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Resurrezione (Воскресение)
Resurrezione (Воскресение)
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E-book1.956 pagine19 ore

Resurrezione (Воскресение)

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Info su questo ebook

Romanzo che narra il tentativo del principe Nechljudov, di salvare dalla condanna Katjuša, una prostituta sedotta molti anni prima. A seguito dell'ingiusta condanna, rifiutato nella proposta di matrimonio e divorato dal rimorso, deciderà di seguirla ai lavori forzati in Siberia con l'intento di redimerla... Libro in lingua originale russa con traduzione in italiano.
LinguaItaliano
EditoreKitabu
Data di uscita19 set 2012
ISBN9788867441143
Resurrezione (Воскресение)
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    Anteprima del libro

    Resurrezione (Воскресение) - Lev Nikolaevič Tolstoj

    RESURREZIONE

    Лев Николаевич Толстой, Воскресение

    Originally published in Russian

    ISBN 978-88-674-4114-3

    Collana: EVERGREEN

    © 2014 KITABU S.r.l.s.

    Via Cesare Cesariano 7 - 20154 Milano

    Ti ringraziamo per aver scelto di leggere un libro Kitabu.

    Ti auguriamo una buona lettura.

    Progetto e realizzazione grafica: Rino Ruscio

    PARTE PRIMA

    Allora Pietro si avvicinò a lui e disse: «Signore! Quante volte devo perdonare al mio fratello che pecca contro di me? Fino a sette volte?». Gesù gli disse: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette».

    Matteo, XVIII, 21-22

    E perché guardi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave nel tuo occhio?

    Matteo, VII, 3

    ...chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra contro di lei.

    Giovanni, XVIII,

    Il discepolo non supera il maestro; ma anche raggiungendo la perfezione, ognuno sarà come il suo maestro. Luca, VI, 40

    I

    Per quanto gli uomini, riuniti a centinaia di migliaia in un piccolo spazio, cercassero di deturpare la terra su cui si accalvano, per quanto la soffocassero di pietre, perché nulla vi crescesse, per quanto estirpassero qualsiasi filo d'erba che riusciva a spuntare, per quanto esalassero fumi di carbon fossile e petrolio, per quanto abbattessero gli alberi e scacciassero tutti gli animali e gli uccelli, - la primavera era primavera anche in città. Il sole scaldava, l'erba, riprendendo vita, cresceva e rinverdiva ovunque non fosse strappata, non solo nelle aiuole dei viali, ma anche fra le lastre di pietra, e betulle, i pioppi, ciliegi selvatici schiudevano le loro foglie vischiose e profumate, i tigli gonfiavano i germogli fino a farli scoppiare; le cornacchie, i passeri e i colombi con la festosità della primavera già preparavano i nidi, e le mosche ronzavano vicino ai muri, scaldate dal sole. Allegre erano le piante, e gli uccelli, e gli insetti, e i bambini. Ma gli uomini - i grandi, gli adulti - non smettevano di ingannare e tormentare se stessi e gli altri. Gli uomini ritenevano che sacro e importante non fosse quel mattino di primavera, non quella bellezza del mondo di Dio, data per il bene di tutte le creature, la bellezza che dispone alla pace, alla concordia e all'amore, ma sacro e importante fosse quello che loro stessi avevano inventato per dominarsi l'un l'altro.

    Così nell'ufficio del carcere provinciale non si riteneva sacro e importante che a tutti gli animali e gli uomini fosse data la tenerezza e la gioia della primavera, ma si riteneva sacro e importante che alla vigilia fosse giunto un foglio numerato con timbro e intestazione, secondo il quale per le nove del mattino di quel giorno, 28 aprile, dovevano essere consegnati tre detenuti che si trovavano nel carcere in attesa di giudizio: due donne e un uomo. Una di queste donne, in quanto principale imputata, doveva essere consegnata separatamente. Ed ecco, in base a quell'ordine, il 28 aprile, alle otto del mattino, nel buio e maleodorante corridoio del reparto femminile entrò il capocarceriere. Dietro di lui entrò nel corridoio una donna con il volto sfinito e i capelli grigi e ondulati, che indossava una blusa con le maniche gallonate e una cintura dall'orlo blu. Era la sorvegliante.

    - Vuole la Maslova? - domandò avvicinandosi con il carceriere di turno a una delle porte delle celle che si aprivano sul corridoio.

    Il carceriere aprì sferragliando il chiavistello e, spalancata la porta della cella, da cui uscì una zaffata ancor più pestilenziale dell'aria del corridoio, gridò:

    - Maslova, in tribunale! - e di nuovo socchiuse la porta, aspettando.

    Persino nel cortile del carcere c'era la fresca, vivificante aria dei campi, portata in città dal vento. Ma in corridoio c'era un'opprimente aria mefitica, impregnata di odore di escrementi, catrame e marciume, che immediatamente deprimeva e intristiva ogni nuovo venuto. Lo sperimentò su di sé, nonostante l'abitudine all'aria viziata, la sorvegliante che giungeva dal cortile. All'improvviso, entrando nel corridoio, si era sentita stanca e assonnata.

    In cella si udiva del movimento: voci femminili e passi di piedi scalzi.

    - Allora, Maslova, ti muovi sì o no? Svelta! - gridò il capocarceriere dalla porta della cella.

    Dopo un paio di minuti ne uscì con passo energico, si voltò rapidamente e si fermò accanto al carceriere una giovane donna non alta e dal seno molto florido, che indossava una casacca grigia sopra una camicetta e una gonna bianche. La donna aveva ai piedi delle calze di tela, sopra le calze i koty dei carcerati, sul suo capo era annodato un fazzoletto bianco che lasciava sfuggire, evidentemente con intenzione, delle ciocche di capelli ricci e neri. Tutto il viso della donna era di quella particolare bianchezza che hanno i visi delle persone che hanno passato molto tempo al chiuso, e che ricorda i germogli delle patate in cantina. Così erano anche le piccole larghe mani e il collo bianco e pieno, che s'intravedeva sotto l'ampio colletto della divisa. In questo viso colpivano, soprattutto sull'opaco pallore del volto, gli occhi nerissimi, lucenti, un po' gonfi ma molto vivaci, di cui uno leggermente strabico. Si teneva molto eretta, sporgendo il seno pieno.

    Uscita in corridoio, piegando un po' indietro il capo guardò dritto negli occhi il carceriere e si fermò, pronta ad eseguire tutto quanto le avessero ordinato. Il carceriere voleva già richiudere la porta, quando da lì si affacciò il volto pallido, severo e rugoso di una vechia canuta a capo scoperto. La vecchia cominciò a dire qualcosa alla Maslova. Ma il carceriere spinse la porta contro la testa della vecchia, e la testa scomparve. Nella cella una voce femminile sghignazzò. Anche la Maslova sorrise e si volse alla piccola finestrella sbarrata della porta. La vecchia dall'altra parte si strinse alla finestrella e con voce roca disse:

    - Soprattutto non dire niente di troppo, insisti su una cosa e basta.

    - Eh, sì, una cosa... tanto peggio di così non può andare, - disse la Maslova, scuotendo il capo.

    - Si sa che una cosa non è due, - disse il capocarceriere, con la certezza nel proprio spirito di chi è abituato a comandare. - Seguimi, marsc'! -.

    L'occhio della vecchia che si vedeva dalla finestrella scomparve, e la Maslova si portò in mezzo al corridoio e a passettini rapidi seguì il capocarceriere. Discesero una scala di pietra, passarono accanto alle celle degli uomini, ancor più maleodoranti e rumorose di quelle femminili, seguiti ovunque da occhi che li spiavano dagli spiragli delle porte, ed entrarono in un ufficio dove c'erano già due soldati di scorta con i fucili. Lo scrivano lì seduto diede a uno dei soldati una carta impregnata di fumo di tabacco e, indicando la detenuta, disse: «Prendila». Il soldato, un contadino di Nižnij Novgorod col viso rosso butterato dal vaiolo, mise la carta dietro il risvolto della manica del cappotto e, sorridendo, strizzò l'occhio al compagno, un ciuvascio dagli zig