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I cavalieri delle torri ardenti
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E-book339 pagine4 ore

I cavalieri delle torri ardenti

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Info su questo ebook

Nella Sicilia d'inizio '400 dopo la misteriosa morte del Re Martino si snodano le disavventure della sua giovane vedova, la Principessa Bianca di Navarra, inseguita per tutta l'isola dal vecchio conte catalano Bernardo Caprone, follemente innamorato di lei. Tra castelli assediati e cruente battaglie campali in cui si affrontano le opposte fazioni fedeli all'uno o all'altra, la Sicilia deve anche fronteggiare la minaccia dell'invasione del Re di Napoli. Ma chi muove realmente le fila dei drammatici e grotteschi avvenimenti sullo scacchiere siciliano? Chi ha realmente avvelenato il Re Martino? Quali occulti messaggi di fuoco rimbalzano da un castello all'altro della Sicilia? E dove si trova il perduto Diploma Aureo dell'Imperatore Federico II?
In questo appassionante romanzo, ispirato ad eventi storici realmente accaduti, si trova tutto ciò che ogni buon lettore può desiderare: storia, passioni, intrighi, continui colpi di scena, comicità esilarante e persino un pizzico di paranormale.

"...Trattasi di un romanzo storico di inedita fattura. Documentatissimo sino alla pignoleria rispetto ai dettagli ambientali, culturali, storici della Sicilia del 1400, si svolge in una narrazione sciolta e accattivante sin dalle prime pagine. Avvincente e affascinante, il libro compendia fatti e circostanze dotati di un alto grado di verosimiglianza con la narrazione di vicende umane singolari e collettive. Burgio rilegge e innova, in Sicilia, il genere del romanzo storico, senza mai scivolare nella pedanteria...".
Paul Devins, storico ed archeologo statunitense.
 
LinguaItaliano
Data di uscita13 nov 2013
ISBN9788868559076
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    I cavalieri delle torri ardenti - Ignazio Burgio

    dell'autore

    Mar di Sardegna

    Golfo di Cagliari, giugno 1409. «Navi a prora!» gridò dall'alto della coffa la vedetta della galea aragonese. Di colpo il Grande Ammiraglio Sancio Reiz alzò gli occhi dalle sue carte per correre sotto l'albero maestro.

    «Molti legni all'orizzonte, ammiraglio. Galee da guerra» gli confermò il capitano, mentre altre navi della flotta reale cominciavano a dare la medesima voce in un crescendo di agitazione.

    Il sole era alto sull'orizzonte, prossimo a mezzodì. La flotta aragonese era al suo terzo giorno di navigazione dopo la partenza da Palermo, e né l'ammiraglio né il re Martino si aspettavano per la verità di dover affrontare i ribelli sardi così presto, prima del loro arrivo a Cagliari.

    «Quante navi vedi?» chiese il Sancio Reiz direttamente alla vedetta.

    «Impossibili da contare. Sono tantissime».

    Il re Martino giunse in coperta e domandò tutti i dettagli, ma l'ammiraglio poté dirgli solo ciò che aveva sentito. Mentre parlavano la vedetta aggiunse che alcune galee sembravano genovesi.

    «Allora i nostri sospetti erano fondati!» esclamò il re. «Dietro la rivolta c'è la Repubblica di San Giorgio!»

    «E' necessario proteggere le navi da carico, Vostra Maestà, o la nostra spedizione sarà compromessa» si preoccupò di dirgli l'ammiraglio.

    «Ho la massima fiducia nelle vostre capacità militari, Almirante» disse il sovrano al Reiz. «Siete perfettamente in grado di sconfiggere quella flotta e di vincere per metà la guerra».

    «Sua Maestà mi onora della sua fiducia ed io non la deluderò» gli rispose con un mezzo inchino.

    Il re Martino rifiutò con un gesto della mano la coppa di vino offertagli da un coppiere, chiedendo solo acqua fresca. Osservò per qualche attimo con soddisfazione tutti quei rematori esperti che sotto il sole ardente ai due lati del vascello rispettavano perfettamente il ritmo senza lasciarsi prendere da alcuna emozione. Poi si mise anche lui a fissare davanti a sé quelle triremi che si andavano facendo sempre più visibili e sempre più vicine.

    Al contrario il Sancio Reiz teneva un occhio alla flotta nemica e l'altro alle proprie navi ai suoi lati. «Segnalate a tutte le nostre galee di deviare a dritta verso levante, a mezza velocità. E che nessuna perda il contatto» disse l'ammiraglio al capitano.

    L'uomo diede disposizioni, alcune bandiere colorate vennero issate sull'albero, mentre altri due uomini ai due lati della nave con l'aiuto di megafoni di legno ripetevano lo stesso comando a voce alla nave più vicina. In breve l'ordine venne ricevuto da tutte le navi della flotta che mantenendo la stessa velocità iniziarono a correggere la rotta.

    Più di cento anni dopo la Rivolta dei Vespri, il regno iberico di Aragona si dimostrava una vera potenza mediterranea, dominando sulla Sardegna e la Sicilia, non senza dispute e continue lotte tuttavia. Genova fomentava continuamente rivolte nell'isola sarda per portarla nella sua sfera d'influenza politica e commerciale. In quella primavera del 1409 un'ennesima ribellione aveva costretto i sovrani d'Aragona e di Sicilia, ovvero i due Martini, il Vecchio e il Giovane, ad approntare una grande spedizione navale con la quale trasportare nell'isola un ingente numero di soldati. Il re di Sicilia, Martino il Giovane, aveva deciso di seguire personalmente le sue truppe, lasciando in Sicilia come vicaria la sua giovane e bella moglie, la regina Bianca di Navarra. Anche l'isola più grande del Mediterraneo era tuttavia costantemente minacciata dal sovrano francese il re Ladislao di Napoli, che dall'altra sponda dello Stretto non cessava di ordire trame occulte per tornare ad impossessarsi di Messina e di tutta la Sicilia.

    Sulla sua veloce galea, qualche nave più in là, il vecchio ma ancora aitante conte di Modica, Bernardo Caprone, Gran Giustiziere di Sicilia, osservava perplesso le manovre:

    «Quell'ammiraglio da quattro soldi ci farà colare a picco!» disse fra sé, sorseggiando un bicchiere di buon vino. Non correva buon sangue tra lui ed il Sancio Reiz. Anni prima nel corso di un animato litigio davanti al re stavano quasi per sfoderare le spade. Il sovrano si era visto costretto ad allontanare per un po' il Caprone dalla corte, e questi se l'era legata al dito.

    La flotta nemica fino a quel momento immobile lentamente si mosse dirigendosi anch'essa verso levante. Dapprincipio si mantenne parallela a quella siciliana, ma dopo quasi un'ora si ritrovò più vicina. L'ammiraglio Reiz disse allora fra sé: «Vediamo se abboccano» e ordinò di segnalare alle navi di invertire la rotta verso sud, sempre a velocità moderata.

    «Che ci fa tornare a Palermo quel vigliacco senza palle?» si chiese il Caprone, eseguendo tuttavia l'ordine.

    Ma quasi subito dalla linea compatta degli avversari si staccarono alcune navi, le più veloci, che si avvicinarono rapidamente alla flotta di Martino. Interpretando l'inversione di rotta delle navi siciliane come una ritirata e una debolezza intendevano ritagliarsi la loro fetta di gloria e di bottino.

    Sulla galea più grande della flotta sarda, l'ammiraglio genovese osservò questa manovra con costernazione:

    «Ma che fanno quei pazzi sconsiderati! Presto segnalate loro di tornare nel gruppo!» disse ai suoi uomini.

    Ma dall'altro lato il Reiz sorrise di soddisfazione e diede altre disposizioni:

    «Lasciare avvicinare le navi sarde isolate. Poi invertire la rotta e a tutta velocità affrontarle contemporaneamente a prora ed a poppa con gli arcieri ed i guastatori. Le galee dell'ammiraglio Artale Alagona sono le più veloci, dovranno essere quindi le sue ad aprire il contrattacco. Segnalate!»

    Bandiere e megafoni di legno si diedero da fare e non appena le prime navi sarde furono sufficientemente vicine le galee siciliane fecero dietro-front circondandole. Gli arcieri le tempestarono di frecce facendo strage di nemici, poi subentrarono anche i guastatori. Uomini abili con le scuri si gettarono in acqua, protetti da scudi di vimini, e raggiunte le navi nemiche iniziarono a rompere gli scafi sotto il pelo dell'acqua.

    L'ammiraglio ed i comandanti genovesi erano costernati e al contempo inferociti a motivo dell'indisciplina delle navi sarde. Dopo aver segnalato inutilmente di non rimanere isolati, decisero di raggiungere anch'essi la flotta siciliana per proteggere e dare man forte a quelle galee che si erano imprudentemente esposte. Ben presto tuttavia si ritrovarono anch'esse circondate e sotto attacco.

    Il Gran Giustiziere Caprone stava seguendo anch'egli la strategia del Sancio Reiz, ma con più esuberanza e meno prudenza secondo il suo temperamento.

    «Avviciniamoci di più a quella galea genovese!» gridò al capitano della sua nave. «La mira degli arcieri sarà più precisa».

    «Eccellenza corriamo il rischio di venire abbordati e assaliti sulla nostra stessa nave!» gli fece notare il capitano.

    «Che vengano pure! Assaggeranno el sabor dels nostres ferros!» gli replicò agitando la sua spada.

    Obbedendo all'ordine del Caprone il capitano comandò ai rematori di portarsi più vicino alla galea nemica. Gli arcieri si misero all'opera e riuscirono a indirizzare con più precisione i loro dardi, anche se lo stesso valeva per gli arcieri genovesi. Ben presto però si avverarono i timori del capitano e parecchi uncini vennero lanciati contro il bordo della nave, agganciandola. Parecchi soldati genovesi si lanciarono all'arrembaggio e assalirono gli uomini del Caprone. Un energumeno armato di ascia saltò sulla nave siciliana e iniziò a mutilare tutti coloro che gli capitavano a tiro arrivando infine davanti allo stesso Gran Giustiziere. Il conte Caprone senza esitare gli vibrò un fendente con la spada, ma questa incrociando l'ascia vibrata con forza superiore gli sfuggì di mano. Lesto il conte si accinse a riprenderla ma una freccia scagliata chissà da chi gli perforò la punta dello stivale, schivandogli le dita ma agganciandolo al tavolato della nave ed impedendogli i movimenti. Il Caprone si volse allora verso il suo antagonista, ed i suoi occhi di belva incontrarono lo sguardo altrettanto feroce dell'energumeno con la sua ascia alzata pronta a colpire. Fu fortunato poiché un sasso lanciato da una fionda colpì il guerriero genovese alle mani facendogli cadere l'ascia. Mentre questi si chinava per riprendere la sua arma, il Gran Giustiziere con un energico strattone liberò contemporaneamente la freccia e il suo stivale dal ponte della nave, e stringendolo con forza nel pugno ficcò prontamente il dardo nella pancia del suo avversario trapassandolo da parte a parte. L'energumeno per il dolore lasciò cadere ancora una volta la sua ascia che aveva già alzato e si piegò in due accasciandosi sul ponte, dando così il tempo sufficiente al Caprone di riprendere la sua spada e affondarla nel collo del gigante per finirlo.

    Le navi sarde attaccate per prime intanto stavano già cominciando ad affondare per le falle aperte dai guastatori con le loro scuri. Le navi avversarie più lente che stavano sopraggiungendo temettero di finire anch'esse a mal partito e decisero di darsi alla fuga invertendo la rotta. L'ammiraglio genovese allora comprendendo che la battaglia era ormai perduta ordinò la resa.

    I volti di pietra

    Il mulo arrancava sul ripido sentiero frequentemente invaso dai rami degli alberi secolari ai suoi lati. L'uomo che camminava davanti ad esso aiutandosi con un bastone scostava le verdi fronde stando attento che non rimbalzassero sulla vecchia donna in groppa alla cavalcatura, mentre i raggi del sole al tramonto filtravano tra le foglie abbacinando gli occhi. Anche quel giorno siciliano del 1409 stava spegnendosi, portandosi con sé il caldo di quel giugno afoso, nonostante sui monti siciliani dei Nebrodi la frescura della sera arrivasse presto a frizzare l'aria sottile.

    All'improvviso dietro una curva una carcassa di quello che doveva essere stato un brigante dei boschi fece trasalire l'uomo per un attimo. Era impalato ad un robusto ramo, madido di scuro sangue, infisso nel terreno, ed i corvi si stavano già dando da fare a divorargli gli occhi e le viscere squarciate dall'acuminato punta del palo. La vecchia dal volto scarno come un teschio non riuscì a trattenere la sua bocca sdentata dall'aprirsi in un sogghigno, mentre l'uomo con gli occhi bassi e una punta di ribrezzo mormorò qualcosa. Giunsero finalmente sull'alto pianoro dell'Argimusco, spoglio di alberi ma ridondante di bianche rocce rischiarate dal sole ormai rosso e calante poco sopra l'orizzonte di nord-ovest. Le alte strutture megalitiche dai volti antropomorfi sembrarono seguire coi loro duri sguardi di pietra i nuovi arrivati, quasi a temere come una profanazione qualsiasi invasione umana di quello spazio sacro, perenne regno di uccelli e armenti.

    La vecchia scese dal mulo con un tintinno di catenine e pendagli che doveva avere sotto le lunghe vesti cenciose. Quindi tirò fuori da una tasca una medaglietta di piombo appesa ad un filo di cuoio, la mise al collo dell'uomo e pronunziò una strana filastrocca invocando santi, angeli ed altre sconosciute entità.

    «Questa dovrebbe bastare per farti conquistare il cuore della tua Bastianedda» disse con voce roca e secca. «Non mostrarla a nessuno e non perderla perché dopo la rivoglio. Se entro la prossima luna nuova non ci saranno novità allora ti darò qualcos'altro, però dovrai farmi qualche altro favore».

    L'uomo annuì e ringraziò poi chiese:

    «Ma voi ce la fate a tornare a piedi fino a Mont'Albano? Non avete nemmeno acqua e pane!»

    «Non preoccuparti, sono affari miei. Tu vattene pure».

    L'uomo la salutò, salì in groppa al mulo e prese la via del ritorno. La vecchia rimase sola davanti ai muti megaliti con le ombre ormai dissolte, mentre il cielo senza più sole cominciava a perdere colore dalla parte di oriente. Dopo essersi accertata che nessuno la vedesse si voltò in tutte le direzioni ruotando su se stessa e pronunziando oscure parole arcane. Poi con gli occhi nuovamente davanti ai megaliti fece come un saluto con le mani e pronunziando altre parole si avviò verso due alte rocce con le fattezze di uccelli. Rimase qualche attimo di fronte a loro pronunziando altre misteriose parole, poi passando fra l'uno e l'altro si diresse verso un'alta roccia con il volto di una donna in preghiera. Dinanzi ad essa si fermò parecchi minuti, pronunziando filastrocche incomprensibili mentre le sue vecchie dita nodose riempivano l'aria di segni. Si sentì una folata di vento veloce che fece ondeggiare i cespugli alla base delle rocce. Alcuni cani lontani latrarono nervosamente, e l'aria improvvisamente tornata ferma sembrò come riempirsi di sensazioni indefinite che avrebbero fatto rabbrividire anche un boia. Per un momento anche il coro delle cicale sembrò arrestarsi, insieme all'inquietante silenzio degli uccelli. Ma la vecchia accennò un mezzo sorriso, e dopo aver guardato di nuovo il profilo roccioso della Vergine Orante cercò un comodo riparo su cui stendersi approfittando dell'ultima luce.

    Doveva attendere. Prima giunse la luna, rossastra e quasi piena, cominciando a rischiarare il pianoro man mano che si faceva più bianca. Poco dopo, il respiro affannoso di due giovani donne si aggiunse agli altri consueti rumori del semioscuro altipiano:

    «Siamo qua! Ma non è ancora arrivata?» disse una. «Ma per forza dev'essere qui, me lo sento!» fece eco l'altra.

    «Eccomi!» rispose la vecchia uscendo dall'ombra. «Siete in ritardo. Avete portato quello che ci serve?»

    Le due giovani donne tirarono fuori da un grande canestro una gallina e un agnellino, becco e bocca stretti da lacci, che dimenavano le zampe anch'esse legate.

    «Benissimo» disse guardando in alto. «Ora dovremo solo aspettare che le stelle e la luna siano nella giusta posizione. Accendete il fuoco intanto. Lì, sotto l'immagine della donna».

    Le due giovani streghe tirarono fuori della legna da un altro sacco e con l'aiuto della lanterna che avevano con loro infiammarono la paglia sopra la catasta, soffiandovi sopra finché il fuoco non cominciò a farsi vivo. La roccia della Vergine Orante sopra di esso si fece rossa, mentre più in alto, oltre una piccola zona d'ombra, il suo volto illuminato dalla bianca luna sembrava sospeso nel vuoto.

    «Ecco la luna si sta posando sopra la roccia della donna» disse la vecchia strega. «Tra poco sarà mezzanotte e potremo iniziare. Continuate ad alimentare il fuoco».

    Le due giovani donne misero altra legna sul fuoco, ma all'improvviso degli uomini a cavallo con delle torce sbucarono da sotto il dosso del sentiero e vedendo le tre donne accanto al falò iniziarono a gridare e a galoppare verso di loro. La vecchia e le sue assistenti allora trasalirono prese dal panico.

    «Maledette! Vi siete fatte seguire dagli sbirri!» gridò la vecchia, e lasciato tutto quanto presero a correre tutte insieme cercando di guadagnare il bosco. Le due ragazze col cuore in gola distanziarono la vecchia strega così lenta da non avere speranza. Dopo qualche attimo tre cavalieri la circondarono e le loro torce la illuminarono.

    «Zineffa!» disse uno di loro, il duca Cacciaguerra di Mont'Albano, per nulla sorpreso.

    «Vostra Eccellenza, il buio ci ha sorpresi quassù. Volevamo mangiare qualcosa prima di riprendere il cammino domani...».

    «Taci!» le intimò il nobile. «So già che ogni solstizio d'estate voi celebrate i vostri maledetti riti pagani in mezzo a queste rocce scolpite. Ma non è per questo che sono venuto fin quassù». Altri due cavalieri intanto sopraggiunsero sospingendo innanzi a loro le altre due giovani terrorizzate e imploranti.

    «Donna Eufemia ha confessato tutto oggi in paese» proseguì il maturo nobiluomo. «Sei stata tu a darle il veleno col quale mandare all'altro mondo suo marito! Tutta Mont'Albano è ancora in subbuglio e reclama giustizia!»

    «Ma Vostra Eccellenza come potete pensare che una povera vecchia come me possa fare queste cose contro Dio?»

    «Non dire altro!» le intimò nuovamente il duca dall'alto del suo destriero. Poi si rivolse alle due ragazze: «A voi due non voglio più vedervi camminare sulle mie terre, altrimenti passerete il resto della vostra vita nei sotterranei del mio castello, chiaro?»

    Le due giovani tremanti annuirono col capo basso, e il duca comandò ai suoi uomini di cacciarle via. Una volta allontanatesi le due ragazze accompagnate dai peggiori insulti, il nobile si rivolse nuovamente alla vecchia strega che ancora tenuta per le braccia dagli aguzzini sperava in un gesto di estrema clemenza.

    «Tu invece sarai giudicata e giustiziata sulla piazza del paese, come vogliono tutti i paesani».

    A quel punto il volto della vecchia si fece rosso e feroce, e lanciando con gli occhi lampi di sangue, la sua lingua esplose:

    «Ma lo sanno tutti che donna Eufemia è sempre andata a letto con voi e prendeva i vostri soldi! E donna Eufemia mi confidò che quel veleno serviva a voi...!»

    Non riuscì a dire altro poiché il duca scese velocemente da cavallo e afferrata la vecchia per il collo fece quasi per soffocarla. Dimenandosi la strega aprì istintivamente la bocca e uno degli uomini le tirò fuori la lingua mentre un altro brandendo un lungo chiodo da maniscalco le trapassò la medesima lingua da parte a parte. Le urla della vecchia divennero rantoli soffocati dal sangue che iniziava a riempirle bocca e gola, mentre gli occhi sbarrati continuavano a lanciare maledizioni di fuoco che si potevano solo immaginare.

    «Bruciatela!» ordinò il duca.

    Uno degli uomini vestito in maniera un po' più elegante si volse stupito verso di lui: «Eccellenza, ma senza nessun giudizio...?»

    «Bruciatela! Non deve restare niente di lei! Testimonierete voi agli abitanti del paese che abbiamo fatto giustizia qui!»

    Gli uomini approntarono un letto di legni e cespugli secchi, vi adagiarono la strega completamente legata che cercava ancora di dimenarsi, anche se il ferro che le serrava la lingua, ed il sangue che le soffocava la bocca le toglievano sempre più fiato e forze. La ricoprirono con un cumulo di altri cespugli secchi e quando ritennero che bastasse le diedero fuoco. Un paio di uomini risero sarcasticamente, un altro le lanciava tutti gli insulti che conosceva, un altro ancora osservò seriamente che l'indomani sarebbe stato opportuno passare tutti dal parroco a farsi benedire, per liberarsi dalle maledizioni della vecchia.

    Il fuoco diventò più robusto e cominciò a diffondere nell'aria un disgustoso fetore di carni bruciate. Gli uomini si allontanarono avvicinandosi verso il focolare ancora acceso che doveva servire per la cerimonia magica. Seduti su due pietre a scaldarsi le mani, il duca e il suo elegante notaio parlavano tra loro, mentre il focolare illuminava i loro volti: rigido e impassibile quello del nobiluomo, perplesso e pensieroso quello dell'altro.

    «La regina e il Gran Giustiziere potrebbero non approvare questo vostro gesto: potrebbero crearvi dei problemi, Vostra Eccellenza» osservò il notaio.

    «La regina non conta granché e il Gran Giustiziere Caprone è in Sardegna a fianco del re» rispose il conte, con gli occhi fissi al fuoco. «E poi sulle mie terre la giustizia l'amministro io...». Poi dopo qualche attimo di pausa come fra sé aggiunse con una punta di rammarico: «Se quella disgraziata di donna Eufemia non avesse usato il veleno per ammazzare suo marito...».

    Il suo notaio ne approfittò per domandargli:

    «Eccellenza ma non è certamente vero quanto diceva la vecchia, che cioè quel veleno donna Eufemia lo prese per voi?»

    Il duca dacché era assorto nei suoi pensieri si ridestò di scatto e fulminò con lo sguardo il suo interlocutore:

    «Provate a dire ancora una minchiata come questa e vi butto nel fuoco insieme alla strega!» Il notaio ammutolì rabbrividendo e tornò a fissare il focolare. Qualcuno tirò fuori un po' di vino e del pane raffermo, ma di tutto il gruppo solo un paio di uomini avevano voglia di mangiare. All'agnellino e alla gallina delle streghe vennero tolti i bavagli perché potessero respirare meglio e cominciarono a riempire la notte dei loro versi: il cuoco del duca avrebbe saputo dare alle loro carni un gusto migliore che non la semplice cottura al focolare.

    Le fiamme del supplizio intanto stavano cominciando ad abbassarsi, nell'aria sempre l'acre puzza raccapricciante, e qualcuno lo fece notare al duca.

    «Questa notte sarà corta» osservò il nobiluomo. «Voglio che prima dell'alba nascondiate con cura quanto resta del rogo. Appena inizia a far luce si torna al castello: sono stanco».

    Gli uomini ubbidirono e si preparano con alcuni legni a scavare una buca poco distante. Quando tra oriente e settentrione il cielo iniziò timidamente a schiarirsi, la buca era sufficientemente ampia anche se poco profonda e tutti coloro che l'avevano scavata si affrettarono a buttarvi le ceneri ed i resti carbonizzati della vecchia strega. Anche in quel momento più di uno non riuscì a trattenere qualche sarcastica risata.

    «Dovremo farci benedire anche i guanti dopo averli ripuliti!» osservò anche qualcun altro sempre sarcasticamente.

    «Forza sbrigatevi!» ordinò loro il duca massaggiandosi al freddo del primo mattino e stringendosi bene nel suo mantello. Lui ed il suo consigliere stavano già dissetando i propri cavalli quando questi cominciarono a dare segni di nervosismo, nitrendo e dimenandosi.

    «Ma che vi prende? Stiamo tornando a casa! Su, su...» dissero cercando di calmare le bestie.

    A un tratto sentirono un sordo boato, ma distante, ed il terreno muoversi leggermente sotto i loro piedi.

    «Dev'essere un terremoto, Vossignoria! Ma non sotto di noi: lontano...».

    «Eccellenza guardate alle vostre spalle, verso sud: l'Etna...».

    Dalla parte di mezzogiorno, nella parte ancora semibuia del cielo il profilo a malapena distinguibile dell'Etna era incoronato da una macchia di rosso vivo, segno di una improvvisa eruzione.

    «E' colpa di quella maledetta vecchia: è arrivata all'inferno e si sta già vendicando!» commentò il solito cinico, meritandosi i rimproveri del duca:

    «Forza torniamo al castello invece di dire fesserie! Non avete voglia di riposarvi sui vostri letti?»

    Finirono di ricoprire la buca di sassi e cespugli, quindi montarono tutti sui propri cavalli e ripresero la via del ritorno. Finché tuttavia non sorse il sole, il fuoco di lava in cima all'Etna rimase ben visibile, ed il notaio rivolto al duca Cacciaguerra osservò:

    «Se il terremoto è avvenuto dalle parti di Catania, tutti avranno avuto un brusco risveglio, compresa la regina Bianca».

    Il duca non rispose, ma al notaio parve che accennasse un mezzo sorriso.

    Bianca

    All'interno della poderosa fortezza del Castello Ursino di Catania ci si stava riprendendo rapidamente dal panico. Era poco probabile che il poderoso bastione avesse subìto qualche danno, ma la scossa era stata sufficiente a buttare dal letto quanti non erano già svegli, al pari di tutti quanti i catanesi. Tutto il castello venne perlustrato in pochi minuti alla ricerca di eventuali danni, che non si trovarono nemmeno tra le suppellettili. Ma un altro motivo di apprensione giunse subito dopo allorché il cortile interno del maniero si fece sempre più nero. Una gran quantità di cenere vulcanica cadeva dall'alto annerendo tutta la città ed il suo circondario, e rendendo evidente a tutti che l'Etna stava eruttando. La cenere era un fastidio, ma non un problema, e tutti a Catania e dintorni c'erano abituati. Ma quell'eruzione quali minacce e quali danni avrebbe portato con sé? Tutte le chiese della città si riempirono di cittadini preoccupati e v'indugiarono parecchio prima di lasciarsi convincere dai parroci ad avviarsi alle proprie occupazioni quotidiane.

    Anche la cappella del Castello Ursino si riempì di soldati e domestici come nella Domenica di Pasqua, ma fu solo giusto il tempo della funzione religiosa. L'inquilino più importante del maniero, la regina Bianca di Navarra, esigeva le dovute attenzioni e dunque nessuno osava mancare alle proprie incombenze. La sovrana dal canto suo sembrava la persona meno turbata fra tutti gli occupanti del castello catanese, e come ogni mattina prima di presenziare ai suoi uffici era rimasta in camera sua rimettendo nelle mani della sua fidata fantesca la cura della propria persona.

    «Ma Vostra Grazia non si deve minimamente inquietare per quanto successo stamattina» le diceva la sua ciarliera Nunziatina acconciandole i lunghi capelli color nocciola dentro una rete. «In Navarra certo non ve ne saranno, ma qui a Catania ormai ci siamo abituati ai terremoti. Ed anche

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