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Il profilo dei minori in affidamento: indagine sulla realtà meridionale

Il profilo dei minori in affidamento: indagine sulla realtà meridionale

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Il profilo dei minori in affidamento: indagine sulla realtà meridionale

Lunghezza:
262 pagine
3 ore
Pubblicato:
Feb 16, 2014
ISBN:
9788868854652
Formato:
Libro

Descrizione

Pasquale Biagio Cicirelli, sociologo e scrittore, laureatosi in Sociologia – Ind. Pianificazione Sociale – presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza, consegue poi il Diploma di Specializzazione del “Programma formativo multidisciplinare per professionisti del sistema italiano delle dipendenze” conferitogli dalla S.N.A. e Presidenza del Consiglio dei Ministri. Laureando in Scienze dell’Educazione e della Formazione (Università degli Studi di Roma Niccolò Cusano); dal 2003 esercita la sua professione nel campo sociale minorile e delle dipendenze. Con la pubblicazione di questa ricerca sulla realtà dei minori in affidamento nell'Italia meridionale dei primi anni 2000, ha concluso un'indagine che ha lo scopo di tracciare il profilo dei minori in affido, il profilo delle famiglie naturali e di quelle affidatarie. Il libro si divide in una prima parte divulgativa, e in una seconda dedicata all'indagine, elaborata e conclusa con l'ausilio di tabelle statistiche.
Pubblicato:
Feb 16, 2014
ISBN:
9788868854652
Formato:
Libro

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Il profilo dei minori in affidamento - Pasquale Biagio Cicirelli

Pasquale Biagio Cicirelli

IL PROFILO DEI MINORI IN AFFIDAMENTO: INDAGINE SULLA REALTÀ MERIDIONALE

Il profilo dei minori in affidamento: indagine sulla realtà meridionale

Pasquale Biagio Cicirelli

Edizione digitale: febbraio 2014

ISBN: 9788868854652


Edizione digitale realizzata da Simplicissimus Book Farm srl


Prefazione

Questo testo è il frutto di un lungo e faticoso lavoro sociologico, che è divenuto successivamente la mia tesi di laurea: è una vera e propria indagine, che ha avuto come obiettivo quello di stilare il profilo dei minori dati in affido nell’Italia meridionale degli anni 2000,2001,2002.

Se nella prima parte del libro (capitolo 1 e capitolo 2) ho voluto dare risalto a quelle che sono indicate dalla letteratura come le principali teorie sociologiche della famiglia, e ad argomenti quali l’affidamento e il disagio minorile in Italia, nella seconda parte (capitolo 3 e capitolo 4; allegati A, B, C) ho spiegato e divulgato in maniera più dettagliata l’oggetto della ricerca che ho elaborato, nonchè l’ambito territoriale della ricerca, il quadro delle variabili, e il profilo dei minori che ne è emerso (con l’ausilio di tabelle statistiche).

Ovviamente, è stato un lavoro che non ho concluso da solo, e per questo colgo l’occasione per ringraziare ancora una volta coloro che hanno collaborato alla realizzazione di questa ricerca, tra cui i miei relatori, prof. F. Citarrella e prof.ssa A. Censi.

Questa la ricerca, diventata poi la mia tesi di laurea (Cattedra di Sociologia della Famiglia) oggetto di discussione il 14.05.2002, giorno in cui sono diventato Dottore in Sociologia, presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza.

Buona lettura.

Roma, febbraio 2014

Dr. Pasquale Biagio Cicirelli

INDICE

CAPITOLO 1 - FAMIGLIA, TRASFORMAZIONI E DISAGIO MINORILE

1.1 Le principali teorie sociologiche della famiglia

1.2 Le trasformazioni della famiglia

1.3 Famiglia problematica e disagio minorile

CAPITOLO 2 - DISAGIO MINORILE E AFFIDAMENTO

2.1 Affido e disagio in Italia: analisi delle ricerche

2.2 Il minore in affidamento: la legge 184/1983 e la legge 149/2001

2.3 Affidamento e disagio minorile

CAPITOLO 3 - L’IMPOSTAZIONE DELLA RICERCA

3.1 L’oggetto della ricerca

3.2 L’ambito territoriale della ricerca e le modalità di reperimento del campione intervistato

3.3 Il quadro delle variabili

3.4 L’elaborazione e lo schema di analisi dei dati

CAPITOLO 4 - I RISULTATI DELLA RICERCA

4.1 Il profilo dei minori in affidamento

4.2 Il profilo delle famiglie naturali dei minori

4.3 Le famiglie affidatarie, l’esito e la valutazione dell’affido

4.4 Conclusioni

ALLEGATI

(A) Quadro delle variabili

(B) Tabelle statistiche

(C) Bibliografia

A mio padre e a mia madre,

ai miei fratelli, a nonna Ada,

con amore e gratitudine.

CAPITOLO 1 – FAMIGLIA, TRASFORMAZIONI E DISAGIO MINORILE

1.1 Le principali teorie sociologiche della famiglia

Per quanto riguarda le fonti delle teorie sulla famiglia (CIGOLI: 1979), esse sono ricondotte alla sociologia, all’antropologia, alla psicologia clinica e sperimentale. Si è infatti notato come la famiglia sia un fenomeno bio-sociale che deve essere considerato all’interno dei mutamenti politici e culturali di una data società. Hill e Hansen hanno indicato i 5 quadri concettuali della ricerca familiare, ovvero:

1) L’ approccio interazionale, in cui la famiglia viene studiata come un’unità di persone in interazione, come gruppo vivente con propri ruoli, conflitti, status;

2) L’approccio struttural-funzionalista: per cui la famiglia è un sottosistema sociale che svolge certe funzioni per la società ed è composta da individui che agiscono in funzione di una rete di status e di ruoli; essa è quindi un sistema aperto all’esterno, ma ha al suo interno dei sottosistemi (coppia, fratria). E’ con questo approccio che nasce la teoria della famiglia di Parsons, secondo cui la famiglia tramite la socializzazione concorre al mantenimento e all’equilibrio del sistema (CIGOLI: 1979, pag. 26).

3) L’approccio dello sviluppo: la famiglia è un gruppo di persone interagenti, dove però i ruoli vengono considerati come interiormente accoppiati (ruolo di figlio-fratello, moglie-madre) e le norme servono a prescrivere il ruolo appropriato a ciascuna di queste posizioni. La famiglia è vista come gruppo ed ha una storia naturale prevedibile, le cui tappe si succedono per cicli;

4) L’approccio situazionale, che considera soprattutto il contesto in cui si trova l’individuo e la risposta dell’individuo a tale contesto: l’interesse è centrato sull’ambiente psicologico dell’individuo, e la famiglia è fonte di stimolazione per i figli.

5) L’approccio istituzionale: l’istituzione del matrimonio e della famiglia è interpretata in rapporto alla società presa nel suo complesso e considerata come un organismo, un sistema mantenuto dalle parti che lo compongono.

Altre strutture concettuali hanno influenzato lo studio delle dinamiche familiari, come la teoria dello scambio sociale (che analizza le relazioni che collegano il cambiamento nella situazione del figlio ai cambiamenti del suo potere nei confronti dei genitori, come può accadere al primogenito con la nascita di un fratellino), la teoria dei giochi (che riguarda modelli di gioco e situazioni simulate di gioco, che servono ad osservare strategie e competizioni), la teoria dell’equilibrio (CIGOLI: 1979, pag. 37).

Per gli studiosi che ricorrono all’approccio relazionale, la famiglia è un fatto emergente come relazione originaria auto-prodotta, nonché come relazione primordiale: un sistema complesso fondato su una relazione sociale piena, un’esperienza vitale fondamentale per la strutturazione dell’individuo umano come persona (DONATI: 1999). La famiglia quindi è luogo/spazio (la casa), cellula della società (per analogia con la cellula biologica che costituisce l’organismo corporeo vivente), ma anche modello (pattern) simbolico, struttura, funzione, istituzione, e così via. In ogni caso, però, va detto che ci si deve sempre più allontanare da teorie spaziali e biologiche e assumere un punto di vista genetico-relazionale, per il quale la famiglia è essenzialmente relazione sociale ovvero network di relazioni. Osservando con più precisione i vari approcci, si nota come l’approccio genetico inizi col presentare il carattere primordiale della famiglia: la famiglia è un fenomeno primordiale nella storia dell’umanità, sia per l’origine della società umana, sia per il suo costante riprodursi, sia per la singola persona. In passato, c’è chi ha pensato che la famiglia non fosse indispensabile alla società, come particolari gruppi sociali, o pensatori, o movimenti sociali che miravano alla ugualizzazione degli individui, attraverso però l’eliminazione della famiglia (si pensi alle comuni sorte con i movimenti protestanti fin dal 700 in Nord-America o alle società comuniste nel XX secolo).

Questi gruppi dimenticano che la famiglia è fontale, in quanto fonte di ciò che nessun’altra relazione umana può dare. La famiglia come relazione sociale è quindi operatrice di alleanze attraverso il gender ed è operatrice di solidarietà attraverso le generazioni; essa è basata (DONATI: 1999) su 4 dimensioni fondamentali, ovvero: l’intenzionalità (generare), il mezzo (la sessualità), la normatività (la reciprocità), il valore modale (il dono). Tutti i sociologi classici si sono interessati alla famiglia, e molti sono stati i modi di osservazione.

Durkheim, considerato il maggior classico della sociologia della famiglia (DONATI: 1999, pag. 49), formula una comparazione storico-sociale delle forme familiari, ed elabora alcune leggi che oggi però sono state ridimensionate. Per Durkheim, la famiglia va dalla forma del clan esogamo amorfo (della tribù che cerca le spose al di fuori di se stessa) alla moderna famiglia nucleare ristretta, attraverso una restrizione progressiva dell’ampiezza familiare direttamente proporzionale all’accrescimento della divisione del lavoro. Per Durkheim, dunque, la famiglia è una specie sociale, con un ruolo funzionale e un valore storico non indifferenti; egli aderisce allo schema evoluzionistico, con la convinzione che solo con l’analisi delle forme interiori di famiglia, si può pensare ad una sociologia che studi le forme della morale domestica.

L’evoluzione storica della famiglia diventa così, la manifestazione empirica dei fatti sociali. Per Durkheim sono i bisogni di organizzazione e protezione ad aver spinto l’uomo verso un principio familiare unificatore. Infatti la famiglia tende a conservare la sua natura essenziale a favore di una tutela del soggetto e degli interessi individuali e comuni, facendo da cornice ai bisogni dell’uomo (bisogno di comunione e bisogno di legge), in quanto l’uomo non può vivere senza regole (CITARRELLA: 1999, pag. 15). Egli credeva in una società consensuale, in cui l’uomo poteva coltivare i suoi bisogni di socialità e di integrazione, e non a caso escludeva la proprietà come causa costitutiva di un nucleo affettivo (come invece aveva fatto Hegel). Nell’ Introduzione alla sociologia della famiglia, Durkheim (1888) privilegia la definizione del metodo di studio dei fenomeni sociali, marcando il ruolo della sociologia rispetto alle altre scienze: egli aveva distinto infatti il modello teorico di ricerca da quello pratico, mettendo in evidenza i limiti (causati dalla insufficienza di risultati) della sociologia nello studio della famiglia, ma soprattutto proponendo un metodo, o meglio un modello nello studio della famiglia: la dissociazione degli elementi costitutivi della famiglia e la loro analisi funzionale per raggiungere così una spiegazione causale delle forme. Inoltre nemmeno nella sua fase più matura, Durkheim considerò la famiglia una fonte dell’autorità morale per l’individuo. Egli infatti, vedeva nella famiglia il primo luogo della differenziazione, luogo fondato su un principio irrazionalistico, in cui la trasmissione ereditaria della ricchezza e la proprietà privata sono le vere cause delle disuguaglianze esteriori, che possono minare le basi morali della società: il punto debole della famiglia moderna "è quindi il suo essere a-totemico, non trovando più un principio superiore di unità (CITARRELLA: 1999, p. 25). Interessante è, inoltre, il concetto di comunismo familiare" che per Durkheim si annulla col cambiamento strutturale subìto dalla famiglia (passata dal clan, alla famiglia patriarcale, e poi a quella coniugale), che vede il proprio restringimento, e la conseguente valorizzazione della personalità dei propri membri.

Continuando il breve percorso d’analisi delle teorie sulla famiglia, è dal pensiero di E. Durkheim che muove lo struttural- funzionalismo parsonsiano, con cui si mettono in evidenza le leggi evolutive della famiglia moderna, teorizzando che:

a) la famiglia è soggetta ad una legge di contrazione, per cui essa è destinata a ridursi a famiglia nucleare isolata;

b) la famiglia è un gruppo eminentemente privato;

c) la famiglia sta perdendo le sue funzioni economiche;

d) la socializzazione primaria e la stabilizzazione psicologica sono le funzioni residuali della famiglia.

Su un piano diverso si sono mossi i contributi in cui è centrale il concetto di acquisività. Mentre per Marx l’acquisività era una sovrastruttura del processo di produzione capitalistica e la famiglia borghese era il modello storico del progresso industriale, per Weber l’acquisività era un tipo specifico di agire economico dotato di autonomia rispetto ai processi macrostrutturali: "L’acquisività, una volta entrata nel processo di sviluppo della società, viene riprodotta da un tipo di socializzazione che ha nella famiglia, vista come primo agente socializzatore, l’istituzione primaria; è la madre infatti che educa fin dalla prima infanzia il figlio all’indipendenza e alla padronanza di sé e dell’ambiente circostante. L’orientamento acquisitivo diventa modello di sviluppo della personalità, un atteggiamento verso la riuscita sociale, e un fattore di propulsione economica, e la scuola e l’insegnamento in tutto questo, assumono nel tempo un’importanza notevole, poggiando su un’ideologia di classe media che da borghese tende a divenire meritocratica, selezionando i talenti in vista di una maggiore efficienza produttiva" (DONATI: 1978, pag. 142).

Secondo le scienze sociali contemporanee, il concetto di acquisività viene generalizzato attraverso il concetto di bisogno di successo: ne vengono quindi generalizzate le funzioni sociali, studiando analiticamente la categoria sociologica della auto-realizzazione; così, la famiglia di prima accumulazione diviene di ceto medio, la scuola di modello signorile diviene di classe media, e così si evidenzia che la crisi degli orientamenti acquisitivi non lascia il posto ad una liberazione totale dall’acquisività. Quindi la crisi attuale delle agenzie di socializzazione non può essere intesa come un’uscita dai parametri acquisitivi: la famiglia e la scuola si stanno avviando verso un nuovo modello di educazione che ha come valore l’autorealizzazione e non il successo. C’è da dire, però, che la famiglia si è confinata in una posizione marginale-privata rispetto alla dinamica societaria, sperimentando così un vuoto crescente. E’ da qui che parte la centralità del rapporto tra famiglia e lavoro: così in una società a base agraria è la famiglia estesa, unità di produzione economica, che risulta dominante; mentre con una divisione del lavoro sempre maggiore, il modello familiare diventa nucleare e più isolato, e si urbanizza nella vita anonima della città. Si deve però dire che l’unità strutturale della famiglia è surdeterminata, al di là di tutte le forme che essa assume in società, perché la sua unità è assicurata in virtù delle sue proprie strutture universalmente presenti, in rapporto all’universalità delle funzioni assolte; la solidarietà familiare quindi è una risultante di vari livelli di realtà: del livello biologico (funzione di riproduzione), psicologico (maturazione della personalità), economico, sociale (assunzione dei ruoli), e infine culturale (funzione di integrazione culturale); inoltre bisogna dire che strutture e le funzioni all’interno della famiglia sono interdipendenti e interpenetrate: la funzione di socializzazione all’acquisività è presente anche quando si passa dalla famiglia borghese a quella di classe media, o operaia. La famiglia quindi non è né una risultante né un residuo, essa non assume le funzioni che la società ancora non può assumere. La famiglia è così vista come gruppo sociale (gruppo domestico visto a partire dal mondo vitale, in cui si forgiano i rapporti interfamiliari), ma anche come istituzione sociale (gruppo domestico visto nell’ottica dell’integrazione sistemica, così come viene definito dallo Stato, dagli organi della società, dal sistema economico), assumendo così caratteristiche sovrafunzionali, proprio perché è, e resta, un fenomeno sociale totale.

A partire dagli anni ‘50, si è sviluppato un vasto movimento di studi per la costruzione della teoria sociologica della famiglia, e in questo senso si è giunti alla classificazione di diversi approcci fondamentali e complementari tra loro: istituzionale, struttural-funzionalista, dello scambio, marxista, critico, ermeneutico, interazionalista, dello sviluppo, femminista.

L’approccio istituzionale, considera la famiglia essenzialmente come istituzione sociale, cioè come gruppo sociale che deve avere una precisa strutturazione normativa pubblicamente sanzionata. Tale approccio intende la famiglia come cellula della società in un preciso senso organico: la famiglia è intesa come quella micro-società che riproduce le fondamenta della macro-società. La famiglia quindi è un organismo culturale vivente che si evolve per adattamento all’ambiente, e risponde a bisogni naturali. Essa stabilisce precise pratiche e regole, controllando così l’associarsi dei sessi. Questo approccio mette in luce il carattere multifunzionale della famiglia (compiti riproduttivi, affettivi, protettivi, religiosi, etc.), nonché il carattere auto-sufficiente e auto-normativo.

L’approccio struttural-funzionalista invece vede l’unità di analisi non nell’istituzione ma nel sistema sociale famiglia, concepito come struttura di status-ruoli che devono svolgere funzioni specializzate assegnate dalla società. Esso osserva la rete di relazioni che tiene insieme i membri della famiglia come il prodotto di aspettative normative partecipate, socialmente condizionate (MONTGOMERY-FEWER: 1988). La famiglia è pensata attraverso modelli, deve quindi basarsi su un comune sistema normativo, e deve procedere ad una divisione del lavoro interna che veda il ruolo del leader strumentale diviso da quello del leader espressivo.

L’approccio dello scambio, invece, ritiene che la solidarietà familiare non possa essere basata sulla conformità di ruolo e sul consenso ai valori ultimi. Così, se la tradizione francese (Durkheim, Mauss, Lèvi-Strauss) mette in rilievo gli aspetti collettivi e simbolici dello scambio visto come dono, la tradizione nord-americana (Homans, Kelley, Blau) vede il comportamento dell’uomo dipendente dai suoi bisogni primari e dai processi sociali messi in atto per soddisfarli (DONATI: 1999, pag. 63).

Secondo l’approccio marxista, invece, la famiglia sarebbe nata con la proprietà privata dei mezzi di produzione e avrebbe trovato nello Stato il suo garante. C’è stato un tempo in cui la famiglia era assente, in cui vi era solo promiscuità e commercio sessuale illimitato, ma poi nel momento in cui è apparso il tabù dell’incesto, si è giunti alla famiglia di coppia. Per Marx quindi la famiglia è un prodotto storico, e di conseguenza come è nata così potrebbe essere eliminata.

L’approccio della teoria critica, legato alla Scuola di Francoforte (Adorno, Horkheimer, Marcuse, Fromm: 1930) e denominata teoria critica della società, vede la famiglia come una forma sociale altamente ambivalente, perché funzionale all’ordine socio-culturale e necessaria alla maturazione dell’individuo, nonché pura comunità di dialogo. La famiglia quindi è necessaria per alcune funzioni primarie, ma negativa per gli effetti di conservazione culturale, di autoritarismo, e disuguaglianza sociale. Osservando brevemente anche l’approccio ermeneutico-fenomenologico, possiamo innanzitutto dire che esso mette l’accento sugli elementi soggettivi e intersoggettivi della famiglia. Tutto nella famiglia è simbolo di ciò che non può essere solo individualistico, ma che appartiene a una cultura. Tale approccio (derivato da Dilthey e Weber, da Husserl e Schutz), vede la famiglia non tanto come un insieme di legami, ma come un modo di annettere un significato alle relazioni interpersonali. La famiglia è quindi il primo oggetto di quell’atteggiamento naturale che costituisce il mondo della vita come mondo delle relazioni significative date per scontate che ereditiamo dal passato.

L’approccio dello sviluppo vuole dimostrare come i modelli della famiglia si modifichino nel tempo a seconda della particolare fase del

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