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La terra sembrava tremare
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E-book415 pagine5 ore

La terra sembrava tremare

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Info su questo ebook

Alle 3:30 dell'11 luglio 1916 esplode la mina del Castelletto: 35 tonnellate di esplosivo scuotono la montagna. Perché? Chi la ideò? Chi ci lavorò? Chi difese le posizioni? Le storie degli uomini che sulle Tofane scrissero pagine di storia e di gloria in due anni di conflitto sul filo dei 3.000 metri.
LinguaItaliano
Data di uscita1 lug 2015
ISBN9786051766058
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    Anteprima del libro

    La terra sembrava tremare - Enrico Varagnolo

    Enrico Varagnolo

    La terra sembrava tremare

    UUID: 9e89ee2c-9ff4-11e5-b27a-119a1b5d0361

    Questo libro è stato realizzato con StreetLib Write (http://write.streetlib.com)

    un prodotto di Simplicissimus Book Farm

    Indice

    Ringraziamenti

    Introduzione

    Paul Grohmann

    La guerra arriva sulle Tofane

    Il rifugio Wolf-Glanvell

    Il rifugio Tofana

    Val Travenanzes

    Principali episodi di guerra

    L'attacco di giugno 1915

    L'attacco di luglio 1915

    La riconquista austriaca della valle

    Col dei Bos

    Principali episodi di guerra

    Gli attacchi di giugno 1915

    L'attacco di luglio 1915

    Protagonisti

    Gaetano Comolli

    Angelo Schiocchet

    Forcella Fontananegra

    Principali episodi di guerra

    Gli attacchi di luglio ed agosto 1915

    La definitiva caduta, luglio 1916

    L'ala sinistra: Tre Dita

    L'ala destra: Nemesis

    Protagonisti

    La prima penna mozza ed i 60 jäger

    Luigi Reverberi

    Carlo Rossi

    Gino Carugati

    Don Domenico De Rocco

    Cima Tofana

    Principali episodi di guerra

    L'occupazione austriaca

    La conquista italiana

    Protagonisti

    Max Stark

    Dazio De Faveri

    Castelletto

    Principali episodi di guerra

    La minaccia

    Gli ultimi tentativi

    Protagonisti

    Luigi Masini

    Ugo Ottolenghi di Vallepiana

    La mina del Castelletto

    Principali episodi di guerra

    La riorganizzazione invernale

    La costruzione

    Lo scoppio

    Protagonisti

    Giuseppe Tarditi

    Eugenio Tissi

    Hans Schneeberger

    Romano De Martin

    Domenico Dall'O

    Serafino Bortoli

    Giovanni Piovesana

    Sasso Misterioso

    Principali episodi di guerra

    La leggenda

    I nuovi obiettivi ed i nuovi schieramenti dopo la mina

    Il disastro del Belluno

    Protagonisti

    Augusto Baccon

    Attilio Carrera

    Michele Fortini

    Valerio Bellati

    Giuseppe Esio

    Aldo Ventani

    Epilogo

    Cronologia essenziale

    Mappe

    Mappa 1

    Mappa 2

    Mappa 3

    Mappa 4

    Mappa 5

    Mappa 6

    Mappa 7

    Mappa 8

    Foto

    Bibliografia

    ENRICO VARAGNOLO

    LA TERRA SEMBRAVA TREMARE

    Uomini in guerra sulla Tofana di Rozes, 

    Castelletto e Forcella Fontananegra 

    1915 – 1917

    © Enrico Varagnolo 2015

    http://www.frontedolomitico.it

    Associazione Storica Cimeetrincee

    Ass. Naz. Combattenti e Reduci (sezione di Monopoli)

    Centenario della Grande Guerra

    Istituto del Nastro Azzurro

    Copertina: 

    il Castelletto visto dalle posizioni austriache

    (fonte: Esercito Italiano - Museo 7° Alpini)

    Tutti ci sono, laceri, eroici, i Caduti delle cime e dei passi del Cadore: gli Alpini, ed i fanti ascesi alle Alpi: e, nella morte che uguaglia, ci sono pure non più avversari i nemici. Nessuno parla, poiché non v'ha parola più grande del silenzio nella montagna.

    Renzo Boccardi (Uomini contro montagne)

    Ringraziamenti

    Franco Licini per le storie di quasi tutti i protagonisti, Alessandro Allegri per le informazioni sui luoghi, Simone Astolfi per alcuni dati sugli Alpini del 7°, Daniele Girardini per il giudizio sull'anteprima, Giuseppe Fusco per la storia di Giuseppe Esio, Paolo Policchi per la storia di Aldo Ventani, Beppe Ronco per la testimonianza del nonno, Emanuele Marchi per l'aiuto con il tedesco, Francesco Quaglio per la foto del generale Cantore, Elisa Fiorelli per le foto del suo archivio, Pietro Pipoli per le foto del suo archivio, Rudy Michielin (Grafiche Antiga) per la foto di Eugenio Tissi, Dario Fontanive e la Grafica Sanvitese per la foto di Don Domenico De Rocco, l'ANA di Stradella per la foto di Gaetano Comolli, Walter Riml per la foto di Hans Schneeberger, Marco Barbieri per l'utilizzo delle mappe, il Museo Centrale del Risorgimento di Roma, il Museo del 7° Alpini di Belluno, la biblioteca del CAI di Torino, il professor Antonio Bini per i suggerimenti, Leonardo Varagnolo per la costante presenza, ed Erica Parma per i consigli, il supporto … e tutto il resto, che non è in questo volume.

    Nell'utilizzare materiale soggetto a diritti di copia si è cercato sempre di rintracciare i legittimi proprietari di ogni immagine per richiederne autorizzazione. Tuttavia, quando questo non è stato possibile e se qualcuno ritiene che i suoi legittimi diritti siano stati violati, ce ne scusiamo e chiediamo di essere contattati per poter risolvere una questione non voluta.

    Le mappe contemporanee sono state gentilmente concesse da:

    http://www.webmapp.it/

    Introduzione

    Ci sono svariate cime dolomitiche che possono ambire ad essere indicate come il simbolo della grande guerra: le Tre Cime di Lavaredo per la sconcertante bellezza dei panorami circostanti, il Col di Lana ed il Monte Piana per l'immenso valore e l'estremo sacrificio delle truppe che vi hanno combattuto, il Popera per l'eroismo e l'ardimento delle imprese alpinistiche che vi ebbero luogo. Ma la montagna cui ho voluto dedicare questo volume è un'altra; dall'alto dei suoi 3.225 metri di altezza domina la conca di Cortina d'Ampezzo e, pur essendo la più bassa di un gruppo di tre, è quella le cui pareti verticali affascinano maggiormente turisti ed arrampicatori. È la Tofana di Rozes, lo scenario naturale in cui esplose la più potente mina di tutta la guerra sulle Dolomiti: 35.000 chilogrammi di esplosivo vennero fatti brillare alle 3:30 dell'11 luglio 1916 per far sgomberare gli austriaci dalle posizioni del Castelletto, pensando così di liberare lo sbocco sud della Val Travenanzes. Quella valle che è anche il simbolo dell'olocausto di un intero battaglione di alpini (per la stragrande maggioranza veneti), il battaglione Belluno. Nelle tragiche giornate di fine luglio del 1916 tale battaglione, assieme ai gemelli Monte Pelmo e Monte Antelao e ad altri fanti ed alpini, si lanciò all'assalto cercando di sfruttare positivamente gli effetti prodotti dall'esplosione della mina del Castelletto, ma il risultato fu ben diverso dalle previsioni e le perdite furono altissime.

    Ma la Tofana di Rozes è anche la prima montagna su cui sono salito in cima, alla veneranda età di tre anni e mezzo; lo ammetto, non l'ho fatta tutta da solo, ma stando molto spesso tra le braccia di mio padre, che mi ha fin da subito educato alla bellezza ed al rispetto per la montagna. Forse anche per questo, il primo libro che ho letto sulla guerra sul fronte dolomitico è stato quello di Burtscher, Guerra nelle Tofane, nella traduzione italiana del 1984 edito da Lint. Per tutti questi motivi ho deciso di dedicare un libro a questa meravigliosa montagna, ma più che al monte in sé o agli eventi che vi sono avvenuti, ho voluto cercare di raccontare le storie degli uomini che di quegli eventi sono stati protagonisti, perché è giusto ricordare gli uomini prima delle battaglie, i singoli prima degli eserciti.

    La suddivisione dei capitoli nel libro è su base geografica, più che temporale, al netto dell'introduzione e del finale. Questo perché ho preferito narrare le gesta dei singoli legandole allo specifico contesto ambientale nel quale si sono svolti i fatti. La trattazione degli eventi bellici non è approfondita ma, spero, sufficiente per far comprendere l'andamento generale delle operazioni di guerra; ciò per lasciare maggior spazio alle storie dei singoli protagonisti. Troverete molte storie di persone semplici, lavoratori, contadini, falegnami, minatori, padri e figli, mariti e fidanzati. Alcuni sono noti ed hanno avuto la possibilità di vivere anche dopo la grande guerra, contribuendo ulteriormente alla storia d'Italia. Altri hanno lasciato la loro giovane vita sulle rocce delle Dolomiti, o in qualche campo di prigionia, dimenticati per anni da uno Stato che non è riuscito a tributare il giusto riconoscimento per i loro immensi sacrifici. Sono questi gli uomini che hanno fatto la Storia del fronte dolomitico, sono questi gli uomini che vogliamo onorare anche per conto di tutti quegli altri che non verranno mai ricordati o la cui storia non verrà mai raccontata.

    Paul Grohmann

    Il conquistatore

    Sabato 19 settembre 1857: un naturalista ed alpinista irlandese, sir John Ball[1], sale per primo su una vetta dolomitica, raggiungendo i 3.168 metri del monte Pelmo. In Austria un diciannovenne alpinista che un paio d'anni prima era salito sul Grossglockner, ha appena intravisto in lontananza dalla Cima dei Colli Alti quella meraviglia di crode che sono le Dolomiti e ne è rimasto talmente impressionato da essersi ripromesso in cuor suo di scalarle e vincerle tutte. Dirà infatti qualche anno dopo: "Quando dalle cime dei Tauri, che avevo attraversato fino ad allora, scorsi verso sud forme da favola, su cui anche il libro migliore dava ben poche informazioni, un mondo montano, da molti punti di vista ancora velato di mistero, decisi di andare nelle Dolomiti e di lavorare lì." Ancora non sa che nel giro di qualche anno diverrà il re delle Dolomiti, tanto da meritarsi targhe e monumenti, vie e sentieri a lui dedicati. Si tratta di Paul Grohmann, nato a Vienna il 12 giugno 1838. La sua famiglia ha origini nella Sassonia; il padre Reinhold è un noto ed assai rispettato medico, specialista nella lotta alla peste, e Paul, assieme alle due sorelle, si può permettere di vivere in modo assai agiato, senza avere alcuna preoccupazione di tipo economico. Fino al 1866 gli viene consentito infatti di iscriversi alla facoltà di Giurisprudenza senza avere la necessità di lavorare per mantenersi gli studi, ma le sue passioni lo portano spesso altrove, soprattutto in montagna. Tutto inizia a partire dal 1853, quando un amico lo invita a passare un periodo di vacanza nella Gailtal, nell'alta Carinzia.È quindi appena quindicenne quando si reca ad arrampicare sulle Alpi Carniche, in zona Peralba, ma le sue prime esperienze alpinistiche sono alquanto complicate, soprattutto per quanto riguarda gli equipaggiamenti. Racconta lo stesso Grohmann che nel 1855 eseguì la sua prima escursione su un ghiacciaio senza scarponi e senza bastone da montagna. Spesso, a causa della sua giovane età e del grande entusiasmo, verrà paragonato ad un altro giovanissimo alpinista tedesco, Georg Winkler, detto la meteora, morto nel 1888 a soli 19 anni in Svizzera, sul Weisshorn, mentre tentava in solitaria di violarne la difficile parete ovest. Nell’agosto del 1862 Paul trascorre solo pochi giorni nelle Dolomiti, ma gli sono più che sufficienti per andare a Rocca Pietore ad incontrare Pellegrino Pellegrini, una delle prime guide alpine. Vuole raggiungere la vetta della Marmolada, la Regina delle Dolomiti. La sua più grande ambizione è vedere il proprio nome scritto nel libro delle prime assolute, a qualunque costo! L'impresa purtroppo non gli riesce; è infatti costretto a fermarsi a Punta Rocca, a 3.309 metri mentre la vetta di Punta Penia è 34 metri più in alto, ma non per questo demorde, ed infatti la conquista avverrà un paio d'anni dopo, accompagnato stavolta da Angelo e Fulgenzio Dimai. Il 19 novembre Grohmann assieme ad altri due studenti universitari fonda il Club Alpino Austriaco (Österreichischer Alpenverein, ÖAV), seconda associazione di alpinisti della storia dopo il club alpino inglese di Ball.Nel primo anno però raccolgono solo 20 soci. L'anno seguente riparte per le Dolomiti, con un piano a dir poco ambizioso; tra il 1863 ed il 1869 Grohmann riesce a scalare per la prima volta molte vette dolomitiche, tra cui le Tofane di Mezzo e di Rozes, il Sorapiss, l'Antelao, il Cristallo, i Tre Scarperi e la Cima Grande di Lavaredo. Per tale motivo viene talvolta ricordato come il Cristoforo Colombo delle Dolomiti, per la sua insaziabile sete di esplorazione e di conquista. Il 29 agosto 1864 sale sulla Tofana di Rozes assieme ad altre tre leggende dell'alpinismo dolomitico della fine dell'ottocento, vale a dire Santo Siorpaes, cacciatore e Landstürmer[2], Angelo Dimai detto Deo, guardaboschi e guardiacaccia, e Francesco Lacedelli, detto Checco da Meleres (dal nome della frazione di Cortina in cui vive), orologiaio ormai già sessantaseienne ma per il quale Grohmann ha stima e fiducia illimitate. Il racconto dell'avventura sulla Tofana, e delle altre,viene pubblicato nel 1877 nel volume dal titolo "Wanderungen in den Dolomiten (Escursioni sulle Dolomiti") e riportato qui di seguito.

    Da Cortina passammo nuovamente il Boite, e per Meleres e Pocol arrivammo ai prati di Cian Zoppè, di dove si vede perfettamente la grande depressione tra le due cime, colma di ghiaie e detriti. A lungo procedemmo per un verde sentiero, finché al limite della vegetazione toccammo l'orlo dei grandiosi ma anche penosi ghiaioni. Chi voglia rendersi conto del disfacimento della montagna può fermarsi qui al confine tra gli ultimi segni di vita vegetale e il deserto di roccia; qui si gode anche la visione straordinaria delle montagne ampezzane. Lasciammo a destra la grande colata di ghiaia che avevamo risalito l'anno scorso e prendemmo quella di sinistra. È migliore e conduce in ½ ora ad un'altra conca che sbocca direttamente a Fontana Negra, un valico che permette di scendere nell'alta Val Travenanzes alla capanna del pastore, che serve anche ai cacciatori di camosci. Dalla stretta forcella potevamo osservare la profonda Val Travenanzes sulla quale precipitano le paurose pareti delle Tofane, che hanno davanti dall'altra parte della valle, verso Fanes, il Monte Cavallo. Da Ampezzo fin qui si posson calcolare ore 2¾ – 3. La nostra meta si scorgeva a sinistra, molto lontana; strisce di neve ne chiazzavano i pendii moderatamente ripidi. Dopo aver raggiunta la cresta della montagna, larga una trentina di metri, seguendola, in 1 ora e ½ arrivammo in cima. Questa volta l'ascensione fu molto più divertente perché a me e a Checco s'erano aggiunti, volontari, Angelo Dimai e Santo Siorpaes, pure ampezzani. Per meglio indicare la via ai numerosi visitatori che sarebbero venuti dopo di noi, fu eretto un ometto di sassi in più che sull'altra cima di fronte salita nel 1863. Non mi indugio a descrivere le innumerevoli vette che si vedono da quassù. Ma un dettaglio di questo immenso panorama circolare mi resterà per sempre impresso nella memoria: le paurose rupi scoscese delle altre due Tofane, così vicine, e fra queste, in lontananza, la punta estrema della Croda Rossa d'Ampezzo, d'un coloro rosso sangue, impressionante per il contrasto con le grigie pareti calcaree delle Tofane. La salita della Forcella di Fontana Negra da Travenanzes non è consigliabile, perché la via è molto più lunga che da Pocol e assai peggiore la salita per la Grava. Quella di Rozes è, delle tre Tofane, la più facile.

    I quattro escursionisti non immaginano di certo che, mezzo secolo dopo, la facile ascensione da loro compiuta diverrà l'oggetto delle attenzioni di due eserciti belligeranti, che di quella montagna cercheranno di conquistarne con ogni mezzo la cima e le pendici per assicurasi il dominio sulla sottostante Val Travenanzes. Nel 1875, mettendo a frutto l'esperienza accumulata nel corso delle sue escursioni, Grohmann pubblica la "Karte der Dolomit Alpen in scala 1:100.000. Nel frattempo però le sue imprese alpinistiche cessano, in quanto vede esaurito il patrimonio paterno in seguito alla grave crisi economica del 1873 (dichiarò ad un amico di aver perso addirittura 100.000 fiorini da un giorno per l'altro). Sempre nel 1873 ottiene la cittadinanza onoraria d'Ampezzo. Gli ultimi anni della sua vita è costretto però a passarli in una modesta stanzetta a Vienna, sempre e comunque con grande dignità e ricevendo molte onorificenze per le sue memorabili imprese alpinistiche. Con le ascensioni di Grohmann è però iniziata la stagione dorata della Perla delle Dolomiti" dell'Impero Austro-Ungarico, che vede provetti alpinisti e più modesti ma altrettanto entusiasti escursionisti giungere da ogni nazione per ammirare i meravigliosi panorami delle valli e salire sulle vette appena conquistate dai pionieri dell'alpinismo moderno. Lo sviluppo del turismo alpinistico prima e del turismo più popolare poi, renderanno Cortina d'Ampezzo uno dei luoghi più famosi e rinomati di tutta la catena alpina. L'alpinismo non sarà più un'esperienza relegata a pochi, ma diverrà sport con migliaia di praticanti. I 20 soci del club alpino austriaco dell'anno di fondazione saranno diventati ben 100.000 alla vigilia della guerra, ma Grohmann è già morto, il 31 luglio del 1908, per un edema polmonare, nella sua Vienna, prima di vedere lo straordinario successo della sua creatura, che oggi vanta qualcosa come 400.000 iscritti. Il Comune di Cortina d'Ampezzo gli ha dedicato una via in pieno centro nel 1963, in occasione del centenario della conquista della Tofana di Mezzo. A lui è inoltre dedicata l'Alta Via N.4 che parte da San Candido e termina a Pieve di Cadore, passando per i gruppi dolomitici conquistati da Grohmann: Tre Scarperi, Tre Cime di Lavaredo, Cadini di Misurina, Sorapiss ed Antelao.

    Paul Grohmann (Archivio Wolgang Moroder)

    [1] Nato a Dublino il 20 agosto 1818, naturalista e botanico. Sposò Elisa, figlia del naturalista vicentino Alberto Parolini, che però morì a soli 37 anni. Dopo una brillante carriera politica decise di abbandonare l'Inghilterra e si dedicò ai viaggi ed alle esplorazioni. Nel 1857 diviene il primo presidente dell'Alpine Club britannico e resta in carica fino al 1860. Muore a Londra nel 1889. In onore della sua storica prima ascensione sul Pelmo, rimane la Cengia di Ball.

    [2] Milizia Territoriale dell'Impero, composta da uomini di età circa tra i 35 ed i 50 anni. Dapprima destinata come riserva, durante la guerra verrà comunque impiegata anche in servizio di prima linea.

    La guerra arriva sulle Tofane

    Fin dallo scoppio del conflitto, nel 1914, l'Austria sente la necessità di difendersi dall'Italia, alleato ritenuto da sempre poco affidabile e troppo sensibile ai richiami dell'Intesa[1] che poteva allettare il neo costituito Regno d'Italia con la promessa di Trento e di Trieste, unici territori che ancora mancavano al risorgimentale disegno dell'Italia Unita. In realtà già nel 1908, quando l'Italia era ancora saldamente alleata dell'Austria-Ungheria, il Capo di Stato Maggiore austriaco von Hötzendorf aveva proposto di approfittare delle difficoltà italiane a seguito del terremoto di Messina per un'azione militare. La proposta venne ripresentata a seguito dell'impegno italiano in Libia, ma entrambe le volte l'Imperatore rifiutò. Così nel 1914, mentre le truppe austriache si muovono contro la Russia e la Serbia, si inizia a porre la non più trascurabile questione della difesa del confine meridionale. La difesa del Tirolo viene assegnata al tenente generale von Können-Horak e suddivisa in Rayons (Sezioni, o Settori): ilRayon V, dal passo Pordoi al monte Peralba, viene affidato al colonnello Ludwig Pengov, comandante del I battaglione di Artiglieria da Fortezza ed i due Abschnitt (sottosettori) 9 e 10 del Rayon rispettivamente ai capitani Anders e Caravenna dei Landesschützen[2]. A partire dall'agosto del 1914 si procede all'armamento delle fortificazioni lungo il confine ed il colonnello Pengov riceve l'incarico di eseguire i necessari rilevamenti per l'approntamento di una linea di difesa sulle Dolomiti. Tale linea deve soddisfare tre requisiti fondamentali, ovvero:

    essere il più possibile aderente al confine di Stato;

    appoggiarsi alle fortificazioni ed agli sbarramenti già edificati attorno al 1880 che sono, da sud-ovest versonord-est:La Corte e Ruàz (Col di Lana), Tre Sassi (passo Falzarego), Pratopiazza e Landro (Carbonin), Haideck e Mitterberg (Montecroce Comelico);

    essere continua.

    Per Pengov c'è però da fare i conti con i Russi ed il fronte orientale e la relativa carenza di uomini e materiali, per cui non è possibile allestire una linea continua, come nelle richieste originali del comando della difesa del Tirolo. Pengov si deve arrangiare con quel che c'è a disposizione e, da buon pragmatico quale è, opera di conseguenza. Nel novembre 1914, raccogliendo circa un migliaio di guardie ferroviarie, costituisce il 165° battaglione Landstürm che andrà a costituire il nucleo centrale di tutta la difesa del settore. Nel corso di un incontro con il generale tedesco Krafft von Dellmensingen, è lo stesso Horak a dipingere a tinte assai fosche la delicata situazione della difesa del Tirolo: Siamo alla vigilia d'una invasione italiana. Abbiamo costruito una debole linea di combattimento ai confini, ma non abbiamo uomini per difenderla […] Tutte le nostre truppe si trovano sul fronte orientale e per il momento non possiamo ritirarle. Abbiamo chiamato a raccolta gli Standschützen ma non possiamo prevedere che cosa accadrà se gli italiani ci attaccano energicamente. Non bisogna inoltre dimenticare che i battaglioni Landstürm sono formati da soldati riformati o anziani ai quali abbiamo dato un fucile per necessità ma non possiamo fare molto affidamento sulla loro resistenza. Nel corso dell'inverno si effettuano dispendiosi lavori per tenere liberi dalla neve i valichi, per costruire depositi e sezioni di sanità. La zona delle Tofane è però rimasta fuori da queste frenetiche attività. I capisaldi agli estremi sono già stati fissati: a sud il Forte Tre Sassi con il Sasso di Stria, a nord il quasi-forte di Son Pauses e la Val di Fanes. Fatto salvo il massiccio del Lagazuoi, che deve per forza essere compreso nella linea, la decisione cruciale è se far passare tale linea per le Tofane o per il gruppo del Fanis – Vallon Bianco. Le considerazioni che portano alla seconda opzione sono fondamentalmente due. La prima è di ordine logistico: le Tofane hanno in generale vie di accesso molto ardue e scomode, per cui portare i rifornimenti e gli uomini lungo quella dorsale sarebbe risultato oneroso e complicato per un esercito che aveva già una grave carenza di mezzi e di uomini. La seconda è invece di ordine pratico: da ben prima dell'inizio del conflitto con l'Italia, gli abitanti di Cortina d'Ampezzo, già allora rinomata per le strutture ricettive da cui trae la maggior parte delle sue ricchezze e della sua fama internazionale, pressano le autorità ed i comandi militari austriaci affinché la loro città non si trovi proprio al di sotto della linea del fronte. A tal proposito è chiarissima e lapidaria l'opinione del Burtscher[3]: Se la linea di difesa avesse congiunto le Tofane con la Forcella Fiorenza ed il Col Rosà, Cortina sarebbe stata inevitabilmente ridotta un cumulo di macerie. Questo perché gli italiani sarebbero dovuti partire proprio da Cortina per raggiungere le montagne dalle quali gli austriaci avrebbero dovuto bombardare gli attaccanti, provocando danni agli edifici ed alle vie di comunicazione. Ma la scelta non può per forza di cose essere così netta. Non è infatti concepibile lasciare agli italiani preziose posizioni quali Forcella Travenanzes, Cima Falzarego, il Col dei Bos ed il Castelletto che dominano la rotabile verso il Passo Falzarego, e le forcelle che costituiscono l'accesso meridionale alla Val Travenanzes. Vi sono poi in zona due fondamentali punti d'appoggio che parimenti non possono essere lasciati agli italiani, in quanto costituiscono dei privilegiati punti di osservazione oltre che di eventuale ricovero per piccole guarnigioni. Si tratta del rifugio Wolf-Glanvell in Val Travenanzes e del Rifugio Tofana presso Forcella Fontananegra. La linea disegnata assume quindi una configurazione secondo la quale è presente una solida e pressoché continua linea difensiva con facili accessi, davanti alla quale vi sono alcune trincee ed avamposti non collegati tra loro con l'unico scopo di rallentare il più possibile la penetrazione delle truppe italiane (Mappa 1).

    Tale sistemazione però non risulta per nulla gradita ad alcuni comandi austriaci; riporta ancora il Burtscher: Si determinò in tal guisa un'infelice, ibrida situazione. Le alture dominanti, ossia le Tofane, furono lasciate in balia del nemico, e contemporaneamente, si presidiarono la valle e i passi. Ciò nocque assai alla difesa di questo settore e indubbiamente, se si fosse rimasti fedeli alla linea primitivamente progettata, si sarebbero risparmiate molte perdite amare, creando un settore di difesa più tranquillo. Così invece la loro situazione favorevole incitò gl'Italiani a sferrare attacchi in continuazione, e d'altronde i nostri comandi non potevano più risolversi ad abbandonare quelle posizioni, dopo che i maggiori assalti erano stati respinti e alcuni punti, particolarmente il Castelletto, si erano rivelati di una straordinaria efficacia ed importanza. Ma non è l'unico parere contrario. Anche il comandante del Deutches Alpenkorps (DAK), il generale Krafft von Dellmensingen, è dello stesso parere e più volte nel suo diario si lamenta dell'ostinazione austro-ungarica nel voler continuare a presidiare la Val Travenanzes. Il 13 giugno, dopo i primi attacchi italiani, scrive: Io sono dell'opinione che sarà estremamente difficile conservare durevolmente la linea [...] Goiginger mi ha fatto comunicare che ritiene il possesso della valle pienamente assicurato, e non intende perciò rinunziarvi. Di nuovo il 10 luglio, quando gli attacchi italiani iniziano a farsi pressanti, osserva preoccupato che il nemico non ignora la debolezza della posizione e penetra ormai da tutti i lati. Il suo pensiero è però racchiuso nelle affermazioni del 26 luglio, quando con rabbia afferma che la minacciata valle inghiottisce una quantità ognor crescente di truppe […] Con forze di gran lunga inferiori e molto minor fatica avremmo potuto tenere la catena del Fanis. Perfettamente combaciante nel merito il giudizio dell'austriaco Burtscher: Se tuttavia si riflette allo scarsissimo influsso che un simile tratto di fronte d'alta montagna esercita sull'andamento d'una guerra mondiale, e a quanto sia opportuno, perciò, risparmiar forze in tali settori, se ne ricava la conclusione che si sarebbe fatto meglio assai a rinunziare alla Val Travenanzes e a lasciarla, senza colpo ferire, in mano al nemico. L'unico convinto che tale sistemazione sia efficace e debba essere mantenuta è il feldmaresciallo Ludwig Goiginger, che dai primi di giugno viene posto al comando della Divisione Pustertal, incaricata di presidiare appunto il Rayon V della Difesa del Tirolo. Sicuramente la sua ferma convinzione venne in un certo qual modo aiutata dalla prudenza italiana nell'affrontare il fronte dolomitico, specialmente nel primo mese e mezzo di guerra. Infatti lo schieramento iniziale delle truppe austriache nel settore è davvero esiguo, per non dire irrisorio. In Val Travenanzes sono schierati gli Standschützen del battaglione Silz (4 compagnie, provenienti rispettivamente dalle città di Silz, Oetz, Umhausen ed Haiming) agli ordini del maggiore Praxmarer, ai quali si unisce ai primi di giugno un plotone del III Reggimento Landesschützen formato da 107 uomini al comando del sergente maggiore Klapeer[4]. La distribuzione delle forze nei punti avanzati era la seguente:

    presso Forcella Travenanzes; 2 ufficiali, 6 sottufficiali e 54 uomini

    sul Col dei Bos: 1 ufficiale, 5 sottufficiali e 25 uomini

    sul Castelletto: 1 sottufficiale con 8 uomini

    presso Forcella Fontana Negra: 1 ufficiale, 6 sottufficiali e 35 uomini

    all'imbocco di Val Travenanzes (quota 1.780): 1 ufficiale, 8 sottufficiali e 26 uomini.

    Da là in poi, verso nord, la valle è completamente sguarnita fino allo sbocco della Val di Fanes, dove si trova metà della 2ª compagnia del 165° battaglione Landstürm agli ordini del tenente Höpperger. La densità delle truppe è talmente scarsa che si possono elencare i singoli uomini di presidio nelle varie posizioni che proprio da loro hanno preso il nome."Tra le rocce immediatamente a sud della cascata vi era la Andreas-Hofer-Wand, che i tirolesi si erano adattata a difesa, sotto la direzione del

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