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Un viaggio chiamato Marocco
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E-book107 pagine1 ora

Un viaggio chiamato Marocco

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Info su questo ebook

Un viaggio in quella terra chiamata Marocco.
Esperienze, sensazioni, sentimenti.
Un viaggio zaino in spalla, alla scoperta di quel paese fantastico fatto di volti, di persone, di bambini e tanta, tanta natura.
Giorno dopo giorno, un racconto minuzioso di ogni minuto vissuto.
Situazioni grottesche, momenti di paura in un calar di emozioni, di felicità.
Un libro a metà tra un racconto di viaggio e una guida con numerosi cenni storici su monumenti, musei, città...
LinguaItaliano
Data di uscita3 dic 2013
ISBN9788868852061
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    Anteprima del libro

    Un viaggio chiamato Marocco - Osvaldo Forastelli

    PREFAZIONE:

    Non sono uno scrittore.

    Sono un viaggiatore, che ama mettere su carta le sue esperienze, le sue sensazioni.

    Perché un giorno, quando sarò vecchio, rileggendo queste pagine sarà come vivere una seconda volta il viaggio.

    E continuerò a sognare.

    Quindi, se vi sono errori grammaticali, di sintassi…perdonatemi.

    Badate all’ essenziale.

    Il mio viaggio verso le terre del Marocco ha inizio in una calda giornata invernale, sabato 26 febbraio 2011. Lasciato il centro di Madrid, dove ho trascorso l' intera giornata, con la comoda ed efficientissima metro raggiungo il Terminal 4 dell' aeroporto Barajas. Arrivato a destinazione in una ventina di minuti, raggiungo il piano superiore ed una volta dato uno sguardo al tabellone dei voli in partenza... mi sorge un dubbio:

    ...dove diavolo è il mio volo per Marrakech?

    Semplice.

    Non esiste.

    Cosi come non esistono compagnie low cost ma esclusivamente voli di linea: Alitalia, Airfrance, Bitish....

    Ecco, come immaginavo, Ryanair ha sicuramente base nel Terminal 1-2-3. Come ho fatto a dimenticarmene e a finire al Terminal 4? Pazienza, rifaccio il biglietto della metro al modico prezzo di due euro per raggiungere la seconda fermata a nord della città: Terminal 4. Con il mio pesantissimo zaino m' avvio al gate 28, ad una decina di minuti di cammino dalla hall.

    Quanto è grande, immenso Barajas...

    Arrivato all' area di partenza mi dilungo sulle seggiole in attesa dell' imbarco, qualche ora più tardi. Mi tolgo lentamente le scarpine, scrutando il viso dei presenti ( mond dieu...), mi levo maglia e polo. Fa un caldo assurdo e sto sudando oltremodo! Il tempo vola via veloce e quando giungon finalmente le hostess, mi prende un colpo: perbacco, controllano le dimensioni dei bagagli a mano! Misura giusta e doverosa onde evitare persone che portan appresso valige e quant' altro fuori dalle misure consentite.

    Cioè, il mio caso.

    Cavolo, il mio zaino è un baule, ha assunto forme stranissime, sembra una mongolfiera in volo. Sono preoccupatissimo, rischio di pagare una salata multa.

    Inizio a toglier tutto il possibile dal suo interno, a spostare da una tasca, metter nell' altra, nella speranza di renderlo più presentabile.

    Indosso un' altra maglia ( son vestito come un eschimese, peccato per gli oltre 25 gradi ).

    Alcuni viaggiatori si vedono costretti a pagare una sovrattassa di 35 euro a collo, a causa delle dimensioni delle loro valige, davvero 'esorbitanti'. Converso con un giovane belga, e a tratti lo vedo sorridere nell' osservare le persone rimbalzate alla cassa, a strisciare la loro carta di credito.

    Io, invece, rido un poco meno.

    Vedo sopraggiungere la giovane hostess, a passo lento, e scrutare con aria severa ogni bagaglio.

    Passa accanto ognuno di noi, osserva ogni valigia, ogni zaino a mano e poi, a seconda dell' impressione, lo misura con uno di quei terribili aggeggi in dotazione della compagnia.

    Una macchina da tortura.

    Quando mi s' avvicina, inizio a sudare freddo, ma cerco di non dare nell' impressione.

    Dovrei essere al limite.

    Eccola arrivare: sorride, osserva il mio bagaglio, una veloce sbirciatina e poi passare al setaccio dello zaino della ragazza alle mie spalle.

    Sorrido, solo ora, voltandomi ad osservare la giovane.

    E' vestita come se fossimo su di una spiaggia delle Maldive. Sembra quasi io e lei stiamo per prendere voli opposti: lei al caldo del Marocco, il al freddo di Stoccolma.

    Sono salvo, e felice.

    L' imbarco è immediato ed in poco sono seduto comodamente accanto al finestrino ad osservare una delle cose più belle di questa vita: il mondo dall’ alto.

    Partiamo con qualche minuto di ritardo, e dopo circa tre ore di volo siamo nelle vicinanze della città marocchina di Marrakech. Prima di atterrare l' aeromobile è costretto a compiere tre giravolte sulla città, probabilmente a causa del traffico in arrivo.

    Atterro a Marrakech quando ormai sono le ore sette, proprio quando il sole sta lentamente calando dietro l' orizzonte.

    Intravedo un bellissimo cielo, di color rosa, cosi soave.

    Guadagno velocemente l' uscita del piccolo aeroporto ma prima devo ancora sottostare ai controlli di dogana. Una ventina di minuti ad attendere in coda il mio turno e poi posso finalmente lasciare all' addetto il passaporto ed il piccolo questionario che mi era stato fornito poco prima. Pochi secondi d' attesa ed il visto d' ingresso viene apposto sulle pagine del passaporto, aprendomi di fatto le porte del Marocco!

    ...Marrakech tra magia e realtà...

    L' aeroporto della città imperiale è piccolino ed in pochi minuti sono all' aria aperta di questa tarda serata. Per prima cosa, devo cercar di capire come muovermi, come procedere. Al centro informazioni son venuto a conoscenza di un servizio autobus che collega il centro di  Marrakech all' aeroporto. Sono sulla banchina al di fuori dell' area arrivi, e mi guardo intorno.

    Domando informazioni ad un signore addetto allo smistamento dei taxi per la città.

    - Scusi, a che ora passa l' autobus per Djemaa el-Fna?

    - Autobus? No autobus no autobus. Taxi.

    - No scusi, mi han detto che c' è un servizio bus che fa la spola tra il centro e l' aeroporto.

    - No autobus. Detto male, taxi per Djemaa el-Fna!

    Siccome non ho scritto in fronte 'idiota' lo lascio immediatamente al suo destino, falso impostore. Noto, poco distante, un giovane con sulle spalle uno zaino più grande del mio. Lo raggiungo, tra viaggiatori ci s' intende, ci s' aiuta, come in poche altre situazioni di vita.

    Ed infatti m' informa che a poco dovrebbe sopraggiungere un autobus diretto a Djemaa el-Fna, il cuore pulsante di questa città. Pochi istanti ed ecco arrivare il mezzo che per una modica cifra mi consegna ad una delle piazze più famose del globo, quella piazza che ha saputo attrarre gli sguardi e gli interessi di migliaia di persone a questo mondo, dai Beatles ai Rolling Stones.

    Le stradine che portano all' immensa piazza sono affollatissime, il traffico nelle strade è fuori da ogni norma e regola: autovetture pre-guerra mondiale ( la prima s' intende ), motorini che sfrecciano ovunque, a destra, a sinistra, calessi e asini...è tutt' una festa, tutte queste persone son dirette in quello spazio sempre in vita, che non dorme mai, in quella piazza che nel corso dei decenni ha saputo mantenere inalterato il suo fascino e il suo carisma.

    L' autobus sosta davanti ai giardini Arset el Bikl. Lentamente, mischiandomi alla folla, cammino verso Djemaa el-Fna attratto dal suono dei tamburi e dalla musica Gnaoua.

    Come se fossi in estasi.

    La piazza è vestita a festa, migliaia di persone passeggiano avanti e indietro mentre autovetture e motorini sfrecciano a tutta velocità tra i passanti.

    A descrivere a parole quello che i miei occhi vedono, osservano, gustano...è impresa assai ardua.

    Uno sfavillare di colori, melodie, profumi.

    Riprendo possesso della realtà, cercando di non lasciarmi, almeno per ora, invaghire da questo mondo.

    Dove andare?

    Consulto la mappa in mio possesso, giusto per capire da che parte osservare la cartina.

    Invano.

    M' avvio verso quella zona dove ha inizio il souk di Marrakech, sbagliando ovviamente direzione. Ritorno sui miei passi ed intravisto il caffè Argana ( diverrà il mio punto di riferimento nei giorni a venire ) lentamente procedo verso il souk Laksour. Il mio albergo sorge a pochi minuti da Djemaa el-Fna, nel cuore della medina, questo intricato dedalo di vicoli oscuri ed intriganti.

    Ma scovarne la porta d' ingresso, in questo labirinto di viette, è impresa assai difficile.

    Nessuna guida può essere d' aiuto.

    Bisogna camminare, affidandosi alla buona sorte.

    Passeggio per diversi minuti, fin quando mi risolvo a domandare informazioni ad un giovane che s' appresta a chiudere la sua bottega.

    - Per l' ostello Equity Point? Sa dirmi come raggiungerlo?

    Senza pensarci due volte, mi fa cenno con la mano di seguirlo.

    - Vieni, seguimi, ti ci condurrò io.

     Giovine, ma il negozio lo lasci incustudito? mi verrebbe da domandarli.

    Seguo, titubante, questo omone grande e grosso in un labirinto di vicoletti. Gira a destra gira a sinistra e poi ancora a destra. Vicoli silenziosi, illuminati da una fioca luce, affascinanti, che intrigano anche l' animo più grezzo. Dopo qualche minuto di passo, ecco finalmente davanti a me la porta dell' Equity Point.

    Che grazia!

    Saluto cortesemente questo giovane che tanto si è adoperato per aiutarmi. Avrebbe potuto semplicemente farmi spallucce, o indicarmi il vicolo da prendere per

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