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La musealizzazione archeologica in contesti extra urbani: Il caso industria

La musealizzazione archeologica in contesti extra urbani: Il caso industria

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La musealizzazione archeologica in contesti extra urbani: Il caso industria

Lunghezza:
1.035 pagine
11 ore
Editore:
Pubblicato:
10 feb 2015
ISBN:
9788891176646
Formato:
Libro

Descrizione

Il testo proposto si basa sulla volontà di valorizzare e portare a conoscenza del pubblico l’esistenza di un’area archeologica di notevole rilevanza, posta a pochi chilometri da Torino: l’antica città romana di Industria (Monteu da Po Torino - Italia). I numerosi sforzi profusi negli anni dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte e del Museo Antichità Egizie (in collaborazione con la Regione Piemonte, il Comune di Monteu da Po e l’Ente Parco Fluviale del Po) , volti alla tutela ed alla valorizzazione dell’area, non hanno portato ancora risultati concreti. Attualmente il sito non solo risulta essere pressoché sconosciuto, ma oltretutto di difficile fruizione, data la mancanza di orari di apertura regolari, percorsi di visita, pannelli e materiali informativi. Malgrado Industria rivesta una notevole importanza all’interno del panorama archeologico regionale, in quanto unica testimonianza della diffusione del culto isiaco nell’Italia settentrionale, il sito risulta essere per molti versi abbandonato a se stesso e poco utilizzato.

L’obiettivo generale è quello di offrire una serie di proposte progettuali per il sito archeologico di Industria in grado di conciliare e far convergere le differenti problematiche e potenzialità riscontrate nel corso dei lavori di studio e ricerche. Partendo da una breve analisi storica dell’occupazione del Piemonte in epoca Romana e considerando la serialità dei ritrovamenti archeologici sul territorio regionale, si è cercato di mettere in risalto l’unicità dell’insediamento di Industria, evidenziando come possa rappresentare realmente un punto di forza per il marketing del patrimonio storico-artistico dell’intera area territoriale a cui appartiene. Purtroppo attualmente la mancanza di una struttura in grado di ospitare i visitatori e di strumenti utili alla comprensione dell’evidenza archeologica, rende impossibile una fruizione turistica di tipo continuativo dell’area. Un’ulteriore difficoltà è rappresentata dall’assenza di un’indagine geomorfologica approfondita che permetta di definire i reali confini dell’antica città romana, circostanza che rende quanto meno di difficile attuazione un intervento invasivo come la progettazione di una nuova costruzione museale all’interno del sito.

Da queste considerazioni si è innestata un’analisi di esempi rappresentativi di parchi archeologici e strutture museali presenti in altri paesi europei, per apprendere e confrontare buone pratiche ed approcci attuali al tema. In questo lavoro si propone, quindi, di ricercare una possibile e coerente codificazione delle procedure necessarie a giungere ad un’efficiente metodologia di approccio per la valorizzazione e la museografia all’interno dei contesti archeologici, seguendo alcuni obiettivi principali.
Editore:
Pubblicato:
10 feb 2015
ISBN:
9788891176646
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Libro

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La musealizzazione archeologica in contesti extra urbani - Giulia Valentina Milione

E-Mail:giuliavalentina.milione@gmail.com

1. REPERTI ARCHEOLOGICI IN PIEMONTE: TRA SERIALITÀ' ED ECCEZIONALITÀ'

1.1.    URBANISTICA ED ARCHITETTURA NEL PIEMONTE ROMANO

1.1.1.    La conquista romana: le prime esperienze urbane

La romanizzazione del territorio dell'attuale Piemonte coincide sostanzialmente con l'ingresso di una vera e propria civiltà urbana dopo il generale abbandono, volontario o forzato, degli abitanti collinari la cui persistenza avrebbe ostacolato l'opera di penetrazione imposta dalla politica dei nuovi occupanti. I nuovi organismi urbani solo in rari casi sorgono e si sviluppano nelle stesse località dei piccoli agglomerati preromani da loro soppiantati. Infatti, è raro che i resti dei monumenti o delle abitazioni di età romana rivelino la presenza di strutture antecedenti.

La regione, inizialmente abitata dai celti e dai liguri, venne assoggettata dai romani dopo la seconda guerra punica, anche se inizialmente il loro dominio non si estese alle zone protette dal rilievo alpino. Fino all'età graccana il bacino meridionale del Po rappresentò il limite settentrionale della trasformazione urbana, mentre la parte più a nord rimase più a lungo sotto l'assetto socioeconomico delle tribù liguri e celtiche: un'eco di questa realtà si riscontra nel fatto che l'intera area non ebbe, nella successiva suddivisione dell'Italia augustea, un nome che ne ricordasse, secondo le consuetudini dell'epoca, un'antica pertinenza etnica. Infatti, questa parte più occidentale della Cisalpina conservò nel nome di Transpadana la memoria di una duplice condizione di inferiorità: l'assenza di una civiltà urbana e la dominanza celtica.

Durante la dominazione gallica non poterono sorgere e svilupparsi in Piemonte veri e propri agglomerati urbani, a causa delle consuetudini tipicamente nomadi di quelle popolazioni che preferivano insediarsi su qualche altura oppure organizzarsi in strutture di tipo castelliere. L'urbanistica si afferma subito come il più significativo sintomo della conquista romana, tuttavia in quest'area fa il suo ingresso un altro modello di penetrazione della struttura urbana, quello che in epoca medio-repubblicana era stato incarnato dalle colonie latine come avamposti: insediamenti avanzati, collocati in territori ostili e dalle caratteristiche funzioni di natura strategica a cui solitamente si affiancavano vaste deduzioni viritane¹ di contadini-soldati con il compito di rafforzare le difese di una colonia altrimenti isolata.

Il quadro in cui si presentava la regione nell'89 a.C, anno della concessione dello lus Latii² da parte di Pompeo Strabone, era quello di un vasto territorio nel quale si stagliavano unicamente due deduzioni coloniali: quella romana di Eporedia (Ivrea), isolata nel territorio dei Salassi che i Romani ritenevano di grande interesse sia per le ricchezze del sottosuolo sia per il controllo dei passi alpini verso la Gallia; e quella latina di Dertona (Tortona), circondata dalla corona dei centri del Monferrato interessati dalla distribuzioni di terra graccane di Pollentia (Pollenzo), Industria (Monteu da Po), Hasta (Asti) e Forum Fulvi (Villa del Foro). Anche se i dati sulla struttura urbanistica di queste città non sono univoci e certi, è possibile leggere negli impianti un residuo di tradizioni e pratiche più antiche, messe in evidenza dal fatto che le indicazioni sembrino portare verso isolati rettangolari improntati sul rapporto 1:2. In ogni caso, lo sviluppo urbano del territorio era notevolmente arretrato, per non dire inesistente, e negli oppida liguri e celtici non si riscontrava nulla di simile al fervore dei processi di urbanizzazione da tempo presente nei territori orientali.

Solo a partire dal regno di Augusto (25 a.C) è possibile notare segni inequivocabili di una trasformazione che porti a dissolvimento le antiche strutture socio-economiche indigene ed imprima nuovi segni sul territorio. Nel nuovo ordinamento dato da Augusto all'Italia, il Piemonte fu diviso tra regione ligure (territori a sud del Po) e regione transpadana (territori a nord del Po).

Da questo momento in poi le centuriazioni all'interno della campagna si fanno fittissime, comprovando una profonda trasformazione dei rapporti proprietari. Le tappe salienti vanno ricercate nelle periodiche ridistribuzioni delle terre che, confiscate dai Romani già in fase di conquista, erano state gestite in varia forma sia da abbienti ceti indigeni filoromani, sia da potenti possessores romani. A questa profonda riorganizzazione delle campagne corrisponde, ovviamente, un nuovo disegno delle presenze urbane sul territorio ed un rafforzamento della rete delle comunicazioni attraverso il collegamento dei percorsi di pianura, già frequentati da intensi traffici mercantili, con i domini transalpini e la fondazione di alcune tra le principali città.

Dunque, con Augusto si registra il primo effettivo programma di ristrutturazione complessiva del territorio piemontese: nel meridione (corrispondente alla Regio IX - Liguria) si andava sviluppando la lenta ma sicura diffusione del modello urbano, già centrato sulle colonie latine e romane più antiche fondate tra il II e I secolo a.C. e poi gradualmente esteso su gran parte di quel territorio per iniziativa delle elites celto-liguri sotto la spinta dei provvedimenti dell'89; mentre nel settentrione (corrispondente alla Regio XI - Transpadana) introduceva la forma urbana, la cui realtà economico-sociale ed il cui prestigio erano ormai a portata anche delle popolazioni barbariche, sia sollecitando l'emergere di nuove elites entrate nell'orbita di Roma, sia soprattutto avviando deduzioni coloniali con forte valenza monumentale come nel caso di Augusta Pretoria (Aosta) e di Augusta Taurinorum (Torino) fondate nel 25 a.C. al termine delle vittoriose campagne contro i Salassi.

Queste due colonie rappresentano un modello tipico dell'assetto urbanistico e monumentale delle colonie romane delle regioni occidentali, elaborato tra la fine del Ili e gli inizi del II secolo a.C, la scacchiera ad isolati tendenzialmente quadrati, sperimentato da quel momento in poi in tutto l'impero romano. Le moderne città di Aosta e Torino ripetono le grandi linee di quell'assetto regolare, anche se appare chiaro che nel capoluogo piemontese (a differenza di Aosta) la regolarità dell'impianto, e cioè l'esatta ripartizione delle misure dell'isolato, non sarebbe stata sempre rispettata. In ogni caso il carattere simbolico dell'apparente³ derivazione di questi impianti dalla planimetria degli accampamenti militari di epoca romana è indubbio. Esemplare risulta, sotto questo profilo, l'organizzazione di tipo castrense della pianta di Aosta, più di quella di Torino.

Come viene confermato dalla dislocazione delle porte urbiche, il cardine massimo non è situato nella metà esatta del decumano massimo, bensì a tre quarti della sua lunghezza, con un impianto che veniva teoricamente a contare 64 isolati come nei veri e propri castra militari noti in molte parti dell'Impero. Il foro non occupava il centro esatto della pianta, ma la metà del quadrante nordoccidentale affacciata verso il centro, mentre nel quadrante nord-orientale si collocavano le terme principali della città e gli edifici per lo spettacolo: le prime verso il centro nelle adiacenze della piazza forense, ed i secondi verso i margini in prossimità della cinta muraria. Come con molta probabilità accade in tutto l'Impero, nelle città romane del Piemonte gli anfiteatri occupano posizioni marginali a causa della minore maiestas dell'edificio e della vicinanza con la struttura del campus, il campo di esercitazione militare della iuventus locale.

In Piemonte, quindi, i centri storici di molte città moderne hanno conservato pressoché intatto il tessuto urbanistico antico anche attraverso il Medioevo e l'età Barocca. Un'indagine della loro topografia può permettere di distinguere tre tipi di impianto che rispecchiano lo sviluppo storico edilizio dei singoli centri.

Il primo comprende le città di origine preromana che hanno conservato nel piano distributivo le caratteristiche dell'aspetto originario (vedi Figura 7). In questo caso la romanizzazione dimostra la sua impronta soltanto in una certa rettifica o regolarizzazione della rete viaria interna, adattando la distribuzione e la dislocazione delle zone di maggior concentrazione pubblica alla natura dei luoghi. Un esempio di questa tipologia è rappresentato da Segesium (Susa), oppidum di origine celtica caratterizzato originariamente dal nucleo della reggia di Cozio.

Il secondo comprende le fondazioni romane venute a trasformare agglomerati più antichi (vedi Figura 8). Un esempio ne è Eporedia, fondata dai Romani intorno al 100 a.C. con il duplice intento di stabilire un controllo dei passi alpini e di creare un avamposto lungo la via delle Gallie verso i Salassi. La città sorse su un insediamento preesistente, probabilmente di origine gallica, di cui fu cancellata ogni traccia per sostituirvi un impianto che rivela l'intervento dei Romani. Lasse romano, costituito dall'attuale via di Vercelli, attraversò l'antico agglomerato urbano, che conserva il ritmo imposto dalla natura del terreno, dando origine ad una serie di direttrici ai cui incroci sorsero edifici più rispondenti al costume ed alla politica romana. Così dove il cardo massimo incrociava il decumano fu ricavato il teatro, mentre un anfiteatro trovò sede ai limiti del suburbio lungo la strada per Vercelli. La città venne anche circondata da una cinta difensiva che nel lato Sud correva lungo la Dora.

Il terzo tipo è rappresentato dalle nuove fondazioni, create ex-novo dai Romani secondo il consueto piano regolatore ispirato alla distribuzione dell'accampamento militare. Naturalmente rispondevano sempre alle esigenze strategiche alla base dell'attività dei conquistatori, ma la loro realizzazione fu imposta anche dalla necessità di dare una sistemazione stabile ai veterani delle guerre, offrendo loro una casa per ospitarli e nuove terre da lavorare. Esempi di questa tipologia sono sicuramente Augusta Taurinorum ed Augusta Praetoria. L'applicazione tipica del sistema castrense assume in queste nuove fondazioni un significato speciale che va oltre la necessità di creare un vero organismo difensivo. Piuttosto la forma dell'accampamento militare poteva rappresentare un elemento nostalgico per i veterani ed inoltre lo stesso carattere militaresco delle città serviva poi per imporre sempre ed in ogni occasione agli incolae, le popolazioni assoggettate, un senso di rigida disciplina cui non era facile opporsi.

In conclusione, la trasformazione del paesaggio avvenuta con la romanizzazione è strettamente legata, nei modi e nei tempi, alle azioni militari finalizzate alla pacificazione dei popoli indigeni ed alla sicurezza dei valichi alpini. Alle campagne di conquista sono poi seguite le necessarie azioni volte alla bonifica agricola delle terre in funzione di un loro migliore utilizzo produttivo ed in rapporto agli insediamenti agricoli ed alle fondazioni urbane. Inoltre non bisogna sottovalutare la realizzazione di una fitta rete viaria di comunicazione, dovuta anch'essa a necessità strategiche e politiche, a cui è riservato il compito di mantenere sempre efficienti le comunicazioni tra la capitale dell'Impero ed i nuovi territori conquistati.

1.1.2.    La romanizzazione del chivassese: Bodincomagus ed Industria

Popolamento ed insediamenti nel chivassese hanno una storia non molto dissimile da quella di altre zone del Piemonte ubicate a cavallo di un fiume e divise tra pianura e collina. Come succede spesso, la posizione geografica e le caratteristiche orografiche del territorio hanno un peso determinante nell'accrescimento dell'uno e nell'espansione spaziale degli altri.

Quali siano state le origini del popolamento del Chivassese rimane un interrogativo al quale ancora non è stata data una risposta. È probabile che l'uomo abbia fatto la sua comparsa in questi luoghi provenendo dalle regioni sud-occidentali del Piemonte guidato dai corsi del Tanaro e del Po, a quei tempi più gonfi d'acqua e regolari di quanto lo siano oggi. Purtroppo risultano scarsissime e labili le tracce lasciate dai conquistatori che, crescendo di numero, si dispersero accampandosi nei boschi della zona riuniti in famiglie e tribù.

Perfino la stessa Bodincomago è tutt'oggi avvolta nel mistero: se certa ne è l'esistenza, non altrettanto può dirsi del sito in cui era collocata, della sua consistenza, della vita che vi si svolgeva. Eppure, riferendosi a Bodincomago già ci si trova in periodi non remotissimi: pochi secoli prima di Cristo, quando i gallo-celti valicando le Alpi irruppero nella pianura Padana mischiandosi ai popoli che l'abitavano. Sui secoli che precedettero l'invasione e l'occupazione dei romani si addensano pertanto le ombre di numerosi interrogativi tuttora insoluti ed ai quali gli studiosi non possono attendere anche a causa degli scarsi reperti di cui dispongono.

L'arrivo dei Romani e la loro permanenza nella zona individuano, dunque, un momento cruciale nella storia del suo popolamento. Da questo punto in poi le notizie si fanno meno vaghe in alcuni periodi, inesistenti o sfocate nell'incertezza delle congetture e delle interpretazioni in altri, ma non mancano neppure delle testimonianze grazie anche alle scoperte archeologiche, ai documenti scritti ed alla lettura diretta del territorio.

Il dominio sul Piemonte era per i Romani un obiettivo irrinunciabile: definite le vie e costruite le strade per le Gallie bisognava ad ogni costo garantire la sicurezza. I passi alpini attraverso le valli di Susa e d'Aosta dovevano essere raggiunti e tenuti aperti contro i popoli vinti ma non domati totalmente, quindi pronti in ogni occasione ad intralciare i movimenti delle truppe ed i commerci degli occupanti. L'apparato organizzativo romano vi provvide con accuratezza, disponendo catene di mansiones a grano di rosario lungo le strade principali. Presidi armati, depositi di vettovaglie (horrea publica), allevamenti di cavalli e, più tardi, piccoli commerci legati soprattutto al movimento di truppe in transito o all'insediamento di veterani in punti strategici, caratterizzarono il popolamento in questa fase.

La colonizzazione romana nella zona si fondava essenzialmente sull'esigenza di favorire il popolamento in alcuni punti situati lungo le direttrici di traffico internazionale, in modo da bloccare il nomadismo e controllare le popolazioni locali. Non bisogna però trascurare un'altra esigenza fondamentale: salvaguardare l'intreccio di rapporti commerciali (non disgiunti da controlli militari, come nel caso di Industria) tesi al rifornimento e. ancor più, all'innalzamento del tenore di vita dei popoli sottomessi, fattore indispensabile per una pacifica romanizzazione dei territori di nuovo acquisto.

Spesso gli uomini di presidio delle mansiones (vere e proprie milizie cui era affidato l'ordine pubblico in determinate zone) erano mercenari arruolati tra i popoli barbarici soggiogati (bulgari, alemanni, sarmati, ecc.). Le genti locali più irrequiete venivano cacciate e contenute ai margini delle fasce di sicurezza istituite ai lati delle vie di comunicazione più importanti e destinate ad unire tra loro i centri principali. Dove possibile si istituirono vere e proprie aree di rifugio, opportunamente appartate ed isolate: nel Canavese, ad occidente della strada da Augusta Taurinorum ad Eporedia; nelle Langhe, tra Tanaro e Bormida di Spigno; forse nello stesso Monferrato, a sud del Po.

La popolazione del Chivassese, scarsa come in genere nel Piemonte, era dedita all'agricoltura ed alla pastorizia, conservando durevolmente una spiccata inclinazione all'indipendenza e procurando non poche preoccupazioni agli invasori romani. Superate le iniziali difficoltà e vinte le resistenze più tenaci, anche i locali a cominciarono a raccogliersi a poco a poco attorno ed entro i luoghi di presidio eretti dai romani. E' tuttavia presumibile che si sia trattato di un'operazione molto lenta e difficile, limitata a pochi luoghi particolarmente favoriti dalla posizione geografica.

Nel chivassese si hanno notizie certe di Industria, nota per la notevole quantità di reperti archeologici venuti alla luce da tre secoli a questa parte. La presenza di un santuario dedicato ad Iside, sebbene di modeste dimensioni, farebbe supporre che ad Industria fossero riservate funzioni di centro di servizi nei confronti delle popolazioni dell'interno collinare. Industria era, inoltre, centro di produzione di manufatti industriali: il bronzo, il ferro e l'argilla venivano lavorati con discreta raffinatezza per essere smerciati o scambiati successivamente su largo raggio. Un servizio portuale univa Industria a Quadrata ed alle strade dirette ad Eporedia ed a Papia (Pavia) poste a sinistra del Po, mentre di secondaria importanza era la strada a destra del Po che collegava Augusta Taurinorum ad Industria e Pontestura, dove si trovava un ponte fluviale di collegamento con la strada di Pavia.

In epoca più tarda la mansio di Clebaxium (Chivasso) diventa il punto di irradiamento di numerose strade: tra queste acquista rilevanza la via che unisce Torino a Vercelli, forse con un ponte sulla Dora Baltea tra Porcaricium, presso Torrazza Piemonte, e Salugia (Saluggia): le mansiones a Septimum (Settimo Torinese) ed a Decimum (Brandizzo) alla confluenza dell'Orco nel Po, sono intermedie nel tratto da Clebaxium ad Augusta Taurinorum. Altra strada, che va però perdendo importanza, è quella diretta per Papia attraverso Ceste (Crescentino), Rigomagus (Trino Vecchio), Cuttiae, Laumellum, ed infine la strada da Clebaxium a Rivarolo ed alla valle dell'Orco sulla sinistra dell'omonimo torrente. Quest'ultima via, forse addirittura precedente all'invasione romana, serviva alla transumanza delle greggi dalla collina e dalla pianura agli alpeggi alpini. Parecchi dubbi sussistono sull'effettiva consistenza degli insediamenti dell'epoca: raggruppamenti di capanne o piccoli campi trincerati con pochi edifici destinati ai presidi militari. Sembra comunque sicuro che, fatte le debite proporzioni con la popolazione della regione, gli abitanti non fossero più di alcune migliaia (5-7 mila).

Fin dal basso Impero romano i boschi ed i pascoli ripresero ad espandersi ovunque. Il fenomeno interessò gran parte delle terre dell'Impero, in lento dissolvimento sotto la spinta delle crisi interne, politiche ed economiche. Le guerre tra opposte fazioni e le invasioni barbariche aumentarono i disagi e l'insicurezza delle popolazioni.

Il territorio del chivassese, all'incrocio di tradizionali itinerari sulle vie delle Alpi, non era esente dai pericoli che coinvolsero interessi più ampi. Già nel IV secolo Industria veniva incendiata e, probabilmente, distrutta. Una sorte non molto diversa dovette essere riservata alle mansiones ed a parecchi vici⁴ sia della pianura sia della collina. Soppressi i presidi militari a causa di guerre e ribellioni e ridotta in rovina l'unica civitas della zona, le popolazioni - prese dal panico - cercarono un rifugio sicuro nell'oltre Po, nelle zone aspre e selvagge dell'interno collinare o nei punti elevati della dorsale e dei poggi sovrastanti il fiume.

1.2.    EVIDENZE ARCHEOLOGICHE IN PIEMONTE: L'UNICITÀ DI INDUSTRIA

1.2.1.    Centuriazione ed architettura: la serialità dei reperti archeologici

Nello studio delle antichità piemontesi, l'urbanistica e l'architettura vengono indubbiamente ad assumere un ruolo rilevante fino a rappresentare, in certi casi, i fondamenti di ogni problema archeologico. In questo paragrafo si ripercorrerà brevemente una serie di elementi urbani ed architettonici comuni a tutto il territorio italiano, per poi concentrarsi su alcune città piemontesi che ne rappresentino un valido esempio. Lo scopo è quello di passare dalla serialità all'eccezionalità dei ritrovamenti.

Per la maggior parte dei centri urbani piemontesi, conservatisi attraverso i secoli in un'organizzazione ed a continuità di vita, risulta difficile recuperare l'immagine di città romana nella sua globalità. Inoltre, lo spazio destinato alla vita pubblica o ad espletare le funzioni sacre e civili non risulta sempre documentato a livello di strutture monumentali: talora anche l'identificazione dello stesso foro rimane incerta.

Fino a qualche decennio fa l'interesse verso il monumento si limitava alla sua essenzialità storica e documentaria. Il risultato di tale approccio è la mancanza di ogni riferimento critico al valore architettonico e, soprattutto, la scarsa attenzione al problema di una precisa cronologia che può essere ricavata unicamente da confronti stilistici e strutturali dell'opera d'arte. Soltanto ultimamente, certi aspetti tipici del monumento romano sono stati inseriti all'interno di un panorama più vasto, che tenga conto delle problematiche urbanistiche e che metta in evidenza il vero significato di un'evoluzione artistica inquadrata realisticamente nell'ambiente periferico della pianura padana.

La diversità di linguaggio, che a volte assumono i monumenti del Piemonte romano rispetto all'architettura tipicamente imperiale, nasce, di solito, dall'uso di materiali reperibili facilmente nella zona e da necessità climatiche, ma anche da una certa influenza esercitata dalle tradizioni e da certi elementi preordinati negli organismi urbani. Il tutto porta alla definizione di speciali adattamenti architettonici in determinati tipi di edifici.

• Le mura

Uno dei problemi più interessanti della ricerca urbanistica è rappresentato dal rapporto tra lo spazio urbano e la creazione di una cortina muraria, condizionati entrambi dall'assetto geomorfologico del terreno dove si collocava l'insediamento e dagli elementi naturali, come i corsi dei fiumi, che potevano costituire un naturale elemento di difesa e di protezione.

Ad Augusta Taurinorum, terra ricca di argilla, l'interno delle mura era formato da un'opera a sacco molto compatta rivestita (sul lato rivolto alla città) di un opus incertum, con ciottoli di fiume spaccati e disposti in corsi orizzontali. Un legamento, costituito da un doppio filare di mattoni, serviva per precisare i piani di posa ed introduceva un ricercato elemento cromatico nella struttura della parete. Esternamente presentava, per tutta la sua estensione lungo i quattro lati della città, una compatta superficie di mattoni rossi.

Ad Alba Pompeia il rivestimento in laterizio correva su ambedue le facciate delle mura urbane, particolare costruttivo sempre in relazione alla ricchezza di argilla del territorio circostante.

La cinta difensiva di Augusta Praetoria, data la grande ricchezza di pietra da taglio della città, era costituita verso l'esterno da un paramento fatto di corsi parallelepipedi di calcare locale. Lo stesso procedimento fu usato nelle torri dove, senza alcun risalto, si inserisce il taglio delle finestre centrali.

• Le porte

Inserite all'interno della cerchia delle mura, opere monumentali nelle quali la particolare ricchezza della decorazione e la perfetta tecnica strutturale rappresentavano quegli elementi che davano ai cittadini il senso della sicurezza, incutevano rispetto al nemico, offrivano al forestiero la prima e più efficace attestazione visiva dell'importanza e del prestigio della città.

Lo schema maggiormente usato era quello di una parete centrale chiusa tra due grandi torrioni a pianta circolare, in questo modo i progettisti seppero conciliare la solidità dell'opera difensiva con la raffinata eleganza della facciata di un palazzo. Ne sono esempi rappresentativi l'Augusta Palatina di Torino e la Porta Savoia di Susa.

Di carattere monumentale è la possente mole della Porta Praetoria di Aosta, in blocchi di puddinga e con fronti rivestite di lastre di bardiglio. In questo caso ogni particolare strumentale e formale rivela una funzionalità eminentemente difensiva: infatti, immaginando per un attimo il coronamento superiore oggi completamente demolito, riportando alle originarie proporzioni i due corpi laterali e soprattutto ridando agli archi il primitivo slancio oggi falsato dal riempimento naturale del piano viario, avremo una visione completa della maestosità di questa porta monumentale.

• Gli archi

A prescindere dalla loro funzione originaria di passaggio e di sostegno, è fondamentale l'importanza della destinazione commemorativa alla quale, almeno per quanto riguarda gli unici due esempi conservati nel territorio piemontese, si può aggiungere l'intento strettamente politico.

Alle massicce proporzioni dell'Arco di Augusto ad Aosta, eretto nella colonia dei Salassi secondo uno schema ed un carattere stilisticamente ricco di assonanze con i canoni della severa tradizione architettonica tipica degli ultimi tempi della Repubblica, fa riscontro la sagoma leggera dell' Arco di Augusto a Susa, dove le snelle colonne scanalate disposte agli angoli, gli eleganti profili che incorniciano la piccola e profonda apertura del fornice e gli slanciati pilastri corinzi sono tutti d'ispirazione augustea.

• Il foro

Non sempre è possibile stabilire l'esatta ubicazione del foro all'interno della struttura urbana degli antichi insediamenti romani, anche se sembra che spesso si collocasse in prossimità di imponenti strutture monumentali dedicate a funzioni civili e religiose. Questo è il caso di città quali Augusta Praetoria, Pollentia, Dertona, Aguae Statiellae, Hasta e Libarna.

Considerazioni più puntuali sono possibili per Alba Pompeia ed Augusta Bagiennorum. In quest'ultimo insediamento l'individuazione di un tempio su alto podio, cella quadrata e corridoi laterali aperto verso l'attuale Piazza Risorgimento, ha contribuito a localizzare con precisione l'area del Foro. Questo doveva occupare la superficie di quattro isolati in posizione decentrata all'interno del tessuto urbano, essere fiancheggiato sui lati lunghi da portici di cui restano pochi pilastri sul lato settentrionale ed essere attraversato dal cardine massimo che ne bipartiva lo spazio con diversa destinazione.

• Impianti termali

Presenti in maniera massiccia sul territorio anche se con edifici non completamente indagati, le terme furono costruite inizialmente dai greci e poi perfezionate dai romani che le collegarono alla zona sportiva. Ai tempi dei romani, il laconicum o sudatorio era il luogo dove i frequentatori della struttura si preparavano prima di immergersi nelle acque termali ed erano presenti anche degli spogliatoi chiamati apodyterii. Resti archeologici di questo tipo di struttura sono stati ritrovati a Libarna, Augusta Praetoria, Augusta Bagiennorum, Alba Pompeia ed Aguae Statiellae.

• Teatri

Il Piemonte romano è particolarmente ricco di questa tipologia architettonica. Si caratterizza per una certa imponenza dell'impianto dal quale è possibile trarre delle osservazioni sia sotto l'aspetto planimetrico sia sotto quello topografico per la posizione che occupano all'interno del tessuto urbano, di cui sempre rispettano l'orientamento anche se costruiti in momenti non coevi. Infatti, l'edificio teatrale sembra essere ovunque pertinente alla fase di monumentalizzazione delle città avvenuta a partire dall'età augustea, si colloca rispetto allo spazio forense in modi differenti: a Libarna è in posizione periferica, anche se facilmente accessibile dalla via Postumia (e probabilmente anche a Pollentia); ad Alba Pompeia, Augusta Bagiennorum e ad Aguae Statiellae fu costruito in prossimità del Foro, inserito nella cerniera urbanistica. Si tratta di teatri caratterizzati da dimensioni della cavea relativamente modeste con diametro oscillante tra i 50 e 60 metri, da due soli ordini di gradinate e da cavee sostenute da setti radiali su terrapieno di riporto.

Altro elemento comune è la presenza di un porticus post scaenam⁵. Di alcuni teatri si sono conservate tracce anche consistenti dell'apparato decorativo, tra cui capitelli, cornici, elementi di scultura e della trabeazione che decoravano la scaenae frons. Hanno resistito inoltre alcuni rivestimenti parietali e pavimentali in marmo, talora indiziari di più fasi costruttive (come ad Alba Pompeia). Ad Augusta Bagiennorum si riscontra invece, una particolarità dell'impianto teatrale dove il portico, profondo circa 7 metri e sviluppato sui quattro lati, era occupato al centro da un piccolo tempio o sacello presumibilmente dedicato a Dioniso o Bacco.

• Anfiteatri

Altro edificio tipico della cultura romana è l'anfiteatro. Nella maggior parte dei casi noti, Pollentia, Augusta Bagiennorum, Hasta ed Aquae Statiellae, sorgeva in area extra-urbana, a fianco delle direttrici di collegamento dei vari centri. Noti a livello planimetrico, ma ancora poco indagati, sono le strutture di Hasta ed Aquae Statiellae, mentre negli altri centri si conservano resti monumentali tali da permettere considerazioni sulla progettazione architettonica che ne ha ispirato la costruzione in un momento cronologico che si pone nel corso del I secolo d.C.(Eporedia e Segusium). Casi particolari di questo tipo di struttura si possono trovare a Libarna ed a Pollentia.

Riassumendo, la razionalizzazione dello spazio urbano in isolati regolari e la monumentalizzazione dello spazio forense assumono modalità diverse a partire dagli ultimi decenni del I sec. a.C. e soprattutto nel I sec. d.C. Si assiste, dunque, ad una rapida diffusione di tipologie affermatesi quasi contemporaneamente in tutto l'Impero. I tipi monumentali sono l'espressione di quelli elaborati a Roma e nell'Italia centrale: il modello della piazza porticata come centro della vita politica e sociale della città unito al tempio su alto podio quale sede di culto, la ricchezza numerica di teatri ed anfiteatri, la tecnica costruttiva adeguata agli standard romani dei coementa, seppur con varietà del paramento esterno a seconda della disponibilità di pietra. Su quest'ultimo punto è possibile precisare che, in genere, nella parte orientale del Piemonte meridionale si assiste all'utilizzo di calcare arenaceo, sbozzato in piccoli conci di forma all'incirca quadrata, che rivestivano la facciavista del muro, spesso alternati a filari regolari di laterizio; nelle città più prossime ai fiumi, le murature sono costruite in opus incertum mixtum con il paramento esterno in ciottoli spezzati e alternati a doppi ricorsi di laterizi.

1.2.2.    Dalla serialità all'eccezionalità

In questo paragrafo si è cercato di mettere in rilievo la presenza di monumenti di particolare interesse locale nel territorio, in modo da poter puntare su di esse per una valorizzazione dell'intero patrimonio archeologico di epoca romana in Piemonte. Grazie all'analisi precedentemente svolta è stato possibile realizzare una sorta di Mappa Archeologica, in grado di mettere in evidenza l'eccezionalità di alcuni insediamenti rispetto alla serialità dei ritrovamenti archeologici che contraddistingue il territorio piemontese.

Dai dati in nostro possesso fino ad oggi, emerge il realizzarsi di un fenomeno di urbanizzazione che appartiene probabilmente all'età augustea (almeno per quanto concerne la gran parte dei monumenti a carattere pubblico), mentre esistono scarse documentazioni sul periodo tardo-repubblicano, eccetto per i circuiti difensivi di Dertona e Libarna.

La razionalizzazione dell'impianto urbano e soprattutto la monumentalizzazione dello spazio forense rispecchiano i modelli ispirati all'immagine della città urbana diffusa dal potere centrale e codificata da Vitruvio. Su questo tema si distingue tra tutti gli insediamenti Augusta Bagiennorum, dove, pur nell'assenza di precisi dati sulle differenti fasi edilizie, si riconosce lo schema del cosiddetto Foro Tripartito. Un asse viario rappresentato dal decumano massimo separava l'area sacra, caratterizzata da un tempio su podio circondato da un porticato su tre lati mentre sul quarto si apriva l'altare, da quella più propriamente civile, con la piazza circondata da botteghe e portici e chiusa sul lato opposto da una basilica civile. Quest'ultimo elemento rappresenta finora un unicum in ambito piemontese ed una tipologia poco attestata anche in Cisalpina.

Tra le terme si distingue, per stato di conservazione e ricchezza decorativa, la cosiddetta piscina di Aquae Statiellae, dove la monumentalizzazione della fontana romana della Bollente conferma la vocazione termale di una città che già Plinio il Vecchio annoverava tra le aguae condunt urbes. La grande piscina costituiva un settore importante di un vasto complesso termale risalente all'età imperiale, I- Il secolo d.C. L'edificio termale occupava un quartiere periferico dell'antica Aquae Statiellae romana, lontano dal centro abitato, ma comodo da raggiungere tramite il percorso Aemilia Scauri: infatti veniva frequentato dagli acquesi e dagli abitanti dei territori vicini. La piscina rettangolare ha dimensioni considerevoli (m 13 x 6,5) ed è costituita da una vasca scavata direttamente nella roccia e chiusa all'interno da un poderoso muro perimetrale in scaglie di pietra. L'acqua proveniva dalla sorgente della Bollente, la cui struttura era coperta a volta e svolgeva la funzione di grande calidarium (cioè di ambiente riscaldato artificialmente da forni, in cui fare bagni caldi). Le tubature di piombo svolgevano la funzione di passaggio dell'aria calda e di quella fredda. Il fondo e le gradinate della vasca erano rivestiti con piastrelle di marmo bianco provenienti dalla Grecia e dall'Asia Minore. Le sigillature venivano effettuate con il cocciopesto, un isolante naturale (di colore rosa) che non faceva filtrare l'acqua. Il soffitto a cupola era rivestito di mosaico azzurro e blu con delle conchiglie che ricordavano il mare.

Per quanto concerne teatri ed anfiteatri, Libarna costituisce un caso eccezionale in Piemonte confrontabile con quello della vicina Augusta Praetoria, dove teatro ed anfiteatro costituiscono un vero e proprio quartiere destinato agli spettacoli. Infatti, risulta eccezionalmente costruito all'interno del perimetro urbano, anche se in posizione periferica. Il monumento, che in base ai ritrovamenti monetali si riferisce all'epoca di Claudio (60 d.C.), misura complessivamente 88x60,20 metri ed è caratterizzato da un'arena parzialmente scavata che sfrutta la pendenza naturale del terreno e da una cavea contenuta tra due anelli di murature concentriche poggiata su un terrapieno artificiale.

Un altro caso di rilievo nel panorama degli anfiteatri romani in Piemonte è rappresentato da Pollentia, in cui si dimostra una maggiore complessità ed imponenza. E' articolato su quattro anelli, misura 132x98 metri, dimostrandosi come l'edificio più monumentale nell'ambito della regione IX e XI dopo quello di Mediolanum. Considerato pertinente alla categoria degli anfiteatri a struttura piena⁶ (più diffusi fino al 60 d.C.), presenta notevoli affinità con tipologie più evolute anche per la presenza di rampe e scalinate con gradini in laterizio che interrompevano la circolazione nell'ambulacro. Per quanto concerne la cronologia, anche questa struttura sembra circoscrivibile intorno agli ultimi decenni del I secolo d.C. per la costruzione, e la fine del IV secolo per l'abbandono, cui seguì una successiva rioccupazione del monumento, ormai in stato di crollo, con ambienti a carattere abitativo ed attività artigianali di età tardo-antica. Oggi Borgo Colosseo presenta, nella distribuzione delle abitazioni costruite sopra i resti dell'anfiteatro, l'antica conformazione della struttura romana.

1.2.3.    Industria: un ritrovamento unico in Piemonte

Industria costituisce, invece, un caso unico di città-santuario dedicata a divinità egittizzanti. Mentre nel resto della Cisalpina il culto di Iside ed altre divinità orientali si diffonde solo in età medio-imperiale, Industria rappresenta un unicum, sia per il culto precocemente diffusosi (inizi del I secolo d.C.), sia perché ne è l'unica testimonianza concreta nell'Italia settentrionale (di altri centri disponiamo solo di labili testimonianze per lo più epigrafiche), sia per le dimensioni del santuario. Infatti, considerando anche le ridotte dimensioni della città⁷, è evidente che un'area sacra tanto ampia ed importante dovesse avere un ruolo predominante tra le attività cittadine. La fortuna di tale religione in ambito industriense fu presumibilmente favorita dalla vocazione di porto fluviale del centro, che permise contatti con altri importanti poli propugnatori del culto, quali Aquileia (che quasi sicuramente doveva avere un tempio dedicato ad Iside) e Luni.

Situata sulla riva destra del Po, presso la confluenza della Dora Baltea, la città non si trovava su importanti percorsi stradali, ma i commerci e gli scambi avvenivano soprattutto per via fluviale e furono certamente promossi da famiglie di mercanti originarie dell'area padano-veneta. Lo studio delle iscrizioni ha dimostrato che esponenti delle medesime famiglie di mercanti, che si servivano di manodopera d'origine greco-orientale, erano già attivi a Delo e quindi devoti ad Iside e Serapide da più generazioni.

Liantico mercato sul Po fu, dunque, centro di maestranze che da una primitiva condizione servile divennero, dalla fine del I secolo d.C. in poi, l'élite del centro municipale come esponenti del collegio dei pastophoroi, la potente congregazione sacerdotale cui erano affidate le cerimonie sacre; intorno al luogo di culto si svolgeva la vita collettiva della cittadina.

Il grande edificio, di cui gli scavi hanno riportato in luce negli anni tra il '61 ed il '72 il nucleo centrale e l'emiciclo, è il solo attualmente visibile nell'area della città antica.

Lo schema, di cui è stata rilevata l'analogia tipologica con il tempio delle divinità egizie Iside e Serapide eretto nel Campo di Marte a Roma in età domizianea, è anche quello di altri Isei conosciuti (Pompei e Sabratha). Le soluzioni architettoniche, naturalmente differenziate, presentano le stesse componenti di cui il peribolo è parte essenziale. Davanti ad esso sostavano i fedeli in attesa dell'apertura delle porte prima del sorgere del sole.

Apuleio, nell'XI libro delle Metamorfosi, descrive i momenti successivi della cerimonia, che si svolgeva con la folla introdotta nel peribolo e la presentazione dell'immagine della dea. Il sacerdote, salito su una scaletta laterale, scostava il velario che nascondeva la statua, poi aveva luogo il sacrificio, celebrato su diversi altari collocati nel cortile antistante. La descrizione sembra trovare riscontro nelle basi, verosimilmente di altari, rinvenute nell'area centrale.

Analogamente, rispondono alla descrizione fornita dal passo di Apuleio, anche la posizione di vani muniti di scale che a Monteu fiancheggiano la cella. Erano ambienti destinati, si presume, a custodire il corredo della dea ed altri oggetti di culto, così come ad uso del culto e dei sacerdoti erano i vani ricavati a margine del porticato nel settore occidentale. Li precedeva un'area scoperta dove si trovava un pozzo per le abluzioni, intorno al quale al momento del rinvenimento, sono state rinvenute tracce di pavimentazione in lastre di calcare inclinate a scivolo verso l'imboccatura.

La devozione ad Iside è documentata ad Industria almeno dal I secolo d.C. Il santuario, focalizzato intorno ad un tempio ad unica cella in antis su alto podio, fu edificato in età augusteo-tiberiana e fu la prima costruzione pubblica, che condizionò la pianificazione degli isolati regolari dell'impianto urbano. Successivamente si iniziò la giustapposizione intorno al tempio di una serie di strutture funzionali alla celebrazione delle cerimonie isiache: una fontana, un pozzo, un tempietto e forse ekklesiasterìa⁸ sul retro del tempio e, lateralmente, stanze per i sacerdoti.

Nella prima metà del II secolo d.C. l'area sacra venne ricostruita in forma monumentale, in modo da essere ancora più rispondente ai canoni necessari per le cerimonie misteriche e di iniziazione tipiche dei culti di Iside-Fortuna e di Serapide. Con la ricostruzione del santuario furono ampliate le aree destinate alla vita pubblica della città, ornate da erme⁹ che ricordavano i membri più insigni dei collegia sacerdotali e la zona circostante il tempio fu circondata da strade porticate. Il tempio fu isolato al centro di uno spazio aperto demolendo ambienti e strutture che, man mano, vi si erano addossate. Nell'area adiacente, prima riservata alle offerte votive, fu costruito un altro grande tempio, ispirato direttamente alla forma architettonica del Serapeo Campense. La funzionalità della costruzione ed il suo inserimento all'interno del piano urbanistico regolare vennero assicurati dalla recinzione rettangolare sul retro e dalla predisposizione di due corridoi di accesso. L'acqua, che aveva così grande importanza nello svolgimento delle cerimonie, era attinta direttamente da due pozzi situati lungo il dromos riservato agli addetti al tempio. I fedeli avevano accesso al santuario dal dromos principale (collegato al foro ed a lato del più antico Iseion), un vasto cortile centrale semicircolare in grado di ospitare un vasto pubblico¹⁰. Alla sommità della cavea si trovava la cella di forma poligonale, affiancata da due tempietti e da due altari simmetrici.

Tra il periodo adrianeo e quello dei Severi, il santuario di Industria conobbe la sua fase di più intensa frequentazione, come si può dedurre dalla quantità e qualità dei bronzetti votivi e dei continui restauri a cui il tempio fu sottoposto. Di certo il santuario fu meta di numerosi devoti, afflusso di fedeli che persistette per un lungo periodo di tempo: fu quindi destinatario di molteplici offerte, di doni più o meno preziosi, che testimoniano la varietà della tipologia, del pregio, del livello qualitativo, la stratificazione sociale ed economica degli adepti.

Anche nel corso del III secolo, e per tutto il periodo costantiniano, Industria fu conosciuta e visitata, persino dai membri della famiglia imperiale. Soltanto nel IV secolo avanzato, o più probabilmente nel V , il culto isiaco iniziò ad incontrare minore fervore, conseguentemente al diffondersi delle prime comunità cristiane anche in Piemonte.

1    Deduzioni viritane: terre assegnate tramite trattativa privata a cittadini romani che si insediavano in una data zona con le loro famiglie. Si trattava cioè di assegnazioni fatte singolarmente. ll termine latino viritim significa appunto singolarmente". I coloni viritani continuavano comunque a dipendere da Roma dal punto di vista giuridico ed amministrativo.

2    lus Latii (diritto latino): era uno status civile intermedio tra la piena cittadinanza romana e lo stato di non cittadino (peregrino). Alle città i cui abitanti godevano del lus Latii era riconosciuta l'indipendenza per quanto riguardava la politica interna, ma erano vincolate alla politica estera romana e tenute a fornire un contingente di soldati che combattevano a fianco delle legioni. In seguito all'espansione del dominio romano oltre i confini del Lazio venne riconosciuto ed applicato anche a città non laziali e che non avevano abitanti di origine latina.

3    Secondo alcuni critici gli assetti urbanistici regolari delle due città non si originerebbe dagli impianti coloniari di diritto romano. ( vedi Mercando L., L'età romana in Archeologia in Piemonte, Vol.1, Umberto Allemandi Editore, Torino, 1988, p. 37)

4    II vicus (plurale vici) era un aggregato di case e terreni, sia rurale che urbano, appartenente ad un pagus, una circoscrizione territoriale rurale (cioè al di fuori dei confini della città), di origine preromana e poi romana, accentrata su luoghi di culto locali.

5    Accertata a Libarna e ad Augusta Bagiennorum, mentre negli altri centri resta solo ipotizzata.

6    Nel mondo romano esistevano due diverse metodologie di edificazione degli anfiteatri: a struttura piena ed a struttura scavata. Fra la tipologia a struttura piena si possono distinguere gli anfiteatri a cavea scavata o supportata tramite dei terrapieni continui (a loro volta distinti in anfiteatri a cavea scavata nel suolo totalmente o parzialmente, anfiteatri realizzati con terrapieno ed armatura e anfiteatri con terrapieni sostenuti tramite muri costruiti in muratura) ed anfiteatri a cavea supportata da dei terrapieni compartimentati, distinti tra quelli dotati di una struttura a compartimenti giustapposti e quelli con una struttura a cassone.

7    Riferendosi ai parametri attuali, la città romana di Industria non sembra essere molto estesa: poteva probabilmente contare una quarantina di isolati, disposti secondo un piano regolare e di dimensioni pressoché identiche. Gli isolati erano rettangolari e misuravano 35-40x70 metri.

8    Ekklesiasteria: edifici pubblici adibiti alle riunioni.

9    L'erma è un pilastrino di sezione quadrangolare, sormontato da una testa scolpita a tutto tondo, che nell'antica Grecia raffigurava Ermes (da cui il nome).

10    È infatti stata avanzata l'ipotesi di una funzione anche come teatro dei misteri.

2. LA MUSEALIZZAZIONE DI INDUSTRIA : UN PROBLEMA ANCORA APERTO

2.1.    INQUADRAMENTO TERRITORIALE

2.1.1.    Coordinate geografiche dell'antica città di Industria

I resti dell'antico sito romano sono situati nell'odierno comune di Monteu da Po, nella fascia di territorio sulla destra orografica del Po, in un'area pianeggiante lievemente in pendenza verso il fiume, a valle rispetto al centro storico del paese.

Secondo le teorie più accreditate¹, la città romana di Industria fu fondata nel 125-123 a.C. sulla riva destra del Po nelle vicinanze del villaggio indigeno di Bodincomagus. La fondazione sarebbe da inserire nell'ambito delle campagne militari di Quinto Fulvio Flacco, grazie alle quali si crearono i presupposti per la romanizzazione del Monferrato. Purtroppo, la scarsità di dati archeologici e di fonti documentarie non permettono di cogliere nella loro completezza le fasi iniziali del processo di romanizzazione. È comunque evidente che una vera e propria organizzazione dell'area, sia in senso territoriale sia in senso urbanistico, si attuò pienamente solo dall'inizio del I secolo a.C., quando le varie comunità furono tra loro collegate da una rete stradale ben strutturata.

Il territorio di Industria confinava a nord con quello di Vercellae (Vercelli) ed Eporedia (Ivrea), a sud con quello di Hasta (Asti), ad est con quello di Varcadate (forse Casale Monferrato), ad ovest con quello di Carreum (Chieri) ed Augusta Taurinorum.

Il centro, dunque, venne situato in un'area in cui il letto del fiume, sebbene non permettesse un facile attraversamento a causa della profondità delle acque, risultava particolarmente adatto all'insediamento di un porto fluviale, polo di smistamento di merci e prodotti finiti tra la Liguria, le città padane e la valle della Dora Baltea. La città dominava tutto il versante meridionale del Po, dall'attuale periferia di Torino fino a Pontestura: più di 80 chilometri di navigazione. Nell'antichità, infatti, il trasporto di prodotti ingombranti e pesanti era molto più sicuro ed economico se condotto per via fluviale e marittima, tant'è che risulta documentato già per l'età del Bronzo l'utilizzo della navigazione fluviale sul Tanaro. Quanto alla navigazione sul Po, poco per volta, lavori di sistemazione del letto fluviale consentirono l'uso del fiume fino ad Industria e poi fino a Torino: infatti, in tutti gli antichi insediamenti lungo il corso del Po, sono stati ritrovati marmi provenienti da cave venete ed istriane ed anfore vinarie prodotte nelle regioni affacciate sull'Adriatico. Era particolarmente fiorente, come documentano anche le iscrizioni, il commercio da Padova ed Aquileia: infatti furono proprio ricche famiglie di commercianti originarie dell'area veneta a sfruttare per prime su scala industriale le miniere della Valle d'Aosta, trasportando i minerali ricchi di ferro lungo la via fluviale della Dora Baltea e poi del Po.

Ad Ivrea, la romana Eporedia, sono stati ritrovati i resti della banchina da cui partivano le imbarcazioni dirette al porto fluviale di Industria. Si trattava di strutture molto semplici e deperibili: palificate in legno con ormeggi in pietra, vicini ad aree attrezzate e magazzini (horrea). Le imbarcazioni erano semplici zattere (naves ratariae), adatte soprattutto al trasporto di merci pesanti, oppure piroghe (linteres) ricavate scavando un grande tronco d'albero, barche a fasciame (pantonia) e naves cursoriae, attrezzate per fare da spola e trasportare anche dei passeggeri. La gestione dei traffici era affidata alla Corporazione dei navicularii, affiancati dai dendrophoroi, che lavoravano il legno e quindi provvedevano alla costruzione e manutenzione delle barche e delle strutture.

Per quanto riguarda la rete stradale ed i collegamenti, Industria si trovava sulla direttrice viaria che doveva correre a mezzacosta delle colline sul Po e che, mettendo in relazione Varcadate ed Augusta Taurinorum, costituiva una valida alternativa all'asse di pianura in caso di esondazioni fluviali, come conferma la testimonianza offerta da cospicui rinvenimenti archeologici, dalle pievi sorte per effetto della cristianizzazione delle aree rurali e dalla documentazione medioevale².

A sud, un'altra importante direttrice collegava Industria ad Hasta, attraverso un percorso che resta ancora da appurare se coincida o meno con quello medioevale. Alcuni sostengono infatti che l'asse viario in uscita dall'abitato industriense seguisse un tratto del rettifilo per Varcadate per poi distaccarsene nei pressi di Quadrata (nell'area dell'odierna Brusasco) attraverso un tracciato non molto dissimile da quello dell'attuale strada provinciale. Un'ulteriore arteria stradale doveva collegare Industria a Carreum Potentia: si trattava forse di una diramazione della Via Fulvia proveniente da Hasta per Augusta Taurinorum, che si distaccava dall'arteria principale passando presumibilmente nei pressi dell'odierna S. Sebastiano Po.

2.1.2.    Le origini: Bodincomagus ed Industria

A partire dalla testimonianza di Plinio il Vecchio in Naturalis Historia, la maggior parte delle teorie sviluppate fino ad oggi vorrebbero identificare Industria con l'antico villaggio celto-ligure di Bodincomagus {Pianura sul Po³). Alcuni studiosi, però, in seguito ad una più attenta traduzione del passo dell'autore latino, hanno ritenuto plausibile che le due città fossero verosimilmente distinte. A tal proposito Costanzo Gazzera⁴ sostiene che:

...due cose diverse erano dungue Bodincomago ed Industria, guesta situata lungo il Po, l'altro poco da essa distante: Industria illustre municipio Romano ricco e popoloso, umile borgata il secondo, né per altro distinto che per l'antico suo nome...

Inoltre Gazzera cita, a sostenimento della sua tesi, l'annotazione alla traduzione del passo latino scritta dal critico Tommaso Terraneo:

...Quel trovarsi poi presso al sito d'Industria una collina detta Mondicoi proverebbe non già che essi villaggi fossero uno solo, ma bensì che fossero due prossimi villaggi, e che con verità somma parlasse il padre della Storia naturale, allorché scrisse che Bodincomago stava juxta Industriam. Ciò dico, sol proverebbe guando vi fosse argomento per credere che Mondicoi fosse una rusticana corruzione del nome di Bodincomago...

Purtroppo, anche se l'esistenza dell'antico villaggio di Bodincomago risulta ormai certa, non altrettanto può dirsi del sito in cui era collocato, della sua consistenza e della vita che vi si svolgeva. Eppure, riferendosi a Bodincomago, già ci si trova in periodi non remotissimi: pochi secoli prima di Cristo, quando i gallo-celti valicando le Alpi irruppero nella pianura Padana mischiandosi ai popoli che l'abitavano. Non è nota, dunque, la posizione del nucleo primitivo anche se è stato supposto che fosse attestato in posizione dominante, naturalmente difesa, in coincidenza verosimilmente con la posizione dell'abitato attuale sulla collina di Monteu da Po⁵.

Il nome originario di Bodincomago ricorre anche in documenti epigrafici di età imperiale alternandosi a quello romano di Industria, il cui significato è quello augurale, dato anche ad altre città come Pollentia, Potentia, Valentia, tutte situate nella stessa area geografica a Sud del Po, iscritte alla Tribù Pollia⁶ e verosimilmente fondate da Fulvio Flacco al tempo della sua spedizione contro i Salluvii nel 123 a.C.

Sembra che Industria, originariamente, avesse carattere di forum o conciliabulum nel suo significato di punto d'incontro e di mercato, ruolo che non sembrerebbe corrispondere alla posizione geografica della città, sorta non al convergere di più rette ma piuttosto a dominio di un'unica direttrice preminente con funzione di collegamento tra i capisaldi più avanzati della penetrazione militare romana nella valle del Po.

In conclusione, strategicamente importante in quanto posta a sbarramento della strada che, aperta sulla riva destra del fiume, muoveva in direzione di Chivasso e da Eporedia raggiungeva la valle della Dora Baltea, Industria è stata una colonia fin dai primi tempi della sua fondazione avvenuta nel corso del I secolo a.C.. Solo qualche decennio dopo la sua fondazione come concilabulum diventò municipium, cioè capoluogo amministrativo a sé e territorio soggetto ai magistrati cittadini (quindi dipendente dall'amministrazione locale). Nel corso del III secolo, mentre tutto l'Impero subiva una gravissima crisi politica ed economica, il santuario di Industria non solo continuava ad essere frequentato, ma addirittura aveva acquisito un grosso seguito tra i militari. Tra la fine del IV e l'inizio del V secolo la zona intorno al tempio si spopolò ed il tempio stesso subì un principio di incendio, forse dovuto al diffondersi del culto cristiano. Gli abitanti di Industria, non autosufficienti dal punto di vista economico⁷, si ridussero e si dispersero poco per volta. Alcuni isolati continuarono ad essere abitati fino al VI-VII secolo, mentre le rovine del tempio isiaco venivano utilizzate come cimitero. Fino a quando il Po continuò ad essere la via di comunicazione più importante, il sito dell'antica Industria continuò ad essere abitato, ma la documentazione archeologica cessa con il VII secolo d.C., dopo l'occupazione della zona da parte di nuclei di origine longobarda. Dopo questo periodo l'abitato si spostò verso la collina, in posizione più facilmente difendibile.

2.1.3.    Le ricerche archeologiche ed il territorio di Industria

Riferendosi ai parametri attuali, risulta evidente che la città romana di Industria non fosse molto estesa: poteva probabilmente contare su una quarantina di isolati, disposti regolarmente e di dimensione rettangolare (circa 40x70 metri). Gli isolati erano divisi da strade pavimentate in ciottoli di fiume e tutta la città era costruita con una leggera pendenza tale da mantenere asciutte le abitazioni attraverso apposite fognature. È quasi impossibile, allo stato attuale delle ricerche, immaginare il numero di abitanti ma, considerando che ogni isolato poteva contare tre-quattro unità abitative, un calcolo approssimativo porterebbe ad una stima di circa cinquemila abitanti.

Le ricerche archeologiche hanno trascurato il quartiere verosimilmente centrale dell'antica città, concentrandosi invece nel settore occidentale dove erano presenti ruderi emergenti oggetto di curiosità ed indagini fin dal XVIII secolo. L'identificazione delle strutture affioranti nella pianura di Monteu da Po con quelle della città di Industria avvenne ad opera di Rivautella e Ricolvi⁸ nel 1745 con indiscutibile certezza in seguito al ritrovamento di iscrizioni che ricordavano gli Industrienses: infatti, della città si era persa ogni traccia tanto da far ritenere che si dovesse trovare nei pressi di Casale Monferrato.

I primi lavori di scavo, condotti tra il 1811 ed il 1813 ad opera del conte Bernardino Morra di Lauriano, interessarono il lato occidentale della città producendo importanti risultati documentati da tavole estremamente accurate.

Nelle strutture affioranti (che costituiscono solo le fondazioni del grande complesso che doveva sorgere originariamente in questa zona) il Morra volle riconoscere i resti di un teatro: i due grandi muri trasversali dovevano essere le fondazioni della scena, i due muri semicircolari e paralleli tra loro le sostruzioni della cavea, mentre all'estremità sud doveva trovarsi un tempietto. Nel corso dell'800 il sito, in mancanza di leggi tutelative, subì sistematici saccheggi. Tornò poi a destare interesse scientifico alla fine del secolo, grazie soprattutto all'opera di Ariodante Fabretti, direttore del Regio Museo Egizio e di Antichità, al quale si deve la ripresa delle ricerche.

Gli scavi condotti nel triennio compreso tra il 1961 ed il 1963 riportarono alla luce le strutture già scoperte dal Morra e ne verificarono l'esattezza della rilevazione. Tuttavia, attraverso il rinvenimento all'estremità nord (in figura 7 nei punti indicati con d.) di una serie di depositi votivi pressoché intatti ed analizzando più approfonditamente i resti, è stato possibile confutare la prima ipotesi del Morra.

Infatti, la mancanza degli elementi tipici di una struttura teatrale (il muro di sostegno della cavea ed i blocchi della gradinata) avrebbe dovuto comportare soltanto la presenza di un'ampia orchestra circondata da un ambulacro senza l'elemento intermedio della cavea, un fatto mai verificatosi nemmeno nei teatri di peggiore conservazione.

Risulta anche un altro elemento non riscontrabile in nessun altro teatro: i muri paralleli dell'ambulacro non erano perfettamente circolari, ma sul lato sud assumevano un andamento rettilineo.

Dunque si arrivò all'identificazione di un centro di culto dedicato ad Iside⁸, soprattutto in seguito ad un attento confronto con la pianta degli altri Isei conosciuti e soprattutto del famoso Iseo Campense di Roma. Alla luce di questa interpretazione veniva anche perfettamente spiegata la presenza in questa zona di un altro elemento: il pozzo, legato a motivi di culto ed utilizzato all'epoca per le rituali abluzioni. L'imboccatura del pozzo era costituita da lastre marmoree a scivolo verso l'interno, mentre la zona circostante era pavimentata con cocciopesto impermeabilizzante.

Vari problemi legati alla conservazione ed alla manutenzione delle strutture determinarono la necessità di riprendere le indagini nel settore ovest fin dal 1973¹⁰, mentre nuovi elementi per lo studio dell'organizzazione urbanistica e la successione delle fasi di utilizzo dell'area furono desunte dalle campagne regolari di scavo eseguite dal 1982 in poi. Purtroppo gli altri quartieri della città antica sono stati oggetto di ricerche episodiche e limitate, cosicché il quadro complessivo delle conoscenze presenta ancora grandi lacune soprattutto per quanto concerne la definizione del perimetro urbano (limites) che allo stato attuale delle ricerche non è documentabile con certezza. Una conferma al perimetro urbano proposto dal Morra di Lauriano e dal Fabretti è costituita dalle indagini condotte in occasione degli scavi eseguiti per l'impianto della ferrovia e da ricerche di emergenza condotte a nord della strada statale Torino-Casale (entrambe inedite), ma non sembra che esistano in alcun punto del supposto perimetro strutture di carattere difensivo¹¹.

L'indagine svolta tra il 1982 ed il 1986 si concretizzò con lo scavo di una vasta area (circa 1200 mq) eseguito ad est ed a sud dell'lseion, grazie al quale si riuscì a chiarire l'inserimento del tempio all'interno di un complesso coerente di strade ed edifici.

Da quanto emerso l'Iseion era fiancheggiato: a sud da una strada, forse il decumano massimo, la cui ampiezza complessiva misurava circa 9 metri; ad est da una vasta area porticata larga circa 11,50 metri oltre la quale si trovava un isolato di edifici di abitazione.

L'insula, la cui ampiezza complessiva non è al momento nota, è stata indagata per un tratto definito da un taglio artificiale a 20 metri dal fronte stradale ovest. Verso nord è separata con una strada secondaria (larga 6,50 m) da un grande ambiente legato alla struttura dell'lseion, oltre il quale si trovano i resti di un imponente edificio pubblico (la cronologia e la funzione dell'edificio rimangono ancora da definire). Risulta inequivocabile che l'isolato non avesse forma quadrata, mentre si è ipotizzato che si estendesse fino all'attuale strada provinciale il cui andamento si è mantenuto coerente con quello delle strutture antiche¹².

Tuttavia il rinvenimento datato a fine Ottocento di un isolato analogo posto ancora più a nord¹³, fa presumere che la città fosse organizzata per insulse separate da ampie strade, il cui impianto regolare fu certamente agevolato dalla natura pianeggiante del terreno, appena in lieve pendenza verso il Po che scorre poco più a nord e verso il quale convergono i condotti fognari presenti sotto gli assi di percorso¹⁴. Un ulteriore saggio del 1987 sul settore a sud della cella del tempio, ha permesso di accertare la presenza di un altro isolato affacciato sul decumano grazie al quale è stato possibile chiarire il rapporto cronologico tra area sacra ed isolati di abitazione, studiando gli allineamenti delle strutture e la stratigrafia.

Il tratto di insula maggiormente indagato era caratterizzato da una notevole regolarità planimetrica che fa pensare ad una unitarietà di progetto, lievemente modificato in una seconda fase. Il fronte dell'isolato verso l'Iseion era scandito da una serie di tabernae¹⁵ alle spalle delle quali era presente una unità residenziale impostata in una sola fase, con cortile centrale disimpegnato da corridoi di ampiezza costante che mettono in comunicazione con vani residenziali. Verso nord si trovava un settore di ambienti di servizio, più ampi e meno articolati, che vennero riorganizzati in tabernae sul fronte porticato solo in un secondo tempo. L'isolato situato a sud del tempio sembra caratterizzato anch'esso, per quanto è possibile desumere dal breve tratto indagato, da una serie regolare di ambienti affacciati sul decumano. È da segnalare il fatto che in uno di questi vani, durante la campagna di scavo del 1982-1986, sia stata rinvenuta una fossa contenente materiale residuo della lavorazione dei metalli.

L'isolato, dunque, comprende botteghe sul fronte principale rivolto verso l'area sacra e vani residenziali sul retro. Questi ultimi erano distribuiti intorno ad un cortile allungato e circondato da un portico. Su un lato del cortile era presente un pozzo che raggiungeva la falda a circa 8 metri di profondità e, sempre dal cortile, si organizzavano le canaline coperte per il deflusso dell'acqua. Gli ambienti residenziali erano pavimentati accuratamente in pietrine spaccate su di un battuto di cemento, a sua volta costruito su un vespaio di ciottoli di fiume e le pareti erano intonacate e dipinte a riquadri colorati. Alcuni ambienti erano

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