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False certezze

False certezze

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False certezze

Lunghezza:
293 pagine
3 ore
Pubblicato:
28 feb 2014
ISBN:
9788891134127
Formato:
Libro

Descrizione

Nata alcuni miliardi d’anni fa, la vita si è evoluta, stimolando meccanismi di difesa, che hanno permesso all’uomo di sopravvivere alle calamità naturali: terremoti e maremoti; inondazioni, siccità e glaciazioni; carestie ed eruzioni vulcaniche; collisioni con asteroidi, catastrofi ecologiche, pestilenze, ecc.

Ciononostante, la salute del pianeta continua ad essere a rischio, per la simultanea insorgenza di fattori naturali ed antropici negativi: l’azione congiunta di fattori pericolosi e potenzialmente sinergici finirà per danneggiare seriamente il nostro organismo. Da ciò, consegue la necessità di mettere in opera, con urgenza, modelli di sopravvivenza, in grado di sopperire all’emergenza in atto e di armonizzare le varie esigenze, quali: Fame, sete e l’elisir di lunga vita; effetto serra, carenza energetica ed energie alternative; inquinamento della biosfera; degrado ambientale e morale; esplosione demografica; allevamenti intensivi; sperimentazione animale e vivisezione; modifiche degli stili di vita - alimentazione, soprappeso, obesità - farmaci, droghe illecite e lecite tra cui alcol e fumo, paradisi artificiali; insorgenza di nuove patologie da germi ed agenti chimici patogeni; nascita della vita e morte biologica, ecc.

La difficile materia viene affrontata in maniera appassionante ed accessibile a tutti: proporremo nuove tematiche e loro soluzioni pratiche, come pure discipline e progetti all’avanguardia: sarà una specie di volo virtuale, che partendo dalla chimica degli astri approderà alla nascita della materia vivente, fino al binomio mente-cervello. Sarà un vero e proprio volo virtuale: dalle stelle al pensiero.
Pubblicato:
28 feb 2014
ISBN:
9788891134127
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Anteprima del libro

False certezze - Bruno J.R. Nicolaus

I. Puro frutto del caso

Al di fuori della nostra galassia, che noi avevamo scambiato per espressione dell’ordine eterno, si susseguono apocalittici drammi: collisioni d’astri e comete, esplosioni, nascita e morte di stelle e pianeti, scontri tra gigantesche galassie, distruzione dell’energia, annientamento della materia, crescita ed esplosione di buchi neri. Il sole e le stelle, che guidarono per millenni, fiduciosi naviganti e viandanti, sono solo bombe all’idrogeno, alimentate da frenetiche reazioni nucleari. Il sole, le stelle e gli astri celesti sono tutti predestinati a spegnersi, alla fine.

L’inconscia paura di un ipotetico giudizio, ha ceduto il passo alla razionale certezza di un’inevitabile fine del mondo, all’annientamento dell’ego, alla scomparsa del tutto.

L’Universo, una volta solo ordine e pace, appare in preda a convulsioni incontrollabili; tende a dispersione e congelamento; é frutto improvviso di una catastrofe immane, dal nome sinistro: big bang.

L’azzurro del cielo, sede dell’Olimpo e dei nostri ideali, è teatro di novae e supernovae minacciose, di radiazioni mortali, di venti stellari, dell’incessante bombardamento di particelle letali. Dagli spazi interstellari, giungono minacciosi lampi di luce, attraverso dense nubi di gas e spazzatura cosmica. In queste nubi, che alla fine collasseranno anch’esse in stelle e pianeti; in questi alambicchi mostruosi, si formano, disordinatamente, composti chimici tra i più disparati, molecole organiche semplici, ma anche complesse. Sono questi i mattoni, dai quali si formarono, in una zuppa primordiale, le macromolecole, successivamente organizzatesi in cellule ed organismi viventi.

A casa e scuola, avevamo appreso, che l’uomo era stato creato a sembianza di Dio, secondo un progetto celeste, mentre ora scopriamo d’essere un semplice frutto del caso; d’aver inventato noi stessi Dio, dandogli umane sembianze.

Un meteorite gigante, spiegano gli scienziati, avrebbe fortuitamente investito la terra, milioni d’anni fa, offuscando il cielo e sprofondando tutto il pianeta in una gelida notte. ⁶ Secondo altri, una supernova sarebbe, invece, esplosa tanto vicino, da bruciare la terra; secondo altri ancora, sarebbe stata una carestia od una terribile pandemia, o tutte e due assieme, a mettere in ginocchio la vita.

Il cataclisma condannò a lenta morte, rettili e dinosauri; spazzò via gran parte delle specie viventi, ma creò miracolosamente uno spazio per i mammiferi.

Grazie a quest’impertinente gioco del caso, trovammo una nicchia anche noi, esseri umani, che, pur essendo un semplice impasto di polvere di stelle, amiamo cullarci nel sogno, che a modellarci sia stata una mirabile mano.


⁶ Nella sua lunga storia, che data 5 miliardi di anni, la terra é stata ripetutamente colpita da meteoriti che forando la sottile crosta terrestre, hanno favorito la fuoriuscita di materiale incandescente incapsulato nel nucleo. Sono nati così dei vulcani, che con le loro eruzioni hanno alterato profondamente il clima e la forma del pianeta.

⁷ Ovidio, Le Metamorfosi: < Le cose non fanno che variare e cambiar forma: il mare fu convertito in terra e le conchiglie marine si trovano lontane dall’oceano; le paludi furono prosciugate e i luoghi asciutti convertiti in paludi; le valli furono scavate dalle acque correnti e le inondazioni hanno travolto le montagne. >

II. Da sole le perle non fanno una collana

Possono essere grigie, bianche, rosa o nere; piccole, grandi o grandissime; di regola sono bianche e rotonde, talvolta leggermente ovali; quasi tutte hanno una superficie liscia e vellutata come la pelle di una giovane donna; alcune hanno una superficie leggermente irregolare quasi increspata; tutte splendono ai raggi del sole, con riflessi iridati: sono le perle, stupenda creazione della natura.

Una volta, scelte e sortite per grandezza e colore, sono tutte uguali a prima vista, come se ognuna fosse una copia dell’altra, una copia gemella. Non é così, mi spiegava un amico, che aveva setacciato i fondali sabbiosi di tutto l’oriente, alla ricerca delle lacrime del mare, come lui chiamava le perle.

Secondo un’antica leggenda:

La perla nasce dalle lacrime di un’ostrica, é frutto di dolore e gran sofferenza. Ogni perla ha un’anima propria, che la distingue da tutte le altre; nel suo seno, nasconde l’anima di un marinaio scomparso tra i flutti in tempesta, un’anima persa. Condannata a restare e vagare nel profondo del mare dopo la tragica fine, essa seguirà le correnti, fino a trovare rifugio nel guscio di un’ostrica, formando una perla.

Le perle amano l’acqua per questo motivo, l’elemento dal quale, dopo essersi perse, sono rinate; preferiscono ombra e penombra o luci tenui e diffuse, temono il sole, il caldo e il deserto. Le perle amano il dolce tepore della pelle giovane e fresca; temono il contatto con cuti avvizzite e mani rugose, che finirebbero per rovinare il morbido aspetto; provano orrore ed angoscia al cospetto di vecchie e inacidite signore, al contatto col loro sudore, nemico giurato di tal stupendo pallore.

Una manciata di perle gettate per terra, si divide e disperde al contatto col suolo: saltellando e rotolando scappano via, le perle, quasi si sentissero libere, indipendenti ed in balia della fortuna: ogni perla un destino.

Una collana di perle é qualcosa di più, di tante palline legate ad un filo, inquadrate e ordinate come soldati; una collana di perle vive e soffre; é fatta d’anime perse, risvegliate da un sonno tranquillo, bruscamente strappate da un morbido letto e dal riparo di un guscio sicuro. Legate assieme da un solido filo, come alpinisti in una cordata, le perle ritrovano nella collana una sicurezza perduta; iniziano un nuovo programma di vita, affrontando un diverso destino: non é la singola perla che fa la collana, é il filo che conta.

Sono ombre risorte dal nulla, le perle; sono spettri evocati dal buio dell’oblio.

Non esistono al mondo due identiche perle, sosteneva il mio amico con orientale saggezza; diamanti e brillanti, a piacimento tagliati e limati dall’uomo, sono, invece, solo freddi frammenti di roccia, senz’anima e vita.

Così come il filo tiene assieme le perle in una collana, tante sono al mondo le cose, saldate da un filo, da un conduttore virtuale comune.

III. Una candela al vento

Secondo un assioma caro a Lorentz, la bellezza è armonia, mentre il degrado significa profonda disarmonia. La percezione estetica della forma ed il riconoscimento degli equilibri armonici della natura, hanno accompagnato e determinato lo sviluppo della cultura mediterranea, fin quando inquinamento e degrado ambientale non hanno turbato un precario equilibrio.

Ogni persona sensibile alla natura tende spontaneamente ad impedirne la distruzione, in virtù dello stretto rapporto, che esiste tra il degrado ambientale e quello morale e sociale. Il rispetto e l’amore per la natura e le sue bellezze, é espressione di un’armonia, che molti percepiscono, nonostante che l’attitudine a riconoscerla nelle forme, nei suoni, nei colori, nelle bellezze dell’ambiente che ci circonda, non sia innata nel singolo individuo: si tratta di un patrimonio, per il quale già l’uomo preistorico spese millenni di sforzi, d’insegnamento e educazione.

Nelle società contemporanee, il rapporto uomo-natura ed uomo-ambiente si é progressivamente affievolito, di pari passo con l’aumento del degrado ambientale, sociale e morale e con l’abdicazione del ruolo educativo di scuola e famiglia.

Ogni modifica, causata dall’uomo all’ecosistema, finisce con l’estendersi a macchia d’olio su tutto il pianeta, coinvolgendo, direttamente od indirettamente, la maggioranza degli organismi viventi, dai più semplici ai più complessi. Le conseguenze di questi cambiamenti, spesso irreversibili, non sono sempre prevedibili a priori; mentre i danni diventano palesi quando è troppo tardi, per intervenire. Ne deriva un deprimente scenario, nel quale l’armonia cede il passo alla disarmonia, fino ad assumere in casi estremi tragiche dimensioni, che testimoniano un atteggiamento distruttivo dell’uomo; fenomeno manifestatosi, peraltro, già nell’antichità, ma acuitosi sensibilmente durante la recente globalizzazione.

Particolarmente inquietante é il dilagare, l’esplosione del trinomio droga/violenza/degrado; un diabolico intreccio, maturato nella società dei consumi. E’evidente, come questa perfida trama interferisca con i rapporti uomo/animale, ambiente,natura e si sommi ai problemi dello sviluppo demografico incontrollato; del disboscamento e cambiamento climatico; di fame, povertà ed inquinamento biologico, chimico e nucleare.

Già all’inizio del secolo scorso, Tagore aveva intuito, come la tecnica, principale invenzione dell’uomo, possa influire negativamente sull’ambiente, qualora sia impiegata senza senno e moderazione.

In effetti, gran parte dei beni, che noi consumiamo quotidianamente, non sono rigenerabili; somigliano ad una candela, che bruciando, si consuma fino alla fine.

È facile prevedere, che buona parte del futuro del pianeta dipenderà dai comportamenti individuali dei suoi abitanti: dal minor impiego di carburanti fossili, dal risparmio d’acqua, ⁸ dal minor dispendio d’energia in generale, dallo sviluppo e maggior impiego di quelle alternative.

Il nostro pianeta si comporta, in un certo senso, come un organismo vivente: si trasforma, consuma ed usura come una candela al vento e noi seguiremo le sue sorti:

< Perchè la lampada si è spenta?

Le feci scudo del mio mantello

per salvarla dal vento,

ecco perchè la lampada si è spenta.

Perchè il fiore è avvizzito?

L'ho premuto al mio cuore

con l'impazienza dell'amore,

ecco perchè il fiore è avvizzito.

Perchè il ruscello si è asciugato?

Vi ho messo una diga per traverso,

ecco perchè il ruscello si è asciugato.

Perchè le corde dell'arpa si son rotte?

Ho tentato di forzare una nota

che oltrepassava il mio potere,

ecco perchè le corde dell'arpa si son rotte >

Rabindranath Tagore (1861-1945)


⁸ L’acqua é un elemento essenziale per la vita. Se gli oceani non esistessero, non sarebbe stata possibile l’insorgenza delle prime forme di vita terrestre.

IV. Sopravvivere

Nata, alcuni miliardi d’anni fa, la vita si é evoluta modificando l’ambiente in maniera che ha del prodigioso. I tempi, relativamente lunghi di questo processo, hanno permesso un graduale adattamento alle mutevoli condizioni del pianeta, con formazione d’adeguati meccanismi di difesa. ¹⁰

Grazie a queste capacità d’adattamento, l’uomo è riuscito a sopravvivere ad innumerevoli calamità: a terremoti e maremoti; inondazioni, siccità e glaciazioni; carestie ed eruzioni vulcaniche; collisioni con asteroidi, catastrofi ecologiche e pestilenze.¹¹ Questa situazione così precaria non é migliorata col tempo; essa risulta, al contrario, deteriorata per vari motivi tra i quali, l’imprevedibile insorgenza di svariati fattori: ¹²

L’umanità si ritrova, così, a dover fronteggiare un processo d’autodistruzione, al quale partecipano agenti naturali ed antropici: molecole patogene, radicali endogeni ed esogeni; composti metallo-organici, medicinali e droghe illecite, ma anche radiazioni di vario tipo e scorie radioattive; una pericolosa miscela, che aggredisce gli organismi viventi prendendo di mira quelli anziani, più vulnerabili.

Sono tanti gli organi bersaglio di questo cocktail micidiale, ma maggiore preoccupazione desta il cervello, che, per struttura chimica e funzionalità, è più sensibile agli agenti esterni. Vi sono poi, ulteriori motivi per temere, che l’equilibrio complessivo della patocenosi, la quale unisce come un filo sottile, le caratteristiche patologiche di una popolazione, si avvicini ad un’ulteriore rottura. ¹⁴

L’azione congiunta di questi agenti potenzialmente pericolosi, danneggia il nostro organismo ed in alcuni individui sono state registrate modifiche occasionali o durature dei comportamenti, imputabili all’azione di sostanze tossiche. Non è chiaro, se ed in quale misura i danni cerebrali osservati, siano reversibili o irreversibili e tramandabili alle generazioni future, mentre va detto che rotture della patocenosi sono già avvenute in passato, con conseguenze funeste ma rimediabili. ¹⁵ D’altronde, l’odierna concomitanza di tanti fattori negativi (entità, complessità, diffusione e velocità di progressione) diminuisce le probabilità di uscire indenni da una nuova catastrofe.

Da ciò, consegue l’imperativo di elaborare, al posto dei soliti fantasiosi ed obsoleti progetti di sviluppo sostenibile, nuovi modelli di sopravvivenza, in grado di armonizzare problematiche e necessità di società avanzate od in corso di sviluppo.


⁹ La stella alpina – Edelweiss – originaria dell’Himalaya, cresce ad alta quota. Rappresenta un ottimo esempio d’adattamento della materia vivente a condizioni ambientali avverse. Scientificamente interessante, é la capacità della peluria della corolla di deviare, con un meccanismo ancora poco chiaro, le radiazioni mutagene ad alta frequenza, evitando che penetrino all’interno del fiore.

¹⁰ J.E.Lovelock > Bollati Boringhieri 1981

¹¹ F.Ramade McGraw-Hill Libri Italia 1989

¹² Lester R.Brown SEPS Ed.Ambiente, 2000.

¹³ James Lovelock Penguin ed. UK, (2006)

Nel corso degli ultimi millenni, la specie umana si è moltiplicata in modo esponenziale, ha tagliato le foreste, ha scavato la terra, si è messa a bruciare le enormi riserve di carbonio immagazzinate sotto terra, riempiendo l’atmosfera di gas serra, rimossi con sempre maggiore difficoltà dal mondo vegetale, a causa del progressivo danneggiamento dell’ habitat naturale. Il risultato è il riscaldamento globale che si teme non potrà più essere fermato una volta che l’atmosfera conterrà ca.500 ppm di CO2 (attualmente 380 ppm con un incremento annuo di 2-3 ppm/anno).

¹⁴ Per patocenosi, si intende l’insieme di condizioni patologiche caratteristiche di una determinata popolazione in una determinata epoca; ovvero: l’interazione e l’influenza di una malattia o di un gruppo di malattie si riflette sulla frequenza e sulla distribuzione delle altre malattie nella medesima popolazione: M.D.Grmek, < Le malattie all’alba della civiltà occidentale> Il Mulino, Bologna (1985).

¹⁵ L’equilibrio della patocenosi venne rotto varie volte nel lontano passato ad opera dell’uomo: milioni di anni fa con l’adozione della caccia sistematica,con la macellazione delle carni e l’impiego delle pelli degli animali uccisi; centomila anni fa a seguito delle migrazioni dal continente africano verso territori a differente clima ed ecosistema; diecimila anni or sono fino al recente passato, grazie alla rivoluzione agricola, alla diffusione di allevamento ed agricoltura, alla progressiva urbanizzazione, alle migrazioni dei popoli provenienti dall’Asia nell’alto Medioevo, alla scoperta delle Americhe, fino alla globalizzazione del pool dei germi patogeni realizzata nell’ultimo millennio.Comparvero e si diffusero così, a macchia d’olio, nuove malattie infettive a trasmissione animale-uomo e uomo-uomo, tra le quali tubercolosi, lebbra, peste, sifilide, tifo, vaiolo, colera, influenza, poliomielite, ecc. e recentemente AIDS.

V. Degrado ambientale e morale

L’inquinamento dell’ambiente iniziò prima di quanto si creda; già nell’era neolitica. Fuliggine e gas, emanati da legna e torba nei focolari a cielo aperto di grotte, accampamenti e villaggi preistorici, avranno sicuramente irritato occhi e naso, pelle e gola, lingua e palato d’ogni creatura, ma i primi a soffrirne, furono verosimilmente i soggetti più vulnerabili: donne e bambini.

Con l’aumento demografico, assieme alla crescita d’allevamenti, agricoltura ed attività artigianali e preindustriali, aumentarono tutti i consumi; dall’energia ai minerali, dagli alimenti all’acqua. Di pari passo, cresceva la densità della popolazione e divennero più abituali, stretti contatti con gli animali addomesticati.

Si acuì così il rischio di contagio uomo/uomo ed animale/uomo e diventarono più frequenti le infezioni delle vie respiratorie e gastro-intestinali, come logica conseguenza di un’igiene carente.

Nell’era moderna, l’industria chimica ha moltiplicato i prodotti sintetici, destinati ad impieghi svariati, ¹⁶ eppure per la maggioranza di queste sostanze, con le quali veniamo giornalmente in contatto, noi non disponiamo di dati rassicuranti. Tossicità e biodegradabilità, capacità d’accumulo, persistenza ed impatto ambientale, restano un punto interrogativo e, con l’andare del tempo, sono visibilmente aumentate le interazioni negative col nostro organismo e col sistema endocrino e immunitario.

A questo quadro, di per se fosco, si aggiunge l’azione nefasta degl’innumerevoli contaminanti metalloorganici ed inorganici; dei sali di piombo ed arsenico, cadmio e mercurio, nichel ed altri metalli; della miriade di molecole gassose o solide, diffuse nell’atmosfera per combustione di legna e torba, carbone, petrolio e gas naturale. ¹⁷

Ai veleni naturali, scaturiti dalla terra durante le eruzioni vulcaniche, ¹⁸ si sono aggiunti quelli prodotti dall’uomo, che agiscono subdolamente e con esiti spesso letali. Molte di queste sostanze sono state identificate e studiate sul piano tossicologico e quindi imputate di danni somatici irreversibili, di malformazioni dei nascituri, di rischi oggettivi o potenziali per le generazioni future.

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