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Mia nonna Amelia allevava i bachi da seta e... andava in moto

Mia nonna Amelia allevava i bachi da seta e... andava in moto

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Mia nonna Amelia allevava i bachi da seta e... andava in moto

Lunghezza:
137 pagine
2 ore
Editore:
Pubblicato:
Jun 16, 2015
ISBN:
9788891144232
Formato:
Libro

Descrizione

Dopo aver ascoltato e riascoltato per anni i racconti di mia mamma, sulle vicissitudini di mia nonna Amelia, spesso sorprendenti, ho sentito il bisogno di testimoniare questi ricordi in parole scritte attraverso un libro, anche se non sono una scrittrice, per rendere onore a lei e a tutte quelle donne come lei, rimaste anonime, che con forza morale, grandi sacrifici e saggezza, hanno dovuto e saputo affrontare e superare, nei primi decenni del '900, tutte le difficoltà di una vita di povertà, malattie, emigrazione e guerre.
Editore:
Pubblicato:
Jun 16, 2015
ISBN:
9788891144232
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Anteprima del libro

Mia nonna Amelia allevava i bachi da seta e... andava in moto - Gabriella Maria Mascherpa

2014

I fatti e le persone che compaiono in queste

pagine non sono immaginari...

sono veri !

Mia nonna materna si chiamava Amelia.

Era nata a Salgareda in provincia di Treviso il 17 luglio 1884 da Artico Gaspare e Zorzetto Regina, emigrati in Brasile presumibilmente dal 1887. Alta, bel portamento, capelli neri e occhi azzurro/blu. Quando suo padre Gaspare, che lavorava in una fazenda, nel 1890 venne ucciso in stalla dal calcio di un mulo, il Console Italiano consigliò alla mia bisnonna Regina di ritornare in Italia con i figli: Italia, Maria, Amelia, Angela, Francesco e Gaspare, perché non avevano più sostentamento, ma soprattutto perchè le femmine – che erano ancora bambine o adolescenti - correvano il rischio, non essendoci più il padre, di subire violenze da parte dei nativi.

Regina decise di tornare in Italia molto probabilmente valutando il fatto che, se fosse rimasta non avrebbe avuto molte alternative di sopravvivenza in quanto i figli erano troppo piccoli per poter dare un aiuto economico; inoltre non c'erano parenti suoi o del marito su cui contare, anche solo per un appoggio. La sorella più grande di mia nonna di nome Italia di circa 13 anni, rimase in Brasile.

Negli anni successivi, tra le due sorelle ci fu uno scambio di corrispondenza, poi quando mia nonna le comunicò che era rimasta vedova, di lei non ebbe più notizie.

A tutto il resto della famiglia, il Console Italiano pagò - per ritornare al loro paese d'origine, Salgareda - solo il biglietto della nave in terza classe, da dove i miei bisnonni Regina e Gaspare

- con tanti sogni - erano partiti.

I pochi risparmi rimasti alla mia bisnonna, dovevano servire per comperare il necessario per vivere per lei e per i figli durante la traversata.

Posso immaginare la pena che avrà avuto nell’animo Regina per aver lasciato là e per sempre il marito e una figlia, sapendo benissimo dentro di lei che non l'avrebbe mai più rivista! Sono certa che fosse pienamente consapevole che al suo ritorno in Italia, l'aspettava un futuro decisamente incerto e che sarebbe stata sola ad affrontarlo!

Durante il mese e più di viaggio in nave per il ritorno una stroega (zingara) venuta a conoscenza della storia accaduta al mio bisnonno in Brasile, fece credere a Regina che, se le avesse dato tutto l’oro in suo possesso, le avrebbe fatto rivedere il marito!...

Le due donne erano sul ponte della nave, era una bella giornata di sole. Fiduciosa dell’incontro con il marito, Regina diede alla zingara la sua fede nuziale, la catenina d’oro che portava al collo ed un paio di orecchini in filigrana d'oro antichi, ricevuti in regalo dai suoi genitori in occasione del suo matrimonio.

Quando, prima di far apparire il mio bisnonno, la zingara apri lo scialle e sollevò l’ampia pettorina per riporlo, Regina fu abbagliata dal luccichio delle catene e dalle spille d'oro appuntate sul petto!

Amelia, le sue sorelle bambine e i suoi fratelli ancora molto piccoli, erano vicino a Regina.

Negli anni, ai suoi figli, mia nonna ha diverse volte testimoniato quello che era successo quel giorno...

Questa immagine mi é stata così ben descritta da Ida, mia mamma. Anch'io sono presente, seduta sul ponte della nave, sento il calore del sole e... il buon profumo di mare... vivo la scena, da lontano... Anch'io sono abbagliata dall'oro... ho intuito l'imbroglio... ma non posso fare niente per intervenire... per attutire per quanto mi fosse possibile la delusione di Regina... per dirle con tenerezza... che il suo desiderio non si sarebbe avverato!...

E... ovviamente la mia bisnonna non rivide il marito!

Sentitasi sola, demoralizzata per essere caduta in un tranello, la speranza delusa di non aver rivisto il marito, il fatto di esserle rimasto poco o nulla da vendere per procurare cibo per i figli e per se stessa (sopravvissuti sulla nave solo per il buon cuore dei passeggeri). Regina, arrivata a Genova, sempre con l'aiuto economico del Consolato Italiano, non ebbe alternative che tornare alla casa natale del marito, a Salgareda, dove erano rimasti i due cognati con le rispettive famiglie.

Non conosco i motivi per i quali non andò dalla sua famiglia d'origine.

Forse anni prima, si erano mostrati contrari alla sua partenza e i legami di conseguenza si erano interrotti. Il mio bisnonno Gaspare, prima di mettersi in viaggio per il Brasile si era fatto liquidare dai fratelli il terzo che gli spettava, in modo da avere un capitale sufficiente per iniziare nella terra promessa una nuova attività.

Sicuramente - con la sua parte di eredità - avrà acquistato quello che in un linguaggio semplice viene definito casa e terra. Nessuno di noi (ormai sono sopravvissuti solo due nipoti ultranovantenni) sa per certo se la mia bisnonna prima di lasciare il Brasile fosse riuscita a vendere le proprietà o parte di essa.

Per come sono andate le cose, si suppone di no!

Siccome - per la salvaguardia delle figlie - dal Console Italiano le fu fatta una certa fretta... Regina partì lasciando gli investimenti fatti dal marito...

Mia zia Ines, ancora vivente, mi ha riferito che quando Regina tornò a casa dai cognati, a Salgareda - con cinque figli - non fu accolta per niente bene in quanto - senza troppi giri di parole - le fu fatto presente che loro erano già stati liquidati !!...

Regina morì d'inèdia* e di pellagra dopo sei mesi dall'arrivo in Italia. Umiliata, messa da parte... sola... non ha più avuto la forza per reagire, non mangiava, lasciava il cibo ai figli...

Una domenica mattina, in chiesa durante la predica, il prete di Salgareda parlò della situazione dei cinque bambini rimasti orfani.

Alla fine della messa, in sacrestia si presentarono umilmente con il cappello in mano, padri di famiglie già numerose delle campagne vicine, disposti ad accogliere un bambino, anche se

- visti i tempi estremamente difficili per mettere in tavola cibo a sufficienza per tutta la famiglia - c'era un’altra bocca da sfamare.

In quegli anni le famiglie dei contadini del Basso Veneto e non solo, mettevano mediamente al mondo dai dieci ai quindici figli. Il più piccolo dei fratelli di mia nonna, Gaspare di soli tre anni, fu adottato dagli zii paterni e rimase nella casa che li aveva accolti.

Gli altri quattro fratelli uscirono dalla chiesa quella stessa domenica mattina, in compagnia degli altri figli delle coppie che si erano rese disponibili facendo loro il più grande regalo: mantenere il cognome della famiglia d’origine: Artico.

* Lungo digiuno con conseguente deperimento

Non venne perso tempo in pratiche di adozione e lungaggini burocratiche. Allora esisteva l’onore non scritto della parola data e la solidarietà. Ogni padre di famiglia che si era reso disponibile,

pensò a quale destino sarebbero andati incontro i propri figli qualora si fossero trovati in quella situazione.

Emerse la genuinità, la generosità delle persone umili... Fu sufficiente lo sguardo d’intesa con la moglie, anche se seduta dall’altra parte della navata con i figli. Io so che due di loro erano già incinta.

Non furono sprecate tante parole anche se per un'altra bocca in più a tavola bisognava stringersi e dividere quel poco che c’era.

Il padre di famiglia che aveva più femmine accolse lo zio Chechi (Francesco). Due braccia in più per lavorare nei campi sarebbero state utili in futuro e poi c’era l’orgoglio maschile di avere - anche se corti - un altro paio di pantaloni in casa.

Chechi all’epoca aveva solo cinque anni, ma sarebbe cresciuto!

Anche chi adottò senza nessuna formalità mia nonna Amelia, fu la famiglia del suo padrino di battesimo. Abitavano a Levada (paese confinante con Salgareda). Era una famiglia di contadini composta, oltre che dai genitori; da otto figli tutti maschi...

Mia nonna già quando viveva in Brasile, per i suoi fratelli era stata una donnina responsabile ed ha continuato ad esserlo anche nella casa che l'aveva accolta. Negli anni, ha sempre avuto un pensiero affettuoso per la famiglia adottiva.

Anche le altre due sorelle andarono a vivere a casa dei rispettivi padrini.

Pur vivendo in famiglie diverse, i fratelli Artico ebbero comunque sempre l’occasione per incontrarsi: a scuola, in chiesa o a giocare nei campi.

Quando nonna Amelia, poco più che ventenne, bella come il sole, incontrò il futuro marito Giuseppe, alto, forte, di bell'aspetto, con folti baffi, si fidanzarono e dopo il matrimonio, avvenuto il 6 ottobre del 1905, si trasferirono in un altro piccolissimo paese... di proprio quattro case... della provincia trevigiana: Busco di Ponte di Piave.

Mio nonno Giuseppe viveva con i suoi genitori in una grande casa di proprietà.

Al piano terra, sulla sinistra, di fianco ad un lungo spazioso portico c’era una grande cucina con un grande camino - sempre acceso - dove in alto al centro, appeso ad una carrucola, ciondolava un capiente paròlo (paiolo). Il camino era stato costruito dalla famiglia del nonno, in mattoni rossi, circolare. Potevi girarci intorno, sederti sul bordo che fungeva anche da piano di appoggio. Sotto c'era un grande cassetto che serviva per tenere in caldo le vivande e i pitusini (pulcini) appena nati. Questo ripiano era alto da terra circa mezzo metro, aveva un bordo piano della larghezza di 30 cm. circa.

In alto invece aveva un supporto – sempre circolare – ma più stretto, fatto in legno, con una graziosa tendina che pendeva. Serviva a far asciugare il formajo (il formaggio) e per appoggiarvi qualche soprammobile.

Era situato prima della longa tòea (lungo tavolo), con tante careghe (sedie) intorno che dava subito appena entrati, una sensazione di calore e di accoglienza. Alla parete, sulla sinistra, c’era una grande credenza con l’alzatina a vetri smerigliati e colorati che conteneva tutto quanto era utile per lo stretto necessario della famiglia.

In fondo alla cucina, sotto una piccola finestra, c’era il secèr (lavandino in pietra), parzialmente nascosto alla vista dal grande camino. Alle pareti poche foto in bianco e nero, di parenti lontani o defunti. Sempre al piano terra, sotto il portico c'era una stanza - che a seconda dei periodi annuali - si alternava a stanza degli ospiti, dei salami o dei bachi da seta.

In fondo la stàla (la stalla) .

Al piano superiore, tre camere da letto con finestra. Il grande fienile era in fondo al corridoio, sullo stesso piano, con un grande lato aperto verso strada. Serviva sia per immagazzinare el fen (il fieno) quando arrivava dai

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