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I fondamenti della relazione: Come conoscere e incontrare l’altro

I fondamenti della relazione: Come conoscere e incontrare l’altro

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I fondamenti della relazione: Come conoscere e incontrare l’altro

Lunghezza:
248 pagine
3 ore
Pubblicato:
27 ott 2013
ISBN:
9788867730100
Formato:
Libro

Descrizione

Sapersi relazionare non è una dote innata. Imparare a stare con gli altri, comprenderli, accoglierli, ma anche fare esperienza di essere compresi e accolti sono abilità che possono essere apprese e migliorate attraverso l’acquisizione dei fondamenti della relazione.
Questo lavoro indaga il tema dell’incontro con l’altro, illustrando le modalità più efficaci per conoscersi profondamente.
Pubblicato:
27 ott 2013
ISBN:
9788867730100
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Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

I fondamenti della relazione - Gino Aldi

Olos

© Copyright 2013

Edizioni Enea - SI.RI.E. srl

I edizione ottobre 2013

I edizione digitale (ebook) ottobre 2013

ISBN (libro cartaceo) 978-88-6773-009-4

ISBN (libro digitale) 978-88-6773-010-0

Edizioni Enea

Sede Legale - Ripa di Porta Ticinese 79, 20143 Milano

Sede Operativa/Magazzino - Piazza Nuova 7, 53024 Montalcino (SI)

www.edizionienea.it - edizioni.enea@gmail.com

Progetto grafico

Lorenzo Locatelli

Disegno in copertina

Federica Aragone

I diritti di traduzione, memorizzazione elettronica, informatica, multimediale, riproduzione e di adattamento totale o parziale, con qualsiasi mezzo, compresi microfilm e copie fotostatiche, sono riservati per tutti i Paesi.

Ad Antonio De Carlo, detto Peppino,

uomo silenzioso

ma di grandi virtù relazionali.

A mia madre Rosa,

la cui malattia

spinge a nuovi modi di stare insieme.

A Davide e Matteo,

perché relazionandoci

cresciamo insieme.

Indice

Prefazione di Catia Trevisani

Capitolo 1 – Cos’è una relazione?

La relazione oggi

Modello dialogico e modello atomistico a confronto

Conoscenza personale

Capitolo 2 – Come si conosce una persona?

L’uomo cartesiano e la ricerca di verità assolute

Il post-moderno e la rinuncia a modelli esplicativi

Necessità di modelli

Affrontare la complessità

Emergentismo

Strutturalismo gerarchico

Parte, tutto, formula strutturale

Livelli logici

Capitolo 3 – Com’è costituita una persona?

Lo stadio pre-riflessivo

Coscienza e autocoscienza

Consapevolezza di sé e relazione

Lo stadio riflessivo

Simbolico-spontaneo

Il senso della verità

Libertà e responsabilità

Capitolo 4 – Come si costruisce una relazione?

Rispetto

Conoscenza

Dare forma ai vissuti

Limiti

Reciprocità

Fiducia

L’amore per l’altro e l’amore per sé

Capitolo 5 – Quali sono i linguaggi della relazione?

Capitolo 6 – Primo linguaggio: il pensiero

Verità

I modi del pensiero

Il pensiero nella relazione

Capitolo 7 – Secondo linguaggio: la fantasia

La narrazione analogica

L’immaginazione

I modi dell’immaginazione

Uso dell’immaginazione

Limiti del linguaggio fantastico

Il linguaggio fantastico nella relazione

Capitolo 8 – Terzo linguaggio: le emozioni

Le emozioni e la vita emotiva

Paura

Rabbia

Tristezza

Gioia

I modi delle emozioni

Capitolo 9 – Quarto linguaggio: il corpo

I modi del corpo

Capitolo 10 – Relazionarsi

Costruire relazioni

Identità

Comunicazione

Equilibri

Crisi

Diversità

Incontrarsi

La relazione: tra visibile e invisibile

Bibliografia

Prefazione

La relazione, tema fondante per ogni persona, è in questo libro oggetto di analisi e riflessione profonda.

Oggigiorno, più che mai, siamo testimoni della crisi e del frequente fallimento delle relazioni, anche quelle più importanti per l’essere umano. Tra genitori e figli siamo passati dall’autoritarismo del passato al rapporto alla pari di oggi che distrugge ogni possibilità di educare; nelle coppie i conflitti, taciti o dichiarati, le separazioni in casa piuttosto che quelle legalizzate sono esperienza comune; sul luogo di lavoro spesso l’atmosfera è irrespirabile… non siamo più capaci di comunicare, di relazionarci, di scambiarci affetto, di tollerare le diversità dell’altro, di costruire relazioni profonde, solide e durature.

La sensazione è che si sia spostata l’attenzione su altro: successo, carriera, buona immagine di sé, denaro, realizzazioni materiali, e si sia perso di vista il valore delle relazioni. Il benessere ha portato edonismo, egoismo, debolezza di carattere, ha fatto dimenticare i veri valori e così non ricordiamo più come ci si relaziona.

Gli impegni incalzanti, la fretta, le mille cose da fare sottraggono tempo al dialogo, all’osservazione di sé e dell’altro, alla riflessione. Cosa ci si può aspettare da un ascolto stanco e disattento, da relazioni in cui offriamo solo le briciole di noi stessi perché la testa è altrove, il tutto condito da aspettative e richieste che l’altro corrisponda esattamente all’immagine che di lui ci siamo creati? Per poi dichiararci delusi e pieni di rammarico, traditi e amareggiati.

Dov’eri mentre tuo marito, tuo figlio, tua moglie, il tuo alunno ti stava esprimendo il suo sentire? Ricordi il suo volto, i suo gesti? Li hai visti? Rammenti il tono della voce, le sfumature? Dov’eri mentre ti offriva il suo punto di vista, la sua esperienza, il suo cuore?

Forse eri troppo concentrato a difendere la tua idea, la tua visione, il tuo credo… forse avevi il cuore troppo chiuso per cogliere le tue e le sue emozioni, forse eri impaurito di incontrare nelle sue parole una verità che ti fa male e ti mette in discussione.

Eppure senza relazioni o con relazioni fallimentari la vita non può essere soddisfacente e piena, l’essere umano ha bisogno di relazionarsi per stare bene e ha bisogno di reimparare saggezze perdute. Ha bisogno di riscoprire, riconoscere, riflettere sui fondamenti della relazione, unico modo per divenire consapevoli di eventuali errori, punti deboli, mancanze che, una volta corrette, possono portare benessere e piacere di vivere.

Gino Aldi, medico e psicoterapeuta, che ha fatto della relazione di aiuto la sua occupazione quotidiana, ci accompagna passo dopo passo, con perizia e abilità, a riscoprire e chiarire i fondamenti della relazione: come si conosce una persona, com’è costituita, quali sono i diversi linguaggi che consentono la relazione stessa: pensiero, fantasia, emozioni e corporeità. Linguaggi che in qualche modo abbiamo dimenticato, nonostante siano naturalmente parte integrante di ognuno di noi come esseri umani. Riportare l’attenzione su di essi consentirà alle parti sommerse, o trascurate di emergere e di rimodellare il nostro incontro con l’altro installando un circolo virtuoso che farà bene a noi e alle persone che ci circondano.

Catia Trevisani

1.

Cos’è una relazione?

La relazione oggi

Facciamo quotidianamente esperienza di relazioni, per cui dovremmo essere sufficientemente informati sul significato che ha per noi il relazionarsi con il prossimo. Nonostante la nostra esistenza si basi sulla relazione, però, notiamo che spesso il contatto con gli altri non riesce a sollevare il nostro animo da un senso di solitudine profonda, la quale sembra venire fuori nei momenti di quiete, di ripiego in noi stessi, di bilancio. Le relazioni, inoltre, non sempre si sviluppano in modo sereno; talvolta si verificano delle situazioni in cui relazionarsi all’altro può causare inquietudine o dolore, come per l’individuo che vive momenti di sofferenza, sia essa fisica, psichica o sociale e manifesta un bisogno più vivo di contatto e nutrimento amorevole.

In queste circostanze, davanti a persone che testimoniano il lato oscuro e vulnerabile dell’esistenza, siamo chiamati a svolgere un compito di sostegno e di aiuto, anche se spesso proprio in questi momenti ci sentiamo disarmati e incapaci di costruire ponti di dialogo. La relazione mostra, in sostanza, di fallire laddove essa è più necessaria, come nel caso della fragile realtà infantile o della malattia mentale. In queste situazioni i meccanismi messi in atto nelle nostre relazioni quotidiane possono rivelarsi insufficienti, e ci viene richiesta la capacità di avventurarci verso la comprensione di un modo di essere diverso dal nostro.

La relazione tra persone può essere intesa dunque come una questione semplice o di estrema complessità: dipende dall’angolatura che desideriamo assumere. Essa è semplice se immaginiamo il relazionarsi come un insieme di atti guidati da norme – quelle della buona educazione, della moda, della prescrizione medica o della fredda valutazione dell’uomo di scienza. In tutte queste situazioni le persone tendono a trasporre tra sé e l’altro un insieme di leggi generali, un si fa così, che pone in secondo piano l’essenza della relazione profonda, caratterizzata dal doversi confrontare con le persone per come sono e non per come devono essere.

Quando invece si vuole andare oltre la superficie della quotidianità e si scende in profondità, alla ricerca profonda dell’altro e di noi stessi, ecco che allora si apre l’opportunità, se non la necessità, di un viaggio di approfondimento che permette a ciascuno di essere colto nella sua unicità e di sperimentare la presenza effettiva del prossimo. Solo in questa accezione abbiamo il contatto reale tra esseri umani che si cercano e che sanno parlarsi. Solo in questo modo lo stare insieme non pone la persona sullo sfondo ma la riporta al centro della vicenda del relazionarsi, il cui scopo ultimo è quello di avvertire nello scambio sociale una fonte di nutrimento affettivo, una presenza viva capace di colmare i vuoti della solitudine e di placare, in parte o del tutto, le incertezze che si agitano in ciascuno di noi.

In questo lavoro ci occuperemo del tema dell’incontro con l’altro, e cercheremo di riconoscere le modalità più efficaci per relazionarsi con il prossimo. Cercheremo di dimostrare, sfatando il luogo comune che intende la capacità relazionale come una dote innata, che la possibilità di incontrarsi e conoscersi profondamente è una pratica che può essere appresa. Imparare a stare con gli altri, comprenderli, accoglierli, ma anche fare esperienza di essere compresi e accolti sono abilità che possono migliorare attraverso l’acquisizione dei fondamenti della relazione.

Le ragioni per cui si è a lungo trascurata la riflessione sulla natura delle relazioni interpersonali e sulla possibilità di insegnare un corretto approccio all’altro trovano radici antiche. Il prevalere di una concezione della scienza che, per capire i fenomeni, riduce la complessità, focalizzando solo gli elementi che è in grado di osservare con la lente di ingrandimento dell’esperimento scientifico, ha portato fuori dall’orizzonte di interesse un problema complesso e apparentemente inafferrabile come la persona umana e il suo modo di vivere con l’altro. Quando si è tentato di approfondire i modi di comunicare e gli scambi sociali del soggetto vivente lo si è fatto con i metodi della scienza empirica, isolando variabili, identificando correlazioni, cercando leggi esplicative di questo o quell’aspetto del modo di essere della persona.

In questo modo il soggetto scompare nei mille rivoli nei quali viene frammentato dai vari strumenti di osservazione, e perdiamo di vista il modo personale e soggettivo in cui lui, proprio lui e nessun altro, vive la realtà. La conoscenza del funzionamento neuronale è di enorme utilità per comprendere i meccanismi del cervello umano, ma non aumenta il grado di conoscenza del perché una persona è capace di amare e un’altra sa solo odiare. Anche se si potessero identificare i neuroni che si attivano durante un atto di amore e quelli coinvolti nell’esercizio dell’odio non si scoprirebbe niente di rilevante del modo specifico e unico di amare o di odiare di quella persona. Esiste una componente soggettiva nell’essere umano che resiste ad ogni forma di riduzione.

Proprio per salvaguardare questo specifico aspetto del soggetto è nata la psicologia umanistica, il cui paradigma era di opporsi alla frammentazione riduzionista della scienza biologica recuperando quello che di più specifico possiede l’essere umano. Il programma di ricerca avviato dai pensatori di quest’orientamento ha demonizzato e rifiutato ogni pratica classificatoria nel timore di incorrere negli stessi errori della scienza positiva e disumanizzare il rapporto di cura. Questo modo di procedere, rifiutando la costruzione di metodi, regole e tecniche, ha contribuito a lasciare la relazione interpersonale in una zona di mistero impedendo la costruzione di un procedere verificabile e scientifico. Sapersi relazionale era dunque questione di cuore, di saper essere, di capacità personali, e si sottraeva di fatto tale esperienza alla possibilità di essere appresa e, ancor più, verificata.

Questa contrapposizione rigida e dogmatica ha ostacolato la costruzione di una scienza del relazionarsi in cui il metodo empirico e quello umanistico potessero confluire per indagare il tema della relazione nella sua totalità. In questo modo la relazione interpersonale ha continuato a nutrirsi di un’aura di mistero e di inafferrabilità, rimanendo confinata nelle pieghe di quelle attitudini in dote ad alcuni e misteriosamente assenti in altre. Non si è resa pensabile la possibilità di poter apprendere la relazione. Non si è nemmeno inserita questa competenza come un completamento necessario di quelle professioni che fanno del sostegno alla persona la loro principale ragion d’essere. Davvero si può insegnare senza costruire relazioni adeguate? Davvero si può curare una persona senza creare una sintonia profonda con la sua sofferenza? Davvero possiamo incontrare uno straniero, un diverso inteso come persona la cui esistenza si distanzia dal comune sentire, senza possedere nessuna attitudine ad andare incontro al suo modo peculiare di essere?

Se il lettore dovesse rispondere in modo negativo a queste domande dovrebbe subito rammaricarsi del fatto che nessun insegnamento in questo senso è previsto nell’intero percorso di formazione alle diverse professioni di aiuto. È su questa grave carenza che si innesta il fallimento dei tanti buoni propositi di educatori, formatori, terapeuti, operatori sociali e volontari, i quali agiscono senza mai porre al centro del progetto la persona e senza raggiungerne la profondità esistenziale e l’unicità che la caratterizza.

Una formazione organizzata per fornire tecniche di intervento, cioè modelli universali che pretendono di adattarsi a tutte le situazioni in maniera impersonale, non educa gli operatori a relazionarsi alla singolarità dei diversi individui. Sperimentiamo i limiti di questo modello formativo ogni volta che incontriamo esperti incapaci di sintonizzarsi con le nostre esigenze, di entrare in dialogo con noi, di trasmettere quel senso di accoglienza che di per sé sarebbe fonte di benessere e confermerebbe le ragioni per cui li abbiamo consultati.

È importante notare anche come la piega tecnocratica che ha assunto la scuola italiana nell’ultimo decennio abbia contribuito a peggiorare notevolmente la qualità delle relazioni umane tra docenti e discenti e tra gli stessi docenti, trasformando un luogo di formazione in una fabbrica dal sapore vagamente tayloristico. Sono ormai acquisiti termini orribili quali produttività, efficienza, valutazione oggettiva e tanti altri che tutti insieme hanno contribuito a disumanizzare la scuola, privandola della sua principale ragione d’essere, cioè formare persone. E senza dubbio l’occhio attento del lettore potrà osservare che a dispetto di tanto ingegno tecnologico ci pare di interagire con una generazione di ragazzi sempre più smarrita, povera di prospettive, immatura, incapace di mettere a frutto ciò che apprende.

Perché la nuova generazione, destinataria di una didattica moderna, di numerosi stimoli progettuali, di un’attenzione all’infanzia ben maggiore di quella dei tempi dei loro genitori e nonni, non sembra raggiungere il risultato sperato? Forse poiché nei luoghi dell’educazione è scomparsa proprio la dimensione della persona e della relazione educativa. Forse perché chi progetta la scuola crea le condizioni affinché maestri e docenti non abbiano quasi più nulla da dirsi se non una sterile e vuota povertà di riti quotidiani. Ma non si può fare niente di più in classi pollaio di trenta alunni: gli spazi di relazione si restringono e con essi evapora la possibilità di crescita umana, di sviluppo personale, di costruzione del sé.

Se è vero che la modernità sta vivendo una profonda deriva meccanicistica che rende i rapporti umani sempre più poveri di qualità relazionale, risulta importante proporre una visione di umanità che sappia dialogare. Ripetere pedissequamente a insegnanti, psicologi, sociologi e volontari che non sanno relazionarsi, senza indicare prospettive di crescita, non è stato di grande aiuto, così come non lo è stato proporre corsi centrati solo sulla crescita personale senza spiegarne il fondamento e gli obiettivi.

Questo libro intende analizzare i fondamenti della relazione che, come vedremo meglio nelle prossime pagine, può diventare uno strumento prezioso, dal momento che l’incontro con il prossimo è sempre e comunque una possibilità di incontrare parti di se stessi. Questa potenzialità, inizialmente temuta, si rivela la principale risorsa per diventare capaci di una vera accoglienza.

Modello dialogico e modello atomistico a confronto

Il filosofo, teologo e pedagogista Martin Buber, nella sua opera più celebre, Il principio dialogico, ha scritto: Quando si dice tu, si dice l’insieme della coppia io-tu. Le ragioni essenziali della relazione stanno in queste parole. Non possiamo pensare al tu senza pensare che vi sia un io che si sta relazionando a esso. Non esiste prima l’io che in un secondo momento entra nel mondo relazionale, ma fin dall’inizio la relazione costitutiva di ciascun essere umano si fonda all’interno di un rapporto dialogico.

Lo psicoterapeuta Giovanni Ariano parla di consustanzialità dell’io-tu per intendere la natura dialogica dell’essere umano. La portata di questo assunto è rilevante se si pensa che gran parte delle scienze umane affrontano il problema della relazione come conseguenza dell’esistenza delle singole identità.

Freud ipotizzò l’esistenza di una fase autistica che verrebbe superata dalla necessità di interagire con il mondo esterno per soddisfare la pulsione: prima l’io, dunque, e solo in seguito il suo rapporto con il mondo. È il punto di vista di tutti i modelli atomistici: ci sono prima i singoli elementi, gli individui, che vengono a tessere vincoli con altre identità entrando in relazione con esse. Seguendo questo modo di intendere la natura della relazione, ciascun individuo è fatto in un certo modo e quel suo modo di essere condiziona ciò che accade quando entra in contatto con altri individui. Si può dire allora, ad esempio, che un bambino ha la caratteristica di essere testardo, disubbidiente, altruista o egoista, come se ciascuna di queste sue caratteristiche facesse parte del suo corredo personale.

Nella concezione dialogica, invece, l’identità nasce all’interno delle relazioni e il modo di essere di ciascuno è determinato dalle relazioni interpersonali di cui farà esperienza. Secondo questo modo di impostare la questione si è testardi, disubbidienti, altruisti in conseguenza delle esperienze relazionali che contribuiscono a plasmare il nostro

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