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Il Complesso Di San Salvatore In Ognissanti A Firenze

Il Complesso Di San Salvatore In Ognissanti A Firenze

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Il Complesso Di San Salvatore In Ognissanti A Firenze

Lunghezza:
605 pagine
6 ore
Editore:
Pubblicato:
15 mag 2013
ISBN:
9788891110855
Formato:
Libro

Descrizione

Alla Chiesa di San Salvatore in Ognissanti a Firenze, curiosamente esclusa dai maggiori itinerari turistici nonostante costituisca uno dei rarissimi casi di Barocco fiorentino, Marco Pomella dedica un saggio documentato e appassionato, ricostruendone la genesi storica e l’evoluzione architettonica, il rapporto fra gli spazi e gli arredi, e soprattutto valorizzandone la facciata a opera di Matteo Nigetti, espressione della consonanza spirituale fra architettura Osservantina e direttive della Controriforma.

Marco Pomella (Firenze, 1974) è laureato in Storia dell’Architettura. Attento cultore dell’architettura rinascimentale della sua città, ha pubblicato Il quadrato tra astrazione e realtà, tra logica e bellezza (2012), mettendo a fuoco il rapporto tra figura geometrica, complesso architettonico e tessuto urbanistico.
Editore:
Pubblicato:
15 mag 2013
ISBN:
9788891110855
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Libro

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Rondinelli.

PARTE I

CAPITOLO 1.

IL CONTESTO URBANISTICO

1. Il quartiere

Trovandosi la chiesa di Ognissanti nel quartiere di Santa Maria Novella è opportuno dare uno sguardo generale alla storia del quartiere dall’epoca degli Umiliati fino agli svolgimenti attuali.

Il quartiere di Santa Maria Novella, che comprendeva, fin da epoca romana l’antica porta di San Pancrazio, rappresenta il centro della vecchia Firenze e i suoi gonfaloni (del Lion Bianco, del Lion Rosso, della Vipera), anche se piccoli sono carichi di storia. Il suo nucleo centrale era l’antico sestiere di San Pancrazio, così chiamato dalla romana porta Sancti Pancratii², nato dal prolungamento lungo l’Arno del vecchio quartiere. Era delimitato dall’Arno, dal Ponte Vecchio, dal ponte alla Carraia e dalla seconda cerchia muraria (1172) che seguiva le attuali via del Giglio e via del Moro. Presso il ponte alla Carraia, alla fine del XII secolo confluiva il Mugnone che prima terminava a Santa Trinita e che fu deviato per i lavori di costruzione della nuova cerchia. Il ponte alla Carraia che era di grande importanza per il traffico del sestiere, fu costruito tra il 1218 e il 1220.

Quando con la edificazione delle nuove mura (la terza cerchia, eretta fra il 1284 e il 1333) furono soppressi i sestieri, il quartiere di Santa Maria Novella ebbe un notevole sviluppo: assorbì parte del sestiere di Por Santa Maria ma soprattutto si arricchì dell’intero gonfalone dell’Unicorno³, con il convento domenicano di Santa Maria Novella⁴ e la zona detta del Prato, un’ampia area verde sorta verso la fine del Duecento, importante mercato degli animali da soma e zona adibita allo svago cittadino dove per la festa di San Giovanni si organizzavano le corse dei cavalli berberi. Furono inglobati così popolosi borghi come quello di Ognissanti, ma anche aree disabitate o malsane, come la famigerata Sardigna⁵, posta fra il Prato e l’Arno. Il quartiere di Santa Maria Novella, già dotato di strutture per l’assistenza e la carità (Spedali di San Paolo, San Giovanni di Dio e della Scala) e di centri spirituali (convento e chiesa di Santa Maria Novella) divenne così anche il cuore di un’intensa vita economica, soprattutto nei gonfaloni del Lion Rosso, abitato per lo più da artigiani e lavoratori manuali, e dell’Unicorno, dove erano molti i salariati della lana. Negli altri gonfaloni, Lion Bianco e Vipera, vivevano soprattutto membri delle Arti Maggiori (in maggioranza Calimala) e funzionari comunali.

Attraverso la porta al Prato, che si apriva sulla direttrice Prato-Pistoia, giunsero nel gonfalone dell’Unicorno famiglie come i Donnini (da San Donnino), i Martini di Roffo (da Brozzi), i Ruspoli (da Campi), che andarono ad abitare nel tortuoso reticolo di strade pittoresche e popolari situate fra borgo Ognissanti, via dei Fossi, via del Porcellana, via della Scala (le case dell’Unicorno appartenevano alle parrocchie di Santa Maria degli Ughi e di San Paolo, di Santa Trinita, di Ognissanti e di Santa Lucia). Strade animate dalle molte attività artigianali degli abitanti, in maggioranza appartenenti al popolo minuto, e dal traffico proveniente da porta al Prato e da porta alla Carraia⁶ che si trovava quasi sull’Arno (fra le attuali via del Moro e via della Vigna Nuova), così chiamata proprio per il frequente passaggio di carri, reso possibile dalla costruzione del ponte alla Carraia nel 1218.

Alla fine del Quattrocento vennero costruiti i primi palazzi signorili, come il casino Rucellai in via della Scala, che ospitò l’accademia Platonica istituita nel 1459 per volere di Cosimo il Vecchio; o come palazzo Corsini sul Prato, databile però alla fine del Cinquecento, eretto su disegno di Bernardo Buontalenti⁷ (al posto di alcune vecchie case dell’arte dei Mercatanti) tra il monastero di santa Maria e quello di sant’Anna⁸, ma terminato solo nei primi anni del Seicento.

Importante per lo sviluppo successivo del Gonfalone fu la vicinanza delle Cascine, antico parco granducale, sorto dove i Medici possedevano alcune fattorie, e che aperto al pubblico dai Lorena, dopo la metà del Settecento, divenne un luogo di ritrovo della migliore società fiorentina.

Le ristrutturazioni edilizie e le trasformazioni urbanistiche dell’Ottocento, dettero al quartiere l’aspetto attuale, con il contrasto tra le vie più antiche di impronta medievale e il volto ottocentesco della zona che va dal Lungarno Vespucci, (dove nel 1855 con Firenze capitale d’Italia venne aperto il ponte Nuovo, cioè l’attuale Vespucci) a il Prato.

Dopo il lungarno Vespucci, fra i ponti alla Carraia e Santa Trinita si trova il lungarno Corsini, con i suoi importanti palazzi signorili, fra i quali proprio il grandioso seicentesco palazzo Corsini, che ospita la maggiore collezione privata fiorentina iniziata nel 1765 da Lorenzo Corsini, nipote di Papa Clemente XII.

Via del Parione, che scorre quasi parallela al lungarno Corsini, divenne nel medioevo (dopo la costruzione del ponte alla Carraia), una importante arteria per la città; vi si trovava il monastero vallombrosano di Santa Trinita. Le vicine vie dell’Inferno, del Limbo e del Purgatorio, prossime alla trecentesca volta della Vecchia, dovevano essere luoghi di antiche osterie. Nella parte più antica dell’Unicorno sorse nella prima metà del trecento un ospedale dedicato ai santi Jacopo e Filippo. Patrocinato dalla famiglia Michi, fu amministrato da un frate della famiglia del Porcellana, da cui prese il nome la strada (trasversale a via della Scala). L’ospedale più importante del gonfalone era ed è stato fino a poco tempo fa San Giovanni di Dio⁹, in borgo Ognissanti fondato dalla famiglia Vespucci. Nella perpendicolare via Palazzuolo, si trova ancora oggi la seicentesca sede con oratorio della Arciconfraternita di San Francesco (detta dei Vanchetoni¹⁰), della congregazione della Dottrina Cristiana, tipica espressione della spiritualità del cattolicesimo uscito dal concilio di Trento.

La chiesa di San Paolino¹¹, nella piazzetta all’incrocio con via del Porcellana, edificata nel X secolo, appartenuta ai Domenicani e al Capitolo della Cattedrale, fu ricostruita nel Seicento dai Carmelitani Scalzi.

Il contesto urbanistico del quartiere di Santa Maria Novella, di cui si è presentato una descrizione storica che arriva sino a tempi più recenti, si arricchì, a partire dall’inizio del XIII secolo, della presenza degli Umiliati. I frati specializzati nella lavorazione della lana, furono attirati proprio dalla vicinanza dell’Arno che rappresentava un’indispensabile fonte di acqua e di energie per le tintorie, per i tiratoi e per le gualchiere¹², installate nel loro convento-industria.

Nel gonfalone dell’Unicorno l’esercizio di mestieri connessi con la lavorazione della lana era stato, fin dall’antichità, incoraggiato dalla presenza dell’Arno ma con l’insediamento in città degli Umiliati incrementò notevolmente e continuò, anche nei scoli successivi, a richiamare nella zona altri mercanti fiorentini che vi impiantarono i loro stabilimenti; nel 1427 i capifamiglia impegnati nel settore tessile costituivano la maggioranza, come risulta dai campioni catastali di quell’anno.

Il tessuto sociale del gonfalone era quindi caratterizzato dalla presenza di artigiani, bottegai, piccoli commercianti e lavoratori stagionali, ma non mancarono, anche se in numero minore rispetto ad altri gonfaloni, le grandi famiglie di mercanti come i Cocchi Compagni (commercio delle pezze di lana), gli Ardinghelli (compagnia mercantile e bancaria) e di grandi banchieri come i Davanzati.

Gonfalone dell’Unicorno. (In AA. VV., Le famiglie di Firenze, vol. 3, op. cit., p. 625).

Ricostruzione storica in assonometria della Porta al Prato con il ponte antistante. (In A.R.M. in G. TROTTA, Il prato d’Ognissanti a Firenze, op. cit., p. 17).

Lo Spedale di San Giovanni di Dio in un disegno seicentesco conservato presso l’Archivio di Stato di Firenze. (In AA. VV., Firenze e i primi Giubilei, op. cit., p. 25).

Il Prato e Borgo Ognissanti in una veduta a volo d’uccello. (In G. TROTTA, Il prato d’Ognissanti a Firenze, op. cit., p. 31).

Il complesso di Ognissanti, con il campanile e il chiostro, visto dall’alto. (In G. BALZANETTI STAINER, Borgo Ognissanti, in «Firenze, ieri, oggi, domani», 1992 (28), op, cit., p. 32).

2. La strada

Il Borgo, chiamato così perché fuori le mura, attraversava un terreno basso rispetto al livello dell’Arno ed era solcato da fossi malsani dove lavoravano i galigai (conciatori di pelli).

L’insediamento degli Umiliati contribuì notevolmente allo sviluppo urbanistico del borgo la cui denominazione è legata alla storia della loro chiesa dedicata all Regina di tutti i Santi e da tutti riconosciuta come Ognissanti.

In seguito all’alluvione del 1269, i frati Umiliati contribuirono decisamente alla ricostruzione del ponte alla Carraia, per salvaguardare la loro attività manifatturiera; a tal fine si rese necessaria la realizzazione della pescaia di Santa Rosa per mantenere costante il livello delle acque. Regolarono l’andamento dei fossi in modo da sfruttare l’acqua per mettere in funzione mulini e gualchiere e smaltire i rifiuti delle tintorie, riuscendo così a bonificare un terreno acquitrinoso.

Il Borgo, inglobato poi nella terza cerchia muraria, divenne una strada importante per l’entrata e l’uscita dalla città e, dopo molte trattative, gli Umiliati ottennero dal comune l’apertura della Porticciola del Prato¹³ in corrispondenza allo scalo e alla destinazione del Prato a mercato del bestiame o a passeggio pubblico.

Con le parole di uno studioso possiamo dunque riaffermare che: «Con il loro insediamento e la loro presenza gli Umiliati […], favorirono la crescita del borgo e ne caratterizzarono la vita socio-culturale, divenuta particolarmente vivace in quel periodo».¹⁴

Crescita che proseguì ininterrottamente nel corso dei secoli: già nel 1382, ad esempio, il commerciante di sete Simone Vespucci, padre di Amerigo, fondava sui terreni di case di sua proprietà vicini alla chiesa di Ognissanti, l’ospedale di Santa Maria dell’Umiltà. Nel 1587 Ferdinando I fece aggiungere la chiesa omonima. L’ospedale, cambiata la denominazione in San Giovanni di Dio¹⁵ divenne importantissimo per il quartiere e per tutta la città continuando la sua attività fino a pochi anni fa.

Oggi, Borgo Ognissanti, che va da piazza Goldoni a via il Prato, appare dal punto di vista architettonico e di attività commerciali, come diviso in due. Il tratto che va da piazza Goldoni a piazza Ognissanti è caratterizzato da botteghe antiquarie, da grandi alberghi e da nobili palazzi come Palazzo Fossombroni, Palazzo alla Rovescia, Palazzo della Marescialla, Palazzo Liberty¹⁶. Il tratto verso il Prato mantiene, invece, aspetti dell’antico borgo con botteghe di vario genere e abitazioni popolari. Borgo Ognissanti, si differenzia dalle altre strade del centro storico fiorentino, per i numerosi balconi e terrazzini che sporgono al primo piano dei palazzi. Furono costruiti per permettere di assistere agli spettacoli che si svolgevano in strada. Per molti secoli e fino al 1858 la strada fu usata come percorso per il Palio dei cavalli Berberi, che partiva dal Prato ed arrivava a San Pier Maggiore o addirittura fino a Porta alla Croce (piazza Beccaria).

Il popolo accorreva numeroso anche per assistere ai cortei. Come per quello organizzato per le nozze di Eleonora da Toledo e Cosimo I de’Medici (1539) quando la strada fu addobbata con grandi apparati scenografici dal Tribolo¹⁷, o anche come quello per l’arrivo di Giovanna d’Austria (1565), promessa sposa di Francesco I de’ Medici; in questo caso il borgo, parato a festa, finiva presso il ponte alla Carraia dove una scenografia, disegnata dal Vasari, nascondeva palazzo Ricasoli simulando una facciata decorata da un balcone e da due archi laterali che indicavano l’accesso al centro cittadino¹⁸.

Spettacoli al chiuso si tenevano nel teatro dell’Accademia dei Solleciti, costruito nel 1778 dall’architetto Gaspare Paoletti, dove nel 1791 fu rappresentata la prima italiana dell’Amleto di William Shakespeare. Questo teatro raggiunse il suo massimo splendore grazie a Luigi del Buono (inventore della maschera di Stenterello), una cui lapide commemorativa si trova sulla parete destra dell’androne d’ingresso al chiostro d’Ognissanti. Le storie di questo personaggio che rappresentava l’animo popolare fiorentino, attiravano agli spettacoli così tanta gente da creare problemi di ordine pubblico, che portarono anche a temporanee chiusure del teatro. Nel 1887 il teatro, che allora si chiamava Rossini, chiuse a causa di problemi economici.

Le grandi trasformazioni urbanistiche, così come avevano interessato il quartiere, coinvolsero anche la strada; già nel 1813 un rescritto, firmato da Napoleone I ma fallito a causa di vicende politiche, prevedeva il proseguimento della strada lungo l’Arno fino alle Cascine. Il progetto fu ripreso nel 1847 quando fra Porta al Prato e le Cascine fu costruita la Stazione Leopolda; nel 1859 con l’inizio dei lavori di urbanizzazione furono demoliti o ristrutturati alcuni edifici del Borgo fra il ponte alla Carraia e la Piazza Ognissanti.

La Iª e la IIª Cerchia con il Borgo Ognissanti (a sinistra) ancora fuori le mura. (In: Firenze e dintorni, guida del T.C.I, op. cit., p. 59).

La IIIª Cerchia (1284-1333) con il Borgo Ognissanti inglobato nelle nuove mura. (In: AA. VV., Firenze. Guida di architettura, op. cit., p.44).

a) Le mura trecentesche con la Porticciola delle Mulina in un dipinto di Odoardo Borrani del 1880 (Coll. privata in AA. VV., Firenze, ieri, oggi, domani, 1989 (2), op. cit, p. 48).

b) I bagni della Vagaloggia alla Porticciola di Ognissanti in un disegno ottocentesco di Lorenzo Gelati. (In Ibidem, 1993 (43), op. cit., p. 50).

Borgo Ognissanti. (In G. BALZANETTI STAINER, Borgo Ognissanti, in «Firenze, ieri, oggi, domani», 1992 (28), op, cit., p. 32).

a) Casa Vespucci. (In Conoscere Firenze, vol. 5, Firenze, Stampa Nazionale, p. 16).

b) La chiesa di Ognissanti in un immagine dei primi del Novecento. (Foto Jaquier in V. VACCARO, Il restauro della facciata di Ognissanti, Firenze, Polistampa 2000, p. 6).

3. La piazza

Parallelamente alla creazione di vasti spazi¹⁹ aperti davanti alle maggiori chiese degli Ordini Mendicanti, fonte di novità per la città medievale ancora caratterizzata da una fitta rete di stradine e dallo svettare delle case-torri, si apriva anche la grande piazza davanti alla chiesa di Ognissanti. Questa piazza, forse più di ogni altra a Firenze, ebbe una sua particolare connotazione sin dalla sua origine e fino al Cinquecento, quando fu adibita a mercato dei bovini, essa era completamente occupata dai lavatoi²⁰ utilizzati dai frati per la lavorazione della lana.

La piazza costituiva dunque una notevole porzione di quella che poteva essere considerata la fabbrica dei frati ma dall’altra rimaneva sempre un luogo pubblico soggetto all’amministrazione cittadina. In una delibera del consiglio generale del Comune di Firenze, datata 7 novembre 1278, si legge infatti: «si fa divieto di costruire, per la misura di 100 braccia in quadro, davanti alla chiesa»²¹. Da quella data La grandezza della piazza è rimasta, pressappoco, sempre la stessa mentre ha ricevuto, nel corso dei secoli a seguire, diverse sistemazioni e arredi.

In tempi più recenti, e cioè dal 1838, la piazza era delimitata lungo la sponda dell’Arno da una cancellata che fu tolta nel 1858, con l’apertura del Lungarno Nuovo o Vespucci. I veneti emigrati a Firenze vi posero, poco dopo, una statua dedicata a Manin, opera dello scultore Urbano Nono. Da allora (1860) e fino al 1930 la piazza si chiamò Piazza Manin. Dopo il 1930 la statua venne spostata sul viale Galileo e sostituita con un gruppo in bronzo rappresentante un’opera dello scultore Romano Romanelli (Uomo che lotta con un leone).

Nel 1871, nell’albergo La Pace (oggi Grand Hotel), che si affaccia sulla piazza Ognissanti morì il maragià indiano Cuttraputti poi cremato secondo il rito bramino alle Cascine, nel punto (chiamato l’Indiano) della confluenza del Mugnone con l’Arno. Nello stesso albergo, nel 1884, morì anche lo studente californiano Leland Stanford, in memoria del quale i genitori fondarono l’università che porta il suo nome.

Da un lato della piazza si trova Palazzo Lenzi (1470), sede dell’istituto Francese, che dalla parte di Borgo Ognissanti presenta il fianco sporgente su mensole. I graffiti ritenuti fra i primi eseguiti a Firenze, non sarebbero originali, ma rifatti nell’Ottocento.

Le forme seicentesche della facciata della chiesa di Ognissanti, sicuramente il monumento più significativo della Piazza, si confrontano, al di là delle sponde dell’Arno, con un'altra chiesa, molto diversa, ma anch’essa del Seicento: San Frediano in Cestello, la cui cupola, elevata su un alto tamburo cilindrico, emerge da diversi punti della città e offre forse un aspetto più classicistico del Barocco fiorentino; ad essa però si affianca il piccolo campanile unico esempio degli influssi borrominiani nella città del Giglio. A Firenze, come vedremo successivamente, le forme barocche si devono inserire in un tessuto già definito dalla città medioevale e rinascimentale, che però non impedisce qua e là delle licenze alla severe forme della tradizione cittadina. Episodi che proprio per questo non creano stonature ma delle interessanti variazioni nel paesaggio della città.

La Chiesa di San Frediano in Cestello rappresenta proprio una di queste licenze e varrà la pena di soffermarsi su questo edificio per il suo peculiare rapporto con la chiesa d’Ognissanti. Infatti, pur essendo entrambe di forme seicentesche (cosa insolita a Firenze) ne rappresentano due diverse interpretazioni e la loro diversità risalta nel dialogo che fra loro si instaura collocate come sono una di fronte all’altra ma divise dall’Arno. I lavori, iniziati nel 1670 da Pier Francesco Silvani, si interruppero mezzo decennio dopo per riprendere intorno al 1680 sotto la direzione di Antonio Ferri, che la completò nel 1698. La pianta a croce latina, con unica navata longitudinale su cui si aprono tre cappelle per lato, è uno dei più significativi esempi del modello controriformista a Firenze, come a Roma è la chiesa del Gesù²². Nella Chiesa del Cestello l’interpretazione va nel senso di un’ampia spazialità, conferita anche dal candore delle mura e dagli affreschi del Gabbiani che decorano il catino della cupola, che si eleva su un alto tamburo cilindrico spartito da coppie di lesene. Il Ferri rimedita, qui, in chiave più classicista la lezione delle cupole romane di Pietro da Cortona.²³

Piazza Ognissanti nel Settecento da un’incisione di Giuseppe Zocchi. (In V. VACCARO, Il restauro della facciata di Ognissanti, op. cit, p. 5).

Piazza Ognissanti: a destra palazzo Lenzi. Sullo sfondo, di là d’Arno, la chiesa di San Frediano in Cestello. (In G. BALZANETTI STAINER, Borgo Ognissanti, in «Firenze, ieri, oggi, domani», (3) 1992, p. 34).

Piazza Ognissanti il quattrocentesco palazzo Lenzi. (In Conoscere Firenze, vol. 5, Firenze, op. cit., p. 15).

La piazza Ognissanti nei primi anni del ‘900: al centro il monumento a Daniele Manin. (In Album di Firenze, vol. 2, Firenze, La Nazione 1976, p. 219).

4. Il ponte

Il ponte Nuovo (così detto in contrapposizione con l’altro ponte esistente, Vecchio) fu costruito tra il 1218 e il 1220 e fu poi chiamato alla Carraia dal nome della vicina porta della seconda cerchia di mura. Doveva essere una specie di grossa passerella di legno che poggiava su robusti piloni di pietra, opera, secondo il Vasari, di Jacopo Tedesco (amico di Arnolfo). Di modesta valenza architettonica, il ponte, solido e largo, doveva permettere ai carri che trasportavano le merci un passaggio sicuro. Il ponte, però, sempre secondo il Vasari, crollò a causa della piena del 1269; venne ricostruito dai domenicani fra’ Sisto e fra’ Ristoro²⁴ sempre con carreggiata in legno su piloni in pietra. Verosimilmente furono i Frati Umiliati del vicino Convento di Ognissanti, a chiedere il permesso per la sua ricostruzione al Podestà²⁵ e in seguito ottennero anche di poterne eleggere il custode.

Nel 1304, in occasione della visita del cardinale di Prato, Buonamico Buffalmacco²⁶ organizzò uno spettacolo che doveva essere la rappresentazione fantastica dell’inferno, spettacolo che, come in altre occasioni, si svolse sullo specchio d’acqua antistante il ponte alla Carraia. La struttura crollò nuovamente sotto il peso delle numerose persone accorse a vedere lo spettacolo. Per una trentina d’anni il ponte, riparato, adempì regolarmente alla sua funzione di collegamento fra le due parti della città, finché venne completamente distrutto, come gli altri ponti allora esistenti, dall’alluvione del 1333. Il ponte alla Carraia venne ricostruito per primo, vista la sua importanza economica; e al fine di migliorare i collegamenti e permettere stabilmente il passaggio dei carri si decise di riedificarlo completamente in muratura. Il lavoro fu affidato a fra’ Giovanni da Campi²⁷.

Con l’alluvione del 1557 rovinarono due arcate. Cosimo affidò il progetto per la ricostruzione a Bartolomeo Ammannati che lo eseguì senza però aggiungere particolari decorazioni; del resto come diceva il nome il ponte alla Carraia era il ponte dei carri, del traffico pesante, sul quale passavano animali da basto e da tiro. L’importanza che questo collegamento aveva per la città è rimarcata dal fatto che, mentre si eseguivano le riparazioni dei ponti danneggiati, vicino al ponte alla Carraia fu istituito un servizio di traghetto. Nel 1558, mentre mastro Guglielmo Tedesco effettuava i sondaggi necessari per l’apertura del cantiere, gli Ufficiali del Fiume presentarono a Cosimo i disegni dei periti con i quali si sollecitava l’inizio dei lavori che partirono, però, solo nel mese di ottobre. Dodici anni dopo Bernardo Buontalenti ispezionò tutti i ponti fiorentini, sotto lo schizzo del Ponte alla Carraia scrisse: "va bene e non abisognia di chosa alcuna"²⁸.

Nel 1811, in occasione della festa di San Giovanni, venne installata proprio nel mezzo del ponte una macchina per i fuochi artificiali. Lo spettacolo ebbe molto successo, per lo scenario che offrivano i lungarni illuminati e i giochi d’acqua; fortunatamente tutto andò bene.

Alcune modifiche furono apportate nel 1867 poi, nel 1944, il Ponte alla Carraia subì le distruzioni della seconda guerra mondiale.

Dopo il conflitto venne bandito un concorso per la ricostruzione al quale partecipò, tra gli altri, anche l’architetto Giovanni Michelucci; ma dato che per la ricostruzione erano previsti solo finanziamenti statali, nel 1948 l’appalto dei lavori fu affidato alla ditta Bertolè di Torino e il progetto all’architetto veronese Ettore Fagioli. Il lavoro fu rapidamente realizzato fra le proteste dei fiorentini, ai quali poco piaceva quella modesta imitazione di un arcuato ponte medievale²⁹. Nel 1951, quando venne inaugurato, aveva già il nome di Ponte Gobbo. Ancora una volta si ripeteva il destino di questo ponte, di indiscussa importanza in quanto a funzioni commerciali e di collegamento, ma trascurato dal punto di vista estetico.

a) Ponte alla Carraia.

b) L’infissione dei pali nel letto dell’Arno alla pescaia di Santa Rosa. (Particolari della veduta della Catena in L. ARTUSI, L’arte della lana, in «Firenze, ieri, oggi, domani», 1991 (17), op. cit., p. 44).

La Veduta della Catena (Museo di Berlino). Copia ottocentesca della xilografia dell’incisore fiorentino Ludovico degli Uberti (XVI sec.). L’opera originale di Francesco Rosselli è del 1470. (Museo Topografico Firenze com’era, in L’architettura cronache e storia, Roma, Mancosu, 2005 (7-8-9), p. 464).


² Ai tempi della prima cerchia muraria (1078) le porte erano quattro e corrispondevano ai punti cardinali: porta San Piero in via del Corso, Porta del Vescovo in faccia a borgo San Lorenzo, porta San Pancrazio presso l’omonima chiesa extra moenia, Porta Santa Maria quasi sull’Arno. (Si veda: A. BUSIGNANI, R. BENCINI, «Quartiere di S. M. Novella», in Le chiese di Firenze, Firenze, Le Lettere 1993, p. 18).

³ «Il Gonfalone dell’Unicorno è delimitato per un lungo tratto dall’Arno, dal ponte alla Vittoria al ponte Santa Trinita. Di qui i suoi confini proseguono lungo via del Purgatorio e via del Parione; poi voltando per via dei Fossi, toccano, costeggiando via della Scala, piazza Santa Maria Novella, per raggiungere poi piazza Adua e via Valfonda, fino al viale Fratelli Rosselli, attraverso cui si ricongiungono con l’Arno e col ponte alla Vittoria». (AA. VV., Le famiglie di Firenze, vol. 3, Firenze, Bonechi 1992, p. 625).

⁴ I lavori per la chiesa, primo grande monumento gotico fiorentino, iniziarono nel 1246; l’edificio è a croce commissa con corto transetto dal quale si accede alle cappelle e al coro rettangolare, la planimetria appare secondo la consuetudine monastica cistercense: Calamari, San Galgano.

⁵ Dopo la pescaia di Santa Rosa si era formata la cosiddetta isola d’Ognissanti, una lingua di terra lunga alcune centinaia di metri, definita, oltre che dal fiume, dalla gora di scarico dei mulini e dal Mugnone, che i fiorentini chiamavano, data la sua insalubrità, scherzosamente Sardigna; se ne veda la raffigurazione con parte del terreno sparso di carogne e rifiuti nella pianta della catena del 1470. Questo terreno venne in seguito rimboschito ed entrò a fare parte delle future Cascine, che erano allora la tenuta dell’Isola. Un importante provvedimento di Cosimo I fu la creazione del giardino della Vagaloggia che si estendeva quasi fino a piazza Ognissanti. La zona si trasformerà completamente a partire dal 1850 quando, abbattute le mura e la Vagaloggia, sacrificate parte delle Cascine, diverrà un signorile rione dall’inconfondibile aspetto ottocentesco e neoclassico.

⁶ Nel 1278 si chiamava Porta Burgi.

⁷ «Alessandro Acciaiuoli, alla fine del ‘500, aveva dato l’incarico all’architetto Bernardo Buontalenti, di costruirgli un palazzo, fra le casupole che contornavano il Prato, ma per il fallimento della famiglia, l’edificio non venne compiuto.[…]. Venne acquistato, nel 1621, da Filippo Corsini, che diede l’incarico all’architetto Gherardo Silvani, di terminare il progetto buontalentiano. Nel giardino non troppo profondo, il Silvani ideò un effetto ottico di prospettiva, ponendo lungo il viale principale tante statue digradanti in altezza e che davano l’illusione di un lunghezza maggiore di quella reale.[…] In questo Casino poi Palazzo Corsini del Prato, […] gli ospiti assistevano alle corse dei barberi dalle finestre e da una lunga terrazza laterale, dove poi sorse, con il disegno dell’architetto Ulisse Faldi, nel 1860 un altro Palazzo Corsini […] caratterizzato proprio da una terrazza lunga quanto l’intera facciata, allo scopo di accogliere un gran numero di spettatori». (P. BARGELLINI, E. GUARNIERI, Le Strade di Firenze, vol. 2, Firenze, Bonechi, 1977, p. 104).

⁸ SANTA MARIA: «per le necessità di lavoro dei frati Umiliati (accesso ai mulini acquistati dai Tornaquinci), all’altezza di Santa Lucia fu aperta una postierla e in corrispondenza di questa una piazzetta (detta della Porticciola d’Arno), di lato al prato. Sulla destra del Prato (guardando la nuova porta che da questo prese il nome), oltre al lebbrosario, furono create alcune casette per il popolo minuto [….] e, nel 1289, il monastero di suore agostiniane di Santa Maria, l’edificio era costituito da una piccola chiesa a capanna prospiciente il Prato, affiancata sulla sinistra verso la porta dal monastero (con chiostro e orti retrostanti). […] Attorno al 1580 si decise di dotare il convento di una chiesa più grande, che venne consacrata Nativitati semper Virgini, dal vescovo di Fiesole, Francesco da Diacceto la prima domenica di ottobre del 1595. La vecchia chiesa, più piccola, venne ridotta ad oratorio per le sole suore. Esternamente la nuova chiesa si presentava con una semplice facciata a capanna, intonacata, con portale sormontato da una piccola tettoia e con occhio centrale. Internamente, nella navata ad aula, si trovavano alcuni altari laterali con dipinti di Santi di Tito (1536-1603) e di Francesco Curradi (1570-1661), mentre sull’altar maggiore fu posta un’Adorazione dei Magi di Girolamo Macchietti (1535-1592)». SANT’ANNA: «fin dal 1534 l’ex lebbrosario di Sant’Eusebio era stato concesso da Alessandro de’ Medici ad alcune suore benedettine che lo avevano trasformato, negli anni seguenti, in monastero (detto di Sant’Anna), dotato di un bel chiostro porticato ad U […]. A Santa Maria vi erano 62 suore, a Sant’Anna 60». (G. TROTTA, Il Prato d’Ognissanti a Firenze, Firenze, Alinea 1988, pp. 18, 27, 28, 29).

⁹ «Fondato nel 1382 da Simone Vespucci e passato nel 1587 ai frati di San Giovanni di Dio, lo Spedale fu ingrandito per iniziativa di padre Jacopo Resnati nei primi anni del XVIII secolo su progetto, fornito gratuitamente, di Carlo Marcellini. L’incorporazione delle case contigue portò alla riedificazione della facciata, realizzata con linguaggio stilistico non privo di citazioni manieristiche, soprattutto nella bizzarra incorniciatura delle porte. La chiesa, a cui introduce la porta di mezzo, fu ultimata nel 1702. Di scontata connotazione decorativa, è ad aula rettangolare con tribuna in testa e quattro altari laterali. Singolare prodotto formale e spaziale è invece il maestoso ambiente del vestibolo dello Spedale, terminato nel 1735, occupato dallo svolgimento curvilineo e avvolgente delle due rampe di scale che serrano al centro il portone già di accesso al convento. L’effetto scenografico dell’insieme, ricco di richiami al repertorio barocco e costituito forse su indicazioni della committenza, tanto è estraneo alla tradizione tipologica locale, è amplificato dalla presenza sul pianerottolo del gruppo marmoreo di San Giovanni di Dio con l’Arcangelo Gabriele e il povero genuflesso, opera di Girolamo Ticciati del 1737 e, all’inizio delle rampe, dalle statue della Fede e della Speranza, scolpite da Pompilio Ticciati nel 1771. Le pitture e le prospettive della volta sono di Vicenzo Meucci e di Rinaldo Botti, i due medaglioni a fresco sulle pareti laterali di Violante Ferroni». (Ibidem, p. 160).

¹⁰ «Nel XVII secolo Ippolito Galantini, tessitore di seta abitante in via della Scala (dove c’è un busto-ritatto),educato dai Gesuiti di San Giovannino e quindi catechista a Santa Lucia al Prato, fu il fondatore del sodalizio, dedito all’insegnamento della dottrina cristiana, oltre che all’aiuto dei poveri, in quella che era una delle zone più misere della città. La confraternita prese l’appellativo di vanchetoni, cioè bacchettoni, in riferimento alla bacchetta usata nell’attività nelle flagellazioni a cui si sottoponevano i disciplinati, sia nell’attività didattica. Fu così che il Galantini, per la sua opera benemerita, ottenne un terreno dai Minori di Ognissanti su cui dal 1602 fece costruire l’oratorio e la sede della confraternita su disegno di Matteo e Giovanni Nigetti., Tra i protettori della compagnia c’era la granduchessa Maria Maddalena d’Austria che, dopo la morte del Galantini (1619), finanziò la costruzione del vestibolo antistante l’aula – che reca infatti le armi della benefattrice – e della facciata (1620). Due sacrestie sono poste alle spalle dell’altare. Il soffitto venne affrescato tra il 1633 e il 1640 da Giovanni Martinelli, Domenico Pugliani, il Volterrano, Cecco Bravo e Lorenzo Lippi conquadri riportati raffiguranti figure di santi, un’Assunta, e due storie di Ippolito Galantini (la Predica – con veduta di Porta al Prato e del luogo dove poi sorse l’oratorio – e la Morte). Nella cappella dedicata a Ippolito Galantini, beatificato nel 1825, sono custoditi ex voto». (AA. VV. I Luoghi della Fede, Firenze, Firenze, Mondatori, 1999, p. 175).

¹¹ Di costruzione molto antica, è ricordata per la prima volta nel 1094, fuori dunque della cinta muraria. Via Palazzuolo venne chiamata allora Burgus Sancti Pauli, essendo una direttrice che usciva dalla porta omonima. Officiata dal clero secolare, tra il 1217 e il 1221 San Paolino fu assegnata temporaneamente ai Domenicani. Sulla facciata lo stemma mediceo con le insegne papali affiancato dall’altro stemma mediceo vescovile e da quello del Capitolo ricordano che nel 1515 papa Leone X, figlio di Lorenzo il Magnifico, insieme al cugino Giulio de’ Medici, arcivescovo di Firenze e poi papa Clemente VII, donarono il tempio al Capitolo di Santa Maria Del Fiore.[…] Dopo aver ospitato per un breve periodo i Minori osservanti di San Salvatore al Monte, il Capitolo, dietro le pressioni del granduca Cosimo II, cedette nel 1618, la chiesa ai Carmelitani scalzi o Teresiani, i quali nel 1669 avviarono importanti lavori di ristrutturazione, diretti dall’ architetto Giovanni Baratri. Portando la chiesa allo stato attuale in tali interventi ne fu invertito l’orientamento, in origine rivolto a ovest. L’altar maggiore in marmi policromi, venne terminato nel 1791. Nel luminoso ambiente privo di enfasi barocca, nella prima cappella a destra i monumenti degli Albizi attribuiti alla bottega del Foggini (1700 circa). Il monumento di Girolamo degli Albizi si appoggia al sarcofago quattrocentesco di Maso degli Albizi, al quale è stato aggiunto un panneggio nero con un lembo alzato da uno scheletro sottostante, con effetto spettacolare. Ai lati dell’altare, medaglioni a rilievo con ritratti di Casimiro degli Albizi e Caterina Guicciardini da una parte e di Luca degli Albizi e Giulia Acciauoli dall’altra. Tra le tele del Sei e Settecento, nella cappella del transetto sinistro si trova una Madonna col Bambino e i Santi Teresa e Giovanni della Croce, fondatori dell’ordine dei Carmelitani scalzi, di Francesco Curradi. Dopo le soppressioni del 1810 e del 1866, il convento è tornato almeno in parte ai Carmelitani scalzi». (Ibidem, p. 174).

¹² Le gualchiere erano macchine per feltrare i panni di lana azionate dalla corrente del fiume, i tiratoi erano grandi capannoni su imbasamenti in pietra che ospitavano le incastellature su cui si asciugavano i panni lavati o tinti, i quali poi si tiravano alla misura voluta per farne le pezze.

¹³ La Porta d’Ognissanti o Postierla al Prato, così chiamata perché le mura chiudevano all’interno quel vasto prato detto anch’esso d’Ognissanti, era chiamata più semplicemente Porticciola. Di questa zona, che ebbe una definitiva sistemazione con la costruzione dell’ultimo cerchio delle mura, progettato da Arnolfo di Cambio, possiamo vedere anche delle vedute ottocentesche opera del pittore Odoardo Borrani (1834-1905) (pittore appartenente al gruppo dei macchiaioli toscani). La porta non aveva una grandiosa struttura a torre come le altre della ultima cerchia, ma si apriva direttamente nelle mura, protetta in alto da una piombatoia sostenuta da beccatelli e coronata da merli.

¹⁴ F. BATAZZI, A. GIUSTI, Ognissanti, Roma, Palombi, 1992, p. 7.

¹⁵ «Il suo fondatore, Simone di Pietro Vespucci, ricco setaiolo[…], esercitò su di esso il pieno patronato nonostante i ricorrenti ostacoli frappostigli dagli Umiliati […]. Nel 1440 il Vespucci […] in punto di morte affidò […], la conduzione dello Spedale ai Capitani della Compagnia Maggiore di Santa Maria del Bigallo,[...] subordinando che l’ospedale, in avvenire fosse sempre soggetto a patronato laico. L’ospedale era destinato all’assistenza degli ammalati, i letti […] erano in origine in numero di 18. I beni, che componeva il patrimonio di Santa Maria dell’Umiltà, furono accresciuti […].I Capitani del Bigallo ne amministrarono conduzione e rendite fin oltre il 1580, finché non giunsero da Roma a Firenze alcuni frati dell’Ordine di San Giovanni di Dio, animati dalla speranza di potervi aprire una casa ove svolgere il loro ufficio filantropico di assistenza gratuita agli infermi. Questi religiosi […] famosi come i frati della sporta (dalla sporta con cui andavano in giro a chiedere elemosine per i loro poveri infermi) o come i Fate-bene-fratelli […] volsero le loro mire a Santa Maria dell’Umiltà e ne fecero formale richiesta ai Capitani del Bigello. Di fronte alle resistenze di questi ultimi, fecero ricorso direttamente al granduca e, grazie all’intercessione della figlia Maria, futura moglie di Enrico IV di Francia, ottennero che il granduca rispondesse con le fatidiche parole "Il bigallo si accomodi".

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