Goditi milioni di eBook, audiolibri, riviste e tanto altro ancora con una prova gratuita

Solo $11.99/mese al termine del periodo di prova. Cancella quando vuoi.

Il pensiero maschile
Il pensiero maschile
Il pensiero maschile
E-book557 pagine8 ore

Il pensiero maschile

Valutazione: 0 su 5 stelle

()

Info su questo ebook

L’opera interroga soprattutto gli uomini circa le pulsioni psicologiche e biologiche che stanno alla base dei pregiudizi e delle relazioni personali e sociali con l’universo femminile.

Pone in rapporto le analogie esistenti tra la vecchia società sessuofobica repressiva e l’attuale società sessuofila permissiva nata con la rivoluzione sessuale. Analizza tutti i fenomeni di consumismo sessuale, virtuale e non, ponendo così in luce le contiguità dell’attuale libertà sessuale priva di responsabilità con i rapporti superficiali tra i due sessi. Questi ultimi risultano pertanto caratterizzati da una sfiducia reciproca sottostante, che tuttavia viene occultata dall’attuale enfasi che i media odierni dànno al “sesso ludico”.

Nello stesso tempo l’autore descrive la forte contiguità che questa “libertà sessuale” ha con la violenza maschile e la sempre sottovalutata emergenza dei femminicidi (l’”Olocausto silenzioso”).

Pone inoltre in luce come il neomaschilismo consumistico attuale (che soggiace ai valori delle “tre p”, “potere-piacere-pecunia”) sia oggi condiviso anche da non poche donne e concorra a realizzare una malintesa e finta “parità” di genere. Esso offre oggi un’offerta di sesso sempre più sofisticata contribuendo a generare un’anonima seduzione generale sui minori, ma anche a creare nuove dipendenze come la Sex Addiction e la pornodipendenza da Internet, realizzando l’inversione del precedente tabù sessuale repressivo: infatti oggi chi sottopone a revisione critica la “libertà sessuale” viene facilmente accusato di schierarsi moralisticamente contro quest’ultima, ma anche contro la libertà di espressione e contro la stessa libertà economica di impresa (moltissime aziende infatti commerciano proficuamente sesso virtuale e non). Quest’ultima ha infatti grandemente moltiplicato lo sfruttamento commerciale della sessualità grazie ai nuovi media (e in particolare al Web 2.0) in grado di raggiungere con grande facilità la sfera più intima di soggetti di tutte le età, con l’effetto di “pilotare” atteggiamenti di consumismo sessuale reciproco tra i sessi.

Sessuofobia e sessuofilia sono dunque viste entrambe come espressioni uguali e contrarie del pensiero maschile, e la loro apparente contraddizione impedisce in genere di cogliere le possibilità evolutive di una critica costruttiva volta a procedere al superamento di queste due estremizzazioni, con l’effetto di spingere ancora e sempre il confronto uomo-donna in una relazione ancora di tipo gerarchico e cripto-patriarcale, oppure all’insegna dell’oggettificazione reciproca.

L’opera si ripropone perciò di stimolare la riflessione profonda degli uomini sotto più aspetti, spingendoli a sperimentare l’amicizia e la fratellanza con le donne a partire dal superamento di quei tratti genetici, rafforzati dalla sociocultura, che hanno costruito l’attuale identità maschile: un cocktail, molto spesso micidiale, composto di infantilismo edipico, utilizzo e disprezzo della donna, narcisismo psicologico e culturale, autoritarismo patriarcale e consumismo sessuale. Propone pertanto una revisione dei rapporti di genere che faccia dunque ordine e chiarezza tra fattori naturali e condizionamenti culturali interrogandosi sulle possibilità evolutive della sensibilità del genere maschile
LinguaItaliano
Data di uscita17 apr 2013
ISBN9788891109118
Il pensiero maschile
Leggi anteprima

Correlato a Il pensiero maschile

Libri correlati

Recensioni su Il pensiero maschile

Valutazione: 0 su 5 stelle
0 valutazioni

0 valutazioni0 recensioni

Cosa ne pensi?

Tocca per valutare

    Anteprima del libro

    Il pensiero maschile - Stefano Bovero

    ibid.

    PARTE PRIMA

    I

    IL MONDO DIVISO IN CLASSI. ANZI, IN SESSI.

    In tutto il pianeta, con scarsissime eccezioni, le risorse produttive sono netto appannaggio degli uomini, qualsiasi sia il tipo di sistema economico. E così dicasi del potere politico, democratico o autoritario che sia.

    Ma ciò che deve più far riflettere gli uomini è la sproporzione fra questa situazione e gli elevati livelli della produttività economica femminile raggiunti in tutto il mondo. Idem dicasi circa l'disuguaglianza di genere nel reddito, malgrado il lavoro svolto dalle femmine sia quantitativamente molto superiore a quello svolto dai maschi, e non solo per via del doppio carico (lavoro esterno più lavoro domestico e cura della prole).

    Oggi, su 37 milioni di persone che vivono sotto la soglia della povertà nella società a maggior reddito, quella degli stati Uniti, 21 milioni sono donne (dati dell'Ufficio Censimento USA, 2006). Nell'intero globo, su dieci persone affamate croniche sette sono donne.

    Parlando di attività produttive umane (relative cioè alla produzione di beni e servizi) mondiali, è noto che molte di queste non vengono retribuite (es.: il lavoro domestico, ma non solo) e più dei due terzi di tale lavoro non pagato, equivalente addirittura ad uno stratosferico 50 per cento dello stesso PIL mondiale, è svolto da donne.

    Non solo, le donne svolgono oggigiorno circa il 65 per cento del lavoro mondiale ricevendo appena il 10 per cento del reddito mondiale e possedendo l'inezia dell'uno per cento dei mezzi di produzione mondiali.

    Le donne costituiscono quindi la grande maggioranza dei poveri e sono il principale soggetto di ineguaglianza nel mondo.

    Questa realtà globale è ampiamente sottovalutata dalla cultura ufficiale e resta per lo più misconosciuta.

    Quali le cause di questa ingiustizia, tanto macroscopica ed evidente quanto trascurata ? L'ineguale possibilità di accesso alle risorse e alle opportunità rispetto agli uomini; le discriminazioni legate all'utilizzo della terra e alle leggi di successione; l'ineguale distribuzione delle risorse familiari.

    Secondo i dati del 2005 relativi all'Africa Subsahariana le donne provvedono al 70 per cento del lavoro agricolo e producono ben il 90 per cento del cibo di quell'area pur non essendo minimamente rappresentate nelle discussioni governative relative alle voci di bilancio.

    In Africa sono le donne a seminare e a raccogliere nei campi, a comprare e vendere nei mercati, a creare piccole imprese produttrici di reddito e di posti di lavoro. E tutto questo nonostante siano di norma escluse dai corsi di formazione e dalle sovvenzioni statali, siano discriminate dalle autorità e dai fornitori, siano regolarmente ostacolate dalle famiglie e su di loro gravi l'intero peso dell'allevamento dei figli.

    Coltivano l'80% del cibo africano, ma i ricavi spettano per tradizione soltanto agli uomini delle loro famiglie (uomini che non di rado si rivelano sfaccendati, dediti all'alcol e alla promiscuità sessuale) e ricevono a stento solo il 10% del credito.

    Esistono accreditate proiezioni economico-statistiche che attribuiscono all'Africa serie potenzialità di uno sviluppo agricolo autosufficiente e persino con possibilità di esportazione del surplus alimentare, qualora il potere politico smetta di ostacolare le donne africane nel loro ruolo centrale in agricoltura. (Per la cronaca, il pregiudizio sessuale maschile africano fa sì da creare ostacoli finanziari persino alle donne dotate di elevato capitale proprio). Tutto questo significa che il lavoro imprenditoriale femminile africano è ad altissima produttività; e che un'opportuna revisione dei servizi finanziari farebbe fare un enorme salto di qualità al Continente Nero.

    Ma l'attività femminile africana non riguarda solo il lavoro agricolo: stanno infatti sensibilmente aumentando le donne africane imprenditrici nel green, nel sociale e nel digitale, nonché le varie blogger ed attiviste per i diritti umani (come la premio Nobel per la pace 2011 Leymah Gbowee, organizzatrice di un movimento pacifista che è stato in grado di riunire donne musulmane e cristiane).

    Nonostante tutto questo, le strutture del potere mondiale maschile dimostrano, al contrario, di non avere alcuna intenzione di sfruttare le potenzialità della produttività femminile di cui sopra. Tutte le strutture, economiche, politiche ed antropologiche, concorrono pervicacemente nel tenere donne e bambine segregate e senza istruzione, perciò deprivate delle possibilità di svilupparsi e di farle concorrere allo sviluppo delle loro nazioni.

    A livello educativo, per esempio, i due terzi dei bambini del mondo privati dell'istruzione primaria sono femmine.

    A livello politico, la media mondiale delle donne presenti in Parlamento è appena del 17,3 per cento.

    Tra gli stessi paesi più sviluppati, e in particolare negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, solo il 10 per cento delle donne sono dirigenti. E i salari continuano ad essere sbilanciati a favore degli uomini.

    E' importante conoscere queste realtà, soprattutto per noi uomini, giacché esse vengono ad assumere un ulteriore notevole significato propositivo se comparate con questi ulteriori dati :

    – gli istituti che erogano microcredito nei PVS (Paesi in Via di Sviluppo) attestano che le donne hanno livelli di restituzione (dei capitali loro prestati) superiori a quelli maschili; investono più oculatamente e fruttuosamente a livello produttivo e sono meno inclini al rischio;

    – Analogamente, una ricerca su scala mondiale indica che i guadagni finanziari (cioè da titoli) femminili superano quelli maschili del'11-18 per cento in quanto le donne risultano più prudenti negli investimenti a lungo termine.

    Lo stesso rapporto prosegue quindi su un dato particolarmente drammatico: la violenza privata mondiale sulle donne, fenomeno tanto generalizzato ed endemico e a diffusione abbastanza omogenea nel mondo; essa ha anche enormi effetti economici in quanto comporta una diminuzione del PIL mondiale pari a un miliardo e ottocento milioni di dollari. E' appena il caso di ricordare che, dato il vastissimo, endemico e generalizzato vezzo maschile planetario di usare violenza (fisica, ma anche morale, verbale e gestuale) sulle donne, l'ONU ha avvertito la necessità di istituire nella giornata del 25 novembre la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne.

    Nel mondo infatti (dati di Amnesty International 2009)

    – il 70 per cento delle donne vittime di omicidio sono state uccise da partner o da ex partner;

    – nella sola Europa occidentale le donne avviate alla prostituzione forzata sono almeno 500.000;

    – le donne al mondo che subiscono la mutilazione totale o parziale dei genitali raggiungono la spaventosa cifra di 135 milioni di individui;

    ogni minuto d'orologio una donna decede per mortalità puerperale: da complicanze della gravidanza (la maggior parte delle quali causate da precarie condizioni igieniche) o dalla mancanza di sia pur semplici presidi sanitari o farmaceutici;

    – dei circa 300.000 bambini-soldato arruolati a forza dai signori della guerra in Asia e Africa, fanno parte moltissime bambine che, a differenza dei maschietti, non vengono liberate dai combattenti adulti nell'ambito dei programmi di ricupero governativi avviati sotto la spinta dell'azione di organizzazioni mondiali umanitarie, poiché vengono considerate da questi combattenti come loro personale proprietà sessuale.

    Infine, per chi volesse documentarsi fino in fondo sui livelli di ineguaglianza di genere istituiti dalle culture patriarcali più vecchie e poi mantenuti da quelle attuali, resta da vedere un'altra infame contabilità, quella dei matrimoni forzati e dei cacciatori di dote, tradizioni queste che sanciscono nel modo più conclamato la continuità tra passato e presente del potere sociale ed economico maschile sulla donna. In proposito, ricordiamo un vecchio dato di un rapporto della Banca Mondiale del 2000, secondo il quale quattro milioni e mezzo di donne, ragazze e bambine venivano vendute ogni anno per fini di prostituzione, schiavitù domestica o, giustappunto, nozze forzate. Dopo tredici anni la situazione non appare migliorata.

    Facciamo un' ipotesi. Se tutte le donne del mondo si mettessero a scioperare per far cessare o almeno attenuare l'ingiustizia del doppio carico di lavoro (familiare ed extrafamiliare) presente in quasi tutte le società mondiali, il potere maschile dovrebbe automaticamente ridimensionarsi in quanto sarebbe, molto probabilmente, costretto:

    – 1) ad una drastica riduzione della propria quota di reddito per potersi pagare quei servizi che ora vengono svolti gratis dalle donne nelle famiglie, e/o

    – 2) a ridurre le ore del proprio lavoro per dedicarsi ai lavori domestici e alla cura dei figli; mentre le donne, in quest'ipotesi immaginaria, liberate in tutto o in parte dal lavoro domestico, andrebbero ad occupare la porzione di lavoro lasciata forzosamente libera dagli uomini, cosicché aumenterebbe la quota di reddito mondiale delle donne.

    L'ipotesi è fantascientifica perché il potere maschile, pubblico e privato, ha da sempre utilizzato numerose ed efficaci armi per perpetuarsi dinanzi alle istanze femminili di giustizia e di eguaglianza, e quindi per opporsi e reprimere le iniziative di emancipazione da parte femminile: dalle legislazioni penalizzanti presenti un po' dovunque fino alla vera e propria violenza punitiva (e spesso impunita) di genere (le vicende di società come quella messicana, guatemalteca o di molti paesi dell'ex URSS ne costituiscono alcuni tra gli esempi più noti e più crudi), incluso il ricatto, spesso esercitato sui figli, forse l'arma maschile più vile e tradizionalmente vincente sulle donne. Tuttavia l'ipotesi che abbiamo fatto può essere utile per far comprendere le attuali e reali proporzioni dell'ineguaglianza mondiale di genere.

    Un ultimo dato statistico del rapporto precedente: se uomini e donne avessero pari influenza nei pareri decisionali, i bambini malnutriti diminuirebbero significativamente: 13,4 milioni in meno nell'Asia Meridionale ed un milione e settecentomila in meno nell'Africa Subsahariana.

    Questi dati dovrebbero essere sufficienti ad avallare le tesi secondo cui le ingiustizie inerenti alla distribuzione della ricchezza tra le nazioni e tra le classi sociali vengono dopo quelle relative alla discriminazione socioeconomica tra i generi. Il sottosviluppo sembra cioè poggiare a sua volta su quello che si presenta quasi ovunque come un autentico apartheid sessuale.

    Ricapitoliamo: tutti i principali indici sociologici, economici e statisticodemografici su vasta scala concorrono ad individuare nel miglioramento dell'autonomia economica, sociale e sessuale della donna l'aspetto più urgente e rilevante necessario a generare valore aggiunto e sviluppo nelle regioni mondiali a reddito più basso.

    E, come segnalato da tutte le organizzazioni non governative per i diritti umani e dalle stesse agenzie ONU, l'incremento di ricchezza nelle regioni citate a vantaggio delle classi sociali più povere eliminerebbe molte occasioni di conflitto che costituiscono i presupposti per le guerre etnicotribali, e vi promuoverebbe governi più stabili costringendo, tra l'altro, i numerosi produttori e mercanti d'armi a dover riconvertire le loro lucrose e insanguinate attività.

    In buona sostanza la sottrazione del genere umano alla piaga endemica del sottosviluppo passerebbe innanzi tutto attraverso il potenziamento delle opportunità femminili e quindi dall'immediata necessità di promuovere l'istruzione da garantire alle bambine africane, asiatiche e latinoamericane. Questo porterebbe ad una maggiore autonomizzazione economica delle donne, alla crescita della loro dignità di esseri umani e quindi all'eliminazione progressiva dell'infibulazione e della dote. Ed infine, quanto meno in prospettiva, condurrebbe ad una classe dirigente femminile in grado di incidere significativamente sull'attuale assetto di quelle regioni.

    Ma soprattutto determinerebbe una diversa educazione delle loro figlie, che in tal modo crescerebbero con la consapevolezza di un ruolo sociale decisamente più attivo e non più discriminato sin dalla nascita; nonché dei loro stessi figli maschi, i quali interiorizzerebbero la figura materna, e quindi la figura femminile, come un soggetto non più debole e sottomesso, ma socialmente ed economicamente rilevante, verso il quale comincerebbero a rapportarsi da una posizione di maggiore attenzione e rispetto anche dal punto di vista sociale e culturale, e non più da una posizione di sprezzante superiorità sessuale. E questo indurrebbe le prossime generazioni ad abbandonare le norme sociali più arcaiche, che a loro volta ostacolano sia i diritti civili ed economici femminili, sia lo stesso sviluppo dei PVS.

    Ma ci sono ulteriori aspetti, relativi alle differenze tra donne e uomini, che meritano di essere riportati. Secondo una ricerca di Lifestyle pubblicata su Internet a luglio 2010 negli Stati Uniti,

    – le donne risultano più resistenti degli uomini agli incidenti stradali (uno studio effettuato in Pennsylvania ha rilevato che i conducenti maschi hanno il 77 per cento di probabilità in più di morire in auto);

    – il 53 per cento delle donne cerca il confronto e confida i propri problemi con amici o amiche, contro il 29 per cento degli uomini che fa la stessa cosa; lo scostamento diventa più forte se prendiamo in considerazione il ricorso allo psicologo;

    – i perdenti lavoro (prima dell'inasprirsi della crisi globale, ovvero fino al 2010) erano per l'80 per cento maschi e per il 20 per cento femmine;

    – il numero di laureate supera quello dei laureati, che vanno fuori corso in numero maggiore e si laureano in ritardo rispetto alle prime;

    – le donne privilegiano mediamente diete a base di frutta e verdure, mentre gli uomini preferiscono decisamente pizza surgelata e carni rosse (da uno studio effettuato dall'Università del Minnesota sui comportamenti alimentari);

    – la soglia del dolore tra le donne si presenta mediamente più alta e il sistema immunitario femminile risulta più forte, probabilmente a causa del fatto che le donne sono più abituate a darsi da fare anche quando sono malate;

    – le donne, infine, sono più responsabili ed organizzate, essendo abituate a gestire il doppio carico di lavoro (esterno e domestico).

    Questo report potrebbe forse risultare un po' di parte, ma esistono ulteriori dati circostanziati, parimenti lusinghieri e prestigiosi per il genere femminile. Nel 2009 La Boston Consulting Group ha pubblicato su Newsweek la notizia, ripresa dalla CNN, relativa alle proiezioni al 2014 delle capacità di guadagno mondiale da parte di imprese gestite da donne: 18.000 miliardi di dollari, con un incremento di circa il 28 per cento rispetto al 2009.

    Benché precedente alla depressione economica che ha colpito gli Stati occidentali a causa della crisi dei loro debiti sovrani, il dato rimane molto serio, tanto da essere stato ufficialmente suffragato dalla stessa Banca Mondiale, la quale ha definito Economia intelligente gli investimenti finanziari nelle imprese femminili.

    Inoltre il dato è anche congruo con quello relativo al numero delle aziende maschili che hanno chiuso a causa della crisi finanziaria mondiale esplosa nel 2008, numero che appare maggiore di quello delle aziende gestite da donne che hanno chiuso i battenti. Le donne infatti preferiscono investire in settori relativamente più stabili come educazione, sanità e servizi.

    La pretesa inferiorità femminile (o anche solo la differenza femminile) costituisce il presupposto che ha sempre giustificato l'agire delle società a prevalente cultura maschile, cosa che ha così facilitato anche la riproduzione della gerarchia dei ruoli sessuali nello stesso pensiero del singolo soggetto maschile.

    Tuttavia, messe di fronte alle realtà di cui sopra, le nuove generazioni maschili saranno sempre più costrette a farvi conti e quindi, volenti o nolenti, a rivedere gran parte degli atteggiamenti e delle convinzioni tradizionali.

    Esaminando le differenze di genere sui caratteri psicologici, gioverà ricordare che già negli stessi anni Settanta e Ottanta, periodo gravido di ricerche scientifiche sulle differenze tra i sessi, era emersa la superiorità femminile in varie abilità quali l'espressività non verbale, lo stile democratico di leadership, le strategie di coping (competenza efficace) nell'affrontare situazioni umane problematiche, la resistenza all'influenza sociale e persino lo sviluppo della personalità.

    Fermo restando che l'impalcatura encefalica non presenta particolari differenze organiche tra i due sessi, va detto che sul piano dell'intelligenza cognitiva restano appannaggio dei maschi le abilità matematiche e quelle relative all'orientamento e all'abilità spaziale, mentre le donne eccellono maggiormente nella coordinazione e fluenza dell'eloquio, nella conoscenza di un maggior numero di vocaboli e nell'abilità manuale fine. Dalle ricerche più recenti si è rilevato che, statisticamente, la somiglianza tra i due emisferi e la stessa capacità di effettuare connessioni tra di essi è maggiore nel cervello femminile. Questo sembra giustificare il fatto che, in caso di danno cerebrale, la donna appaia avvantaggiata dalle sue maggiori capacità di recupero, mentre l'uomo sarebbe, secondo alcuni, più avvantaggiato nelle situazioni non patologiche, forse grazie al fatto che, mediamente, il suo cervello pesa 45 grammi in più, per cui potrebbe avere a disposizione più neuroni e quindi, in teoria, più possibilità di formare dendriti e, potenzialmente, più connessioni sinaptiche. Tuttavia, al momento, nemmeno questo è stato ancora dimostrato.

    Infatti anche quest'ultima diversità, cioè la differenza di peso encefalico, pare assai relativa e in definitiva irrilevante se pensiamo che i cervelli di Einstein e di Dante avevano un peso sotto la media e soprattutto che non è mai stato scientificamente appurato alcun nesso tra peso encefalico e capacità mentali. Senza contare che il cervello maschile pare invecchiare più precocemente di quello femminile (cfr cap. XXIII).

    Nel 2012 una ricerca condotta dallo psicologo James Flynn (un uomo, dunque) sulle variazioni del Quoziente Intellettivo di entrambi i sessi negli ultimi decenni in paesi abbastanza diversi tra loro (tra i quali Nuova Zelanda, Argentina ed Estonia) ha messo in luce i maggiori progressi avvenuti recentemente nelle donne, il cui campione ha mostrato risultati più alti rispetto all'omologo campione maschile. Secondo questa ricerca il sorpasso avrebbe origini recenti e sarebbe stato indotto dalle continue e maggiori sollecitazioni nonché dalle difficoltà socioambientali che la postmodernità ha imposto soprattutto alla vita delle donne .

    In generale va comunque detto che tutte le ricerche più recenti sono mirate non tanto a definire le superiorità di un sesso rispetto all'altro, quanto le differenti modalità di approccio e di adattamento alla realtà da parte dei due sessi. Per esempio, anche se un dato costante nelle ricerche è stato per molto tempo il netto primato nell'aggressività da parte maschile, oggi si tendono invece a porre maggiormente in risalto le diverse modalità con cui i due sessi agiscono la loro aggressività.

    Un'importante ricerca di Helen Fisher, docente di antropologia alla Rutgers University (USA) e pubblicata in Italia ha analizzato le diversità nel linguaggio usato dai due sessi per porsi nei confronti del mondo.

    In base alle sue risultanze le donne risultano person oriented ed applicano un pensiero a rete là dove gli uomini sono object oriented ed applicano un pensiero a gradini (1).

    In sostanza le donne sarebbero dotate di maggiori capacità empatiche, di una più elevata capacità di leggere le emozioni e quindi di assumere la prospettiva di un'altra persona: il cosiddetto perspective taking (2). Ne risulterebbero così spiccatamente evidenziate le attitudini femminili sociali al negoziato e all'aiuto, nonché alla conciliazione tra cooperazione e competizione.

    Alcuni anni fa un noto bestseller di John Gray (3) era già pervenuto a conclusioni simili: gli uomini sono più portati a perseguire obiettivi risolvendo i relativi problemi con efficienza razionale e si ritirano in silenzio dalla relazione quando lo stress diventa per loro eccessivo. Mentre le donne, all'opposto, puntano di più proprio alla relazione e al bisogno di essere amate; per cui per loro è più importante parlare dei problemi come modalità per rinsaldare le relazioni, elaborando e scaricando lo stress nella comunicazione.

    La diversità di fondo è notevole, addirittura polare. Al di là dell'influsso biologico del genotipo femminile, riteniamo altamente probabile che l'attitudine sociale femminile al negoziato, all'aiuto e alla cooperazione sia dovuto anche all'ancestrale abitudine femminile ad assolvere più funzioni rispetto ai maschi, a causa della doppia responsabilità del lavoro e della famiglia.

    Già nel Paleolitico le donne infatti procuravano il cibo come raccoglitrici, curavano ed allevavano la prole ed amministravano le risorse domestiche. Le ere successive ratificarono poi queste tendenze inserendole e codificandole rigidamente nei sistemi sociali e politici, vale a dire definendo tali competenze femminili come ideali nel contesto privato (e quindi molto comode e vantaggiose per i maschi), ma non funzionali all'amministrazione pubblica e alle decisioni collettive.

    E quando la crescita della popolazione costrinse le comunità a reperire ulteriori risorse spingendo i maschi a trasformarsi in cacciatori-predatori, fu forse proprio la stimolazione dell'aggressività che derivò in loro da questa attività a indurre questi ultimi a sottomettere gerarchicamente le donne anche nel privato.

    Ma, al di là delle origini preistoriche dell'ingiustizia sociale e di genere si può ancora dire che le differenze caratteriali e attitudinali afferenti i due sessi sono connesse soltanto ad abitudini socioculturali, trasmesse per mezzo dell'educazione e dell'organizzazione delle strutture produttive ed amministrative che si sono avvicendate di generazione in generazione ?

    Dalle ricerche neurofisiologiche e psicobiologiche più recenti è emerso che le aree cerebrali del lobo temporale, ovvero i circuiti dell'aggressività, risultano più attive negli uomini, mentre nelle donne sono invece più attive le aree del lobo cingolato, deputate all'accudimento e ai sentimenti sociali.

    Più in generale, nel cervello dei mammiferi, detto cervello mammaliano, si è evoluto l'asse ipotalamo-ipofisi; esso produce la diade ormonale vasopressina-ossitocina, che a seconda delle diverse specie animali definisce varie modalità di accoppiamento (per esempio, le coppie di alcune specie sono stabili per tutta la vita, altre sono invece decisamente promiscue). Dal rapporto equilibrato di questi due ormoni dipende perciò anche negli umani la stabilità sessuale, l'attaccamento e la fedeltà nella coppia.

    Negli uomini la vasopressina prevale rispetto all'ossitocina e veicola soprattutto l'aggressività, l'assertività e il senso del territorio, mentre nelle donne è invece più abbondante l'ossitocina, collegata alla risposta sessuale e sociale. L'ossitocina è infatti un ormone che riduce ansia e stress, promuove la fiducia, la generosità e l'empatia nelle relazioni sociali e favorisce i legami affettivi e sessuali e il controllo delle pulsioni.

    Biologicamente parlando, l'ossitocina è forse la sostanza neurochimica maggiormente in grado di promuovere la stessa coscienza di specie sotto forma di stimolo a vedere negli altri esseri umani dei conspecifici con cui dialogare e non già degli stranieri di cui aver paura o degli avversari con cui competere per le risorse (salvo nel caso in cui questi ultimi mettano in pericolo la prole della femmina in questione).

    Non a caso una ricerca dell'Istituto Karolinska di Stoccolma, pubblicata dalla rivista scientifica inglese Proceedings of National Academy of Sciences nel settembre 2008, ha scoperto che il gene RS3334, recettore della vasopressina, è effettivamente legato all'infedeltà ed agisce sui segnalatori del senso della fiducia diretti all'amigdala.

    A livello etologico livelli sufficientemente alti di ossitocina si traducono perciò in comportamenti disponibili all'egualitarismo, ovvero nella definizione di un carattere di fondo ricettivo-protettivo, pacifico, socialmente cooperativo e non competitivo.

    Caratteristiche materne, quindi. Materne intese anche in senso lato e persino extraspecifico, cioè dirette a garantire sicurezza non solo alla propria prole, ma anche a quella altrui: questo fenomeno risulta visibile anche negli animali allorché le femmine giungono a dedicarsi a cuccioli non conspecifici (vedi l'esempio, tipicamente mammaliano, delle cagne che adottano e allattano gattini, delle gatte che adottano ed allattano conigli, ecc.). Nell'animale umano lo stesso fenomeno lo vediamo invece allorché si prende amorevolmente cura di cani, gatti ecc., provando tenerezza e mobilitando accudimento nei loro confronti.

    Gioverà però ricordare ancora la funzione dei giusti livelli di vasopressina, complementare all'ossitocina, nel regolare la stabilità delle coppie e quindi nell'assicurare la crescita tranquilla e ordinata della prole garantendo con ciò la continuità della specie.

    Tornando all'infedeltà, un altro studio (Justin Garcia, 2009) ha attribuito quest'ultima alla variante del gene DRD4, il quale rilascia un eccesso di dopamina, neurotrasmettitore implicato nel meccanismo del piacere e della ricompensa. Lo studio ha tuttavia ammesso che non tutti quelli che hanno questo genotipo commettono infedeltà (anche se nel campione studiato la percentuale era significativamente elevata) e che si tratta quindi di un gene che aumenta solo le probabilità di commetterla.

    Da tutti questi dati sembra davvero che il genotipo femminile, mediamente parlando, sia maggiormente dotato di abilità sociali. Ne consegue che la sua sottovalutazione da parte del pensiero maschile, cosa che determina la sottoccupazione della donna nei ruoli e nelle funzioni sociali più importanti, appare, quanto meno, un considerevole spreco di risorse umane, là dove, a sua volta, il genotipo maschile appare spesso eccessivamente condizionato dall'esercizio del potere, ovvero dipendente e logorato ad un tempo da quest'ultimo.

    Rapportiamo queste conclusioni a livello sociale. Il caso italiano appare quanto mai paradigmatico: a fronte di una migliore tenuta delle imprese femminili durante la crisi economica iniziata nel 2008, le donne

    – incontrano forti ostacoli nel conciliare le esigenze lavorative con quelle familiari (soprattutto per le carenze nelle strutture per l'infanzia);

    – trovano sensibilmente meno lavoro della media delle donne europee e, a parità di lavoro, percepiscono salari inferiori anche del 30 per cento a quelli dei colleghi maschi (l'Italia è all'84° posto al mondo per le pari opportunità e al 72° per le disparità salariali di genere);

    – tendono in misura crescente ad interiorizzare la pubblicità dei modelli di donna-oggetto restituiti al pubblico da gran parte parte dei mass media (Qual è l'obiettivo della tua vita ? Oh, che so…sposare un calciatore…Fare l'attrice…Diventare una velina…Far parte delle ragazze del Billionaire…Perché no, vincere il concorso di Miss Italia ! Insomma, distinguermi dalla massa…essere soprattutto trasgressiva, no ?. Cioè ? Beh, per esempio…facendo un calendario fotografico o partecipando anche ad un film hard, se necessario… La escort ? Mah… sì, potrei anche pensarci, ma intendiamoci, lo farei solo negli ambienti 'giusti'…magari solo ogni tanto o solo per un po', giusto per mettermi a posto…)

    Cominciamo a tirare qualche somma. Non fa meraviglia che una buona fetta della coscienza collettiva maschile, educata a sentirsi da sempre superiore, posta di fronte ai dati statistici che vedono i maschi sempre più in secondo piano rispetto alle femmine, reagisca mediamente con comportamenti che, pur essendo variegati, malcelano invariabilmente insofferenza e resistenza, se non una vera e propria reazione culturale di genere.

    Nel soggetto maschile, infatti, è normalmente poco presente la consapevolezza che una donna debba fare più fatica di un uomo per procurarsi le stesse opportunità di reddito di quest'ultimo (escort a parte, ovviamente); che quando questa esce di casa il suo diritto alla libera circolazione si fa decisamente più ridotto rispetto a quello maschile, in quanto deve fare ben più attenzione ad evitare molestie ed aggressioni; che le pari opportunità tanto propagandate a livello politico sono in realtà ancora ben lungi dall'essere raggiunte sia a livello pubblico-politico che a livello del privato sociale.

    Tutto questo è vissuto dalla maggioranza di noi maschi come un dato di fatto relativamente immutabile, anzi, noi uomini-medi italici riteniamo generalmente che i tempi odierni per la donna siano già molto migliori di quelli passati; ("e dunque, che cosa vogliono ancora ?") per non parlare poi di quelli di noi che ritengono che le donne oggi hanno già acquistato fin troppo potere o che addirittura mettano in pericolo l'egemonia maschile, vale a dire quella giusta e logica che rientra da sempre nell'ordine normale e naturale delle cose.

    Ma il potere economico, sociale, culturale e politico maschile (che abbiamo visto essere costruito sulla disuguaglianza tra i sessi), per potersi riprodurre e giustificare, deve partire da quello connesso con le differenze sessuali, strutturandosi ed organizzandosi intorno ad una diffusa miriade di convinzioni e di poteri individuali.

    Quando parliamo di potere e società maschili perciò non intendiamo solo parlare di dimensioni o di entità globali e collettive dove tutti i soggetti vi recitano più o meno l'anonima parte di inconsapevoli protagonisti passivi e nelle quali possono al massimo prendere posizione ideologica senza sentirvisi coinvolti. Al contrario quanto andiamo sostenendo, malgrado le necessarie astrazioni analitiche e sintetiche del caso, affonda le sue radici in disamine che hanno come referente il concreto soggetto personale, i suoi condizionamenti e le sue specifiche scelte.

    Ne consegue che, per proseguire nell'analisi del pensiero maschile, diventa allora necessario comprendere quali sono i meccanismi che esso utilizza nella sua relazionalità personale e concreta con l'altro sesso. E passare perciò da una trattazione macroantropologica di genere, cioè quella che abbiamo finora effettuato con tanto di dati ed osservazioni generali, statistiche globali ecc., ad una trattazione microantropologica, fondata cioè sul pensiero e sull'azione-relazione del singolo soggetto maschile.

    In buona sostanza, è importante che ogni soggetto maschile si interroghi sugli atteggiamenti e sull'intensità con i quali egli ha partecipato e partecipa alle due modalità fondamentali con cui la società maschile ha edificato e conduce tuttora il suo dominio. Esse sono:

    1)la repressione sessuale derivata dalla precedente società autoritaria;

    2)la successiva liberazione sessuale da cui ha preso forma l'attuale società ipersessualizzata.

    (1) Helen Fisher - La mente della donna, ed. Red, Milano 2000

    (2) ibid.

    (3) John Gray - Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere, ed. Sonzogno 2005

    II

    LA RIVOLUZIONE SESSUALE: DALLA SESSUOFOBIA ALLA

    SESSUOFILIA

    Partendo dall'angolo visuale della società occidentale, occorre soffermarsi innanzi tutto sul fatto che ciascuno dei due sessi ha adottato varie e variegate strategie di risposta e di adattamento ad una temperie che, sessuofobica ed autoritaria oppure sessuofila e libertaria che sia, sicuramente in buona misura sessuocentrica è, e questo sembra valere particolarmente per la società occidentale, dove il sesso è ormai diventato un vero e proprio mito antropologico.

    Sessuocentrica, nel senso che il riferimento all'esercizio della sessualità nei suoi vari modi e tempi è passato dalla condizione di ferreo tabù sociale pre e post-bellico durato almeno fino a tutto il decennio degli anni Cinquanta, a riferimento preferito della società mediatizzata di oggi, condizionando fortemente i costumi di appena due-tre generazioni: dalla sessuofobia di ieri, che creava rigide strutture economico-sociali e precise categorie di pensiero culturale e giuridico e che si poneva freudianamente alla base delle patologie nevrotiche, fino alla sessuofilia diventata nettamente e trasversalmente presente nel vasto e pervasivo mondo dell'odierna comunicazione mediatica. Tanto da aver ormai creato nuove patologie nevrotiche di notevole importanza sociale come la Sex Addiction (ovvero il Disturbo da Dipendenza da Sesso) e la pornodipendenza da Internet, due patologie che oggi affiancano i classici, tradizionali disturbi sessuali (anorgasmia, dispareunia, eiaculatio praecox, impotentia coeundi) e le varie parafilie (esibizionismo, voyeurismo, ecc.), ma che sembrano avere un ruolo anche nella comparsa di fenomeni nuovi e meno conosciuti come l'anoressia sessuale e come lo stesso AVEN, un forum on line che raccoglie le opinioni incrociate di migliaia di asessuali, ovvero soggetti, maschi e femmine, che non provano alcun desiderio sessuale e, pare, non ne soffrono minimamente).

    Pensiamo ad un celebre film cult del 1959 prodromo della rivoluzione sessuale, Scandalo al sole, dove la polizia si muove in massa con un numero incredibile di volanti per arrestare un ragazzo e una ragazza di buona famiglia che, fuggiti insieme, hanno probabilmente avuto rapporti sessuali tra loro e, quindi, dovranno essere condotti in una struttura correzionale per salvaguardare l'intera società dalla corruzione dei costumi dovuta alle nuove tendenze giovanili all'uso più libero della sessualità.

    Pensiamo a quanto fece scalpore il caso di Fausto Coppi, il Campionissimo del ciclismo italiano e mondiale degli anni Cinquanta, allorché, dopo che ebbe lasciato la moglie ed iniziato una relazione con una donna sposata, la sua decisione di andare a convivere con quest'ultima provocò l'intervento della magistratura, la quale fece fare un sopralluogo dei Carabinieri nella casa dove vivevano i due adulteri per verificare de facto se essi dormivano effettivamente insieme.

    E pensiamo ancora alle ragazze arrestate sulle spiagge italiane nella lontana estate del 1960, ree di aver osato indossare il bikini (il due pezzi, come veniva chiamato allora) mostrando il ventre e la schiena.

    Possiamo perciò constatare come, a partire da pochissimi anni dopo questi fatti, quel grande cambiamento dei costumi denominato rivoluzione sessuale abbia fatto sì che la società sessuofobica si sia gradualmente ma sistematicamente modificata pressoché in toto, dapprima lentamente, poi sempre più in progress, promuovendo un vigoroso interesse mediatico per il sesso fino ad arrivare a sdoganarlo e ad elevarlo al rango di libertà individuale fondamentale, ed infine a proporlo definitivamente come sofisticatissimo bene di consumo. Tanto che gli stessi concetti di pornografia e buon costume hanno da allora subìto una mutazione di significato come pochi altri termini significanti nell'ultimo mezzo secolo.

    Ma la mutazione di cui stiamo parlando, nonostante i robusti contraccolpi verificatisi nella relazione tra i sessi, non è apparsa come apportatrice di una chiara e netta ridefinizione di quest'ultima; le stesse categorie di maschile e di femminile ne sono risultate solo confusivamente trasformate all'interno di una società in forte crisi di valori in quanto tuttora a forte dominio maschile e nonostante la fine della repressione sessuale, che aveva costituito da sempre il principale strumento di controllo psicologico-sociale del potere maschile sulla massa dei giovani e delle donne.

    L'attuale stato di crisi sociale appare ancora fondato sull'antinomia e sul disequilibrio sessuali, agìti però con modalità contrapposte: ieri le famiglie tradizionali (prima patriarcali e poi mononucleari) condizionavano i soggetti con la cultura sessuofobica; oggi le famiglie allargate dei separati e dei divorziati e quelle dei single vivono e respirano una cultura nettamente sessuofila.

    Ciò nonostante, in buona parte della comunità umana continua in ogni caso ad operare un potere socioeconomico e politico a netta preponderanza maschile (soprattutto nei paesi cattolici, oltre a quelli islamici e nella maggior parte delle società tribali; decisamente meno nei paesi protestanti), per quanto i codici giuridici, i costumi sessuali e gli stessi codici comportamentali che fanno da sfondo alle relazioni conoscitive tra uomini e donne risultino nettamente mutati rispetto anche ad un passato storicamente recente.

    Non stiamo quindi parlando dei comportamenti biologici dei due generi, necessitati dalle loro naturali differenze (la già accennata differenza tra la propensione per l'autonomia parte dei maschi e quella all'unione da parte delle femmine è sicuramente, in una qualche misura, autentica dal punto di vista istintuale-biologico, ancorché risulti anch'essa notevolmente attenuata nell'attuale crisi sociale), bensì della concordanza di gran parte della sociologia moderna sul fatto che le differenze naturali tra i sessi vengano usate troppo spesso come giustificazione culturale e persino psicologica del potere maschile di cui sopra.

    E la differenza rispetto al potere maschile del passato non la fanno più la religione e la morale comune, bensì la fa la rappresentazione delle relazioni e dei costumi sessuali operata dai mass-media, cioè da quell' onnipervasiva psicosfera culturale che maggiormente condiziona sia i comportamenti di massa che quelli degli individui singoli per mezzo della produzione immateriale di un'immensa quantità di informazioni e di immagini.

    III

    SESSUOFOBIA E MISOGINIA: IL PREGIUDIZIO SIMMETRICO

    Oggi la maggior parte delle istituzioni pubbliche e private mondiali continuano a manifestare resistenza e scarsa permeabilità nei confronti delle istanze femminili, nella stessa misura in cui le differenze sessuali, anziché essere usate culturalmente per arricchire l'umanità, continuano ad essere infestate dagli stereotipi e dai pregiudizi reciproci condensati in modi di dire transgenerazionali, da quelli più valoriali (Il posto della donna è la casa, La donna è l'angelo del focolare, le tre K tedesche che racchiudono le sfere tradizionali dell'occupazione femminile: kuchen-kirche-kinder, cioè cucina-chiesa-bambini), a quelli più discriminanti (Chi dice donna dice danno, Donne al volante pericolo all'istante, Il mondo va male da quando hanno cominciato a comandare le donne, "Le donne sono tutte uguali, Le donne ragionano con l'utero, Quella lì ha un posto di comando perché di femminile non ha nulla), fino a quelli più sessisti ed insultanti che compaiono quando entra in campo l'agire intersessuale personale (Le donne, puttane o no, prima o poi ci stanno tutte , Le donne sono fatte per essere scopate, Quando ce l'hanno dentro non capiscono più niente, Quella è sempre arrabbiata perché non se la scopa nessuno, Quella lì ha fatto carriera solo perché l'ha data via…; Le donne sono tutte oche, prive di razionalità").

    Accanto a questi modi di dire goffamente sessisti, vale la pena segnalare anche quelli che denotano maggiormente l'orgoglio fallico: Ogni (occasione sessuale) lasciata è persa; "Fin che si è giovani bisogna divertirsi (sessualmente); Quando arriva l'estate occorre fare la riserva (di sesso) per l'inverno et similia.

    E, relativi alla parte femminile, accanto ad altrettanti giudizi biologici per molti versi comprensibili ma, a loro volta assolutistici e volti a fare di ogni erba un fascio ("I maschi vogliono tutti una cosa sola, Gli uomini sono tutti maiali, Gli uomini pensano sempre e solo a quello, Gli uomini sono tutti uguali e tradiscono tutti"), sopravvivono alla grande quelli opposti e giustificazionisti:

    (" Ma l'uomo è sempre l'uomo !, Si sa, l'uomo è cacciatore, Se non è frocio, è chiaro che pensa e fa queste cose…", ecc.). (A proposito di oche e di maiali, un nostro amico naturopata ci ha segnalato che le carni di questi due animali sarebbero in assoluto quelle maggiormente portatrici di allergie fisiche; naturalmente ognuno è libero di verificare se sia vero; se così fosse ci sarebbe però da chiedersene l'eventuale significato simbolico profondo, e non solo a livello psicosomatico).

    In buona misura tutta questa vulgata di modi di dire sembra indotta da una cultura sessuale fatta di sedimentate certezze stereotipate sotto le quali trapela in modo netto una sorta di vissuto pregiudizievole reciproco che ha assunto sempre più i connotati di una vera e propria sfiducia tra i generi. Entrambi i generi, il maschile e il femminile, sembrano infatti vedere nell'altro un qualcosa di biologicamente ed ineluttabilmente predeterminato e di sostanzialmente immodificabile, che indubbiamente attrae parecchio ma nel contempo si presenta come limitato ed insoddisfacente o addirittura come pericoloso per la propria identità. Cioè come se ogni rapporto affettivo tra i generi nascesse già inquinato da un mutuo pregiudizio ed evolvesse presto nella rassegnazione reciproca sull'impossibilità di realizzare una reale comunicazione umana, profonda ed appagante tra i sessi.

    Questa sfiducia di fondo si è andata maggiormente delineando dopo che da qualche decennio hanno cominciato ad essere messi in seria discussione, e a livello morale e a livello giuridico, quei codici comportamentali sessuali misogini creati dalle società fondate sul potere economico maschile e quindi già giustificati a livello politico e giuridico con la superiorità biologica del maschio, intesa soprattutto riguardo alla maggior forza fisica di quest'ultimo.

    La superiore forza fisica infatti ha sempre fornito agli uomini la capacità di appropriarsi della maggior parte delle risorse economiche e del potere di amministrarle giuridicamente e politicamente a discapito delle donne; ma non solo: ha dato loro la capacità di scegliersi le donne da tempo immemorabile, retaggio questo che sopravvive ancor oggi nella possibilità biologica di avere rapporti sessuali con una donna anche senza il suo consenso (lo stupro).

    E' su queste prerogative, prima naturali e poi sociali che è nato e si è andato strutturando il pensiero maschile, con le quali esso ha eretto un'imponente civiltà ed edificato una vera e propria cultura. Cultura da sempre imposta alle donne con proprie leggi e propri usi, accompagnata da costumi con i quali il pensiero maschile ha sempre, storicamente e di fatto, giustificato il suo potere sociale, politico e sessuale da tempo immemorabile, negando analoghi diritti all'altro sesso e relegandolo in un ruolo sociale e sessuale di sudditanza gerarchica che, pur avendo origine nella dimensione strettamente sociale, è stato da sempre giustificato con motivazioni di ordine naturale (La donna ? Si sa, è da sempre palesemente inferiore all'uomo ! E' emotiva, uterina, infantile, ha bisogno per natura di essere guidata dalla razionalità maschile. In realtà lei stessa vuole essere dominata. ll suo posto perciò è a fianco dell'uomo, in discreto silenzio ).

    Questo potere sessuogerarchico, grazie alla propria costante autogiustificazione, ha da sempre penalizzato l'intelligenza e la libertà di coscienza femminili, dati storici alla mano. Vediamone uno.

    Nel 1790, in piena Rivoluzione Francese, Condorcet scriveva: i diritti degli uomini derivano soltanto dal fatto che sono esseri senzienti, capaci di acquisire idee morali e di ragionare attorno a queste idee. Dal momento che le donne hanno le stesse qualità, anche loro godono necessariamente degli stessi diritti (1). Tra i massimi pensatori e scienziati illuministi, matematico insigne che rivestì cariche pubbliche anche durante la Rivoluzione, Condorcet fu però l'unico uomo del suo tempo ad appoggiare realmente la causa femminile durante quel concitato periodo, aderendo tra l'altro alla stessa Dichiarazione dei Diritti della Donna e della Cittadina di Olympe de Gouges. Costei era una donna di grande cultura e coraggio, un'attivista che era riuscita faticosamente ad ottenere la partecipazione delle donne alla rivoluzionaria Festa della Legge e alla commemorazione della presa della Bastiglia, e che giunse persino a suggerire una forma di intervento pubblico a favore della maternità e dell'infanzia.

    Scrittrice teatrale ed autrice di libelli politici contro la schiavitù e in favore dei neri, aveva tra l'altro scritto nella sua Dichiarazione: Come la donna ha il diritto di salire sul patibolo, deve avere anche il diritto di salire alle più alte cariche (2).

    Benché repubblicana convinta, per motivi umanitari la de Gouges si era opposta alla condanna a morte del re Luigi XVI, insieme al partito dei Girondini. Per questa sua posizione e per aver scritto circostanziate lettere di critica direttamente allo stesso dittatore Robespierre, venne condannata a morte,

    Ti è piaciuta l'anteprima?
    Pagina 1 di 1