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Percorsi clinici

Percorsi clinici

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Percorsi clinici

Lunghezza:
150 pagine
1 ora
Editore:
Pubblicato:
18 lug 2013
ISBN:
9788891116376
Formato:
Libro

Descrizione

Il presente volume nasce dall’esigenza di aiutare chi si accosta alla conoscenza e al trattamento dei disturbi psicopatologici. La principale motivazione è stata la necessità, di semplificare, rendere chiaro, e al contempo fornire un aiuto, a quanti, in questo settore hanno bisogno di essere sostenuti, nel difficile percorso di preparazione a una professione, dove la pratica, molte volte passa in secondo piano. La divulgazione dell’opera renderà facile, a chi percepisce difficile, il complesso tragitto della pratica clinica, irta di ostacoli e di lungimiranti attese.

Il secondo motivo è stato il desiderio di creare un testo di pratica clinica a orientamento cognitivo- comportamentale. Storicamente la terapia cognitiva – comportamentale è stata introdotta negli anni 60’ per merito di A. Beck, nel trattamento dei disturbi depressivi, ed è stata utilizzata solo di recente per il trattamento dei disturbi di personalità. Il libro s’ispira sia alla teoria dei disturbi emozionali di Beck, che afferma che ansia e depressione si accompagnano a vere e proprie distorsioni del pensiero, che all’approccio cognitivo di Ellis (1962), che si fonda sul principio che i pensieri disfunzionali siano alla base dei vari disturbi emozionali, e delle conseguenze comportamentali.

Nel libro sono affrontate le convinzioni, le assunzioni disfunzionali che producono a loro volta gli schemi disfunzionali, e i pensieri automatici negativi del paziente. Tale volume è dedicato, a tutti quelli che intendono munirsi di una guida per conoscere e approfondire i temi inerenti, la clinica, e il trattamento dei disturbi psicopatologici. Il volume ha l’intento di rendere agevole l’apprendimento dell’approccio cognitivo – comportamentale, applicato ai casi clinici, specie per un pubblico alle prime esperienze.
Editore:
Pubblicato:
18 lug 2013
ISBN:
9788891116376
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Percorsi clinici - Lorella Di Nicola

fittizi

PARTE PRIMA

I disturbi di personalità

Con riferimento al DSM - IV (1996), quelli che seguono sono i criteri generali per definire un disturbo di personalità:

A. Un modo abituale di esperienza interiore e di comportamento, che devia marcatamente rispetto alle aspettative della cultura dell’individuo. Questo modello si manifesta in due o più aree seguenti:

1. Cognitività (cioè modi di percepire e interpretare se stessi, gli altri e gli avvenimenti).

2. Affettività (cioè la varietà, intensità, labilità e adeguatezza della risposta emotiva)

3. Funzionamento interpersonale

4. Controllo degli impulsi

B. Un modello abituale inflessibile e pervasivo, in una varietà di situazioni, personali e sociali.

C. Un modello abituale che determina un disagio clinicamente significativo e la compromissione del funzionamento sociale, lavorativo e di altre aree importanti.

D. Il modello è stabile e di lunga durata, l’esordio può essere fatto risalire almeno all’adolescenza, o alla prima età adulta.

E. Il modello abituale non risulta meglio giustificato come manifestazione o conseguenza di un altro disturbo mentale.

F. Il modello abituale non risulta collegato agli effetti fisiologici di una sostanza

(per es. un abuso di droga, un farmaco) o di una condizione medico generale (per es. un trauma cranico).

A causa della complessità dell’inquadramento, tale gruppo nosologico è rimasto tuttora un tema irrisolto dell’attuale psichiatria (Dettore, 1992).

Le principali teorie proposte per l’inquadramento teorico dei disturbi di personalità sono: il modello dei tratti; il modello biologico; il modello sociologico.

L’attuale orientamento teorico sui disturbi di personalità prende in considerazione contemporaneamente, sia gli aspetti caratteriali, che quelli temperamentali. Alcuni autori hanno ipotizzato che le dimensioni del temperamento e gli aspetti neurobiologici condizionino lo sviluppo e il funzionamento della personalità. Al pari di molti altri autori che hanno rappresentato la personalità in termini di carattere e temperamento (Sperry 2000).

Per carattere s’intende l’insieme delle caratteristiche, che sono apprese dalla personalità attraverso il processo di socializzazione. Un altro modo per descrivere la parte caratterologica della personalità è lo "schema", che si riferisce alle credenze di base che l’individuo utilizza nella valutazione del sé, sia del mondo, che del futuro.

Per il temperamento sono considerate le influenze genetiche e costituzionali esercitate sulla personalità. Mentre il carattere e lo schema sintetizzano gli aspetti psicologici della personalità, il temperamento (o stile) evidenzia quelli biologici. Per il carattere si possono individuare tre fattori: gestione di sé, cooperatività e senso dell’esistenza. Costello (1993) associa al temperamento l’impulsività e l’aggressività

Disturbo di personalità paranoide

Parlare del disturbo di personalità paranoide significa: in prima istanza, rintracciare l’orientamento o stile di pensiero paranoico alla vita. Con il termine paranoico s’intende la malattia mentale, caratterizzata da: idee deliranti, di persecuzione, di grandezza, in persone, che per il resto sono normali (Zingarelli 1994).

Il pensiero paranoico non è di per sé patologico; ma può essere a volte funzionale, come ad esempio la posizione schizo - paranoide descritta dalla Klein. Utilizzando queste modalità pensieri e sentimenti pericolosi o spiacevoli vengono scissi e proiettati fuori di sé, e attribuiti ad altri.

Nella culture delle varie epoche storiche si può rintracciare la dinamica gruppale dello stile paranoico. Ad esempio si ricorda il periodo del fascismo con la deportazione degli ebrei, quello della caccia alle streghe negli USA, oppure il periodo del razzismo. Tale stile orienta spesso i contesti gruppali come le assemblee politiche, gli eventi sportivi e le dinamiche istituzionali, e tutti i giorni ne abbiamo una conferma dalle notizie della cronaca.

Il disturbo paranoide di personalità è una distinta entità patologica indipendente da fattori culturali, che non si presenta come fase transitoria, prodotta all’interno di dinamiche gruppali.

Da Freud a oggi, lo studio di tale stile di pensiero è stato affrontato approfonditamente da diversi teorici della psicodinamica.

Alcuni autori, tra i quali Shapiro (1965) sostiene che lo stile cognitivo paranoide sia la conseguenza di una proiezione sugli altri, di sentimenti ed impulsi, ritenuti intollerabili.

La maggior parte delle persone ha la tendenza ad attribuire la colpa a qualcun altro, per le proprie mancanze.

Gli approcci cognitivi contemporanei, dello stile paranoico, si costruiscono intorno al "concetto di sé" e ai conseguenti temi della minaccia al sé, e della sua difesa.

Lo stile di pensiero porta alla ricerca estenuante dei motivi, e delle tracce rivelatrici la verità. Il modo di percepire gli altri è rigido. Si suppone, che l’individuo si reputi fortemente inadeguato, imperfetto, ed insufficiente, e l’attribuzione all’esterno delle proprie mancanze, gli permette di affrontare, in modo meno penoso, i sentimenti di responsabilità (Miller e Ross, 1975, in Chadwick, P., Birchwood M., Trower P., 1997).

Gli ultimi studi suggeriscono che la paranoia protegge la vulnerabilità dell’individuo, orientandolo a condannare il persecutore.

Esistono due tipi di pensiero paranoico: la paranoia "povero me e la paranoiame cattivo": nella prima si tende a rimproverare gli altri, a percepirti come cattivi e vedersi vittime. Nella seconda gli individui hanno la tendenza a percepirsi come cattivi, sentirsi in colpa e responsabili (1997).

Ad esempio chi fosse bocciato può attribuire questo insuccesso a qualche cosa d’interno locus of control interno (ad un’incapacità personale, ad esempio) oppure a qualche cosa di esterno (locus of control esterno), che riguarda la situazione o un’altra persona.

Beck, ha dimostrato, che le inferenze, sotto forma di anticipazioni e ricordi, tendano a essere distorte, o orientate, sulla base del tono dell’umore.

Beck ha identificato sei errori del genere.

L’Inferenza arbitraria, l’astrazione selettiva, la generalizzazione eccessiva, l’esagerazione o minimizzazione, la personalizzazione, il pensiero assolutistico.

La condizione base è che tutti i deliri sono sostenuti da una totale o irremovibile credenza.

Le assunzioni disfunzionali (Beck et al., 1979) sono dei principi o delle regole fondamentali, che guidano il comportamento.

Per esempio, una persona potrebbe dedurre che un suo vicino di casa, con il quale aveva avuto dei problemi in passato, facesse baccano, intenzionalmente, per dargli fastidio.

In questo caso è opportuno sviluppare interventi mirati per aiutarlo a rivalutare il pericolo, che tali azioni avrebbero rappresentato, se i suoi vicini stessero veramente provando a provocarla, e rivalutare la sua capacità di affrontare la situazione.

I deliri di solito non comportano necessariamente un’interpretazione scorretta, spesso infatti la distinzione tra un delirio e un’idea fortemente radicata è difficile da individuare e dipende dal grado di convinzione, e di bizzarria del delirio

Il quadro del PPD è caratterizzato dalla tendenza ingiustificata a percepire le azioni degli altri come minacciose o umilianti, ma non presenta caratteristiche psicotiche persistenti.

Individui con questo disturbo sono percepiti come essenzialmente ambigui, e possono arrivare a dedurre, che gli altri stiano tramando contro di loro.

A sua volta queste convinzioni condizionano le risposte e il comportamento degli altri e così si ritrovano intrappolati, in un circolo improduttivo.

Le minacce principali riguardano l’essere controllati, umiliati o discriminati. Sono attenti, sospettosi, e non si lasciano sfuggire segni, che possano tradire i motivi nascosti degli avversari.

Quando sentono di essere stati trattati male e ingiustamente, lo stato affettivo corrispondente è la rabbia per il maltrattamento, ciò determina spesso stati ansiosi. L’ovvio, il superficiale, mascherano una realtà, che va oltre, il significato apparente. Questa ricerca comporta uno stato di allerta, che si manifesta con un continuo controllo sulla realtà circostante. Percepisce gli attacchi, come incomprensibili nei confronti del proprio carattere, della propria reputazione e reagisce con rabbia contrattaccando, giustificando che la rabbia, può essere una ritorsione contro gli attacchi che egli avverte, piuttosto che un’esplosione, alimentata, soltanto da motivazioni interne.

La continua e puntuale alta vigilanza, sui segni di possibili intenzioni malvagie producono un effetto involontario. Se si è vigili su ogni indicatore di malvagità altrui, non si è ugualmente attenti ai segnali di fiducia e alle buone intenzioni. La vigilanza produce a sua volta la prova a sostegno, delle assunzioni e aspettative negative, proprie sulla natura umana.

Molto spesso l’individuo paranoide dubita delle proprie capacità di trattare efficacemente con gli

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