Le risonanze della folgore
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Il matrimonio, in realtà, è un complotto per uccidere Ryan, sospettato di aver eliminato gli altri aspiranti al Trono. La speranza dei potenti capi del Direttivo è che l’elfo, maltrattata e brutalizzata a più riprese dal consorte, si vendichi uccidendolo non appena se ne presenti l’occasione.
La situazione, però, è molto più complessa e la bella Elsphet si renderà conto di essere stata usata nel peggiore dei modi proprio da chi riteneva al di sopra di ogni sospetto e dovrà prendere la decisione più difficile dei suoi duemila anni di vita, sprigionando tutta la sua energia e il suo potere per sopraffare gli avversari, fino a spingersi quasi ai limiti della sua stessa capacità di sopravvivenza.
Tra scene apocalittiche ed esplosioni di sensualità estrema, la storia si dipana veloce, fino alla conclusione e al trionfo delle forze creatrici e positive, il sesso e l’amore.
Irma Panova Maino è nata a Praga, ma vive in Italia da molti anni.Ha lavorato come tecnico televisivo, poi si è dedicata alla famiglia e, oggi che i figli sono cresciuti, si è lanciata in quello che considera una “crociata pro mostri”. “Cronache dal mondo parallelo”, di cui Il gioco del demone è il secondo episodio, dopo Scintilla vitale (entrambi pubblicati da Edizioni Esordienti E-book) fa parte di un progetto che vorrebbe riabilitare vampiri e licantropi, per lungo tempo considerati dalla letteratura mondiale come protagonisti di incubi di vario genere, o dei mostri. Ma non è forse il genere umano, a volte, più mostruoso dei mostri stessi?
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Anteprima del libro
Le risonanze della folgore - Irma Panova Maino
Cicerone
I
Elsphet celava il nervosismo dietro a una perfetta maschera d’indifferenza, nulla, nell’atteggiamento che aveva assunto, dava modo di vedere il reale istinto omicida che provava in quel momento, mentre veniva scrutata e analizzata come un animale da esposizione.
L’uomo le girava intorno come uno squalo pronto ad azzannare una qualsiasi parte del suo corpo, con lo stesso ghigno famelico di un predatore e con le inequivocabili zanne lasciate esposte, per sottolineare la totale mancanza di rispetto che nutriva nei suoi confronti.
Il protocollo che regolava i rapporti interpersonali fra le razze vietava l’esposizione di zanne e artigli a meno di non voler dichiarare le proprie intenzioni belliche e, dal momento che colui che in quel frangente si faceva beffe delle buone maniere era proprio il suo promesso sposo, l'atteggiamento indisponente e provocatorio non poteva non renderla più che desiderosa di cancellargli, con un unico gesto, quel ghigno che aveva stampato in faccia.
Un po’ troppo magra. Un po’ troppo piccola e un po’ troppo rigida
sottolineò il vampiro allontanandosi da lei per soppesarla ancora. D’altra parte, cosa aspettarsi da una razza come la tua? Elfi... gli uomini sono infimi e smidollati e le femmine... Puah! Manici di scopa!
e assumendo un’aria annoiata tornò a sedersi sul suo trono intagliato, adornato di fregi preziosi.
Mi dispiace di non incontrare i tuoi gusti, Principe Ryan. Considera, però, che la nostra è un’unione dettata dalle circostanze e da quello che entrambi i vertici delle nostre gerarchie richiedono per consolidare secoli di proficua collaborazione.
Il gelo nella voce della donna non parve turbare il vampiro, che liquidò tutta la faccenda con un gesto sprezzante.
Di quello che pensa il tuo Direttivo e di quello a cui ambisce il mio Imperatore, francamente me ne frego!
Bene, allora comunicherò agli Anziani il tuo rifiuto
osservò lei con aria placida, senza mai distogliere lo sguardo dagli occhi dell’uomo. Questi si concesse un sorriso ambiguo, lasciando trasparire, oltre il velo di superficiale e indubbia bellezza, quella vena di crudeltà che era ben nota a tutti.
Non ho detto questo, Madama Elsphet. Non ho assolutamente espresso un rifiuto in tal senso
fece notare lui sporgendosi in avanti, come per volerla inchiodare con la propria forza di volontà e lei si sentì invadere dall’inequivocabile potere del vampiro.
Un potere che parve sollecitarle la pelle, che la percorse dalla testa ai piedi provocandola e che venne volutamente palesato per saggiarne le reazioni. Elsphet rimase immobile, sembrando quasi indifferente alla pressione che sentiva esercitare dall’uomo. Indifferente ai suoi tentativi di sondarle la mente e indifferente alla malia con la quale lui cercava di sedurla, per renderla più arrendevole e più bendisposta nei suoi confronti.
Rimase ferma, in piedi in mezzo a quel salone immenso, all’apparenza indifesa davanti al nemico e circondata da uno stuolo di vampiri, che costituivano la corte del Principe.
E il nemico per lei era Ryan, con tutti i membri del suo seguito.
Non che Elsphet valutasse tutti i vampiri alla stessa stregua, non aveva preconcetti in tal senso e alcuni rappresentati di quella razza poteva sicuramente considerarli più che degni di rispetto.
Vania, il nuovo Delfino dell’Imperatore Deyanor, era una persona squisita e le sue innate capacità di guarigione erano state messe più volte a servizio della comunità. Reese, il vampiro che era stato una volta uno Sterminatore del Direttivo stesso, aveva esercitato su di lei un fascino notevole e, se lei non aveva cercato di sedurlo, era stato solo per il fatto che, a quei tempi, Reese era già innamorato della mortale Carrie.
Quindi non era la razza dei vampiri a esserle avversa, era questo particolare vampiro che le creava notevoli problemi di sopportazione; inoltre, la fama che circondava l’uomo non era affatto rassicurante.
Ryan era sospettato di aver assassinato i primi tre principi nella linea di successione al Trono della Stirpe dei vampiri e, se non era riuscito a eliminare anche Vania, era stato solo perché il Delfino era stato protetto in modo adeguato dal Direttivo stesso, che lo aveva posto nelle mani del licantropo Devlin e del demone Angmar, i quali, tuttora, garantivano per la sua sicurezza. E quell’ulteriore attentato al giovane Vania aveva fatto sì che il Cerchio dei Decani, l’organo esecutivo dell’Impero dei vampiri, che prendeva ordini direttamente dall’Imperatore, accettasse una nuova alleanza con il Direttivo degli Anziani, la massima autorità per il resto del mondo sovrannaturale, ponendo proprio lei e Ryan come sigilli di questa alleanza. La loro unione avrebbe fortificato le parti e ognuno avrebbe tratto vantaggio dal sodalizio.
Tutti, meno i diretti interessati.
Era del tutto evidente che il Principe Ryan non avesse alcuna intenzione di sposarsi e meno che meno con una Signora degli Elfi. Così com’era abbastanza evidente la totale mancanza di entusiasmo da parte di Elsphet.
Quindi, sperando in suo rifiuto, Elsphet si era presentata all’appuntamento della cerimonia di presentazione animata da una sottile speranza, subito naufragata non appena aveva incontrato personalmente lo sposo. Aveva immaginato che, essendo antico e potente, le sue fattezze dovessero essere per forza orribili e sgradevoli.
La maggior parte dei vampiri, attingendo il potere dalla propria energia personale, tendevano a consumarsi piuttosto velocemente, perdendo l’aspetto originario, quello che avevano avuto al momento della morte. E la potenza di un vampiro si misurava proprio nella sua capacità di riuscire a utilizzare il potere, senza consumarsi totalmente.
Al contrario dei vampiri, gli elfi usufruivano dell’energia della terra e di tutto quanto poteva essere ricondotto a essa. In tempi antichi, alcuni elfi erano arrivati ad attingere forza vitale persino da altri esseri viventi, portando l’intero popolo alla rovina e mettendo il resto del mondo sovrannaturale nella condizione di doversi difendere. In molti erano stati sterminati durante i disordini che erano seguiti e le guerre erano cessate solo quando alcuni membri anziani erano riusciti a prendere in pugno la situazione, riportando l’ordine e quegli stessi anziani, oggi, costituivano parte del Direttivo.
E lei discendeva direttamente da uno di loro.
Elsphet osservò nuovamente il vampiro riuscendo a vederlo esattamente per quello che era, dal momento che era totalmente immune alla sua malia, e ancora una volta si stupì del suo aspetto.
Sembrava non avere più di una quarantina d'anni, quando nella realtà era persino più vecchio di lei di qualche secolo ed Elsphet stessa era ritenuta già abbastanza antica per gli standard di entrambi i popoli. Quindi, come poteva Ryan aver conservato quell’aspetto esteriore, dal momento che le sue gesta e i suoi complotti erano noti a tutti? Come aveva potuto acquisire la fama di vampiro potente, quale in effetti era, pur continuando a dimostrare un aspetto giovanile e tutto sommato gradevole?
Elsphet non era accecata dai pregiudizi e quei due millenni che aveva alle spalle le avevano insegnato a guardare al di là delle apparenze e dei propri sentimenti personali. Il fatto che disprezzasse profondamente il vampiro non le impediva di poter essere obiettiva nei suoi confronti e ciò che vedeva, che i suoi occhi vedevano realmente, era il fatto che a Ryan l’avvenenza fisica non difettava di certo. E avrebbe potuto anche essere un rappresentante notevole della propria razza, se non avesse avuto quello sguardo e quella luce crudele negli occhi.
Occhi neri come una lama di ossidiana, altrettanto freddi e cosparsi da riflessi inquietanti. Occhi che promettevano piaceri infiniti, affogati però nel sangue e nel dolore. Occhi che non avevano mai smesso di scrutarla cercando il suo punto debole, tentando di provocarle una qualsiasi reazione.
Persino la grande bocca, dalle labbra piene e sensuali, le sorrideva con aria beffarda, portandola a immaginare in quali terribili circostanze avrebbe potuto sorridere spontaneamente.
Elsphet non rabbrividì solo per l’autocontrollo che aveva sviluppato nei secoli, ma se non fosse stato per quello, sarebbe crollata sotto quello sguardo impietoso e avrebbe ceduto alla forza della pressione del potere del vampiro, chiedendo pietà. Invece raddrizzò ulteriormente la schiena, facendogli esattamente intuire il suo pensiero in merito all’essere sottomessa e gli rispose con altrettanto gelido livore: Quindi, se non hai intenzione di rifiutare, possiamo procedere come stabilito. Mi aspetto un comportamento consono per l’occasione, Principe Ryan. Benché non sia previsto l'intervento delle Somme Autorità in persona, per ovvi motivi di sicurezza, viste le circostanze, le loro rappresentanze si aspettano da noi tutto quello che il protocollo stabilisce per eventi di tale portata.
Lui appoggiò il mento su una mano e prese a massaggiarselo con aria pensosa, prolungando il tempo di attesa e la permanenza forzata della donna al centro del salone.
Lo faceva apposta, Elsphet ne era certa. L’intento era quello di metterla a disagio e renderla meno attenta alle sue manovre. I secondi divennero minuti, prolungando quella situazione incresciosa in modo imbarazzante, al punto che alcuni vampiri iniziarono a mormorare e agitarsi.
Elsphet rimase immobile, mantenendo sotto rigido controllo tutta la muscolatura: non gli avrebbe mai concesso nemmeno la più piccola soddisfazione e quando già pensava di dover tirar fuori le proprie riserve di energia, il vampiro finalmente si alzò dal trono e si fece avanti raggiungendola. Le arrivò di fronte, con quel suo passo elastico e indolente, lasciandole tutto il tempo per prendere coscienza del volto della morte. Nulla di quanto Elsphet poteva leggere nei lineamenti dell’uomo le poteva suggerire quello che aveva in mente di fare e questa totale incertezza, ovviamente voluta, le fece temere il peggio. Arrivò a pochi centimetri da lei, costringendola a piegare il collo in una posizione scomoda e ad alzare lo sguardo per poter mantenere il contatto visivo.
Il vampiro non disse una parola, non mosse nemmeno un muscolo per sorridere e prendersi gioco di lei. Non vibrò nulla intorno a lui, nemmeno la più tenue parvenza di potere, niente che potesse dare il minimo indice sulle possibili emozioni che lo governavano. Era pietra. Una roccia inanimata, priva di qualsiasi sentimento identificabile.
Tuttavia Elsphet non era priva di mezzi e non era una femmina qualunque. Sapeva che stava per essere colpita, dal momento che l’istinto la metteva in guardia, ma non aveva assolutamente idea da cosa. Passò velocemente in rassegno le possibilità, cercando di stabilire quale, fra le varie opzioni disponibili, il vampiro avrebbe attuato per umiliarla ulteriormente e alla fine rafforzò le difese psichiche, pensando che, essendo lui appunto un vampiro, avrebbe cercato di soggiogarla mentalmente, quindi si preparò ad attingere da quanto la circondava.
Tuttavia, a causa della tensione che si era venuta a creare, Elsphet commise un errore di giudizio, non rendendosi subito conto che, alla corte di un vampiro, sarebbero state davvero poche le cose in grado di fornirle un’energia vitale.
Elsphet era un elfo e la sua magia era riposta nella terra e nella vita che da essa derivava. In mezzo a tutti quei morti, la magia restava limitata ai confini di se stessa. Ed era davvero troppo poco per contrastare un essere come Ryan.
Il vampiro calò su di lei con una velocità sorprendente e l’azzannò sul collo, intrappolandola con le sue grandi mani.
Il primo istinto di Elsphet fu quello di colpirlo in modo letale, dando libero sfogo a tutta la magia in suo possesso, ma si costrinse a rimanere inerte sotto la sua presa, trattenendo a stento le ondate di panico e rendendosi finalmente conto del proprio errore: finché fosse rimasta in mezzo a tutti quei vampiri e avesse soggiornato in quel castello, la sua magia era quasi del tutto inutile.
Subì il morso stringendo i denti, sopportando il dolore in silenzio. Escluse dai propri circuiti nervosi le terminazioni sollecitate, che le riportavano quelle informazioni di sofferenza acuta a cui era sottoposta la sua carne, cercando di non pensare all’orribile ferita che quel gesto le avrebbe lasciato. Dubitava seriamente che il Principe si sarebbe preso la briga di risolvere la lacerazione cauterizzandola con la propria saliva, in modo che non vi restasse segno. Era più propensa a credere che la stesse marchiando come un qualsiasi capo di bestiame e per quanto il gesto tendesse sicuramente a umiliarla e a toglierle quella dignità che le era propria, lei non si sarebbe lasciata piegare da un disprezzo simile.
Il vampiro grugnì soddisfatto rialzando il capo e la scagliò lontana, asciugandosi la bocca contro la manica della propria giacca. Elsphet volò per qualche metro e atterrò in modo piuttosto scomposto sul freddo pavimento in marmo, costringendo alcuni vampiri a balzare all’indietro per non essere travolti.
Rifiutò l’aiuto che qualcuno le porgeva e si rimise in piedi da sola, portando istintivamente la mano al collo. Poteva sentire la ferita sotto le dita e poteva rendersi conto del danno che le era stato fatto. Non aveva usato alcuna gentilezza con lei, alcuna precauzione per rendere il morso meno doloroso e meno evidente.
Gli andò incontro con passo sicuro, nascondendo ancora una volta i sentimenti che le agitavano la mente. Lo avrebbe ammazzato come un cane alla prima occasione. Avrebbe posto fine ai suoi giorni non appena avesse scovato il modo per poterlo eliminare, senza che questo causasse un incidente diplomatico fra i due regni.
Oh sì! Eccome se lo avrebbe fatto!
Quel bastardo avrebbe rimpianto ogni giorno passato a renderle la vita difficile. E con questo pensiero vendicativo in testa gli sorrise, sfoderando tutto il suo fascino di antica Signora degli Elfi.
La magia di Elsphet non era solo legata alla terra; quella particolare magia, che le era propria, agiva su altre sfere e prendeva in considerazione altri fattori. Nel momento stesso in cui il suo volto si distese in quel sorriso, rendendolo solare e irresistibile, il vampiro socchiuse gli occhi diffidente, lasciando nuovamente intravedere le zanne, pronto ad aggredirla una seconda volta. E quella palese manifestazione fisica la fece sentire più leggera e soddisfatta.
Ryan aveva avvertito il potenziale pericoloso della propria vittima, anche se ancora non sapeva fino a che punto avrebbe potuto essere letale ed Elsphet non era affatto intenzionata a farglielo sapere. Hai gradito il mio sangue, Principe Ryan?
gli chiese con una dolcezza inaspettata, portandosi ancora più vicina al corpo massiccio e statuario del vampiro.
Lo vide esitare e intuì il feroce controllo che il vampiro impresse su se stesso, dominando l’impulso di fare un passo indietro.
È acido e sgradevole, come quello di chiunque altro della tua infima razza
le rispose tagliente.
Bene. Ne sono molto felice.
Ciò detto, Elsphet girò sui tacchi, facendo svolazzare l’abito intorno alle gambe e si diresse a passi decisi fuori dall’enorme salone, diretta verso l’ala che le era stata assegnata, dove sperava di poter riacquistare la propria calma. Ancora pochi secondi in compagnia di quel mostro e avrebbe commesso un errore imperdonabile, ne era certa.
II
La cerimonia si svolse con tutti i fasti dovuti al rango di entrambi gli sposi, e le persone che vi parteciparono giunsero più per presenziare a un evento straordinario che per condividere il giorno festoso. Molti erano stati spinti dalla morbosa curiosità di osservare il Principe Ryan nelle vesti dello sposo, cercando di cogliere sul suo viso un qualsiasi segnale che potesse essere interpretato come l’effettiva insofferenza di colui che era stato comunque costretto a intraprendere un cammino non voluto. Oppure di percepire il disagio nella sposa, la quale risultava essere fin troppo rigida, persino per essere un elfo. Altri intervennero alla cerimonia perché le convenzioni richiedevano la loro partecipazione, ma non erano né felici né entusiasti, né tantomeno interessati alle reazioni dei novelli congiunti.
Solo un esiguo gruppetto di persone prese posto nelle file degli invitati, cercando di condividere con la sposa quel particolare momento della sua esistenza: Il Delfino, ovvero il Principe Vania, la sua Guardia personale, composta dal licantropo Devlin e il demone Angmar, divenuta ufficialmente la sua Unica, il fratello di lei, Keenan Principe dei Demoni, nonché il vampiro Reese e la sua compagna, novella vampira, Carrie.
Elsphet per tutto il tempo della cerimonia mantenne la propria mente focalizzata su di loro, cercando forza e sostegno nel calore che le trasmisero. Tuttavia solo Angmar la conosceva così intimamente da sapere quello che stava provando in quel momento, solo lei era in grado di comprendere il reale abbattimento del suo animo, nel momento stesso in cui venne mescolato il sangue fra lei e il vampiro, come segno indissolubile della loro unione.
Elsphet si sentì soffocare e non poté fare a meno di trasalire quando il suo novello sposo le prese la mano e la costrinse a voltarsi verso di lui.
La tradizione vorrebbe che ci baciassimo, a questo punto
le fece notare con ironia, scrutandola attraverso il velo di seta trasparente che ancora le copriva il volto, simboleggiando il fatto che, per il resto del mondo, lei ormai apparteneva a qualcuno. Il velo sarebbe stato tolto quella notte stessa, nell’intimità del talamo nuziale. Talamo che lei non aveva alcuna intenzione di condividere. Nessuna legge la obbligava a entrare nel letto con il marito, negli accordi stipulati prima delle nozze non era stato fatto alcun accenno ai doveri coniugali e non era stata inclusa alcuna clausola che imponesse agli sposi un’unione carnale.
I rappresentanti legali intervenuti, sia da una parte che dall’altra, non si erano sentiti in dovere di esprimere alcun suggerimento per quel che riguardava la sfera sessuale degli sposi: essendo evidente che quel matrimonio costituiva semplicemente un accordo formale fra le parti, costringere gli interessati anche a un’unione carnale era sembrato eccessivo a tutti. Tuttavia, nel caso in cui ciò fosse avvenuto e miracolosamente da questo fossero nati degli eredi, l’accordo aveva previsto una congrua ripartizione della prole.
La natura stessa dei figli avrebbe garantito l’appartenenza a una specie piuttosto che a un’altra e, nel caso in cui i nascituri avessero dimostrato aspetti caratteristici di entrambe le razze, un’eventuale femmina sarebbe stata allevata dal popolo degli elfi e un maschio da quello dei vampiri. Tuttavia, questo era quanto e nessuno si aspettava realmente che gli sposi, quella notte, avrebbero consumato l’aspetto più intimo del matrimonio.
Per questo, quando lui insinuò il fatto che dovessero baciarsi a quel punto della cerimonia, Elsphet trasalì, colta da un disgusto tale che solo la disciplina impostale nei secoli le permise di non scostarsi e rifiutare clamorosamente.
"Fai quello che devi fare, Principe Ryan e vediamola di farla finita con questa