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La tempesta di neve e altri racconti

La tempesta di neve e altri racconti

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La tempesta di neve e altri racconti

Lunghezza:
218 pagine
4 ore
Pubblicato:
3 dic 2014
ISBN:
9788874174225
Formato:
Libro

Descrizione

Questo volume comprende tre racconti scritti da Lev Tolstoj: La tempesta di neve, Albert e la felicità familiare. Nel primo lo scrittore analizza il comportamento degli uomini davanti alla furia e alle minacce della natura; tutti i personaggi presenti nel racconto, colti in mezzo alla bufera, non si lasciano sopraffare dallo spavento, ma rimangono liberi e forti, giacché si sentono una cosa sola con la natura che li circonda. In Albert invece l’uomo è posto di fronte al problema della bellezza e della poesia, considerata come un fortissimo legame che lega l’essere umano alla natura stessa. Nella felicità familiare, infine, lo scrittore analizza il sentimento dell’amore e del matrimonio ed il significato che questo assume quando, spento o impallidito l’interesse iniziale basato sui sensi, trova la sua felicità nella cura e nell’educazione dei figli, nel miglioramento della società e della specie umana. Tolstoj in questi racconti ribadisce alcuni dei concetti fondamentali presenti in tutta la sua opera: la vita umana può essere armoniosa e bella solo quando si svolge in accordo con le forze primitive della natura, ed è infelice quando se ne allontana.
Pubblicato:
3 dic 2014
ISBN:
9788874174225
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Leo Tolstoy was born in 1828 in Tula, near Moscow. His parents, who both died when he was young, belonged to the Russian nobility, and to the end of his life Tolstoy remained conscious of his aristocratic status. His novels, ‘War and Peace’ and ‘Anna Karenina’ are literary classics and he is revered as one of the greatest writers of the nineteenth century. He died in 1910 at the age of 82.


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La tempesta di neve e altri racconti - Leo Tolstoy

La tempesta di neve

e altri racconti

Lev Tolstoj

In copertina: Jens Sondergaard, Paesaggio invernale nella regione di Thy, 1926

© 2014 REA Edizioni

Via S. Agostino 15

67100 L’Aquila

www.reamultimedia.it

redazione@reamultimedia.it

A cura di Annalisa Iezzi

Indice

LA TEMPESTA DI NEVE

I

II

III

IV

V

VI

VII

VIII

IX

X

XI

ALBERT

I

II

III

IV

V

VI

VII

LA FELICITÀ FAMILIARE

PARTE PRIMA

I

II

III

IV

V

PARTE SECONDA

I

II

III

IV

LA TEMPESTA DI NEVE

I

Dopo le sei di sera, bevuto il tè, lasciai una stazione di posta di cui non ricordo il nome; ricordo però che si trovava in qualche punto del territorio dei cosacchi del Don, vicino a Novocerkàsk. Era già buio, quando, stretto nella pelliccia e in una coperta, mi sedetti nella slitta accanto ad Alioscka. Dietro alla stazione di posta l’aria pareva tiepida e quieta. Benché dall’alto non cadesse la neve, sulla nostra testa non appariva nemmeno una stella, e il cielo sembrava straordinariamente basso e nero in paragone con la pianura netta e nevosa, che si distendeva davanti a noi.

Appena sorpassate le sagome oscure dei mulini, uno dei quali agitava più angolare le sue grandi ali, e percorso un tratto dietro alla stanìza{1}, notai che la strada si era fatta più disagevole e più ingombra di neve, il vento aveva preso a soffiare più forte verso sinistra, a portare da un lato le code e le criniere dei cavalli, a sollevare ostinatamente e soffiar via la neve tagliata dagli strisci e dagli zoccoli. Il suono della campanella cominciò ad affievolirsi, un filo d’aria fredda mi corse attraverso non so quale apertura su per la manica fino alla schiena, e mi tornò in mente il consiglio del mastro di posta: che sarebbe stato miglio non andare, per non girare tutta la notte e non intirizzire durante il viaggio.

Purché non si perda la strada, — dissi al conducente; ma siccome non mi rispose, rifeci più chiaramente la domanda: — Arriveremo alla stazione? Non ci smarriremo vero?

Dio lo sa, — mi rispose, senza volgere il capo, — che freddo si scivola: non si vede affatto la strada. Signore padre nostro!

Ma tu dimmi piuttosto, speri di condurci alla stazione o no? — continuai a interrogare. — Ci arriveremo?

Dobbiamo arrivare, — rispose il conducente, e continuò, dicendo ancora qualche cosa che non potei più percepire a causa del vento.

Non avevo voglia di tornare indietro; ma girovagare tutta una notte nel gelo e nella tormenta, in una steppa affatto nuda, come era quella parte del territorio dei cosacchi del Don, pareva cosa tutt’altro che allegra. Per di più, sebbene nell’oscurità non potessi distinguerlo bene, il mio conducente, chissà perché, non mi piaceva e non mi ispirava fiducia. Sedeva con le gambe proprio nel mezzo della cassetta e non di traverso, era troppo alto di statura, l’intonazione della sua voce era pigra; portava un certo berretto che non era da conducente, ampio, dondolava da diverse parti; e non stimolava i cavalli come occorreva fare, ma tenendo le briglia con entrambe le mani, proprio come un domestico che si fosse seduto a cassetta al posto del cocchiere; ma soprattutto, non avevo fiducia in lui, chissà come, perché aveva le orecchie fasciate con un fazzoletto. In una parola, non mi piaceva, e poi non faceva sperare nulla di buono quella schiena grave e curva che si drizzava davanti a me.

Secondo il mio parere, sarebbe meglio tornare, — mi disse Alioscka, — che c’è di allegro a girovagare!

Signore padre nostro! Che tormenta si leva! Non si vede nulla della strada, mi ha incollato gli occhi... Signore padre nostro! — brontolava il conducente.

Non avevamo fatto un quarto d’ora di cammino, quando, fermati i cavalli, il conducente passò le redini ad Alioscka, cavò goffamente le gambe dal sedile, e camminando con i suoi grandi stivali nella neve che scricchiolava, andò a cercare la strada.

Che cosa c’è? dove vai? ci siamo persi, forse? — domandavo io; ma non mi rispondeva, e volgendo la faccia da una parte per ripararsi dal vento che gli sferzava gli occhi, si scostò dalla slitta.

Ebbene, dunque? che c’è? — ripetei, quando fu tornato.

Non c’è niente, — mi disse ad un tratto con impazienza e con dispetto, come se fossi colpevole del fatto ch'egli aveva deviato dalla strada, e lentamente, infilate di nuovo le sue lunghe gambe nel vano davanti alla cassetta, prese a sbrogliare le redini con le mani nei guantoni gelati.

E che faremo dunque? — domandai, quando ci rimettemmo in moto.

Che cosa si può fare! Andremo dove Dio vorrà.

E andammo avanti come prima al piccolo trotto, ormai indubbiamente attraverso i campi, ora nella neve profonda un quarto di arscin{2}, ora su una crosta nuda e fragile.

Benché facesse freddo, la neve sul bavero si scioglieva molto rapidamente; il turbine dal basso si rafforzava sempre di più e dall'alto cominciava a cadere una neve rada ed asciutta.

Era chiaro che si andava Dio sa dove, perché, dopo un altro quarto d’ora di cammino, noi non vedemmo neppure un solo palo indicatore di chilometri.

E così, che ne pensi? — domandai di nuovo al conducente. — Arriveremo alla stazione?

A quale? Torneremo indietro, se si lasceranno liberi i cavalli: i cavalli ci condurranno; ma a quella là è difficile... potremo solo perderci.

E allora torniamo pure indietro, — dissi io, — e in realtà...

E dunque, tornare? — ripeté il conducente.

Sì, sì, ritorna.

Allora allentò le briglie. I cavalli corsero più velocemente, e benché non mi accorgessi che la slitta avesse svoltato, il vento si mutò, e presto attraverso la neve apparvero i mulini. Il conducente e si rassicurò e cominciò a discorrere.

Tempo fa, in una tormenta, la gente che tornava da quella stazione, si pose in viaggio, — disse, — ma passarono la notte nei pagliai, giunsero soltanto alla mattina. E fu una fortuna che arrivassero ai pagliai, altrimenti sarebbero gelati del tutto, faceva freddo. E però, uno di loro ebbe i piedi gelati, e penò durante tre settimane prima di morire.

Ma ora non fa freddo, e il vento si è calmato, dissi ― si potrebbe andare?

Il tempo è dolce, sì, ma c’è la tormenta. Ora spira da dietro, per questo sembra più sopportabile: ma la tormenta è più forte. Si potrebbe viaggiare, se fossimo in una corriera o che so io, ma invece noi si va per nostra volontà; è forse uno scherzo? Puoi assiderare il viaggiatore. Come poi risponderei per vostra signoria?

II

In quel momento dietro a noi s’udirono le campanelle di alcune slitte a tre cavalli che ci raggiungevano rapidamente.

È la campana della corriera, — disse il mio conducente, — ce n’è una sola così in tutta la stazione.

In realtà, il suono delle campanelle della prima slitta che già chiaramente ci giungeva a seconda del vento, era straordinariamente bello: puro, sonoro, in tono di basso e un poco incrinato. Come poi venni a sapere, era l’invenzione d’un amatore: tre campanelle, una grande nel mezzo, con uno squillo «color lampone», come si è solito dire, e due piccole, messe insieme a formare un accordo di terza. Il suono di quella terza e di quella quinta echeggiante nell’aria era oltremodo sorprendente e stranamente bello in quella steppa deserta e sperduta.

È la corriera di posta, — disse il mio conducente, quando la prima delle tre slitte ci raggiunse. E com’è la strada? Si può passare? — gridò a quello dei postiglioni che era più indietro; ma colui lanciò solo un grido ai cavalli e non rispose.

Il suono delle campanelle si spense rapidamente nel vento, appena la corriera ci ebbe oltrepassati.

Probabilmente, il mio conducente provò vergogna.

Vogliamo andare, signore? — mi disse, — altri sono passati. Ora c’è la loro traccia fresca.

Io acconsentii, e svoltammo di nuovo contro vento e ci trascinammo avanti nella neve profonda. Io guardavo di sbieco la strada per non deviare dal solco tracciato dalle slitte. Per un paio di chilometri la traccia fu chiaramente visibile; poi si poté osservare soltanto una piccola ineguaglianza sotto le strisce, ma ben presto non potei assolutamente capire se quella fosse una traccia o semplicemente uno strato di neve portato là dal turbine. Gli occhi mi si erano intorpiditi nel fissare lo scorrere uniforme della neve sotto le strisce, e cominciai a guardare diritto davanti a me. Noi avevamo veduto ancora un terzo palo indicatore di versta, ma non potemmo assolutamente trovare il quarto; come prima, si andava e contro vento e secondo il vento, e verso dritta e verso sinistra, e finalmente si arrivò a un momento in cui il postiglione diceva che noi avevamo deviato verso destra, io dicevo verso sinistra, e Alioscka dimostrava addirittura che si andava indietro. Di nuovo ci fermammo due volte; il conducente metteva fuori le sue lunghe gambe e scendeva a cercare la strada; ma sempre inutilmente. Anch'io andai, una volta a vedere se fosse una strada quel che mi era parso di scorgere; ma appena ebbi fatto, con gran fatica, cinque, sei passi contro vento e mi fui persuaso che dovunque si stendevano bianchi eguali uniformi strati di neve, e che la strada mi era apparsa solo nella fantasia, non vidi più la slitta. Cominciai a gridare: «Conducente! Alioscka!», ma sentivo che il vento rapiva la mia voce dalla bocca e la portava via in un attimo, chissà dove, lontano da me. Mi diressi là dov’era la slitta: la slitta non c’era; volsi a destra, non c’era nemmeno in quella direzione. Mi vergogno a ricordare con quale voce forte, acuta, perfino un poco disperata, gridai ancora una volta: «Conducente!», mentre questi era appena a due passi da me. La sua figura nera con la frusta in una mano e con l’enorme berretto spostatosi su un lato, ad un tratto mi si levò davanti. Egli mi ricondusse alla slitta.

E ancora, per fortuna, l’aria è tiepida, — disse, — ma se prende il gelo, sarà un guaio!... Signore padre nostro!

Lascia liberi i cavalli, che ci conducano indietro, — dissi, quando mi fui seduto nella slitta, — ci condurranno? Non è vero?

Dovrebbero condurci.

Abbandonò le briglie, percosse tre volte con la frusta sul sellino del cavallo di stanga, e noi ci mettemmo in moto verso un punto indeterminato. Viaggiammo per una mezz'ora. All'improvviso davanti a noi s'udì di nuovo la campanella dell'amatore a me nota, e ancora due altre; ma ora ci muovevano incontro. Erano quelle stesse tre slitte che già avevano consegnata la posta e che tornavano alla stazione con i cavalli di ritorno legati dietro.

I tre grossi cavalli della corriera con la campanella dell’amatore correvano rapidamente in testa; un conducente sedeva a cassetta e di tanto in tanto, spigliatamente, lanciava un grido. Dietro, nel mezzo d'una slitta vuota, ne sedevano altri due, e si udivano le loro voci forti e allegre. Uno di questi fumava la pipa, e una scintilla che si accese nel vento gli rischiarò una parte della faccia.

Guardandoli, mi vergognai di aver avuto paura di andare, e il mio conducente, probabilmente provò la stessa impressione, perché ad una voce noi esclamammo: «Seguiamoli».

III

Prima ancora di aver lasciato passare l'ultima slitta, il mio conducente cominciò poco abilmente a svoltare, e andò con le stanghe addosso ai cavalli legati di dietro. Tre di essi sbalzarono da un lato, ruppero le briglie, e galopparono via.

Diavolo guercio: non vede dove deve svoltare e va addosso alla gente. Diavolo! — prese a inveire con una voce rauca e incrinata un conducente di bassa statura, un vecchietto, come potei arguire dalla voce e dalla corporatura, che sedeva nell’ultima slitta; saltò vivacemente a terra e rincorse i cavalli, continuando a bestemmiare rozzamente e a insolentire aspramente il mio conducente.

Ma i cavalli non si lasciavano prendere: il conducente li rincorse e in un momento tutti insieme scomparvero nella bianca nebbia della tormenta.

Vassili! Dammi qui il cavallo: così non si prendono, — disse ancora la sua voce.

Uno dei conducenti, di statura molto alta, scivolò fuori da una slitta, distaccò senza dire una parola i suoi tre cavalli, montò per lo straccale su uno di questi e, con un fruscio nella neve e con un piccolo galoppo impacciato, scomparve nella stessa direzione.

Noi invece con le altre due slitte, dietro alla corriera, che, facendo tintinnare la campanella, ci precedeva al trotto serrato, riprendemmo ad andare senza una strada.

Come dunque! Li prende! — disse il mio conducente accennando a colui che era corso ad inseguire i cavalli.

Già, quel cavallo, se non si è accostato agli altri, vuol dire che è bizzarro, lo condurrà a tal punto che... si perderà...

Da quando il mio conducente seguiva le altre slitte, era diventato più allegro e più loquace, cosa di cui io, poiché non avevo voglia di dormire, beninteso, non mancai di approfittare. Cominciai con il domandargli di dove fosse, e presto venni a sapere che era mio compaesano, di Tula, e servo della gleba, del villaggio di Kirpìcnoie; che dalle loro parti si erano ridotti ad avere poca terra, e che il grano aveva cessato affatto di crescere fin dal tempo del colera; che in famiglia erano due fratelli, il terzo era diventato soldato; che non avevano abbastanza grano per giungere fino a Natale e campavano lavorando per altri; che il fratello minore era capo di casa perché sposato, e quanto a lui era vedovo; che ogni anno, dal villaggio, venivano qui squadre di conducenti; che lui, benché non avesse mai viaggiato come conducente, si era aggregato alla stazione di posta per essere di aiuto al fratello; che viveva là, grazie a Dio, con centoventi rubli di carta all’anno, dei quali spediva cento alla famiglia, e sarebbe vissuto bene, ma che i conducenti delle corriere erano bestie feroci, e che la gente non faceva che ingiuriare.

Ebbene, perché diceva parolacce quel conducente? Signore padre nostro! O che apposta gli ho staccato i cavalli? Forse che io voglio far male a qualcuno? E a che scopo li ha rincorsi? Sarebbero tornati da soli, e così non farà che strapazzare i cavalli e si perderà lui stesso, — ripeteva quel timorato contadino.

Che cosa diventa così oscuro laggiù? — domandai, notando alcuni oggetti neri davanti a noi.

Un convoglio di carri. Quello è un bel viaggiare! — continuò, quando fummo a paro di alcuni carri enormi coperti di stuoie, che avanzavano l’uno dietro l'altro sulle ruote. — Guarda un po’, non si vede neanche un uomo, tutti dormono. Il cavallo stesso, che è intelligente, sa dove andare: non c’è nulla che lo faccia deviare dalla strada... Anche noi abbiamo viaggiato con un convoglio, — soggiunse, — e dunque sappiamo.

E davvero era una cosa strana vedere quei carri enormi, ammantati di neve dalla copertura di stuoie sino alle ruote, che si muovevano del tutto soli. Soltanto in un cantuccio anteriore si sollevò per poco, di due dita, una stuoia coperta di neve, e per un momento sbucò fuori un berrettone, quando le nostre campanelle tintinnarono vicino al carro. Un grande cavallo pezzato, tendendo il collo e inarcando la schiena, avanzava a passo misurato sulla strada tutta ingombra di neve, dondolando con un movimento uniforme la testa dalla grande criniera, sotto la dugà{3} divenuta bianca, e drizzò un orecchio cosparsa di neve, quando giungemmo a lato del carro.

Dopo un'altra mezz’ora di cammino, il conducente si volse di nuovo a me:

E dunque, che ne pensate, signore, andiamo bene?

Non so, — risposi.

Prima il vento soffiava per così, e adesso noi andiamo del tutto contro la tormenta. No, noi non andiamo nella direzione giusta, anche noi andiamo a caso, — concluse del tutto tranquillamente.

Si vedeva che, sebbene fosse molto pauroso — in compagnia anche la morte è bella — era diventato del tutto calmo da quando eravamo in molti e non toccava a lui di fare da guida e di essere responsabile. Con il massimo sangue freddo faceva osservazioni sugli errori del conducente che portava la slitta di testa, come se questo non lo riguardasse minimamente. In realtà, io osservavo che qualche volta la slitta che era avanti a tutte mi si presentava di profilo, qualche volta a sinistra, qualche volta a destra; mi pareva perfino che noi girassimo in tondo in uno spazio molto ristretto. Però, questo poteva essere una illusione dei sensi, come anche quel che mi pareva ogni tanto, che la prima slitta salisse per un pendio, o andasse in costa oppure in discesa, mentre invece la steppa era dappertutto piana.

Dopo una corsa

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