunista. Vedevamo in tutto ciò una manovra di assorbimento dell’antagonismo operaio e in genere sociale, come lo spegnimento delle tensioni, di tutti gli stimoli di trasformazione e di mutamento. E rimproveravamo al Partito Comunista di lasciarsi intrappolare in questo gioco perverso nel quale loro non avrebbero avuto effettivamente voce in capitolo e sarebbero rimasti succubi di questa sorta di, essa sì, tela di ragno".

Leggendo i documenti che gli stessi brigatisti hanno diffuso nel corso degli anni e analizzando le tappe della loro evoluzione è semplice riportare alcuni evidenti dati di fatto.

La prima fase della lotta che ha contraddistinto le BR (denominata della propaganda armata) è stata caratterizzata da una serie di iniziative e azioni rivolte al mondo delle fabbriche, di mobilitazione contro i fascisti, di macchine e sedi di partito incendiate. Il tutto per raccogliere i consensi della classe operaia attraverso azioni simboliche che iconizzavano concretamente il sogno proletario di mettere il padrone alla gogna. Pur non professando la lotta armata le BR si ponevano comunque come avanguardia armata.

In occasione del rapimento Sossi, le BR puntarono a innalzare il livello dello scontro perché, secondo Franceschini, si resero conto che agendo a livello periferico tra presse e catene di montaggio avrebbero sempre avuto interlocutori di secondo piano senza poter incidere sulle questioni di loro interesse.

Anche secondo Moretti una volta raggiunto l’apice dello scontro nelle fabbriche, essere giunti all’occupazione e aver imposto le proprie regole, i risultati concreti portati a casa apparivano di poco conto. Perché era a monte delle fabbriche che operava il processo di ristrutturazione, e questo processo impediva di realizzare alcunché a partire dall’azienda. Assieme a Curcio fu pertanto deciso che si sarebbe dovuto andare oltre, per essere in grado di influire concretamente sulla scena politica.

Sempre nell’ambito della propaganda armata nacque così la necessità di colpire più in alto individuando uomini e simboli direttamente riconducibili al nemico-Stato dando così vita al tristemente famoso slogan portare l’attacco al cuore dello Stato.

Lo stesso Franceschini narra di come, trasferitosi a Roma dopo il sequestro Sossi, avviò il tentativo, molto ambizioso per l’organizzazione, di rapire Andreotti arrivando a pedinarlo, divenendone quasi la sua ombra. Andreotti era ritenuto l’artefice del progetto neo-gollista di ristrutturazione dello Stato attraverso la migrazione di una parte della DC verso una svolta reazionaria. L’arresto di Franceschini interruppe il progetto e la perdita per l’organizzazione di due capi storici del calibro dello stesso Franceschini e Curcio, con la conseguente ristrutturazione interna e il disorientamento politico. Tutto questo ritardò il passaggio alla fase successiva.

Gallinari ha recentemente affermato che una volta identificato lo Stato come il nemico da abbattere fu una logica conseguenza individuare nella DC il partito-regime e avviare un’offensiva per disarticolarla e annientarla.

Per le BR, la DC era lo Stato che faceva parte del SIM (Stato Imperialista delle Multinazionali) e sia il PCI che il compromesso storico altro non erano se non manovre di questo potere.

Nella primavera del 1975 Curcio, dopo l’evasione dal carcere di Casale Monferrato, scrisse assieme alla Cagol le nuove direttive della Direzione Strategica, nella quale emerse la necessità di modificare la linea d’azione dell’Organizzazione individuando nella DC il primo obiettivo da colpire e liquidare. Non fu un caso che il successivo 15 maggio risuonarono i primi colpi intenzionalmente sparati dalle BR e la vittima fu Massimo De Carolis, un dirigente democristiano provinciale che fu ferito alla gamba sinistra.

Erano nate, in un certo senso, le nuove BR e non per una svolta militarista voluta da Moretti ma per la nuova direzione ideologica proposta all’organizzazione da uno dei suoi fondatori: Renato Curcio.

Il documento redatto da Curcio diventò subito di pubblico dominio quando, il 29 maggio 1975, Panorama pubblicò il reportage: Affari italiani – Brigate Rosse: i documenti politici e militari, il programma, l’organizzazione, le colonne; attacco alla DC e al sistema italiano.

Secondo Franco Bonisoli (membro del Comitato Esecutivo presente in via Fani intervistato su la Repubblica da Giorgio Bocca) l’idea di sequestrare proprio Moro nacque nel 1976, proprio durante il processo di Torino al nucleo storico delle BR. Avrebbe rappresentato un contro-processo, la Rivoluzione che processava lo Stato.

Il 1977 fu un anno caratterizzato da una molteplicità di violenti incidenti (per onor di cronaca va osservato come le BR ne fossero totalmente estranee) e in qualche modo agli occhi dei brigatisti questo fu un segnale inequivocabile che fosse giunto il momento di compiere il salto di qualità anticipato nel 1975. Nel febbraio 1978 fu stampata in 10.000 copie la nuova Risoluzione della Direzione Strategica che conteneva, rispetto all’analisi precedente, due importanti novità: 1. Il nemico numero uno diventa il personale della DC; 2. Occorre impegnare il nemico con azioni prolungate che espongano ed esasperino le sue contraddizioni interne.

Moretti nel suo libro fornisce un ulteriore elemento a conferma della scelta di colpire l’on. Moro. L’attacco al cuore dello Stato è l’evoluzione dell’esperienza fatta dalle BR nella prima fase della loro esistenza, quando l’organizzazione si rese conto dello stretto legame esistente tra potere industriale e Stato. Tale rapporto rendeva inutile colpire solo il primo perché l’intervento dell’altro ne avrebbe vanificato i risultati. La nuova strategia (avviata nel 1975 con la già citata Direzione Strategica) prevedeva di colpire lo Stato attraverso le sue articolazioni. La prima era stata la magistratura (Sossi), mentre la DC vista come epicentro del sistema e nemico assoluto della classe operaia, diventò la seconda.

Un’ultima osservazione in merito.

Se il vero obiettivo fosse stato impedire l’avvio della nuova fase di apertura al PCI, le BR si sarebbero mosse con largo anticipo e avrebbero agito ben prima che l’on. Moro arrivasse a mettere d’accordo le varie correnti interne alla DC e gli stessi comunisti. Arrivare a quel 16 marzo voleva dire far nascere il nuovo Governo. Una volta nato nessuno avrebbe potuto avere la garanzia che, con o senza Moro, tale intesa sarebbe stata portata avanti per molto tempo.

Il progetto brigatista era davvero imprevedibile?

Al processo di primo grado la sig.ra Moro ha dichiarato che sin dall’autunno 1977 l’on. Moro aveva chiesto maggiori garanzie per la sua incolumità personale, e di poter pertanto disporre di un’auto blindata. Richiesta però negata con la giustificazione di una mancanza di fondi. In realtà questa deve essere stata solo una richiesta orale in quanto Nicola Rana, segretario dell’Onorevole, non ricorda di aver mai inoltrato domanda relativa a un’auto blindata. Corrado Guerzoni, addetto stampa di Moro, nella sua audizione alla Commissione Moro ha riferito che il Presidente non pensava che si potesse giungere così in alto nello scontro e le sue preoccupazioni erano indirizzate esclusivamente ai suoi familiari, non a se stesso.

In ogni caso neanche la blindatura avrebbe distolto le BR dalla loro azione. Secondo Moretti, infatti, una macchina blindata non era in assoluto inattaccabile, bastava avere le armi giuste, ad esempio un FAL o un Kalashnikov. E se fosse stato necessario assaltare una macchina blindata le BR non avrebbero faticato a procurarseli.

In occasione di un dibattito organizzato dall’associazione Agorà di Rimini il 7 maggio 2005, a seguito di una domanda dal pubblico, Valerio Morucci è tornato sull’argomento dichiarando, invece, che l’on. Moro disponeva di un’auto blindata e che le BR ne erano a conoscenza. Moro aveva l’auto blindata. Ce l’aveva, però non la usava regolarmente. Usava due auto, una blindata e una no. Infatti il decimo brigatista in via Fani [Rita Algranati] che stava in cima alla strada su una Vespa doveva passare davanti a noi con la Vespa se [Moro] non avesse avuto l’auto blindata perché se c’aveva l’auto blindata noi non avremmo fatto assolutamente niente. È un caso.

Il giornalista della RAI Piero A. Corsini (che si è spesso occupato in passato del Caso Moro e che è tra gli autori del programma La storia siamo noi) ha aggiunto una riflessione derivante dalla propria esperienza: "Per completezza rispetto a quello che sta dicendo Morucci, Andreotti proprio in una trasmissione televisiva di Mixer ha ricordato che gli autisti usavano mal volentieri la macchina blindata perché era di difficile manovrabilità. Stiamo parlando del ’78 e siamo alle prime auto blindate ancora molto pesanti, con delle corazzature vere e proprie che rendevano poco maneggevoli la guida. Non sto dicendo una verità scolpita nella pietra ma riporto questa testimonianza".

Anche l’autista di Moro, secondo Corrado Guerzoni, la pensava così. A proposito dell’auto blindata egli ha descritto l’atteggiamento degli uomini della scorta nel corso della trasmissione di Radio 2 28 minuti del 6/3/2008: Anche la macchina blindata sulla quale si è discusso da morire. Loro [gli agenti di scorta, nda] dicevano che la macchina blindata non si guida, non si va forte. E in effetti è vero. Se uno deve andare in macchina da Roma a Fiumicino deve raddoppiare, almeno, i tempi. E questo loro non lo consideravano agibile.

Rispetto alle nuove sollecitazioni provenienti dal pubblico evidentemente non convinto della questione, Morucci si è mostrato ancora più determinato nei ricordi: La macchina blindata l’ho vista io. Noi abbiamo fatto tutto questo perché io ho visto che era blindata altrimenti non avremmo predisposto il decimo […] Erano due macchine, due 130. Identiche ma una era blindata e l’altra no.

Non so se Morucci abbia in passato ricordato altre volte tale circostanza ma, ammesso che lo abbia fatto, di certo nessuno lo ha mai citato nell’immensa pubblicistica. Certo è che se Moro avesse avuto a disposizione un’auto blindata è probabile che sia la moglie che il suo addetto stampa ne sarebbero stati al corrente. La convinzione di Morucci in occasione del dibattito, invece, parrebbe andare in direzione opposta. Morucci è stato l’unico a sostenere l’esistenza dell’auto blindata (anche se utilizzata raramente), ma la sua convinzione non appare fondata. È anche vero, però, che tale discordanza non cambia la sostanza dei fatti ed eventualmente sarebbe da attribuire esclusivamente a un’imprecisione nel ricordo dell’ex brigatista.

Se il progetto di rapimento fosse stato prevedibile nei modi e nei tempi secondo i quali fu attuato, questo sarebbe una prova che le inefficienze degli apparati statali non furono dovute all’impreparazione, ma alla precisa volontà di non agire. Questa tesi è particolarmente cara agli studiosi che sostengono con forza l’estraneità delle BR dalla genesi dell’azione, e il loro ruolo di semplici comparse.

I primi segnali di allarme proverrebbero proprio da via Savoia dove l’on. Moro aveva il suo studio privato. Una serie di strani movimenti furono osservati nei giorni precedenti il 16 marzo e i testimoni hanno dichiarato di aver notato presenze sospette che, in apparenza, sembravano concentrare le proprie attenzioni esclusivamente nei confronti del numero civico 88, sede dell’ufficio del parlamentare.

Il 4 febbraio il portiere di uno stabile di fronte a quello dell’ufficio dell’on. Moro aveva segnalato alla polizia la targa di un veicolo dal quale era sceso un uomo che si era introdotto nel giardino dove si affacciavano le finestre dello studio di Moro. Questi rimase appostato fino a quando non si accorse di essere stato notato: a quel punto si dileguò rapidamente. La polizia rintracciò il proprietario della macchina, Gianfranco Moreno, il quale negò di essere mai stato in via Savoia. Il 15 marzo la polizia comunicò a Rana che non vi erano sospetti sul Moreno. Il giorno successivo, subito dopo la strage, il Moreno, che ricopriva un incarico di usciere presso un istituto bancario, fu nuovamente convocato dal magistrato Infelisi e per la seconda volta egli negò la sua presenza in via Savoia sostenendo, inoltre, di essere stato in ferie il giorno del 16 marzo. Il magistrato Infelisi ne dispose il fermo. La sera successiva i telegiornali diffusero la notizia che Gianfranco Moreno era stato fermato per omicidio plurimo e sequestro di persona provocando, secondo quanto riportato da Flamigni nel suo libro, l’improvviso cambio di versione dell’interessato, che ammise di essere stato in via Savoia ma solo per accompagnarvi l’amico Gerardo Serafino che si scoprì essere collaboratore del deputato della destra DC Arnaud, iscritto alla loggia P2. Dopo la sua scarcerazione, Moreno fu fatto pedinare e il suo telefono fu posto sotto controllo senza peraltro poter raccogliere alcun elemento utile per risalire a un collegamento con i fatti di via Fani. C’è da sottolineare, per dovere di cronaca, come gli inquirenti non riuscirono a darsi una risposta all’interessamento del Moreno per le finestre dello studio dell’on. Moro.

L’ufficio del parlamentare era anche stato oggetto di singolari intromissioni. Ladri vi erano entrati senza tuttavia sottrarre nulla e questo indusse l’on. Moro a installare vetri antiproiettile a garanzia di maggiore sicurezza.

Gli uomini della scorta notarono un individuo sospetto in occasione della visita del giornalista Franco Di Bella (che in seguito risultò tra gli iscritti della loggia P2): un giovane motociclista si era fermato di fronte alla macchina del giornalista, proprio in concomitanza del suo arrivo, e aveva fatto un cenno d’intesa ad altri due individui che procedevano a piedi. Uno dei carabinieri della scorta, allarmatosi, tentò di avvicinarsi al motociclista per effettuare verifiche ma questi, alla richiesta di fermarsi, accelerò dileguandosi contromano in una via adiacente. Tale circostanza non sembrerebbe però avere molto peso sia perché si verificò il 22 novembre 1977 sia perché il motociclista fu identificato e risultò essere uno scippatore. La perquisizione nel suo appartamento non portò a nessun collegamento con ambienti politicizzati.

Almeno altri due testimoni notarono movimenti sospetti nei pressi del civico 88. Claudio Leone si accorse di diversi appostamenti nei pressi dello studio dell’on. Moro specialmente nei giorni precedenti il 16 marzo, mentre Mario Lillo riferì di aver notato più volte una moto Honda parcheggiata nei pressi dello studio accanto a un furgone di colore chiaro posizionato in maniera ideale per controllare l’ingresso dell’ufficio dell’on. Moro. Egli osservò un particolare importante e cioè un rialzo di circa 25 cm sulla parte superiore del furgone: elemento tipico di alcuni mezzi dei servizi segreti equipaggiati con attrezzature di spionaggio.

La già citata Risoluzione Strategica del febbraio 1978 costituisce, invece, un importante segnale che qualcosa contro l’on. Moro si sarebbe potuto realmente verificare. In essa, infatti, le BR esaltarono alcuni piccoli attentati compiuti nei confronti di alcuni esponenti della DC stabilendo inoltre l’obiettivo di colpire uomini del potere democristiano a partire dagli organismi centrali. Il quotidiano Il Popolo aveva individuato un concreto elemento di allarme: in occasione della gambizzazione di Publio Fiori sul luogo dell’attentato era stata lasciata la scritta Oggi Fiori, domani Moro.

Notizie di un possibile attacco ai vertici della DC erano pervenute anche attraverso alcune fonti dei carabinieri. Il generale Bozzo ha infatti sostenuto di aver ricevuto un’informazione importante: le BR stavano preparando un attentato a Roma contro un uomo politico di alto livello e avevano chiesto l’aiuto di un compagno muratore alla colonna torinese. Bozzo riferì l’episodio al capo di stato maggiore dell’arma dei carabinieri, De Sena, il quale minimizzò sostenendo che le BR erano un problema del nord perché a Roma di brigatisti non c’era traccia.

Evidentemente di questo avviso non doveva essere il maresciallo Leonardi (capo della scorta anch’egli carabiniere) in quanto secondo la sig.ra Moro Leonardi era fuori dalla grazia di Dio perché gli avevano detto che c’erano brigatisti a Roma, non solo romani ma anche di varie città. A Leonardi era stato risposto di lasciar stare, di non preoccuparsi di queste presenze.

Anche il famoso autore Pier Francesco Pingitore fu sospettato di aver mandato il preciso messaggio che l’on. Moro era diventato oggetto di un progetto di eliminazione. Nel suo spettacolo Dio salvi il Presidente, definito dal suo autore satira seriosa, Pingitore ironizzava sull’impotenza del servizio di scorta di Moro e della sua consorte descrivendone possibili vulnerabilità operative. Secondo Pellegrino tale ricostruzione coinciderebbe con i due scenari che le BR avevano studiato per portare a termine l’agguato. Il testo, però, risale al 1966 (e non al 1975 come riportato in Segreto di Stato) quando le BR non erano ancora nate e, soprattutto, non erano germogliati neanche i movimenti di ribellione che portarono tanti giovani a scegliere la strada della violenza.

Non penso che tale circostanza possa essere interpretata come l’incapacità di leggere un segnale premonitore...

Anche un docente universitario di Roma, il prof. Eusepi, è stato protagonista di un curioso episodio. Egli, nel pomeriggio del 10 marzo 1978, avrebbe udito un dialogo tra due persone svoltosi in questi termini: il primo domandò Hai messo tu la bomba all’università? sentendosi rispondere Io queste cose non le faccio, tanto rapiremo Moro.

Il prof. Eusepi è cieco e dalla voce avrebbe riconosciuto nel secondo interlocutore Gianmarco Ariata, noto appartenente alla sinistra extraparlamentare. Il Professore riferì la circostanza al dottor Parasole, commissario di PS presso l’Università di Roma.

L’Oscar dei segni premonitori dell’agguato spetta a Renzo Rossellini che, a detta di alcuni ascoltatori, intorno alle 8.20 del 16 marzo annunciò dalla sua Radio Città Futura che da lì a poco l’on. Moro sarebbe stato rapito.

Una simile circostanza, se vera, risulterebbe gravissima in quanto aprirebbe un dubbio allarmante: come poteva essere a conoscenza di una simile informazione un conduttore radiofonico mentre i nostri servizi segreti che vivono di informazioni (e che basano la loro efficacia sulla capacità di procurarsele) risultavano essere all’oscuro di tutto?

È bene precisare subito che la verità definitiva su quello che Rossellini disse quella mattina non potrà mai essere appurata, in quanto dell’episodio non esiste alcuna registrazione. L’unico momento in cui Radio Città Futura venne monitorata quella mattina furono un paio di minuti (verso le 8.20) relativi a una manifestazione a favore del popolo palestinese.

L’ascoltatrice testimone di aver sentito per radio, verso le 8.15-8.20 le parole forse rapiscono Moro è Clara Giannettino la quale, subito dopo, ne parlò con due sue conoscenti, una delle quali era la moglie del senatore democristiano Vittorio Cervone. La Giannettino però non ricordava il canale dal quale aveva ascoltato la trasmissione, ma solo che si trattava di una voce maschile. Si risalì all’emittente Radio Città Futura quando, la sera del 16 marzo, una telespettatrice anonima telefonò a TeleRoma 56 e disse di aver sentito che Radio Città Futura diede la notizia del rapimento di Moro alle 8 di mattina.

E Rossellini? Ascoltato dal giudice istruttore Amato il 6/10/1978 riferì che nelle settimane precedenti aveva spesso parlato di una possibile escalation terroristica ma senza mai riferirsi esplicitamente all’on. Moro e che le sue dichiarazioni erano frutto di considerazioni personali e non di informazioni particolari. Rossellini parlò delle sue riflessioni con l’on. De Michelis il quale confermò gli incontri precisando che nel corso dei colloqui non si parlò minimamente di fatti criminosi imminenti.

Una riflessione di Vladimiro Satta sembra cogliere in pieno l’infondatezza della pista Rossellini: se nessuno di coloro che ascoltarono la notizia per radio o di coloro che la sentirono raccontare informò tempestivamente la polizia affinché si impedisse l’agguato, c’è da chiedersi se davvero le frasi ascoltate fossero circostanziate e allarmistiche o se fosse facile ritenerle tali solo a posteriori.

Può essere trapelato qualcosa dagli altri ambienti?

Vari personaggi ascoltati in Commissione Stragi hanno concordato nel ritenere che negli ambienti dell’estrema sinistra si fosse diffusa la voce che qualcosa di clamoroso si stesse per preparare. Adriana Faranda nella sua audizione dell’11/02/1998 portò un elemento a conferma di tale convincimento. I militanti della colonna romana avrebbero potuto immaginare che stesse per succedere qualcosa, perché ebbero l’incarico di rubare le auto che furono utilizzate il 16 marzo, e poiché erano un discreto numero, qualche preallarme era certamente sorto. La Faranda non escluse che a qualche militante possa essere sfuggita una frase di troppo.

Sulle minacce ricevute dall’on. Moro da parte degli alleati americani si è accennato all’inizio. La sig.ra Moro ricorda che al ritorno dal suo viaggio con il presidente Leone negli Stati Uniti il marito (allora ministro degli Esteri) riferì di essere stato ammonito a perseguire la sua linea di politica interna. Guerzoni però nel corso della sua audizione del 1983 ammise che, per la sua conoscenza indiretta dei fatti raccontati dall’on. Moro, sarebbe stato improprio adoperare il termine minacce in relazione alle frasi utilizzate dagli americani nei riguardi del Presidente e che sia il malore accusato durante la trasferta sia i propositi di abbandono della politica sarebbero stati una conseguenza dei disaccordi con i rappresentanti dell’Amministrazione Statunitense. Alcuni contrasti Moro li aveva avuti anche con Kissinger, meno aspri però di quanto fu in seguito riferito ai parenti. Nella sua audizione del 1995 Guerzoni ha riproposto le sue accuse, qualificando le pressioni di Kissinger, questa volta, come vere e proprie minacce. A Moro venne intimato: Se lei continua così, il suo Paese verrà strozzato da noi economicamente.

Subito dopo la situazione politica cambiò in quanto a Moro fu data la possibilità di diventare presidente del Consiglio e non si verificò alcuno strangolamento economico dell’Italia.

Sarebbe poco credibile, inoltre, ritenere che se realmente da parte degli Stati Uniti vi fosse stata la volontà di eliminare un uomo politico internazionale come Moro, gli americani sarebbero giunti addirittura a dichiararlo pubblicamente. Come osserva Leonardo Sciascia, che per primo definì il rapimento come l’affaire Moro: Ma anche l’avvertimento (o minaccia) che ebbe mentre presumibilmente si trovava in un Paese amico, e da parte di una personalità in quel Paese autorevole, non crediamo sia possibile collegarlo alla sua eliminazione: e per il fatto stesso che c’è stato. Cose del genere – lo si sa persino proverbialmente – si fanno senza dirle; il non dirle è anzi la condizione necessaria per farle.

Un altro segnale premonitore avrebbero potuto averlo gli uomini della SIP in quanto contemporaneamente all’agguato si verificò un tilt delle linee telefoniche della zona di Monte Mario che impedì ai testimoni di avvisare tempestivamente la polizia. È possibile che qualcuno all’interno della società dei telefoni sia stato a conoscenza di informazioni precise su quanto sarebbe accaduto, dimostrandosi complice delle BR? Le ipotesi avanzate dicono tra le righe che potesse esistere una brigata SIP composta da tecnici in grado di eseguire black-out controllati o che esistesse addirittura una sorta di SIP parallela guidata e manovrata dai servizi segreti.

Un testimone che non si può sospettare di alcuna contiguità con le BR, in una recente intervista andata in onda nello speciale del GRPR in occasione del 25° anniversario dell’agguato di via Fani, ha riportato il suo racconto di quel 16 marzo. Si tratta di Pino Rauti che abitando proprio in via Fani ha assistito all’ultima parte dell’agguato dal balcone di casa. Egli, dopo aver udito gli spari, si recò sul proprio balcone proprio nel momento in cui l’on. Moro venne estratto dalla Fiat 130 da due brigatisti. Rauti capì subito che si trattava di un rapimento ma, in un primo momento pensò si trattasse del costruttore Caltagirone che in quel periodo era stato bersaglio di svariate manifestazioni. Corse subito in casa per avvertire il 113 e dal centralino fu informato che si trattava dell’on. Moro. Capita la gravità della situazione pensò di impugnare la sua arma per intervenire, ma l’idea di mettersi a fare il pistolero dal balcone lo fece desistere. Anche se un tentativo di black-out fu attuato, occorre constatare come in gran parte fallì, in quanto i primi testimoni avvisarono il 113 quando l’agguato era ancora in corso.

Ecco le parole precise tratte dall’intervista.

"Rauti: Ho visto una persona che veniva accompagnata con una borsa in mano, senza neanche violenza, da due altre persone con una macchina sotto via Stresa, sotto la mia finestra. […] Mi sono precipitato al telefono. Naturalmente il centralino era occupato. Finalmente sono riuscito a sbloccarlo e a chiamare la questura e mi hanno detto, invece, che si trattava di Moro. [la telefonata di Rauti alla sala operativa della questura di Roma è stata registrata alle 9.15, nda].

Intervistatrice: La persona che lei ha visto, non l’ha riconosciuta, ma era Moro che portava una borsa.

Rauti: Portava in mano una borsa".

Naturalmente nei minuti successivi il traffico telefonico aumentò in maniera rapidissima in quanto molti residenti tentarono di avvisare le forze pubbliche e questo, secondo l’ing. Aragona (ascoltato dalla Commissione Moro in rappresentanza della SIP), causò la congestione delle linee. Tecnicamente ciò avviene quando il 5% degli abbonati di un distretto cerca di impegnare le linee con il risultato che l’utente non percepisce alcun segnale dall’apparecchio telefonico credendo di essere isolato. La situazione si normalizzò da sola con il naturale esaurimento delle chiamate a seguito dell’arrivo dei primi poliziotti. Non c’è stata dunque alcuna interruzione del servizio, ma solo l’impossibilità di comunicare da parte degli abbonati eccedenti la percentuale usuale che rende utilizzabile il servizio telefonico (come ha precisato lo stesso ing. Aragona in Commissione Moro in risposta alle incalzanti domande del senatore Flamigni).

L’azienda dei telefoni entra in gioco anche per una strana segnalazione che si sarebbe verificata alle 16.45 del 15 marzo, giorno precedente a quello dell’agguato.

Alla sede SIP del terzo tronco di Bologna giunse un Allarme NATO destinato a un gruppo di tecnici appartenenti al PO/SRCS (Personale Organizzazione/Segreteria Riservata Circuiti Speciali), struttura dell’azienda telefonica che dipendeva direttamente dalla segreteria particolare del ministero delle Poste e Telecomunicazioni e dal SISMI. Il gruppo di Bologna era costituito da 10 tecnici e, secondo la procedura di allarme, andavano avvisati in ordine di elencazione.

Nessuno di questi ingegneri ha mai voluto parlare del ruolo e del funzionamento di questo nucleo di sicurezza tranne uno, che ha rilasciato un’intervista ad Antonio Selvatici.

Il tecnico ha precisato che il raggruppamento di cui egli faceva parte aveva il compito, in caso di allarme, di mettere a disposizione circuiti dislocati nella rete pubblica per sostituire i canali ordinari e garantire ulteriori vie di comunicazione ai comandi dei servizi di sicurezza.

Fu proprio quello che accadde il 15 marzo anche se, essendo l’ingegnere tra gli ultimi dell’elenco, non fu destinatario di alcun segnale di allarme.

Dalle parole dell’ingegnere sembra proprio che l’obiettivo del PO/SRCS non fosse quello di provocare dei black-out quanto di rendere disponibili ulteriori vie di comunicazione in situazioni di emergenza. Il black-out certamente ci fu perché lo stesso magistrato Infelisi, giunto sul posto subito dopo l’agguato, fu costretto a chiamare una squadra di tecnici della SIP che confermano il blocco delle linee. È altrettanto vero, però, che Rauti riuscì a mettersi in contatto con il Pronto Intervento prima della conclusione dell’agguato. Il black-out, pertanto, si verificò solo in un secondo momento, dopo che i cittadini si precipitarono al telefono nel tentativo di dare i primi allarmi alle forze dell’ordine.

Secondo quanto raccontato dall’ex brigatista Lauro Azzolini a Sergio Flamigni, il black-out fu causato addirittura da alcuni tecnici della SIP appartenenti all’area dell’Autonomia e in contatto con le BR. Una specie di brigata SIP.

La SIP fu anche accusata di ostruzionismo nei confronti dell’autorità giudiziaria nella localizzazione delle telefonate dei brigatisti durante i 55 giorni del sequestro. Lo stesso Flamigni ha fatto notare come la SIP fosse controllata dalla Stet allora presieduta da Michele Principe, potentissimo boiardo di Stato affiliato alla P2.

Che le BR fossero in grado di contare su un aiuto da parte di simpatizzanti interni alla SIP può essere verosimile. Così come è legittimo ritenere che qualche potere forte potesse non avere poi tutto questo interesse affinché i colpevoli del sequestro venissero individuati e l’on. Moro liberato.

Ma la sovrapposizione di entrambi i ragionamenti e cioè che l’azienda telefonica fosse totalmente sotto il controllo di apparati deviati dello Stato che agivano in complicità del disegno sovversivo delle BR appare francamente inverosimile.

L’allarme lanciato alla struttura dell’azienda telefonica desta in ogni caso perplessità e anche se tali allertamenti non fossero relativi all’interruzione delle linee di comunicazione ma al loro potenziamento, vuol dire che qualcuno, nei servizi segreti, si preoccupò di fare in modo che quel 16 marzo il livello delle comunicazioni fosse garantito a prescindere da possibili eventi straordinari. Può essere un’indicazione che un qualche segnale di preallarme possa essersi verificato all’interno dei servizi? Fu forse questo preallarme a spingere in zona il colonnello Guglielmi di cui parleremo nel prossimo capitolo?

Anche presso l’Università si verificò una circostanza che, a posteriori, si sarebbe potuto interpretare come un segnale di allarme.

Nel 1999 la pubblicazione del Dossier Mitrokhin fece emergere dalla memoria del prof. Tritto un episodio risalente ai mesi di febbraio-marzo 1978, allorquando il sedicente studente russo Sergey Sokolov, in Italia per una borsa di studio, si presentò a Tritto e all’on. Moro. Il Presidente, sempre attento al mondo giovanile, lo invitò a una serie di conferenze su temi di attualità organizzate da Tritto. Lo stesso Tritto ebbe a notare come in una circostanza Sokolov si interessò sulle presenze intorno a Moro chiedendo chi fossero alcune persone che accompagnavano l’Onorevole (trattavasi, ovviamente, degli uomini di scorta).

L’on. Moro invitò Sokolov (assieme ad altri studenti) a passare dal suo studio in via Savoia il 15 marzo, per ritirare un invito alla cerimonia di insediamento del nuovo Governo Andreotti senza, peraltro, che questi lo ritirasse mai. Successive indagini (datate 1999-2000) hanno accertato che Sokolov rientrò in patria subito dopo il rapimento (23 marzo) e ritornò in Italia i primi di aprile.

Il pomeriggio del 16 marzo Tritto si recò dal sottosegretario Lettieri per raccontare l’episodio. Egli promise un suo interessamento e dopo pochi giorni mise Tritto in contatto con un funzionario (un agente del SISMI agli ordini del tenente Cogliandro) che, in poco tempo, informò l’assistente dell’on. Moro che le indagini svolte non avevano portato a nulla in particolare e che, anzi, avevano confermato il fatto che Sokolov fosse realmente un borsista presente in Italia per questioni di studio.

Tale verifica è stata recentemente oggetto di indagine dal giudice Imposimato che l’ha contestata in quanto nuovi accertamenti hanno confermato che lo stesso Sokolov, prima del sequestro dell’on. Moro, si recò anche dalla prof.ssa Morelli chiedendo di essere accreditato presso il ministero degli Esteri come studente borsista. Quando un agente del SISMI si recò da Lettieri un testimone assistette al colloquio: si tratta di Ugolini (successivamente ascoltato da Imposimato) che ascoltò l’agente giustificare la sua richiesta con il fatto che il Sokolov fosse sospettato di essere una spia russa.

Sempre secondo Imposimato gli uomini del SISMI alle dipendenze del colonnello Cogliandro, pedinarono Sokolov prima del sequestro Moro in quanto lo stesso era ritenuto uomo di vertice del KGB e responsabile delle operazioni speciali non solo in Italia ma in tutta Europa. Questo, secondo il giudice, rappresenterebbe la prova del collegamento tra le BR e i servizi segreti russi che egli aveva già supposto nella sentenza del 1982.

È comunque molto grave che la vicenda Sokolov sia giunta alla magistratura solo 20 anni dopo e che nessuno, all’epoca dei fatti, si fosse preoccupato di informare gli inquirenti degli accertamenti svolti.

La vicenda raccontata

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