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Lunghezza:
440 pagine
6 ore
Editore:
Pubblicato:
10 dic 2014
ISBN:
9788867972753
Formato:
Libro

Descrizione

Protagonista di questo romanzo è la Via Francigena, il percorso che conduceva i pellegrini medievali dalle Isole Britanniche alla Terra Santa, attraverso la Terra dei Franchi e poi l’Italia sino a Roma. La Francigena fu l’insieme di tante strade che innervavano l’Europa, poiché tanti erano i viaggiatori e i motivi che li spingevano a mettersi in cammino in un’epoca di grande dinamismo che ebbe nel pellegrino in viaggio uno dei suoi più forti protagonisti.

Lungo le strade dei pellegrini si mossero persone, idee, eserciti, merci, cultura. Tutto questo gli autori hanno raccontato in questo romanzo sulle avventure di tre diversi gruppi di pellegrini lungo il tratto italiano della Francigena nel 1107. Attraverso le loro vicende e i racconti che ascoltano lungo il cammino, il romanzo mostra uno spaccato del XII secolo italiano, unendo fatti storici e folklore.
Editore:
Pubblicato:
10 dic 2014
ISBN:
9788867972753
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Francigena - Gabriele Sorrentino

© 2014 goWare, Firenze

ISBN 978-88-6797-275-3

Copertina: Lorenzo Puliti

Redazione: Marco Rosati

Sviluppo ebook: Elisa Baglioni

Impaginazione: Stefano Cipriani

goWare è una startup fiorentina specializzata in digital publishing

Fateci avere i vostri commenti a: info@goware-apps.it

Blogger e giornalisti possono richiedere una copia saggio a Maria Ranieri: mariranieri@icloud.com

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Presentazione

Protagonista di questo romanzo è la Via Francigena, il percorso che conduceva i pellegrini medievali dalle Isole Britanniche alla Terra Santa, attraverso la Terra dei Franchi e poi l’Italia sino a Roma. La Francigena fu l’insieme di tante strade che innervavano l’Europa, poiché tanti erano i viaggiatori e i motivi che li spingevano a mettersi in cammino in un’epoca di grande dinamismo che ebbe nel pellegrino in viaggio uno dei suoi più forti protagonisti. Lungo le strade dei pellegrini si mossero persone, idee, eserciti, merci, cultura. Tutto questo gli autori hanno raccontato in questo romanzo sulle avventure di tre diversi gruppi di pellegrini lungo il tratto italiano della Francigena nel 1107. Attraverso le loro vicende e i racconti che ascoltano lungo il cammino, il romanzo mostra uno spaccato del XII secolo italiano, unendo fatti storici e folklore.

* * *

Simone Covili, geometra tuttofare, divide il suo tempo tra la professione e la scrittura frapponendo a esse progetti strampalati che, nonostante tutto, riesce anche a realizzare. Ama i B-movies, il cinema trash, l’animazione, le letture cruente e adora perdersi in lunghi periodi di ozio creativo che spesso condivide con la sua compagna. I suoi racconti sono pubblicati in numerose antologie e sul web (www.xomegap.net). È coautore della trilogia fantasy Finisterra (Ed. Domino, www.xomegap.net/finisterra).

Elisa Guidelli nata a Modena, è laureata in storia medievale e lavora come libraia. Con lo pseudonimo Eliselle ha pubblicato i romanzi Laureande sull’orlo di una crisi di nervi (Fabrizio Filios Editore 2005), Nel paese delle ragazze suicide (Coniglio Editore 2006), Ecstasy love (Eumeswil 2007), Fidanzato in affitto (Newton Compton 2008), Le avventure di una Kitty addice (LeggerEditore 2010), il noir La fame (Miraviglia Editore 2011), la commedia agrodolce Amori a tempo determinato (Sperling & Kupfer 2013) e, in edizione digitale, il noir Fiabe dall’inferno (Meme Publishers 2014). Il suo sito web è www.eliselle.com.

Gabriele Sorrentino (Modena 1976). Laureato in scienze politiche con una tesi in storia medievale, è autore di articoli e saggi di storia modenese tra i quali il fortunato Quando a Modena c’erano i Romani (TEI 2013). Ha partecipato come relatore al convegno Il medioevo tra noi. Un itinerario tra storia e immaginario organizzato dall’Università degli Studi di Urbino (5 luglio 2014). Col Collettivo XOmegaP è coautore della saga fantasy Finisterra (Ed. Domino) e, con I Semi Neri, del thriller L’Enigma del toro (Damster 2013). Il suo sito web è www.gabrielesorrentino.it

F Prologo – Il novizio e il suo maestro

Frate Anselmo da Paule¹ guardò con affetto il ragazzo.

«Se sei stanco ci fermiamo», disse il frate al novizio, «ormai non manca molto».

«No maestro», rispose lui ansimando, «è tale il desiderio di giungere a destinazione che potrei trascinare Candido per tutta la notte».

«Gilberto, non puoi pretendere che un mulo si comporti come un cavallo!» fece Anselmo bonario.

L’animale sbuffava e ragliava come un ossesso a ogni avvallamento della strada, ma il ragazzo non voleva rallentare il passo del suo maestro, che lo precedeva appoggiandosi agilmente al bordone e assaporando ciò che lo circondava.

Nella sua ancor breve vita, il ragazzo era già stato assai sfortunato: la sua gamba sinistra era più corta della destra e lo costringeva a zoppicare vistosamente. Qualche contadino ignorante, forse mal consigliato da un curato più stolto di lui, doveva aver pensato che quel pargoletto invalido fosse un segno di sventura e così l’aveva abbandonato nella ruota del convento. I buoni frati avevano allevato il puer oblatus con amore e avevano deciso di instradarlo verso la vita monastica, senza mai mettere alla prova la sua fede.

Il ragazzo era sveglio e sopperiva alla sua menomazione fisica con grandi doti artistiche. Non solo era già un ottimo amanuense, ma anche un eccezionale intagliatore: riusciva a trasformare un ceppo di legno marcio in bellissime statuette e amava molto raffigurare la Sacra Famiglia: Anselmo pensava che l’amore di Gilberto per quell’icona fosse legato al rimpianto per essere stato privato di una propria famiglia.

Il giovane non aveva sperimentato altro che l’angusta realtà del cenobio e non conosceva il mondo. Per questo Anselmo aveva chiesto al priore di lasciare che il ragazzo lo seguisse: il frate era un uomo imponente e venerando, portava una folta barba ormai grigia e aveva enormi sopracciglia sotto le quali gli occhi sembravano scomparire. Parlava come un filosofo greco e tutti coloro che lo ascoltavano restavano rapiti dal suo carisma.

Pochi giorni dopo giunsero a Nonantola. L’abbazia, con i suoi possedimenti in tutta la pianura Padana, era enorme e ricchissima, una delle più potenti e invidiate della Cristianità. Anselmo portò Gilberto a visitare la fabbrica della nuova chiesa di San Silvestro, che custodiva le reliquie dei Santi Anselmo, Sinesio e Teopompo. L’edificio aveva portato per anni i segni di incendi, terremoti e incuria fino a quando l’abate Damiano aveva iniziato i lavori di restauro.

«Ora ti mostrerò una cosa che ti lascerà di stucco» disse il frate.

Gilberto seguì il maestro verso una loggetta dove era conservato un prezioso reliquiario a forma di croce di foggia bizantina. Era costituito da lamine d’argento sulle quali cinque piccoli smalti raffiguravano altrettanti santi greci.

«C’è la Santa Croce?» chiese Gilberto titubante.

«Esatto. È uno dei frammenti più grossi. Secondo la tradizione fu donata dal Papa a Sant’Anselmo».

«Ne avevo sentito parlare ma a vederla fa tutto un altro effetto».

«Puoi ben dirlo. Toccala».

«Posso?».

«Non aver paura».

Tremante, Gilberto posò il palmo della mano destra sul reliquiario, assaporandone col tatto la superficie fredda e leggermente ruvida. Rimase così, in preghiera, per alcuni minuti. «Pulsa» disse quando ritrasse la mano. «Parla di sofferenza ma anche di qualcos’altro…».

«… Di gioia e speranza?» chiese il maestro.

Gilberto annuì timidamente col capo e Anselmo sorrise al suo novicius, mostrando i denti che, nonostante l’età, biancheggiavano sani tra i fili della folta barba ingrigita.

F Cavaliere in Val di Susa

Arturo di Glastonbury fermò il cavallo in un punto in cui la strada procedeva a strapiombo sulla Val di Susa. Intorno a lui i pennacchi delle Alpi erano incoronati di neve e la maestosa Sacra di San Michele dominava la Chiusa, dove secoli prima Carlo Magno aveva sbaragliato i Longobardi.

Arturo inspirò profondamente assaporando la gelida aria della sera.

Aveva sperato di raggiungere l’abbazia prima di sera ma, purtroppo, si era attardato ad aiutare un gruppo di pastori le cui pecore erano precipitate in un dirupo. Per non percorrere col buio la mulattiera che saliva alla Sacra, decise di accamparsi nel bosco al lato della strada. Faceva freddo ma lui non temeva i climi rigidi: veniva dall’Inghilterra meridionale, uggiosa e spazzata tutto l’anno dai venti del mare.

Davanti al fuoco mangiò razioni di carne secca e bevve acqua mischiata all’idromele della sua terra. Di strada ne aveva fatta tanta da quando, oltre tre mesi prima, aveva lasciato il suo castello arroccato sulle scogliere. Era stato un viaggio lungo ma anche un cammino fantastico che non avrebbe mai dimenticato, nel corso del quale aveva incontrato foreste lussureggianti e arcigne montagne, ruderi maestosi e città meravigliose.

A Chartres, che gli era costata una deviazione di una settimana, si veneravano la camicia della Vergine e Nostra Signora di Sottoterra, un’immagine di Madonna nera maestosa e terribile. La cattedrale, coi suoi tre portali ornati di sculture e le sue torri, sorgeva su una fonte venerata da tempi immemorabili. Arturo aveva visto coi propri occhi un uomo in preda alle convulsioni guarire dopo aver bevuto dell’acqua di quella sorgente.

Ritornando sulla via principale si era imbattuto in un monastero vicino a Soisson dove erano conservati i denti da latte di Gesù Bambino. Quasi ogni paese e abbazia sulla strada che portava a Roma emanavano una forza mistica irresistibile. Era passato per il Monastero di San Benigno di Digione, dove aveva ammirato la tomba del santo, le cui reliquie erano state rinvenute e venerate da Guglielmo da Volpiano. Giunto al lago di Ginevra era sceso per un percorso diverso da quello fatto secoli prima dal suo connazionale Sigerico. Voleva, infatti, vedere la Chiusa di San Michele dove un suo avo aveva combattuto nell’esercito di Carlo.

Sebbene viaggiasse da solo per scelta, aveva incontrato numerosi pellegrini e fatto con loro parte della strada. Ma non c’erano state solo reliquie importanti nel suo viaggio. Si era imbattuto in un vecchio contadino che, tutto solo, si recava a Roma per pregare in favore del figlio disperso dopo aver seguito Pietro l’Eremita nel suo tragico pellegrinaggio armato. Arturo lo aveva accompagnato sino a Grenant quando l’uomo, stremato, era stato colto da malore ed era spirato. Arturo gli aveva promesso che avrebbe pregato lui per il figlio, una volta giunto nella Città Eterna. Dalle parti di Bysiceon² aveva fatto la conoscenza di una nobildonna franca col suo seguito e l’aveva accompagnata sino al lago di Ginevra.

Si erano lasciati e lui aveva proseguito, arrivando al cospetto del duro passo del Moncenisio, circondato di boschi e vette imbiancate. Si era inerpicato sulla strada angusta e sconnessa, tirando il cavallo per le briglie. Giunto in cima, Arturo si era concesso alcuni minuti per ammirare la valle e il lago glaciale sottostanti. Proprio sulle sponde lacustri sorgevano un ospizio e una tavernetta, dove il cavaliere si era riposato e rifocillato con formaggio di capra e pane inzuppato nel vino cotto.

Era così finalmente arrivato all’abbazia di Novalesa, sulla riva di un incantevole ruscello, la Cenischia, in una riservata e tranquilla vallata parallela alla Val di Susa. Si diceva che fosse stato San Pietro in persona, fuggito da Roma, a fondare i primi oratori nella zona. L’abbazia vera e propria era stata costruita da Abbone, un esponente di primo piano dell’aristocrazia galloromana. In quel luogo, dove si poteva sentire il respiro benevolo del Signore, Arturo aveva soggiornato tre giorni, pregando e ammirando sia gli affreschi nella cappella di San Eldrado sia il famoso scriptorium.

La discesa per Susa era stata abbastanza semplice. Lì aveva visitato l’antichissimo priorato agostiniano di Santa Maria Maggiore e il più recente monastero benedettino di San Giusto, divenuto la chiesa cattedrale della città. Nella possente chiesa a croce latina divisa in tre navate, venivano venerate le reliquie del santo martirizzato dai saraceni provenienti dalla Provenza.

La stupenda facciata era decorata in terracotta e abbellita dal campanile a sei livelli di finestre. La cattedrale nascondeva il ricordo di un inquietante episodio: una notte i monaci, attoniti, avevano visto figure tenebrose uscire dall’urna con i resti del santo e allontanarsi dalla chiesa. A denti stretti qualcuno diceva che le ossa riverite non fossero del santo che, adirato, aveva mandato questa calamità.

Lasciata quella città, aveva superato il precario ponte sulla Dora, impreziosito dalla statua lignea della Madonna del Ponte.

Sebbene perso nei suoi ricordi di viaggiatore, il ragazzo scattò fulmineo non appena sentì il rumore di ramoscelli che si spezzavano alle sue spalle. Il cielo era sereno e illuminato dalle stelle e dalla luna.

«Una notte da elfi» pensò, mentre impugnava la spada corta e tendeva i muscoli pronto a colpire. Nel gioco di luci e ombre creato dal fuoco e dagli alberi, la ragazza sembrava una fata. Indossava abiti pesanti e rozzi ed era scalza. Arturo abbassò la spada.

«Chi sei?» chiese in latino, sperando che la contadinella capisse la lingua dei dotti, l’unica che lui parlasse oltre all’idioma delle sue terre.

«Mi chiamo Beatrice» replicò con prontezza. «Tu chi sei, cavaliere errante?».

«Sono Arturo di Glastonbury ma la mia terra mi ha rifiutato. Sono diretto a Gerusalemme per difendere il Tempio».

Lui osservò meglio quell’apparizione notturna, che parlava un latino perfetto e senza inflessioni. Aveva i piedi rossi, pieni di geloni ed ecchimosi, di chi era costretto a camminare con calzari laceri in un clima rigido come quello. Il viso era sporco ma perfetto con due occhi profondi come uno di quei pozzi druidici che si trovavano ancora nei dintorni di Glastonbury.

L’aveva mal giudicata: non poteva essere una popolana.

«Proprio una terra ingrata! Costringere un giovinetto a venire così lontano. Glastonbury è nel territorio dei Britanni, oltre il mare, vero?».

«La conosci?» chiese. Poi, cogliendo l’allusione alla sua giovane età, aggiunse piccato: «Sono giovane ma ho già ucciso molti nemici in battaglia!».

Dallo sguardo di ghiaccio che la ragazza gli rivolse, Arturo capì di aver detto una cosa sbagliata. Lei riprese subito il controllo e proseguì come se nulla fosse.

«Certo che conosco la tua terra. Sono una cantastorie, e le storie su Artù e i suoi cavalieri sono tra le mie preferite. Non sarai un suo parente, vero?».

Arturo si accorse che la ragazza lo stava canzonando.

«Mi prendi in giro?».

«No, Arturo di Britannia. Ti chiedo solo di accogliermi vicino al fuoco e di darmi se puoi una bevanda calda».

Il giovane le fece segno di avvicinarsi. Lei si accoccolò con i piedi vicino alla fiamma viva e gli appoggiò, nemmeno troppo timidamente, la testa in grembo. Sembrava una bambina intirizzita, ma Arturo la strinse con l’impaccio dell’amante al primo appuntamento: ne ammirò il naso affilato e leggermente all’insù, sentì sotto le vesti sformate il corpo snello di lei aderire al suo. Aveva il portamento di una nobildonna.

«Chi sei? Non mi sembri una popolana…».

«Adesso non posso dirtelo» gli rispose lei sussultando come colpita da una sferzata. «Se vuoi, però, posso raccontarti una bella storia».

«Te ne sarei grato».

«Bene, allora. Ti narrerò di quando Carlo, Re dei Franchi, figlio del Duca Pipino, dopo aver ottenuto il regno d’Italia per volontà e aiuto di Dio, alloggiò qui vicino, nel monastero di Novalesa con gli armati e la sua favorita Berta...».

F La donna e il frate

Come Berta, la favorita di Re Carlo dei Franchi, entrò a Novalesa vestita da frate.

«No!».

Berta si svegliò tremando.

«Cosa c’è, mia signora?» chiese Ermengarda, la sua fida ancella.

«Ho avuto un incubo» rispose la concubina del Re, rabbrividendo nella gelida stanza. Un forte colpo di vento aveva spalancato i battenti di legno e spento il fuoco.

Ermengarda scese dal letto, dove dormiva assieme alla sua Signora e riaccese la fiamma. In lontananza, nei boschi, i lupi ululavano alla luna. Di solito, nel letto della favorita di Carlo si coricava anche Sara, un’altra servetta; quella notte, però, la giovane, poco più che una bambina, era stata mandata di proposito a dormire con altre ancelle: Berta non si fidava della sua capacità di mantenere un segreto, soprattutto se interrogata sotto la minaccia di una frusta da un nobile di alto lignaggio.

«Cosa avete sognato, mia signora, di tanto terrificante?» chiese la ragazza rientrando in tutta fretta sotto le coperte. «Sembra che abbiate visto Satana in persona» concluse poi facendosi il segno della Croce.

«In effetti è così. Ero nel monastero ed ero inseguita da un monaco» iniziò Berta, stringendosi a Ermengarda in posizione fetale. «Fuggivo per quei cupi corridoi, gettando sguardi terrificati a colui che, ansimando come un diavolo, mi tallonava. A un tratto sono scivolata sulle pietre umide e il frate mi è arrivato sopra. Quando si è abbassato il cappuccio del saio ho visto qualcosa di orrendo: aveva il naso camuso, gli occhi gialli e le fauci spalancate di un demone».

«Secondo me è il Signore ad avervi mandato questo incubo: vuole farvi desistere da questa follia».

«Non posso farne a meno» ammise lei aprendo le braccia in un gesto di resa. «È da Aquisgrana che quel monastero mi tormenta. Prima lo sognavo solo, ora mi sembra di sentire i muri sussurrare, la notte. Mi chiamano, Ermengarda, e non riesco a non ascoltare quei bisbigli: sto forse impazzendo?».

«No, mia signora», la rincuorò l’ancella, «credo sia solo suggestione. Questo posto turba anche me: fa freddo e il vento urla tra queste montagne; anche a me sembra che parli. Però non dovete andare. È proibito e se vi scoprono metterete in imbarazzo tutta la corte. Il Re non sarà felice».

«Non mi importa» sibilò lei. «Devo farlo».

Stesa nel freddo letto in una delle stanze che l’abate aveva messo a disposizione della corte di Carlo, Berta sapeva che Ermengarda aveva ragione. Ciononostante sarebbe entrata nel monastero a tutti i costi.

Tutto era cominciato molti mesi prima, ad Aquisgrana. Con Ermengarda e Sara aveva visitato uno dei mercati che mensilmente si tenevano nella capitale preferita di Carlo. Lì, tra saltimbanchi, venditori e buffoni, aveva incontrato il cartomante. Stava seduto in un angolo, davanti a una tenda, scrutando intorno a sé con durezza, il volto incastonato da capelli e barba bianchissimi.

«Salve, Berta» le aveva detto.

«Come fate a conoscere il mio nome?».

«Lo so e basta. Io sono Serse il Magnifico, leggo il futuro nelle carte. Vorresti conoscere il tuo?».

«Non fatelo, mia signora» era intervenuta Ermengarda. «È peccato!».

«Su, mia cara, è un gioco innocente: non preoccuparti».

Berta aveva seguito Serse, che claudicava, nella sua tenda, lasciando fuori le sue ancelle. All’interno tutto era avvolto da una pesante penombra. Il cartomante, naso camuso e bocca perennemente atteggiata nel sogghigno di chi la sa troppo lunga, l’aveva fatta accomodare davanti a un tavolino, su uno sgabello, e si era seduto di fronte a lei, accendendo una sola traballante candela.

Cinereo, nella luce della bizzosa fiammella, aveva cominciato a mescolare un logoro mazzo di carte. Erano strani tarocchi, che Berta non aveva mai visto, con immagini aliene e inquietanti. Con abile mano, il vecchio aveva calato sul tavolo, coperte, tre file da tre carte ciascuna.

Aveva iniziato a scoprirle, partendo dalla prima di sinistra, una donna senza volto, e poi lungo le diagonali di quell’improbabile quadrato formato dalle carte: monaco, monastero, cripta, sarcofago, cadavere di donna, luce e Cristo.

«Cosa significano?» aveva chiesto lei preoccupata.

«Vedo che sei turbata…».

Effettivamente, Berta era molto infelice. Seppur tra le preferite, era pur sempre solo una concubina e tremava al solo pensiero di dare al Re un figlio, che sarebbe stato solo uno dei tanti bastardi di Carlo.

L’uomo aveva colto la tristezza nel suo volto e le aveva parlato con dolcezza.

«Mia cara», le aveva detto stringendola con mani nodose ma forti, «devi sapere che la Verità e la salvezza sono solo in Cristo».

«Io prego molto», aveva ribattuto lei, «ma non riesco a essere serena».

«Perché nessuno ti ha mai mostrato il vero volto di Cristo».

«Come faccio a vederlo?».

«Devi osare. Gesù è rischio, rottura degli schemi. Questo dicono le carte».

«Non vi capisco».

«Tra qualche mese seguirai il Re in Lombardia. Lì soggiornerete in un monastero maschile. Tu sarai sistemata lontano da esso, come un’appestata. I frati credono che la tua presenza possa tentarli, non capiscono che vivere cristianamente fuggendo le tentazioni è troppo facile: la debolezza va affrontata e vinta, non bisogna fuggire da essa…».

«Cosa devo fare io?».

«Entrerai nel monastero e ti recherai nel suo cuore pulsante».

«Ma è contro le regole».

«Solo così troverai Cristo».

Nelle settimane successive aveva sognato ripetutamente il vecchio, che le diceva di entrare a Novalesa e cercare Cristo incarnato.

Spesso, mentre era sola o triste, la polverosa voce dell’indovino le parlava dolcemente, incoraggiandola a proseguire in quella folle missione.

«Vedrai il vero volto di Cristo e sarai nuovamente felice».

«Troverò il volto di Cristo stanotte, o non ci riuscirò mai più».

Berta si alzò dal letto, determinata.

Ovviamente era vietato a una donna, seppur di alto lignaggio, entrare nel cuore dell’abbazia, dove i monaci vivevano la loro vita consacrata a Cristo. Ciononostante sarebbe entrata. Nessuno, nemmeno Carlo, avrebbe potuto impedirlo.

La campana suonò il mattutino: era Quaresima e Carlo doveva ringraziare il Signore per la vittoria contro i Longobardi. Lei aveva già fatto sapere di essere un po’ indisposta. Sgattaiolò fuori dal letto, baciando sulla fronte Ermengarda, ben sapendo che la fida ancella stava solo fingendo di dormire: per lei era molto più che una sorella.

In piedi, accanto al debole fuoco, si spogliò e indossò un saio che Ermengarda aveva trafugato per lei. Uscì con circospezione dalla stanza, trasalendo ogni volta che un passo echeggiava troppo rumorosamente nei corridoi ancora deserti e silenti.

Le donne che sostavano a Novalesa venivano alloggiate in una casa costruita accanto alla chiesa di Santa Maria, nei pressi del Monastero.

Berta si mosse con lentezza nella gelida notte alpina, illuminata da fulgide stelle. Tra lei e l’abbazia che l’ossessionava c’era una croce di pietra e calce: le donne, anche quelle di più alto lignaggio, non potevano oltrepassarla e dovevano limitarsi a rimirare il monastero da quella distanza.

Sebbene fosse sempre sconsigliato che una donna entrasse in un monastero maschile, la consuetudine di Novalesa era particolarmente rigida in materia. Era stato lo stesso fondatore, Abbone, a scrivere regole così severe: si diceva che egli stesso fosse quasi caduto in tentazione a causa di una femmina e che avesse voluto risparmiare ai suoi monaci questo rischio.

Quando Berta giunse alla croce fu colta dalla paura. Il cuore cominciò a batterle nel petto con violenza e le mani iniziarono a formicolarle. La mente le si ottenebrò e fu sul punto di rinunciare.

Alla debole luce della luna, sembrava che quel simulacro di pietra la osservasse ostile.

«È solo un idolo» le disse la musicale voce di Serse il Magnifico, con tono suadente.

«È il segno di Cristo».

«È una croce di pietra. Cristo si incarna in quel monastero e loro vogliono impedirti di incontrarlo».

«Non posso andare oltre: se sorpasserò quella croce morirò, me l’ha detto Ermengarda».

«Non badare a quella sempliciotta della tua ancella. Dammi retta: sorpassa quella croce e arriverai diritta alla Verità».

Avvolta nello sgraziato saio da frate, Berta si fece forza. Mettendo un piede avanti all’altro, con studiata lentezza si avvicinò alla croce, che sembrava uno smisurato dito alzato a minacciarla. Il vento soffiava nella valle e gli alberi, frusciando, parevano salmodiare cupe litanie pagane.

Sentì bubolare un gufo nella notte. La donna posò il primo piede oltre il limite della croce, tremando. Non ci furono folgori dal cielo e non fu tramutata in scrofa. Più sollevata accelerò il passo: voleva arrivare all’interno del monastero prima che il sole sorgesse.

Vide il corteo reale entrare nella chiesa del monastero recitando solenni litanie. Carlo sarebbe entrato nel cuore dell’abbazia, nella chiesa di San Pietro e Sant’Andrea. Di là il chiostro distava pochi metri.

Li avrebbe seguiti.

Si accodò a un gruppo di frati ed entrò nel luogo sacro tremando. Si tenne leggermente in disparte, col cappuccio calato sul viso: se avesse cantato avrebbero compreso che non era un uomo e se si fossero accorti che stava zitta le avrebbero chiesto il motivo.

Per sua fortuna tutti, nella cappella, erano concentrati sulla preghiera e sul Re che, vestito con un lungo mantello blu, pregava con fervore. Berta sapeva che, sotto il manto, il Re era ancora abbigliato per la notte con una camicia dozzinale, da umile penitente.

Appena un fantasma nei coni d’ombra delle candele, Berta l’osservò per un attimo, quasi vedendolo bene per la prima volta.

Era un colosso, alto oltre sette piedi³, con folti baffi e capelli corti brizzolati. Aveva un collo taurino e il naso un po’ troppo grosso; gli occhi erano grandi e furbi: era il più potente sovrano d’Europa, Re dei Franchi e dei Longobardi e campione della Cristianità.

Era un abile politico e un valente guerriero, dotato di un carisma innegabile. Era anche molto pignolo e superbo ma sapeva ciononostante stare allo scherzo, almeno con i dignitari più fidati, gli unici che si potevano permettere di parlare liberamente con lui.

Era stato tutto sommato un buon compagno e, ora, lei stava per tradirlo. Sapeva, in cuor suo, che le conseguenze del suo gesto sarebbero state infauste.

Non poteva tirarsi indietro.

Gettò un’ultima occhiata a Carlo, che nella luce danzante delle candele sembrava uno dei cavalieri dell’Apocalisse, e seguì alcuni frati nel ventre scuro di Novalesa.

Alcuni benedettini stavano recitando le proprie preghiere passeggiando per il chiostro. Era notte fonda e l’attività del cenobio era ridotta.

Berta si mosse come un felino tra le colonne ed entrò negli alloggi. Si ritrovò nel refettorio deserto e polveroso e poi seguì un frate, che zoppicava leggermente, dentro una porticina che dava accesso agli alloggi.

Non sapeva esattamente cosa cercare, la voce non lo aveva detto. Doveva arrivare al cuore del monastero, la cripta: lì avrebbe incontrato il Dio Incarnato.

Serse, se mai aveva veramente abitato la sua mente, ora era silente. Presto perse il frate nei meandri degli alloggi e fu presa dal panico.

Era stata una stupida. Come faceva la cripta a essere lì? Nella foga di entrare nel monastero non si era resa conto che l’ipogeo, se esisteva, doveva essere sotto la chiesa di San Pietro e Sant’Andrea o sotto il chiostro; non certo lì, dove i frati dormivano emettendo flatulenze e, probabilmente, venivano tentati nel sonno da quelli che suo fratello chiamava sogni bagnati.

Provò a fare la strada a ritroso ma si perse. Colui che aveva seguito, appena un’ombra claudicante davanti a lei, aveva svoltato ripetutamente e poi era scomparso, forse entrando nel proprio alloggio.

«Sei quasi giunta» tornò a farsi sentire Serse. «Hai visto giusto: è qui la tua meta. Dove i monaci perdono la loro ieraticità e tornano umani, con tutte le sozzure che questo comporta. Qui troverai ciò che cerchi».

«Dove?».

«Ora lo saprai».

La voce del cartomante, solitamente gioviale, si era ridotta a un sussurro catarroso.

Vide che la porta di una cella era socchiusa. Da lì balenava una flebile luce, forse una sola candela. Immaginò un frate inginocchiato davanti a un rudimentale altarolo a recitare i mattutini.

Si avvicinò tremante: era il frate del suo sogno. Eppure era diverso. Più bello e giovane, l’attraeva a lui, anziché respingerla e inseguirla per farle del male. Sembrava la raffigurazione di Cristo come lei lo immaginava. Un essere ieratico.

E nudo.

Berta entrò e fu l’ultima azione conscia che compì nella sua vita.

Il frate le sorrise e il suo naso camuso era reso bello da quel sorriso. Non parlò ma mostrò la sua virilità perfettamente eretta. Quando l’attirò a sé ed entrò in lei, Berta si abbandonò senza esitare. Stava facendo l’amore con Dio.

Per sua sfortuna la realtà era diametralmente opposta. Se ne accorse nell’attimo in cui il piacere sgorgò da lei come un torrente. Nell’abbandono dell’orgasmo, il volto del frate si trasfigurò mostrandole ciò che era veramente. Il naso camuso e la bocca perennemente atteggiata nel sogghigno di chi la sa troppo lunga.

Berta sentì l’odore di zolfo dell’inferno uscire assieme al gemito di piacere di quello che non era più un frate ma un essere deforme e zoppo. Sentì che l’anima le si strappava dal corpo come una crosta da una ferita suppurata.

Pregò Dio, questa volta quello vero, di perdonarla. Non si faceva, però, molte illusioni.

Carlo Re dei Franchi era un vulcano pronto ad esplodere. Il Re aveva distrutto con lo sguardo il malcapitato novizio che aveva avuto l’ingrato compito di portargli la notizia infausta: Berta era stata trovata morta dentro a una cella, ormai vuota da tempo. La sua concubina era camuffata da monaco e si era intrufolata di nascosto nel monastero, violando tutti i divieti e le consuetudini.

Carlo ne era convinto, Iddio l’aveva punita.

Mentre seguiva i frati e i suoi servi nei meandri dell’abbazia di Novalesa, l’animo del franco era attraversato da un misto di ira, paura e tristezza.

La rabbia era per il gesto inconsulto di quella stupida donna, che lo avrebbe messo in imbarazzo dì fronte alla Cristianità. La paura era figlia dei timori per la punizione che il Signore, giustamente, avrebbe potuto mandare sulla Casa del Re e sul Regno.

Carlo, però, era anche pieno di tristezza. Sarebbe, infatti, riduttivo attribuire al suo spirito soltanto il bieco calcolo dell’interesse politico o l’ottuso timore per il soprannaturale. Il Re dei Franchi era anche un uomo che sapeva provare sentimenti profondi per le persone che lo circondavano.

Berta, l’ennesima concubina del sovrano, era stata una donna dolce e affettuosa, e lui, a suo modo, l’aveva amata, come tutte le altre. Per questo Carlo, un colosso la cui sola presenza sul campo di battaglia spesso bastava a mettere in fuga i nemici più agguerriti, era sinceramente addolorato per la ragazza.

A tutto questo e a molte altre cose stava pensando il Re dei Franchi quando giunse al capezzale della compagna morta e si inginocchiò davanti a lei, sollevandole il capo. Il cappuccio cadde mostrando il bel viso fanciullesco distorto in una smorfia di terrore puro. L’occhio destro le era quasi schizzato fuori dall’orbita e il volto, un tempo rubizzo, era talmente paonazzo da sembrare sul punto di esplodere.

«Cosa è successo?» chiese bruscamente il Re ai frati che affollavano il corridoio. Nella pallida luce delle torce e delle candele sembravano anime dannante.

L’abate di Novalesa si inginocchiò, per guardare il sovrano negli occhi e parlò a Carlo con studiata calma, in lingua franca per stabilire un senso di vicinanza col sovrano.

Sapeva perfettamente che quella donna si era macchiata di un peccato gravissimo e che, più tardi, il Re sarebbe stato disposto a qualunque concessione perché i frati non rendessero pubblico l’accaduto. In quel momento, però, l’abate aveva di fronte un uomo accecato dall’ira per la morte della sua favorita. Un guerriero che aveva trecento armati alloggiati nei dintorni del monastero ma che, anche da solo, sarebbe stato in grado di uccidere quasi tutti i presenti, probabilmente a mani nude.

«Mio Sire», esordì con la sensazione di camminare sull’orlo di un precipizio, «questa povera pecorella smarrita è stata certamente tentata dal Demonio a compiere un gesto di tale malevola libidine».

«Com’è successo?».

Il Re sembrava parlare più alla morta che ai presenti.

«Mentre noi eravamo occupati a officiare il mattutino», continuò l’abate con un filo di voce, «alcuni confratelli hanno sentito un urlo di terrore e dolore così agghiacciante che sembrava impossibile che l’avesse proferito un essere umano. Sono convinto che questa povera figlia si sia resa conto di quello che stava facendo e il rimorso l’abbia uccisa. Sono sicuro che questo suo pentimento estremo abbia salvato la sua anima. Pregheremo per lei per tutto il tempo necessario».

Carlo guardò il volto barbuto e butterato dell’abate, dando l’impressione di attraversarlo con lo sguardo. Si comportava sempre così quando dubitava della sincerità del suo interlocutore. L’abate sopportò il suo cipiglio e il franco concluse che, se proprio non era onesto, almeno sapeva mentire con maestria.

«Sarà, quindi, sepolta con tutti gli onori, con una cerimonia cristiana…».

«Certamente».

«Si sparga la voce che la mia concubina è morta in grazia di Dio: nessuno saprà mai che cosa è successo».

«Nessuno».

«Mi ricorderò di questa abbazia».

«Avete già fatto molto per essa, Sire».

«Farò ancora di più», tagliò corto il Re, «come del resto voi e i vostri fratelli vi siete aspettati dal momento in cui avete trovato il cadavere di

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