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La Jugoslavia, il basket e un telecronista. La storia della pallacanestro jugoslava raccontata dalla voce di Telecapodistria

La Jugoslavia, il basket e un telecronista. La storia della pallacanestro jugoslava raccontata dalla voce di Telecapodistria

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La Jugoslavia, il basket e un telecronista. La storia della pallacanestro jugoslava raccontata dalla voce di Telecapodistria

Lunghezza:
218 pagine
3 ore
Editore:
Pubblicato:
27 nov 2014
ISBN:
9788891164438
Formato:
Libro

Descrizione

Sergio Tavcar, nato a Trieste il 26 gennaio del 1950, lavora come telecronista sportivo di Telecapodistria dal 1971. Specializzato in basket, nuoto e tennis ma competente nei più svariati ambiti sportivi, contraddistingue da sempre le sue telecronache e i suoi servizi con uno stile incisivo e peculiare che rifiuta i buonismi e i luoghi comuni e che racconta semplicemente le cose per quello che sono e per come avvengono. Considerato talora un giornalista controcorrente per le sue posizioni nette, grande amante della pallacanestro basata sulla tecnica e detrattore di quella incentrata sugli aspetti fi sico-atletici, negli anni‘90 previde il crollo del livello del basket NBA americano quando in Italia nessuno si era ancora accorto di quello che stava succedendo e della direzione che la pallacanestro mondiale avrebbe preso negli anni immediatamente successivi. Insomma, per citare uno dei tanti aforismi di Sergio Tavcar ormai adottati dagli amanti della pallacanestro, il basket è uno sport logico per gente intelligente: se non ci arrivi, lascia perdere! : La Jugoslavia, il basket e un telecronista
Editore:
Pubblicato:
27 nov 2014
ISBN:
9788891164438
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Anteprima del libro

La Jugoslavia, il basket e un telecronista. La storia della pallacanestro jugoslava raccontata dalla voce di Telecapodistria - Sergio Tavcar

lungo.

GLI INIZI (MIEI)

Il mio primo impatto col basket (in assoluto) avvenne nel 1960, quando avevo 10 anni. Di sport mi ero interessato già da piccolissimo, in quanto mio padre, che adoravo e tentavo in tutti i modi di copiare, oltre ad essere di professione uomo di cultura (professore di tedesco ed inglese, drammaturgo e direttore artistico del Teatro stabile sloveno di Trieste) era anche un appassionato sportivo a 360 gradi, in gioventù giocatore di calcio nei boys della Triestina di Nereo Rocco, atleta e soprattutto nuotatore. E, da buon calciomane, di mattina di domenica mi portava a vedere partite sui campi di periferia per assaporare il gusto dello sport vero, quello dilettantistico. E, come tutti i calciomani di allora, non riusciva proprio a capire quello sport da signorine (?) della pallacanestro, per quanto suo fratello giovane (cioè mio zio che ora vive a Padova) giocasse proprio a basket e raccontasse in casa delle prodezze che aveva visto fare nel campionato scolastico ad un tale Gianfranco Pieri.

Fare il professore allora, come adesso, non è che desse una particolare agiatezza economica, per cui immaginarsi che potessimo avere i mezzi per avere in casa un apparecchio televisivo. Fortuna voleva che un nostro vicino di casa ed amico di famiglia il televisore lo avesse, per cui durante le Olimpiadi di Roma riuscivo ogni tanto ad andare da lui a vedere qualcosa. Un giorno capitai che in TV c'era una partita di basket, lo ricordo ancora vividamente, Jugoslavia – Bulgaria. A quell'epoca vivevo ancora in città a Trieste, a pochi chilometri da casa c'era una vera e propria cortina di ferro, erano passati pochissimi anni dal ritorno di Trieste all'Italia, cosa che la mia famiglia, pardon, mio padre e mia nonna, perchè mia mamma è di pura etnia triestina italofona, cioè bastarda all'ennesima potenza in fatto di mescolanze genetiche, non avevano accolto con particolare entusiasmo, essendo sloveni DOC di cultura e sentimenti, insomma quello che voglio dire è che la Jugoslavia era lontana. Bisogna fare inoltre un'altra precisazione. Io mi sentivo sloveno, mia nonna mi recitava a memoria le poesie di poeti sloveni, mi muovevo in un ambiente sloveno, però di là c'era la Jugoslavia, un Paese dove lo sloveno era sì lingua ufficiale, ma solo sulla carta, perchè, con la centralizzazione tipicamente comunista del potere, tutto veniva comunicato in serbocroato, la TV era esclusivamente in lingua serbocroata (insisto sul serbocroato senza trattino, perchè dopo la guerra ci fu effettivamente un fortissimo tentativo di omogeneizzare le due lingue, e questo è un altro elemento che, seppur in minima parte, fomentò poi il risveglio del nazionalismo croato) ed io, per quel poco che avevo potuto seguire qualche trasmissione della TV Jugoslava non avevo capito letteralmente un tubo. Voglio dire che per me la Jugoslavia era emotivamente estranea ed anzi già da piccolo mi dava fastidio quando mio padre tentava di spiegarmi che era inevitabile che la Slovenia fosse unita agli altri popoli fratelli, perchè solo così poteva prosperare, perchè, per quanto tentasse di imbonirmi, in un recondito angolo del mio cervello continuava ad albergare il pensiero: però quanto più bello sarebbe se la Slovenia fosse indipendente!, pensiero che reprimevo immediatamente per non offendere mio padre che ero più che convinto che avesse sempre ragione a prescindere.

Tornando alla partita che vidi, ad un certo punto mi ritrovai ipnotizzato davanti al televisore rodendomi i denti perchè la partita era punto a punto ed io avevo deciso che avrei fatto il tifo per la Jugoslavia, perchè ci giocava un tale, mi dissero molto giovane, che aveva un nome nostrano, quanti ce ne sono in quantità industriale ad Opicina, e cioè Daneu. Uno così non poteva non essere sloveno, per cui era solo logico che facessi il tifo per la squadra dove giocava un mio. Però non fu solo quello: per una delle prime volte in vita mia dubitai di mio padre, perchè mi maturò l'immediata convinzione che il basket fosse uno sport molto, ma molto bello. Ed è anche per questo che ricordo così nettamente quella partita, perchè è proprio da lì che nacque il mio amore per il basket che, nel bene e nel male, ha poi condizionato tutta la mia vita fino ai giorni attuali.

La Jugoslavia, per la cronaca, quella partita la vinse e poi finì le Olimpiadi in modo sorprendentemente eccellente, al sesto posto. Posso pertanto dire che, da quando la Jugoslavia è diventata un fattore nel basket internazionale, io ci sono stato ed ho avuto la fortuna di seguirla.

Visto a posteriori, quel piazzamento aveva un che di miracoloso. Come detto nel preambolo, il basket in Jugoslavia nacque in modo organizzato, si fa per dire, solo dopo la fine della seconda guerra mondiale. Il primo campionato si disputò nel 1945 con una formula da pezzenti, e cioè un torneo di quattro squadre, e fu vinto da una selezione dell'Esercito. Subito dopo ci fu un lughissimo predominio della gloriosa Crvena Zvezda, o Stella Rossa, di Belgrado, che vinse gli 11 campionati successivi, fino al 1955. I tempi erano però pionieristici, a dir poco. La Jugoslavia partecipò al primo campionato mondiale di basket nel 1950 in Argentina con risultati catastrofici. Perse contro il Perù, il Cile, l'Ecuador, di nuovo contro il Perù, e poi finì in gloria all'ultimo posto rifiutandosi di incontrare nell'ultima partita per ragioni politiche la Spagna franchista. Il tentativo successivo nel '54 in Brasile fu migliore solamente perchè riuscì finalmente a vincere una partita, di due punti contro il solito Perù. Capita l'antifona, la Jugoslavia si limitò a partecipare ai vari campionati europei facendo una dignitosa figura, sempre però nell'aurea mediocrità del centro classifica.

Come mai allora nel 1960 ci fu quell'improvviso salto di qualità? Semplice: per una di quelle imperscrutabili congiunzioni astrali che ogni tanto si verificano, in Jugoslavia nacque, tutta allo stesso istante, la prima di quelle generazioni di campioni che poi portarono il nome della Jugoslavia cestistica ai vertici mondiali. Intanto c'era il mio amico di Opicina. Ivo Daneu nacque nel 1937 a Maribor in Slovenia da una famiglia, appunto, di origini opicinesi (per chi non lo sapesse, Opicina è una popolosa borgata sul Carso, frazione del comune di Trieste, dove vive il sottoscritto) rifugiatasi in Jugoslavia, come tantissime altre di cui, guarda caso, non si parla, a causa delle persecuzioni fasciste. Ivo da piccolo giocava ovviamente a calcio: poi un giorno il destino, sotto forma di una violenta pallonata che lo colpì in testa facendolo svenire, decise di cambiare sport e di dedicarsi a qualcosa di meno violento (?) e scelse il basket. Divenne subito tanto bravo che all'età di 19 anni passò dal Branik di Maribor all'Olimpija di Lubiana che era già allora, rimanendo tale fino alla dissoluzione della Jugoslavia, la vera nazionale slovena, la squadra cioè dove si radunavano in modo naturale tutti i migliori talenti sloveni per poter competere alla pari con le squadre delle altre Repubbliche, molto più grandi e popolose. Daneu era un playmaker nato, di talento cestistico immenso. Non dimenticherò mai quando la mia squadra, il Polet di Opicina, affrontò tantissimi anni dopo in amichevole gli Old Boys dell'Olimpija. Daneu, che era già ampiamente negli anta, dette un'imbarazzante lezione ai miei giovincelli giocando praticamente da fermo, ma facendo letteralmente sparire la palla per recapitarla al giocatore più impensato nel momento più impensato. Giocava ancora un basket di altri tempi: tanto per dire non disdegnava il tiro up the stairs, cioè in terzo tempo da lontano con passetti raccorciati, che comunque scoccava da distanze che oggi sarebbero ampiamente da tre punti e che alla fine di un parabolone immane perforavano la retina senza scampo. Aveva inoltre un tiro DOC: andava verso l'angolo di destra e scoccava un gancio assolutamente non stoppabile. Ed era, incredibile per uno sloveno, un vincente nato: ai Mondiali del '63 contro gli Stati Uniti, dopo non aver segnato per tutta la partita, segnò il suo unico canestro su azione negli ultimissimi secondi, appunto un gancio dall'angolo, che dette la vittoria e la medaglia d'argento, prima medaglia mondiale, alla Jugoslavia. Finì la sua carriera in nazionale in trionfo con un tiro analogo: ai mondiali del '70 a Lubiana Daneu fu il capitano della squadra campione del mondo, ma giocò pochissimo perchè fisicamente molto malandato. L'unico canestro suo della partita decisiva contro gli Stati Uniti lo segnò proprio così, appena entrato in campo per la passerella finale. E fu un momento di emozione intensissima rendersi conto che un grandissimo campione finiva così, nel più dolce dei modi, alzando al cielo la Coppa di campione del mondo, la sua leggendaria carriera.

Per finire con Daneu mi piace ricordare un aneddoto che mi ha raccontato lui stesso e che testimonia di come alle Olimpiadi di Roma la Jugoslavia fosse ancora molto inesperta, veramente alle prime armi nell'impatto con i massimi vertici. Partita contro gli Stati Uniti. Palla a due, Jerry Lucas lancia direttamente a canestro Oscar Robertson che segna. Va alla rimessa Kandus, altro giocatore dell'Olimpija, che rimette verso Daneu. Solo che gli americani, a gran sorpresa e contro tutte le regole del basket, difendevano a pressing, cosa mai vista fino ad allora e di cui in Jugoslavia non avevano neanche sentito parlare. Morale della favola: invece che a Daneu la palla finisce a Robertson, assist per Jerry West (un altro giocatorino scarso di quella formazione) e 4 a 0 per gli USA dopo neanche 10 secondi di gioco. Dice Daneu: un impatto traumatico che ci fece capire quanta strada dovevamo ancora fare.

È solo ovvio che un playmaker è in campo principalmente per dare la palla a chi la deve mettere in canestro. E da questo punto di vista la Jugoslavia d'allora era in una botte di ferro. O meglio di acciaio temperato, il materiale di cui era costruito Radivoj Korać.

Korać era nato a Sombor, in Vojvodina, nel '38. La sua straripante forza fisica avrebbe potuto permettergli di eccellere in qualsiasi sport, ed onestamente mi sono sempre chiesto perchè per esempio non avesse scelto la pallamano, sport molto popolare da quelle parti, dove sarebbe potuto essere assolutamente devastante. Com'è, come non è, scelse il basket ed a soli 16 anni si trasferì a Belgrado all'OKK Beograd. Anche questa è una scelta molto peculiare, in quanto il Club di basket della Gioventù (traduzione dell'acronimo OKK) è sempre stato la terza forza dello sport belgradese dietro alla Crvena Zvezda ed al Partizan, club di origini militari (pochi sanno ad esempio che l'allora generale dell'Armata jugoslava Franjo Tuđman, poi paladino del nazionalismo croato e grande protagonista negli sconquassi politici dei primi anni '90, fu per breve periodo anche Presidente proprio del Partizan). Il Beograd, con le sue sezioni dei vari sport di squadra, era da sempre noto a Belgrado come i romantičarji sa Karaburme, tradotto liberamente i bohemiennes del rione di Karaburma, rione periferico sulle rive del Danubio (per chi conosce Belgrado, se dalla Hala Pionir continua a scendere fino al grande fiume, arriva proprio in Karaburma), per cui era, per così dire, un club dai connotati quasi folcloristici. Korać letteralmente trasformò questo club, portandolo ai massimi vertici jugoslavi. Il primo titolo nazionale il Beograd lo vinse già nel '58, un solo anno dopo la prima vittoria dell'Olimpija di Daneu , e, sempre grazie a Korać, riuscì a vincerne altri tre, l'ultimo nel '64.

Korać era alto neanche due metri, però aveva la testa incassata nelle spalle, per cui la sua statura reale era nettamente superiore. Ciò non toglie però che fosse bassino per giocare pivot anche a quei tempi. Aveva però, come detto, una forza fisica spaventosa che, paradossalmente, lo ha molto limitato nella sua crescita tecnica. Era un giocatore francamente rozzo e molto brutto da vedere. Leggendario mancino, di quelli che con la mano destra non riescono neanche a tenere in mano una tazzina, giocava comunque partendo da destra. La sua praticamente unica azione d'attacco era partire in palleggio sempre con la mano mancina (pur, come detto, partendo da destra) ed arrivare, molto lentamente, con conquista del terreno di tipo quasi rugbystico, fino a sotto canestro, dove alzava se stesso e quanti avversari gli si aggrappassero alle braccia per mettere la palla in canestro. Se riuscivano nell'impresa titanica di fargli fallo, tirava i tiri liberi a due mani da sotto segnando praticamente sempre. Poi, passando il tempo, riuscì anche a costruirsi un solo tiro da una particolare mattonella sempre sulla destra, da dove puntava direttamente verso un preciso punto del tabellone da dove far poi carambolare violentemente la palla in canestro. Insomma, dire che era un giocatore limitato è dir poco. La cosa più frustrante per gli avversari era però che, pur sapendo benissimo cosa avrebbe fatto, non riuscivano mai a tenerlo, proprio perchè li spostava fisicamente. E, cosa ben più importante, con questo sistema segnò in carriera una barca di punti. Tanto per dire fu sette volte capocannoniere del campionato in nove anni, dal '57 al '64. Tutti ricordano inoltre i 99 punti che segnò in Coppa Europa con la maglia del Beograd contro degli malcapitati svedesi.

Chiaro che con un gioco del genere, tutto basato sulla forza fisica, la sua carriera risultasse abbastanza breve. Quando infine allo scadere dei 28 anni, età alla quale ai giocatori jugoslavi, considerati praticamente dei pensionati (lo standard di valutazione dell'età era allora drasticamente diverso da quello attuale), veniva concesso di andare all'estero, riuscì a fare una stagione a Padova, come sicuramente ricorderanno da quelle parti. Bisogna però subito dire che il Korać che loro videro era una pallida imitazione di quello vero. Più di uno (o due debolucci) avversari per volta non riusciva più neanche ad alzare, per cui era addirittura fermabile.

La fine agonistica fu però per lui ben piccolo dramma rispetto a quanto gli successe il fatidico 2 giugno del '69, quando si schiantò con la macchina presso Sarajevo e morì sul colpo. Fu il primo tragico incidente di macchina che gettò nel lutto il basket jugoslavo e mondiale, 24 anni prima di quello di Dražen Petrović a Monaco. La sua memoria comunque rimane: nel '74 la Federazione jugoslava istituì una coppa a suo nome, subito adottata dalla FIBA che ne fece praticamente il corrispettivo della Coppa UEFA di calcio. Dopo la soppressione della competizione, il suo nome è ora legato alla Coppa di Serbia, sempre intitolata al grande Žućko (tradotto liberamente: Pel di carota) ed alla sua leggendaria mano mancina.

Sempre in quella squadra romana c'era inoltre un altro giocatore che poi ha fatto la storia del basket jugoslavo. Per inquadrarlo meglio bisogna innanzitutto andare per un momento a Zara. Come ben si sa, prima della seconda guerra mondiale Zara era un enclave italiana in territorio jugoslavo e, dal punto di vista cestistico, era ovviamente integrata, pur con tutte le difficoltà del caso, nel sistema italiano, per cui era, sempre cestisticamente, molto più avanti rispetto al resto della Jugoslavia. Emblema assoluto del basket zaratino fu Tullio Rochlitzer che, prima di emigrare in Italia, fu nell'immediato dopoguerra anche nazionale jugoslavo di basket. A Zara dicono: Dio ha creato l'uomo, Zara il basket. Ed il bello è che ci credono. E, pur con tutto quel che successe dopo la guerra, Zara beneficiò a lungo dell'onda lunga creata dalle sue tradizioni antecedenti. Per farla breve, fu ad esempio il professore Enzo Sovitti ad allevare tutta una serie di giocatori di altissimo livello che praticamente da subito proiettarono la piccola Zara nell'empireo del basket jugoslavo. Nel 1955 infine arrivò il campione: dalle giovanili fu proiettato subito in prima squadra un 17-enne apparentemente indifeso, piccolo e mingherlino, che nella grafia locale indicavano come Josip Đerđa e che solo molto più tardi riacquisto il nome originale di Giuseppe Pino Giergia. Dicevo apparentemente indifeso: in realtà Giergia era di una cattiveria incredibile, agonisticamente parlando, è ovvio. Veloce come una scheggia, ragionava a velocità doppia rispetto agli avversari, e soprattutto, come tutti i grandi campioni, sembrava intuire in largo anticipo cosa avrebbero fatto gli avversari, per cui trovava subito la soluzione giusta per batterli. Come guardia era assolutamente completo: impossibile rubargli la palla in palleggio, tiro più che decente, passaggio eccellente, sempre che lo facesse, perchè, per il suo ego smisurato, era solo logico che a tirare a canestro dovesse essere per primo lui, poi eventualmente qualcun altro. Giergia inaugurò praticamente a Zara l'evo moderno del basket: senza aver studiato (per fortuna!) in America, senza essersi abbeverato ai sacri testi dei maestri di oltreoceano, aveva sviluppato una concezione assolutamente innovativa del gioco. Per dire, aveva sviluppato da solo un arresto e tiro in sospensione con un suo peculiare salto a gambe dal ginocchio in giù proiettate all'indietro, che per l'epoca era assolutamente esiziale, in quanto toglieva il tempo al difensore che non riusciva ad arrivare in tempo per fermarlo.

Non è stato un caso che mi sia soffermato su questi tre giocatori della prima grande Jugoslavia. Sono stati loro tre infatti, con il loro incredibile carisma e capacità di leadership, a fare il bello ed il cattivo tempo anche nel basket di club. Basta scorrere l'elenco delle squadre campioni di Jugoslavia di quel periodo: l'Olimpija di Daneu vinse dal '59 al '70 i suoi sei titoli jugoslavi (e, guarda caso, quando smise Daneu, non ne vinse più), il Beograd di Korać, come detto, ne vinse quattro, e, sempre nello stesso periodo, lo Zadar di Giergia ne vinse tre. Cominciando però appena del '65, quando cioè la squadra zaratina riuscì ad essere competitiva anche sotto canestro, dove aveva sempre patito per la non eccelsa statura, nè fisica nè tecnica, dei suoi pivot. Guarda caso vinse quando diventò più che competitivo sotto canestro un altro prodotto del suo vivaio, anche lui 17-enne, e che rispondeva al nome di Krešimir Ćosić.

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