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Argonauti
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E-book289 pagine3 ore

Argonauti

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Gli dei avevano finito vittoriosamente la battaglia contro i titani, poi quella contro i giganti e quindi contro i ciclopi, e si rendevano conto dell'esistenza degli umani, che sentivano in effetti sottoposti ma con i quali era talvolta piacevole convivere se non li si prendeva troppo sul serio.

Qualcuno degli dei si spingeva un po' troppo nell'amicizia con gli uomini, salvo poi pentirsene e vendicarsi senza molti rimpianti.

A seguito di questi contatti, erano stati generati individui che potevano considerarsi o semidei, ovvero eroi. I primi erano talvolta generati o adottati dal dio e destinati alla immortalità, i secondi restavano uomini a tutti gli effetti; ma destinati ad imprese coraggiose e difficili, talvolta conseguite con l'aiuto degli stessi dei.

Nella figura dell’eroe si raggiunge quella caratteristica solo greca della kalokagathia che fa dell’eroe una figura bella, anche esteticamente, e capace, tanto che si può tradurre con l’espressione: superiore in tutto. Ma l’eroe che è sempre kalòs, bello tanto da essere rappresentato nudo, non è però mai agathòs, buono, nel senso attuale. Non conosce bontà, compassione, riconoscenza, e neanche amicizia se non unita ad una grande gelosia.

Il periodo degli eroi non ha una durata lunga: tra la lotta dei centauri con i lapiti, l'impresa degli argonauti, la caccia al cinghiale caledonio, i sette contro Tebe e la guerra di Troia non corrono tre generazioni.

Forse l'ultimo degli eroi fu Odisseo che, tornato da Troia, venti anni dopo la conclusione della guerra, sentì potente il richiamo del mare, guadagnandosi una morte ignota.

In questo volume si narra la storia degli Argonauti alla conquista del vello d'oro, con cenni alle imprese precedenti e successive dei tanti eroi che vi presero parte.

LinguaItaliano
Data di uscita8 mag 2013
ISBN9788867559046
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    Argonauti - Giampietro Favero

    9788867559046

    Premessa

    Atamante uscì infuriato dal palazzo e cominciò a camminare, pensoso, dirigendosi verso la sponda del lago.

    Non era possibile che sua moglie Nefele, che lui aveva sposato su indicazione di Era, lo trattasse così: già lo prendeva in giro per il suo accento che, diceva, non si giustificava in una terra di cui faceva parte il monte delle Muse, il Parnaso, poi ora lo rimproverava di avere un animo di contadino senza prospettive di sviluppo. Gli rinfacciava anche la semplicità a tavola che gli faceva preferire le anguille, di cui era ricco il lago Copais, mentre a lei quegli animali sguscianti davano ribrezzo.

    Atamante pensò seriamente di ripudiarla, poi, riflettendo bene, capì che avrebbe forse prima dovuto trovare una donna con cui sostituirla per non lasciare senza una guida femminile il palazzo, ma si ripromise di non lasciare occasione per trovarne una.

    Pure, pensò con una certa nostalgia ai primi tempi del matrimonio, una dozzina di anni prima, quando Nefele gli diede i suoi due meravigliosi figli: il giudizioso Frisso e la bella Elle; ora invece, ogni giorno, ella si ricordava di essere una figlia di Zeus e di appartenere alle Nubi e ricordava a lui la sua origine tutta umana trattandolo da bifolco poco istruito.

    Ed o il tutto con disprezzo.

    Il re, così arrovellandosi, era andato man mano calmandosi ed ora era giunto alle sponde del lago e dovette iniziare a controllare dove metteva il piede: era il periodo in cui il lago, dopo essere straripato per effetto delle piene primaverili del Cefiso, aveva cominciato a ritirarsi lasciando una specie di palude che solo al sole estivo si sarebbe asciugata. C’era allora il pericolo di trovarsi invischiato nel fango senza possibilità di trarsene fuori.

    Quello, il Copais era uno strano lago, aveva infatti degli affluenti ma non si vedeva nessun emissario, pure risentiva molto delle condizioni del clima; forse avevano ragione quelli che sostenevano che vi fossero dei fiumi sotterranei che portassero la sua acqua al mare.

    Ma non tutte le sponde erano paludose: quelle che lambivano Orcomeno, di cui Atamante era re, erano rocciose, una roccia dallo strano colore specialmente verso il tramonto quando sembrava rosa. Anche la roccia era strana di per sé, perché non formava dei rilievi ma restava piatta sì che tutta la regione era una pianura.

    Subito fuori della città, però, la roccia veniva a mancare e la campagna coltivata si perdeva a vista d’occhio.

    Anche il re d’altronde era un contadino come tutti i suoi sudditi ed il suo incarico era di raccoglierli in caso di pericolo e guidarli contro l’eventuale nemico. Non c’era un esercito organizzato, ma Atamante aveva voluto che durante l’anno tutti i suoi sudditi venissero allenati alle armi ed alla lotta. Ed il suo compito era quello di addestrarli assieme ad una piccola schiera di guardie personali che, esentati dal lavoro nei campi, passavano le giornate in allenamenti guerreschi.

    Il re si accorse di essersi allontanato molto verso oriente mentre il sole già declinava dalla parte opposta del cielo. Capì che non avrebbe goduto a lungo della presenza del sole e volgendo il passo ritornò verso il palazzo.

    Lungo la via del ritorno, gli venne in mente che a Tebe, non molto distante da lì, Cadmo ed Armonia avevano quattro figlie di cui una sola sposata e che forse….

    Mentre accarezzava questo pensiero si accorse che il sole stava tramontando davanti a lui, fra le due cime Pieria ed Elicona che erano al colmo del monte Parnaso, ed entrò nella reggia mentre un’ancella arrivò portando una fiaccola.

    I sogni della notte non lo avevano turbato più di tanto e si avvicinò deciso allo stipo dove teneva le sue poche cose. Prese una stephane bianca delle tre che aveva e che gli sembrava adatta allo scopo, quello di denunciarlo come re; e cominciando dalla fronte sulla quale la aveva appoggiata, ne trasse i due lembi verso le tempie curando che i suoi folti e lunghi capelli ne venissero in qualche modo raccolti e contenuti, poi passando le mani dietro la nuca cominciò a fare il nodo, doppio perché non si sciogliesse facilmente: le due estremità del nastro gli ricadevano morbide sulle spalle.

    Aveva deciso di andare quei giorni a Tebe distante circa quattro giornate di cammino, per cui prese una tunica nuova, un’altra stephane, un mantello di pelle, un bastone ed una bisaccia in cui mise alcuni pani e del formaggio. Scelse due fra i servi-guerrieri e disse loro di prepararsi per andare a Tebe. Ad uno affidò il dono che avrebbe portato a Cadmo, il re di Tebe, un prezioso arco di ulivo inciso.

    Alla ancella che incontrò nei corridoi del palazzo, domandò se la sua padrona fosse sveglia e quella non seppe cosa dire, allora fu lui a dirle di avvertire la regina che lui stava andando a Tebe e sarebbe stato di ritorno in una decina di giorni.

    Il sole era ancora basso nel cielo e si presentava grande e rosso proprio davanti a lui, mentre Nefele ancora dormiva.

    Il sentiero che seguiva era abbastanza agevole, per essere tutto in piano, per cui camminava spedito e con lui le due guardie. Seguivano la sponda del lago rivolta a Borea e non avevano problemi per soddisfare la sete perché le acque del lago erano fresche e buone e, facendo conchiglia con le due mani, potevano bere a piacimento.

    Evitavano però di avvicinarsi al lago quando vedevano le sponde piene di canne: temevano infatti di trovare lì le paludi che avrebbero intralciato il cammino.

    Camminando, Atamante pensava a Cadmo ed Armonia ed al loro matrimonio avvenuto una ventina di anni prima quando lui ancora era un bambino. Quello che sapeva gli era stato riferito dal padre Eolo ma i particolari più piccanti gli erano stati raccontati dal fratello maggiore Sisifo che all’epoca era un ragazzo adulto.

    Cadmo, che era figlio di Agenore, mentre era alla ricerca della sorella Europa con i fratelli, transitò per Delfi per consultare l’oracolo che lo avvertì di non continuare le ricerche cui avrebbero partecipato solo i fratelli, perché avrebbe dovuto fondare una città. Avrebbe incontrato una vacca che egli avrebbe dovuto seguire e, dove si fosse fermata, lì avrebbe fondato la città. Così Cadmo camminò diversi giorni seguendo l’animale finchè finalmente quello si fermò proprio al centro della Beozia e lì Cadmo decise di sacrificare la vacca ad Atena. Quando i suoi compagni si avvicinarono ad una vicina sorgente per attingere acqua, un drago, posto a guardia della sorgente li uccise tutti. Sopraggiunto Cadmo riuscì a sua volta ad uccidere il mostro e tornò al compito che si era dato: sacrificare la vacca. Atena gli apparve mostrandosi riconoscente per l’offerta e, visto che era restato senza compagni, gli disse di seminare nel terreno i denti del drago. Quando Cadmo, seguendo il consiglio, lo fece, da ogni dente sorse un uomo adulto ed armato. Preoccupato dal loro grande numero e dal fatto che fossero armati, cominciò a gettare sassi da un luogo nascosto verso di loro; i guerrieri del drago, credendo di essere assaliti da un nemico ignoto cominciarono a combattere fra loro, uccidendosi a vicenda. Quando ne restarono cinque, Cadmo li rappacificò e si fece aiutare a costruire la rocca di Tebe.

    Nella lotta fra Zeus e Tifeo, Cadmo si era trovato a dare un piccolo aiuto a Zeus e questi volle ringraziarlo facendogli sposare Armonia, figlia di Ares e di Afrodite.

    Tutti gli dei dell’Olimpo parteciparono alle nozze ed al ricco banchetto che ne seguì e, ripensava Atamante, quella fu la prima volta che l’unione fra un uomo ed una donna ancorché divina venisse celebrata con una cerimonia e festeggiata con un banchetto

    Atamante ed i suoi due compagni si fermarono a mangiare all’ombra di un boschetto sempre nei pressi del lago, che li forniva di acqua sia per lavare la faccia che per bere.

    Il lago intanto si era ristretto e si cominciava a vedere anche la riva opposta, quella posta a meridione, normalmente molto distante.

    La sera vennero accolti in una capanna da una famiglia di contadini che offrirono loro uova e verdura ed anche un cratere di vino.

    Il mattino successivo del latte di capra appena munto li preparò al prosieguo del viaggio.

    Verso la sera del terzo giorno arrivarono in vista delle mura di Tebe ma Atamante non volle entrare di sera, voleva trovare una sorgente in cui lavarsi e ravviarsi per presentarsi al re come re.

    Al mattino del quarto giorno, dopo il bagno in un ruscello, si vestì con la tunica nuova che aveva portato, indossò la sua stephane che aveva tenuto a parte, l’arco di ulivo portato come dono per il re, ed entrò sicuro in città con i due compagni.

    Ino, come ogni mattina, usciva dal palazzo con alcune compagne e si recava alla fonte interna alla città. Le piaceva ottemperare alle funzioni femminili e, fra queste, preferiva quella di attingere acqua, perché questo era uno dei momenti in cui si poteva scherzare con le compagne e con chi altri si incontrava alla fonte, senza che nessuno se la prendesse; per questo, ogni mattina, era lei che se ne incaricava senza delegare ad un’altra sorella o ad una ancella.

    Mentre era appunto lì giocosa, vide venire dalle porte un uomo che le sembrava ancora giovine ma già fatto e prestante che indossava attorno al capo la stephane che lo indicava come re.

    Si chiese chi mai potesse essere: certo, se veniva a piedi, doveva essere uno degli altri re della Beozia che potevano percorrere la distanza in pochi giorni, non uno proveniente da una delle altre regioni dell’Ellade o, ancora meno da una delle isole.

    Fece le finte di non averlo visto quando lui, attratto dalle grida giocose che ella e le sue compagne continuavano a lanciare, rivolse lo sguardo verso il suo gruppo, ma, di sottecchi, si accorse che aveva posato su di lei il suo sguardo più prolungato.

    Ne fu lusingata e cominciò a domandarsi su come sarebbe stata la vita come regina di uno dei regni beoti all’intorno forse Orcomeno che era la più nota oltre Tebe.

    Si rese conto che era seguito, a due passi di distanza, da due uomini, probabilmente due servi, di cui uno recava un bellissimo arco che, a distanza, le sembrava di ulivo. Immaginò che dovesse essere il regalo per suo padre.

    Cadmo accolse molto cordialmente Atamante e gradì il dono che gli aveva portato. Lo ospitò nella reggia assieme ai suoi servitori lasciandogli alcun tempo prima che gli dicesse le ragioni della sua visita.

    Atamante, sapendo quanto sarebbe stato imbarazzante denunciare il fallimento del suo matrimonio con una dea, si era lungamente preparato il discorso lungo tutto il viaggio, ma quando fu giunto il momento di esprimerlo ebbe un blocco mentale che gli impediva di pensare lucidamente.

    Vincendo allora l’imbarazzo del momento più che al discorso preparato fece ricorso ad una serie di atteggiamenti del corpo che uniti alle parole facessero che il suo dire non dire fosse recepito come un messaggio chiaro.

    Cominciò narrando l’alto onore che Zeus gli aveva fatto consentendogli di sposare una figlia di dei e dicendo come, nel tempo, questo rapporto, che sembrava nato sotto i migliori auspici, si fosse logorato; non tanto per il suo atteggiamento quanto per le considerazioni di Nefele che lo riteneva quasi un partito inadeguato al suo stato.

    Con queste parole gli sembrò aver trovato l’accesso giusto a tutto il discorso: che ormai si rendeva conto che per Nefele fosse molto pesante la convivenza con lui ma che non trovava il modo di richiedergli la sua libertà. Per ciò egli, Atamante, pur nel dolore della perdita di una moglie che era stata inizialmente affettuosa e che gli aveva dato due magnifici figli, era determinato a concedergliela; come ancora non ne avesse parlato con Nefele ma che lo avrebbe fatto appena tornato in patria.

    Continuò dicendo che, come il re sapeva, era bene che un re avesse una regina al suo fianco ed era appunto venuto a Tebe per sondare la possibilità di impalmare una delle figlie di Cadmo. E ciò senza che Cadmo si sentisse obbligato ad accogliere la sua richiesta.

    Armonia, appena Ino fu tornata a palazzo, fu subissata di richieste da parte della ragazza: se aveva visto che a palazzo c’era ospite un re, che cosa era venuto a fare, che lei lo aveva incontrato alla fontana e ne era rimasta colpita,

    φαίνεταί μοι κῆνος ἴσος θέοισιν

    ἔμμεν’ ὤνηρ

    [mi sembra che quell’uomo sia pari agli dei (Saffo frg 31)]

    che gli sarebbe piaciuto essergli presentata e così via tanto che la madre si vide costretta a promettere che ne avrebbe parlato al marito.

    Cadmo, a sua volta, sentite le ragioni della moglie, trasse entro di sé un sospiro di sollievo: guarda come tutto si mette a posto da solo, si disse in segreto; pure non voleva darlo subito a vedere e si mostrò corrucciato come se le richieste di Armonia lo avessero turbato oltremodo, Le disse che sarebbe stato bene che ne avessero parlato ancora loro due da soli.

    Il fatto che Cadmo non avesse rigettato a priori l’idea, convinse Armonia che era stata brava a trovare le parole adatte non immaginando che il discorso fra Cadmo ed Atamante avesse già preparato la strada.

    Parlando con Atamante il giorno successivo, Cadmo aveva deciso di essere sincero al massimo. Cominciò con fargli notare che anche lui aveva sposato una dea, pure che Armonia non lo aveva fatto mai pesare né si era mai lamentata; eppure anche lui era un re contadino che parlava un dialetto molto diverso da quello aulico che parlavano nel resto dell’Ellade, in specie in Attica; ma che capiva bene quale poteva essere stata la reazione di Nefele che forse aveva una diversa considerazione di sé. Cadmo continuava su questo tasto per fargli intendere quanto capisse la sua posizione e come la reazione di Nefele fosse assolutamente plausibile, venendo a giustificare così il desiderio attuale di Atamante di una separazione definitiva.

    Continuò narrandogli poi che la figlia Ino lo aveva visto al suo ingresso in città e che era curiosa di conoscerlo, e che a lui non sarebbe dispiaciuto saperla in seguito regina di Orcomeno.

    Dopo l’incontro che sarebbe avvenuto alla presenza della famiglia intera, se fosse nata fra loro una qualche corrispondenza di volontà, Atamante sarebbe tornato ad Orcomeno per trattare con Nefele della separazione mentre Ino avrebbe preparato il suo corredo per partire di lì ad un mese circa con una carovana di carri assieme ad alcune ancelle ed alle sue cose.

    Alle parole di Cadmo, Atamante si sentì tutto eccitato, come un giovincello al primo incontro, e non vedeva l’ora di incontrare Ino; cominciò a sudare freddo giusto al di sopra delle labbra tanto che Cadmo, capendo la situazione, non seppe trattenere un sorriso.

    Nefele, alla notizia, si sentì immediatamente sollevata, non più legata ad una unione che non la aveva mai soddisfatta. Non vedeva l’ora di tornare ad essere una delle Nubi di cui portava il nome.

    Chiese solo ad Atamante di pensare ai suoi due figli che volle però personalmente salutare.

    Li trovò appena svegli e, mentre se li abbracciava in grembo, disse che sarebbe tornata al suo stato di dea ma che non li avrebbe mai abbandonati. Chiese a Frisso di proteggere in ogni modo la sorellina Elle e di rivolgersi sempre a lei, la mamma, per ogni tipo di aiuto di cui avesse avuto bisogno.

    Quando Ino giunse di lì ad un mese, trovò Orcomeno che accolse la sua nuova regina con grida, canti, danze in strada ed applausi veramente sinceri. Anche loro erano stati vittime dell’egoismo di Nefele.

    Ino aveva di Nefele una maggiore comunicativa e non aveva smesso di comportarsi da principessa nubile anche nel suo nuovo stato; continuava ad andare ogni giorno alla fonte dove ingaggiava gare di canto con le sue compagne, richiamando nella compagnia anche tutte le altre donne del paese.

    Per tutti fu una vita nuova e tutti si rivolgevano al re per complimentarsi della nuova regina.

    Nel suo rapporto con Atamante era molto calorosa ed un tantino disinibita causando sorpresa in un disincantato Atamante, che, per suo conto, si lasciò andare con passione in questo nuovo rapporto.

    Il primo figlio della coppia, maschio, fu chiamato Learco il secondo, nato meno di un anno dopo il primo fu chiamato Melicerte.

    Nati che furono i figli Ino cominciò a non sopportare più la presenza di quelli di Nefele e, man mano, crebbe in lei l’ossessione di poterli sopprimere.

    Per fare questo non escogitò un sistema rapido e pratico che la avrebbe denunziata come autrice ma si volle nascondere dietro le risposte dell’oracolo.

    Durante i suoi quotidiani incontri con le donne di Orcomeno, cominciò a parlare delle modalità seguite a Tebe che consentivano raccolti molto maggiori: insinuò in quelle anime semplici che occorresse mettere nel forno caldo i semi preparati per la semina dell’autunno ed allora non sarebbero bastati i sili di Orcomeno per accogliere tutto il grano.

    Se lo diceva la regina, figlia di una dea, doveva essere vero, per cui in ogni famiglia le madri si incaricarono di questa operazione di torrefazione dei semi.

    Venuto il tempo della semina e quindi del raccolto dai semi torrefatti non poteva nascere niente e fu carestia.

    Questa colpiva tutti ed il re cominciò a preoccuparsi del suo popolo. Ino per quanto la riguardava, riuscì ad ottenere un piccolo aiuto da Cadmo ma non bastava a sopperire le necessità di tutti.

    Atamante decise di convocare un’assemblea sapendo che lui aveva la responsabilità del popolo e che il re doveva anche morire per la salvezza del popolo.

    Non che volesse dei consigli ma voleva coinvolgere tutti in modo che tutti sapessero quanto il re si sentiva responsabile nel momento triste per tutti.

    Anche Ino volle partecipare all’assemblea dove le donne la guardavano imploranti per la salvezza dei propri figli.

    Proprio Ino consigliò di inviare una ambasceria ad interrogare l’oracolo di Delfi, che di lì ad una decina di giorni avrebbe riportato il responso su cosa occorresse fare per arrestare la carestia.

    Subdolamente consigliò che a capo della ambasceria fosse posto un suo famiglio che la aveva seguita a suo tempo da Tebe, e, poiché costui era stato altre volte e consultare l’oracolo il consiglio fu subito accettato.

    Il responso, riferito dall’uomo che era stato istruito e pagato da Ino, fu che per placare l’ira del dio, dovesse essere sacrificato Frisso assieme ad Elle, e la carestia si sarebbe arrestata.

    Atamante, al sentire ciò, cominciò a strapparsi le vesti, a vestire di sacco, a coprirsi il capo di cenere, a piangere e singhiozzare dicendo che lui avrebbe dato volentieri la sua vita per la salvezza del suo popolo ma che non se la sentiva di sacrificare i propri figli.

    Il popolo, che era tutto presente ad ascoltare il responso, pianse con il suo re, poi cominciò a considerare che la morte di due persone avrebbe salvato tutta la comunità ed a richiedere

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