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Teodicea
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E-book256 pagine3 ore

Teodicea

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Il saggio di Teodicea, scritto da Renée, religiosa della quale serbiamo solo il nome, proveniente dall'Aveyron, a sud della Francia, nel tardo Ottocento, nasconde un fascino straordinario. L'autrice ripropone tutti i temi della materia, già di leibniziana memoria, a partire da quello dell'esistenza di Dio fino al motivo del male. Interessante è la teoria dell'impersonalismo che riprende alcune tendenze della mistica tedesca. Il testo è corredato di un Trattato sull'argomento ontologico: consta di 313 proposizioni in difesa della prova a priori dell'esistenza di Dio di Sant'Anselmo d'Aosta.
LinguaItaliano
Data di uscita10 ott 2015
ISBN9788869821097
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    Anteprima del libro

    Teodicea - Vincenzo Capodiferro

    bontà.

    INTRODUZIONE

    «Se non avessimo continuamente davanti al nostro sguardo Cristo, noi saremmo degli esseri smarriti pere le vie del mondo,» ripeteva Dostoevskij. Perciò l’uomo smarrito trova la ragion d’essere di tutti gli eventi, anche quelli più impensabili, in Dio. Questo è il senso della teodicea! Perché Dio è in tutto, è la trama e l’ordito di tutto ciò che accade nel tempo e nella storia e si asconde dietro le cause seconde: «Il beneplacito di Dio non è invece conosciuto in anticipo, ma solo mediante gli avvenimenti; ordinariamente sfugge alla nostra preveggenza, spesso anzi sconcerta i nostri piani. Le cose che ne sono l’oggetto non dipendono da noi, ma da Dio che se ne è riservata la decisione; per esempio in tale momento saremo sani o malati, nella prosperità o nell’avversità, nella pace o nella lotta, nell’aridità o nelle consolazioni? Saremo ancora vivi? Chi potrebbe dirlo? Sapremo ciò che Dio vuole da noi quando la cosa avverr໹. Ecco perché abbiamo scelto le parole del padre di Maria Adele, Giovanni Soltoggio, per esprimere quale deve essere il saggio atteggiamento dell’uomo di fronte ai beni che, in maggiore o minor misura, la Provvidenza dispone nei confronti dell’uomo.

    Teodicea, parola che significa giustizia di Dio, compare per la prima volta nell’omonima opera di Leibniz, Saggi di Teodicea, del 1710. Il filosofo con questa intendeva giustificare la divinità dell’esistenza del male nonché conciliare il libero arbitrio con la provvidenza. Leibniz arriva alla conclusione che questo sia il migliore dei mondi possibili. Contro tale ottimismo si scaglierà Voltaire, che nel Candido conclude: «il faut cultiver notre jardin», anche se «Tous les événements sont enchaînés dans le meilleur des mondes possibles». Il problema del male è antichissimo e su questi si erano dimenati tutti i filosofi, fin dagli albori del pensiero occidentale. Platone ed Aristotele avevano giustificato il male correlandolo col non-ente e con la materia. Secondo li Stoici i mali fisici sono punizioni inflitte dalla provvidenza agli uomini per le loro colpe, mentre i mali morali dipendono dalla libertà dell’uomo, per cui le azioni venivano classificate in buone, cattive o indifferenti. Per i neoplatonici il male è assenza del bene. Agostino, in particolare, giunge a distinguere i mali in metafisici, fisici e morali: i primi consistono nell’imperfezione, i secondi nella sofferenza, i terzi nel peccato. Questi tre tipi di mali sono poi correlati con tre attributi divini: la santità, la bontà e la giustizia. Il problema fondamentale della teodicea era: si Deus est, unde malum? Si non est unde bonum? Ecco perché era connesso con un altro problema fondamentale, affrontato da tutti i filosofi e i teologi: quello dell’esistenza di Dio. La teodicea allora partendo da questi temi si è estesa e comprende non solo la giustificazione delle opere divine, ma anche le prove dell’esistenza di Dio, la dimostrazione dei suoi attributi, il rapporto tra Dio e mondo.

    Renée è una donna straordinaria. È l’autrice che ci ha lasciato quest’opera, proprio dal titolo Teodicea. Renée è l’unico nome che ci resta a principio dell’opera, che parte dal tema, quanto mai stringente, dell’esistenza di Dio e si intreccia con varie problematiche, che vanno dalla politica alla storia, dalla religione all’educazione. Il suo nome ci porta a questi riferimenti: il primo è Belcastel e ci rimanda al dipartimento di Aveyron, a sud della Francia, il secondo ai Carmelitani. In base a questi indizi possiamo dedurre che si tratti può darsi di una religiosa carmelitana, forse legata all’opera della santa Èmile de Rodat. Il dipartimento di Aveyron è stato ricco di intensa spiritualità. Basti pensare che la città di Albi fu sede di una florida comunità di riformati, che poi nel Medioevo presero il nome di Albigesi, dopo il Concilio dei Catari a St Felix de Caraman nel 1167. Nel 1209 è indetta una crociata contro gli Albigesi da papa Innocenzo III. Un riferimento essenziale è dato dal discorso sulla libertas ecclesiae, tenuto al Vescovo il 30 maggio 1889. L’autrice riporta questo discorso insieme ad altri: questo è l’unico rimando fondamentale per poter ricostruire brevemente il quadro dell’opera. L’altro richiamo importante, oltre ai discorsi attribuiti al De Maistre, al Balmes, al Cousin, il che denota la profonda attenzione della Nostra verso la cultura cattolica del tempo, è il discorso attribuito a J. Lemann, uno dei fratelli ebrei convertiti che fondano un convento di carmelitani ad Haifa nel 1892. Questo ci riporta indubbiamente al Carmelo e ci fa pensare ad una religiosa. A Villafranca, nell’Aveyron, vi era una comunità carmelitana, oltre ai Cordelieri della Rodat. La Nostra prende le posizioni dal Cousin, uno dei massimi esponenti della cultura del tempo, in osservanza proprio alla più genuina cultura cattolica. Si riflette nell’opera quel senso profondo di insoddisfazione, provocata dalla recrudescenza contro la fede, tipica della Francia della Terza Repubblica. Siamo in un periodo molto controverso. Dal 1885, in particolare, vi è un tentativo di restaurazione del movimento nazionalista, capeggiato dal ministro Georges Boulanger. Il boulangismo viene sventato dalla vittoria elettorale delle forze repubblicane nel 1886. Dal 1887 è presidente Carnot. Leone XIII per evitare gli effetti della politica anticlericale raccomanda uno spirito di collaborazionismo con la Repubblica, proprio in ossequio alla sua politica di apertura e di riformismo. La questione sociale raggiunge livelli esorbitanti di problematicità, non a caso proprio in questo periodo la Rerum Novarum (1891) cerca di dare delle risposte. Nel 1894 vi è un attentato anarchico contro il presidente Carnot. I socialisti si organizzano nei primi grandi partiti di massa, come nel partito operaio rivoluzionario, nel partito radical-socialista e nei grandi sindacati. Nel 1895 viene fondata la Confederazione Generale del lavoro (CGT). La lotta tra Destra e Sinistra si riflette nell’affare Dreyfuss. Il blocco repubblicano è rappresentato dallo scrittore Emilio Zola, che si esprime a riguardo in J’accuse nel 1898, da Clemenceau e da Jaurès. Di contro Maurras col suo nazismo ante litteram si scaglia contro tedeschi, protestanti ed ebrei, nonché contro Rousseau. La politica anticlericale culmina nella soppressione degli ordini religiosi nel 1902, attuata da Combes, con conseguente incameramento dei beni ecclesiastici, e nella separazione tra stato e chiesa, attuata nel 1905 dal socialista Aristide Briand. La riabilitazione di Dreyfuss durante il gabinetto Clemenceau (1806-1809) segna la vittoria delle forse progressiste. Dal 1912 al 1920 domina il grande ministero del conservatore Raymond Poincaré, il Giolitti francese. A cavallo tra l’Ottocento e il Novecento l’Europa e la Francia vivono un’età di profonde contraddizioni, non a caso definita la belle époque. Questa età, caratterizzata dall’imperialismo, porterà poi alla Grande Guerra. Il vento bellico si vede riflesso anche nelle acute considerazioni che la Nostra fa sulla guerra: un male permesso da Dio proprio per punire il peccato dell’uomo e per curare i mali del mondo. Il bellum rimanda al bello! A causa della bellezza il più delle volte avvengono i litigi. Il tema della condanna del modernismo è moto rilevante nelle note di dissenso verso tendenze culturali che tendevano a sincretizzare il più sano pensiero cristiano con le rinnovate tendenze della Bella Epoca. Così annota il Bottazzi: «Il Sillabo di Pio X segna la continuazione di duemila anni di cristianesimo. Nulla, nella tradizione, è mutato. Non fiamme di roghi, né stermini di popoli, né paurosi silenzi di filosofi, oggi, ma un semplice ammonimento agli illusi. Ieri Pio IX e Leone XIII, l’uno con la violenza degli anatemi, l’altro con la letteratura delle encicliche, riaffermavano i principi fondamentali della Chiesa contro ogni illusione ed ogni audacia. Oggi è Pio X, la cui voce acquista come una solennità di medio evo per l’opportuno intervento della Madonna del Carmine. Altro che darvinismo fogarazziano!»². Neppure tutti gli anticlericalismi, le persecuzioni, le soppressioni hanno potuto sopprimere questa Chiesa. Anzi, proprio in quei tempi di maggior prova ha potuto effondere queste preziose gemme di grazia e di fede!

    I temi affrontati nel testo sono molteplici ed ampi e sono ricollegabili sostanzialmente all’impianto generale della teodicea, questa scienza, fondata da Leibniz, che tratta della giustizia di Dio, a partire dallo spinoso problema dell’esistenza dell’Eterno Padre. È bello che la Nostra riporta inframmezzati veri e propri discorsi di filosofi e di vescovi per acclarare le sue tesi. Lasciamo al lettore la dolcezza di gustare queste saporite cibarie filosofiche che arricchiscono il convivio. Il problema dell’esistenza di Dio è antichissimo, risale già ai primi filosofi e prosegue fino ad oggi. Oltre a Talete, Anassimandro riconobbe Dio nell’Infinito, Anassimene nello Spirito, o Aria, Senofane e Parmenide nell’Essere e poi citiamo Socrate, che pagò di persona per la credenza in un unico Dio, Platone, Aristotele, tutti i filosofi medievali, tra cui Anselmo, Tommaso e Scoto, Occam stesso e poi, proseguendo nel cammino della filosofia, Cartesio, Spinoza, Leibniz, Locke, Berkeley, fino a Kant, che mise in dubbio le prove, ma poi Hegel, e così via fino a Gödel, tanto a dimostrare che si tratta di un tema sentito e discusso. A tal proposito abbiamo riportato a principio della presente opera un Trattato in difesa dell’argomento ontologico di Sant’Anselmo di Aosta. I primi monoteisti attestati dalla storia, oltre al popolo ebraico, cui Dio si rivelò direttamente, furono il faraone Achenaton, il profeta Zoroastro, i Bramini d’India, i filosofi Greci, tra cui citiamo in particolare gli Eleati. Coloro che non ebbero rivelazioni dirette giunsero a Dio per mezzo della ragione naturale. Non riportiamo tutta la controversia sull’esistenza di Dio, altrimenti non basterebbe un’introduzione per esaurire tutti i rivoli che nascono da questa questione. Il mondo oggi pare che si sia allontanato dal Creatore e sorgono altri Dei, altri miti, che cercano di spiegare il tutto. Comunque tra le prove più perfette elaborate quella di Scoto è la più forte, degna d’altronde del Dottor Sottile: «Con una fuga in avanti, possiamo anticipare che l’argomento scotista supererebbe anche la critica kantiana, ossia la critica che attacca l’argomento ontologico in base alla tesi secondo la quale l’esistenza non è un predicato, dal momento che la prova scotista non include il predicato esistenza nella definizione della causa prima»³. Ecco perché il Dottor Sottile viene poco preso in considerazione per questo argomento: perché è inattaccabile, mentre Anselmo e Tommaso vengono subito catapultati in piazza. La filosofia attuale, erede di Kant, si perde dietro alla critica soltanto e si inaridisce in questioni formali e preparatorie. È questa una grave deficienza che è anche dei-ficienza del pensiero moderno che ha sostituito il problema critico ai problemi metafisici e morali. Kant è diventato assoluto. Eppure lo stesso Hegel dedicò un corso a questo problema, ravvisabile nelle Lezioni sulle prove dell’esistenza di Dio. Renée viveva nella Belle époque, noi nella Nouvelle époque, ma nulla è cambiato. Feuerbach aveva dedotto che non è stato Dio a creare l’uomo a sua immagine e somiglianza, ma è stato l’uomo che ha creato Dio a sua immagine e somiglianza. Marx, Freud e Nietzsche, dalla cui filosofia dipende, purtroppo, tutta la cultura contemporanea, hanno accettato questo assioma. Di costoro due erano ebrei: come hanno potuto rinnegare Dio? Avere il concetto di Dio e negare l’esistenza di Dio stesso è la più grande contraddizione in cui si può incorrere. In Dio essenza ed esistenza si identificano. Nell’Esodo Dio stesso ha definito se stesso: Io sono Colui che sono. Chi ha il concetto di Dio, conosce la sua essenza e di conseguenza conosce pure la sua esistenza. In Dio, ente semplicissimo, non vi sono composizioni. Non si danno atei teorici. San Bonaventura diceva che tutte le cose che esistono al mondo gridano con tutta la forza della loro natura: esiste Dio! Esiste Dio! Per Kant e gli idealisti, l’unica divinità è l’Io trascendentale, davanti al quale si prostrano in adorazione. Nell’Io si identifica il soggetto adorante e l’oggetto adorato. È una gran bella confusione: si afferma il panteismo dell’io! E ripeteva Dostojewski: «A voi negatori di Dio e del Cristo, non è mai venuto in mente che tutto sarebbe fango e peccato nel mondo senza Cristo?». «Togliete Dio dal cuore dell’uomo e l’uomo diventerà la peggiore delle bestie», perché «se non c’è Dio, tutto è permesso!». E si è visto: tutti i danni e le guerre che ha procurato l’uomo! Tutti i danni che ha procurato la scienza! La bomba atomica in un istante ha ucciso più uomini che tutti i roghi della Santa Inquisizione in secoli e secoli! Eppure, come reclamava Von Braun, parlando agli studenti dell’Abbey College nel lontano 1972: «La scienza e la religione non sono incompatibili, ma sono sorelle. Non è possibile contemplare l’ordine e la bellezza dell’universo, senza riconoscervi la presenza di un artefice divino». Oggi pare che la maggior parte degli scienziati e gli psichiatri debbano fare a priori professione di ateismo. Ma tutti i grandi erano credenti: Galilei, - con tutto il processo! -, Newton, Cartesio, Leibniz, Marconi, Einstein. Lo stesso Napoleone si convertì a Sant’Elena! Alexis Carrell ripeteva: «L’uomo ha bisogno di Dio come dell’acqua e dell’ossigeno». E Nicola Pende: «Chi non crede in Dio solo, eterno, infinito, personale, Creatore dell’universo fisico e dell’universo spirituale, non può elevarsi sopra la propria animalità». E sul tema della compatibilità tra scienza e fede insistiamo con le parole di Enrico Medi: «A nulla vale la scienza e gli scienziati, se prima non riconosciamo Colui che ha dato l’intelligenza all’uomo per avere la scienza».

    Le prove dell’esistenza di Dio possono essere di due tipi: a priori o a posteriori. Le prime partono dall’idea di Dio per dimostrare l’esistenza di Dio, le seconde partono dalle cause seconde per giungere alla Causa prima. Le prime sono senz’altro metafisiche, le seconde possono essere fisiche, morali, estetiche, storico-sociali, etc. Modello principale della prova a priori è l’argomento ontologico di Anselmo. Lo stolto dice nel suo cuore: non esiste il Signore!⁴. Contro l’insipiente del Salmo si deve dire che egli possiede il concetto di Dio per negarlo. Il concetto di Dio è quello di un essere di cui nulla si può pensare di più grande (Id quo maius cogitari nequit). Ora ciò di cui non si può pensare il maggiore non esiste solo nell’intelletto, ma deve esistere anche nella realtà. L’argomento si fonda su due punti: 1) ciò che esiste in realtà è maggiore o più perfetto di ciò che esiste nel solo intelletto; 2) negare ciò di cui non si può pensare il maggiore significa contraddirsi⁵. Modello principale dell’argomento cosmologico, o a posteriori, sono le cinque vie di Tommaso, che riprende la dimostrazione aristotelica del Motore Immobile: 1) dal moto al Primo Motore Immobile; 2) dalle cause efficienti alla prima Causa efficiente; 3) dagli esseri contingenti all’essere necessario; 4) dai gradi di perfezione all’essere perfetto; 5) dalle cause finali all’Essere intelligente. Tutte le prove a posteriori, come nell’impianto originario aristotelico si fondano su due principi di fondo: a) gli esseri mondani sono contingenti; b) non si può procedere all’infinito nella serie delle cause. Tra le prove a posteriori va inclusa anche quella fisico-teologica, o teleologica, fondata sulle cause finali, con l’unica differenza che procede in avanti verso il Fine ultimo, mentre la serie degli efficienti procede all’indietro, verso la Causa prima. Tra le altre dimostrazioni una originalissima è quella di Scoto, che si fonda sulla possibilità dell’essere infinito. Il possibile può essere di due generi: ciò che è constatabile come esistente, oppure ciò che può esistere unicamente in virtù delle condizioni della sua possibilità. Scoto esclude il primo genere, ammettendo il possibile puro. Naturalmente il possibile puro presuppone chi gli dà l’esistenza, cioè chi rende possibile la sua possibilità stessa. Questo ente è Dio, che ha come costitutivo metafisico l’Essere infinito. In età moderna la prova scotista sarà ripresentata da Leibniz. Le prove dell’esistenza di Dio furono riprese da vari autori, tra cui i più noti, i razionalisti, come Cartesio, Spinoza e Leibniz, ma anche gli empiristi come Locke. Non riportiamo tutti, ma un cenno è dovuto a Cartesio, cui la Nostra Renée più volte si rifà, soprattutto per l’idea di infinito. Cartesio prevede tre argomenti: I) Dall’esistenza dell’idea di perfetto all’Essere perfetto; II) dall’essere imperfetto all’Essere perfetto; III) dall’idea di perfetto all’Essere perfetto. Riguardo al primo l’idea di perfetto: a) non può provenire dal nulla; b) né da me, che sono imperfetto; c) proviene da Dio. Il terzo argomento riprende propriamente l’argomento ontologico di Anselmo. Cartesio sostiene che l’esistenza di Dio è compresa nella sua essenza proprio come in un triangolo è compreso che i suoi tre angoli siano uguali a due angoli retti, o che in una sfera tutte le parti sono equidistanti dal centro. Spinoza riacquista poi l’assioma scolastico che alla natura della sostanza è pertinente l’essere, cioè la sostanza deve esistere necessariamente e lo applica alla Sostanza assoluta. Leibniz ammette sia l’argomentazione a posteriori, partendo dal principio di ragion sufficiente, che quella a priori, partendo dal concetto di Dio: se l’essere necessario è possibile, esiste, poiché essendo infinito, nulla può impedire la possibilità di ciò che non implica alcun limite, alcuna negazione. Kant, nella Critica della Ragion Pura, sezione Dialettica Trascendentale, mette in discussione tutte le prove razionali sull’esistenza di Dio, ammettendo invece solo dei postulati morali. Secondo Kant l’argomento ontologico non regge, perché contiene un illecito passaggio dall’ordine ideale all’ordine reale. Mentre l’argomento ontologico e quello fisico-teleologico, sono fondati su di un uso illegittimo del principio di causalità al di fuori dell’ambito trascendentale, legato al mondo fenomenico. Hegel, al contrario, riprende le prove confermando che l’Infinito esiste prima ed a prescindere dal finito, che è solo una semplice negazione, o determinazione. Tra gli ultimi a riproporre l’argomento ontologico vi è Kurth Gödel⁶. Abbiamo ripercorso

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