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Filosofia e fisiologia il tema del corpo in friedrich nietzsche

Filosofia e fisiologia il tema del corpo in friedrich nietzsche

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Filosofia e fisiologia il tema del corpo in friedrich nietzsche

valutazioni:
5/5 (1 valutazione)
Lunghezza:
207 pagine
3 ore
Pubblicato:
4 mar 2014
ISBN:
9788868858780
Formato:
Libro

Descrizione

Friedrich Nietzsche è il filosofo della corporeità. Il pensatore che inaugura una nuova filosofia, interrogando il corpo come fondamento principale dell’uomo. È il primo ad avere sperimentato un pensiero fisiologico.
Perché costruire un percorso sulla questione del corpo in Nietzsche? Per tornare alla valenza fisiologica della corporeità.
La filosofia tradizionale è disincarnata; senza corpo. Ha ridotto l’uomo a creatura spossessata della sua carne, spogliata della sua materialità, delle sue viscere, delle sue gioie e miserie. Il corpo dell’uomo non è stato altro che un simbolo, una rappresentazione, una figura. E allora perché Nietzsche? Per restituire un corpo alla filosofia e per dare una filosofia al corpo.
La dimensione della corporeità, il suo spazio nella storia e nella società, la sua potenza, le sue pulsioni: questa è la concezione che Nietzsche rivaluta. Il corpo è una grande ragione; il fenomeno più ricco. È allora essenziale elaborare una filosofia fisiologica attraverso il ricorso a un pensiero immanente, ossia a quel pensiero che, superata ogni trascendenza ed espunta ogni dicotomia tra la sfera corporale e quella spirituale della natura umana, tematizza e innalza la corporeità a livelli senza precedenti.
Inaugurando un nuovo pensiero, Nietzsche si richiama al corpo come fenomeno meraviglioso: sede di impulsi e di affetti. L’intento è creare una filosofia del corpo; si tratta di allestire un pensiero immanente il cui filo conduttore sia appunto la corporeità.
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4 mar 2014
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Filosofia e fisiologia il tema del corpo in friedrich nietzsche - Marsia Barbera

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di tutte le vittime dell’alluvione del primo ottobre 2009

Introduzione

Friedrich Nietzsche è il filosofo della corporeità. Il pensatore che inaugura una nuova filosofia, interrogando il corpo come fondamento principale dell’uomo. È il primo ad avere sperimentato un pensiero fisiologico.

Perché costruire un percorso sulla questione del corpo in Nietzsche? Per tornare alla valenza fisiologica della corporeità. La filosofia tradizionale è disincarnata; senza corpo. Ha ridotto l’uomo a creatura spossessata della sua carne, spogliata della sua materialità, delle sue viscere, delle sue gioie e miserie. Il corpo dell’uomo non è stato altro che un simbolo, una rappresentazione, una figura. E allora perché Nietzsche? Per restituire un corpo alla filosofia e per dare una filosofia al corpo.

La dimensione della corporeità, il suo spazio nella storia e nella società, la sua potenza, le sue pulsioni: questa è la concezione che Nietzsche rivaluta. Il corpo è una grande ragione; il fenomeno più ricco. È allora essenziale elaborare una filosofia fisiologica attraverso il ricorso a un pensiero immanente, ossia a quel pensiero che, superata ogni trascendenza ed espunta ogni dicotomia tra la sfera corporale e quella spirituale della natura umana, tematizza e innalza la corporeità a livelli senza precedenti.

Inaugurando un nuovo pensiero, Nietzsche si richiama al corpo come fenomeno meraviglioso: sede di impulsi e di affetti. L’intento è creare una filosofia del corpo; si tratta di allestire un pensiero immanente il cui filo conduttore sia appunto la corporeità.

Il corpo diviene ora espressione di una molteplicità di forze; un’entità che comprende una pluralità. La pluralità che Nietzsche scorge indica, per l’appunto, un gioco di forze che non rappresentano semplicemente un più o un meno, ma sono sempre inferiori – dominate, reattive – o superiori, cioè dominanti e attive. Tra le potenze c’è una gerarchia, un obbedire e un comandare.

Gerarchia intesa come la differenza di energie qualificate in conformità alla loro quantità. Ciò significa che l’obbedienza è una qualità della forza ed è in rapporto alla potenza stessa, tanto quanto il comandare. In proposito, Nietzsche definisce la vita come un durevole processo delle determinazioni di potere, in cui le diverse potenze in lotta crescono in modo disuguale. Nella gerarchia delle forze né chi comanda, né chi obbedisce rinuncia alla propria energia. In altri termini, la propria potenza non va perduta. Comandare e obbedire sono forme complementari della lotta.

È proprio questo gioco di forze che definisce il corpo dell’uomo: l’essere attraversato dall’attivo e dal reattivo; o meglio: l’essere coinvolto in rapporti di potere opposti fra loro e ingaggiati in una lotta per ottenere il comando. Da questo punto di vista il corpo è, per Nietzsche, un fenomeno fisiologico che esprime la dinamica delle forze; una volontà di potenza che lavora alla base di tutti gli esseri.

Se l’intento nietzscheano è proprio quello di far prevalere l’assoluta ricchezza del corpo, è necessario, dal nostro punto di vista, ripercorrere la sua opera di decostruzione del cristianesimo; per poi intraprendere il cammino che mira alla denuncia della filosofia occidentale, ossia al pensiero tradizionale che ha frainteso e mortificato il corpo.

La critica nietzscheana del cristianesimo è rivolta alla morale come tavola dei valori della storia occidentale: al cristianesimo che disprezza, condanna e umilia il corpo. Alla religione secondo cui la salvezza passa attraverso la penitenza e la fustigazione corporale. Astinenza e continenza sono tra le virtù primarie; gola e lussuria sono tra i più gravi vizi capitali.

Il peccato originale, fonte dell’umana disgrazia, che nella Genesi è un peccato di orgoglio e una sfida lanciata dall’uomo a Dio, è interpretato dal cristianesimo come peccato sessuale e carnale. Il corpo diventa il grande sconfitto della colpa di Adamo ed Eva. Il primo uomo e la prima donna sono condannati al lavoro e alla tribolazione, lavoro manuale o travaglio del parto accompagnato da sofferenze fisiche. Adamo ed Eva devono celare la nudità dei loro corpi peccaminosi. Dalle conseguenze del peccato originale, il cristianesimo desume conclusioni non soltanto estreme, ma persino paradossali, dal momento che nel Vangelo il corpo di Gesù Cristo è ambivalente. Per un verso è mortale, debole, spregevole e corruttibile. D’altro canto, è un’entità mistica in cui risplende già un barlume dello spirito capace di far risorgere Gesù dalla tomba. Nella visione cristiana il corpo diviene un luogo paradossale perché è espressione di rinuncia, luogo di tabù, apice dello svilimento e del disprezzo; abominevole rivestimento dell’anima. Ma allo stesso tempo, è glorificato, innalzato, celebrato come luogo in cui si vince la morte. Il corpo cristiano è dunque attraversato costantemente da questo altalenare tra la quaresima (emblema del digiuno e delle privazioni dei piaceri corporali) e il carnevale (simbolo della abbondanza).

Nietzsche smaschera l’inautenticità della morale cristiana e ci porta a scoprire fino a che punto la croce sia il simbolo strumentalizzato dal cristianesimo; sino a dove l’ideale del prete asceta disciplina l’umanità con i precetti della povertà, umiltà e castità. È grazie a Nietzsche che apprendiamo quanto la vita sia considerata, dal cristiano, indegna, peccaminosa, errabonda; che intendiamo in che modo il prete divenga il nemico della vita, l’insaziato, l’insoddisfatto, il morboso, l’approfittatore dei più deboli e della carne delle sue greggi, il responsabile dei loro tormenti, dei loro malanni; il padre dei malriusciti, dei miserabili, dei rancorosi; il predicatore della grande pietà e della compassione per l’uomo.

Per comprendere quanto per Nietzsche sia fondamentale pensare con il corpo, è indispensabile rifarsi alla sua distinzione tra il cristianesimo decadente delle origini, in particolare quello dell’apostolo Paolo (apostolo investito da Gesù Cristo della responsabilità di fondare una chiesa) e il cristianesimo autentico, ossia di Cristo. Paolo è l’inventore della cristianità, l’artefice di una logica cinica, il contraffattore della realtà di Gesù. Il cristianesimo paolino consente la supremazia dei sacerdoti che si servono di prescrizioni e di simboli per governare le masse; è il mezzo con cui si diffonde la fede in un mondo di ideali, tipico del debole e del malformato.

Contrariamente al cristianesimo delle origini, Gesù Cristo è, secondo Nietzsche, l’unico e solo cristiano, il più grande simbolista, l’autentico messaggero della lieta novella. L’uomo che non si pone a capo di nessuna casta, che non condanna, né giudica il mondo; non inveisce contro i peccatori, ma testimonia un nuovo stile di vita, indicando i mezzi idonei per comprenderlo e attuarlo.

Nietzsche rifiuta e denuda ogni ipocrisia cristiana, compreso il robusto dualismo paolino tra sarx (carne) e soma (corpo). San Paolo, infatti, inaugura una inedita dicotomia tra un corpo come fattore identitario e il suo contenuto corruttibile (la carne) attribuendo all’uomo l’epiteto di peccatore carnale, poiché il suo corpo si è assoggettato alla sua carne, divenendo corpo peccaminoso, lascivo e indomito.

Da dove proviene questa mendace interpretazione del corpo? Il cammino qui intrapreso tende a ripercorrere la tesi nietzscheana secondo cui il cristianesimo è una versione volgare del platonismo. Religione cristiana intesa, per l’appunto, come l’erede della filosofia platonica, cioè di quella dottrina fautrice della scissione tra l’anima e il corpo, quindi della separazione tra mondo intelligibile e mondo sensibile.

La storia dell’Occidente è dunque la storia di questa separazione in cui l’anima (psyche), sentendosi imprigionata nel corpo, tenta di farne a meno.

È necessario allora seguire la critica nietzscheana che dal platonismo si estende anche a Cartesio e alla scienza moderna. Il primo riprende il dualismo platonico-cristiano dell’anima e del corpo, spogliandolo di ogni rivestimento religioso, in modo da relegare l’esperienza corporea nella res extensa (qui il corpo è risolto in oggetto e inteso, al pari di tutti gli altri corpi, in base alle leggi fisiche dell’estensione e del movimento).

L’anima, di contro, è pensata come puro intelletto, come res cogitans, quindi come Ego intersoggettivo. In questo modo, privando il corpo del suo mondo e di tutte quelle formazioni di senso che si fondano sull’esperienza corporea, Cartesio liquida il sapere che giunge dai sensi, considerandolo fallace e addiviene a un’unica certezza: cogito ergo sum (‹‹penso, dunque sono››).

L’‹‹io penso›› è considerato da Nietzsche un Io decorporeizzato e demondanizzato. È il corpo, non la coscienza, il fenomeno preponderante rispetto alla nostra ragione e al nostro spirito. È opportuno, dunque, riallacciandoci alla tesi nietzscheana, controbattere che non è possibile operare una scissione tra mente (res cogitans) e corpo (res extensa), né conseguentemente intendere il corpo solo come concetto dell’intelletto, e non come entità anatomica, vissuta dalla vita. Obiettare che la giusta transizione non va dal cogito al sum, bensì dal sum al cogito. Per poi sostituire il cogito, ergo sum di Cartesio, con il sum, ergo cogito di Nietzsche.

È dunque fondamentale muovere dalla corporeità, utilizzandola come filo conduttore. Corporeità che rappresenta la fonte primaria di tutte le passioni e pulsioni. Corpo terreno, sensuale, carnale e non spirituale o celeste. Corpo come consistenza che non deve essere superata per attingere al soprasensibile, ma come dimensione portatrice di un’assoluta ricchezza. Mediante la sua abbondanza, il corpo sviluppa una prodigiosa complessità di pulsioni, di affetti e di prospettive.

Sebbene la concezione nietzscheana della corporeità sia rivoluzionaria, non è un’esaltazione della materialità; non si tratta di edonismo. Nella molteplicità del corpo è importante sia la corporeità sia lo spirito, giacché l’uomo, come dicevamo, è corpo e spirito. In Nietzsche non troviamo mai la tradizionale contrapposizione tra la sfera spirituale e quella corporale dell’uomo. Per questo motivo bisogna confutare l’idea che l’anima si eleva sopra le ragioni del corpo: rigettare la svalutazione della corporeità. L’anima è un segno esteriore, un simbolo che proviene dagli istinti e che indica qualcosa del corpo.

Perché il corpo in Nietzsche? Per tornare a fidarsi dei sensi. Per apprezzare la natura dell’esistenza. Per restituire alla vita il suo centro di gravità. Corpo, come perno di una filosofia in opposizione alla metafisica; come elemento precipuo di una dottrina che si fa fisiologica; di un pensiero che diviene in tutto e per tutto interpretazione del corpo.

Nietzsche è dunque il primo sensista. Il pensatore che inaugura una filosofia fisiologica nell’era della morte di Dio. Morte di Dio intesa come il compimento del mondo delle idee e degli ideali; come fine della metafisica. A causa di questa perdita l’uomo è abbandonato a se stesso, privato di qualsiasi illusione: non ha più alcuna speranza di scoprire una verità trascendente.

Nietzsche introduce la dottrina dell’immanenza in sostituzione della filosofia del soprasensibile. Elabora un pensiero fisiologico come superamento della metafisica.

Nell’epoca della morte di Dio la vita assume un significato specificamente biologico: vita intesa come dimensione terrena e corporea.

È attraverso il tema del corpo che Nietzsche focalizza il problema dell’esistenza. L’esistenza, infatti, sarebbe essenzialmente influenzata dagli umori del corpo; dagli stati fisiologici di salute e malattia. Il quesito della vita è affrontato dagli effetti che i fattori climatici, i luoghi in cui si dimora e la dieta alimentare producono sul corpo. La filosofia diviene fisiologica in quanto espressione di una molteplicità biologica: la corporeità. Apprendiamo, allora, che i veri valori e le reali problematiche sono quelle che attengono al piano immanente e non alla sfera trascendente. Dimensione immanente o, meglio ancora, sensibile e fisiologica.

Il tema della corporeità è avvalorato da atteggiamenti nuovi, da inediti valori, da una differente visione della vita: è con i gesti, con la nutrizione, con la fisiologia che si elabora la filosofia. Per questo motivo, il nostro tentativo è quello di dimostrare quanto fame e sete diventino, a partire da Nietzsche, anche per la filosofia, le questioni più urgenti rispetto ogni altra curiosità. Dimostrare quanto il sapere e il procedere filosofico sia, evidentemente, influenzato dagli umori corporali. Uno spirito notevole, infatti, risente dell’influsso climatico sul suo metabolismo; per questo motivo deve premurarsi di scegliere il luogo dove abitare, perché altrimenti rischia di diventare acido e rattrappito; rischia di compromettere le sue potenzialità.

Attestazione di questo nuovo modo di filosofare sono le condizioni psicofisiche che attanagliano Nietzsche: cefalee, emicranie, miopia, insonnia, apoplessia. Se una parte del corpo è dolorante; se lo stomaco è in subbuglio per una mancata digestione; se all’organismo non si dà il giusto riposo, le proprie capacità intellettive e creative ne risentono. Ecco spiegata l’influenza che il corpo, con i suoi stati fisiologici, esercita sulle facoltà umane.

Tuttavia, in Nietzsche, patologia non vuol dire passività, ma affettività e sensibilità. Il suo delirio, le sue sofferenze gli consentono di affinare il suo genio, giacché il genio è ispirato dalla condizione psicofisica del corpo.

Che cosa significa tutto ciò? Significa che la sofferenza è tradotta in sofferenza creativa e che sono gli stati del corpo a dettare la filosofia. Nietzsche valuta l’opportunità di usare i patimenti per migliorarsi e per crescere. Del resto, è dalla lunga infermità che si torna rinvigoriti. È dalla malattia che scaturisce una salute più salda.

Pensare fisiologicamente è, per Nietzsche, accettare nella propria vita elementi perturbatori dell’ordine interiore. Lasciarsi attraversare dallo squilibrio. Sperimentare fino in fondo il dolore per tornare in salute.

Nietzsche offre un’interpretazione fisica, fisiologica, e non più esclusivamente psichica e morale ai disturbi e ai patimenti corporali; interpreta il dolore come energia, dalla quale trarre la giusta forza per le creazioni e le produzioni.

Per mezzo della filosofia nietzscheana la rigida contrapposizione tra salute e malattia è pienamente superata, dal momento che non si tratta di una salute che è stabile o certa in modo definitivo, bensì di una salute che incessantemente deve essere conquistata, sacrificata e, in seguito, di nuovo riconquistata. In altre parole, si tratta di una condizione psicofisica che consente di essere in sintonia con il proprio corpo e con i suoi umori. A tal fine, il movimento, le lunghe passeggiate, una sana nutrizione, insieme a un clima mite e a un giusto riposo, influiscono beneficamente sul metabolismo. Quando ciò non accade, si vive male.

Nietzsche considera l’uomo una complessità corporea: il terreno ambivalente in cui coesistono spirito e corpo, salute e malattia, ordine e caos. Questa è la ragione per cui, il percorso qui intrapreso impone, inoltre, il riferimento nietzscheano alle indicative figure che incarnano la realtà fisiologica: Cristo, Dioniso e il Superuomo; emblemi di una vita traboccante, di un’esistenza pregna di sensualità.

Perché Cristo? Per l’onestà della sua condotta di vita; perché prende partito contro chi pretende di giudicare, perché sovverte l’ordine sociale, perché la sua religiosità altro non è che gioia interiore. Da qui le espressioni nietzscheane relative a Cristo: ‹‹santo anarchico››, ‹‹grande simbolista››, ‹‹idiota›› (quest’ultima intesa nel senso in cui Dostojewski chiama il suo principe Myschin, ossia come un uomo singolare, un ribelle, un anticonformista nella parola e nell’azione; insomma un insieme di sublime e di infantile).

Perché Dioniso? Perché è il dio della vita che non ha bisogno di essere giustificata; dell’esistenza che è retta in modo essenziale; per l’energia dirompente con cui affronta il martirio e la passione; per l’ebbrezza, lo spasimo, lo stordimento e la follia che gli sono propri. Perché nel Dioniso lacerato, fatto a pezzi, la vita rinasce e rifiorisce eternamente dalla distruzione.

Infine: Perché il Superuomo? Perché è il nuovo appiglio dell’umanità; il vivente che esalta gli impulsi e le passioni; perché è l’attestazione della complessità corporea; lo spirito libero che vola, danza e ride; che dà ascolto alle sue pulsioni e ai suoi istinti.

L’obiettivo è, dunque, rivolto a sottolineare la grande valenza che Nietzsche attribuisce a Cristo, Dioniso e al Superuomo, figure che rappresentano un’unica e simbolica realtà:

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