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La Cicogna d'Avorio
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E-book337 pagine5 ore

La Cicogna d'Avorio

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Info su questo ebook

Sono gli anni cinquanta, un giovane orfano di nome Pierre fugge dalla Francia con l’aiuto di Bernard, un vecchio avventuriero, e inizia un lungo viaggio attraverso l’Africa. Porta con sé un libretto con gli appunti di viaggio appartenuto a Bernard e con il quale scopre un misterioso tesoro risalente alla notte dei tempi. L’unico oggetto sopravvissuto a quella scoperta, una statuetta d’avorio dalle strane caratteristiche, sparisce dalla casa del suo proprietario, in Sudan. John Scott e i suoi amici di Explore the World sono incaricati di ritrovarla ma per farlo devono ricostruire le vicende che hanno portato alla scoperta di quel tesoro, tanti anni prima. Basandosi su pochi indizi, tra cui una fotografia e una lettera, riescono a rintracciare Pierre, ormai anziano, e con lui a scoprire il segreto della statuetta e perché era stata rubata.
LinguaItaliano
Data di uscita21 nov 2011
ISBN9788863692570
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    Anteprima del libro

    La Cicogna d'Avorio - Carlo Flores

    Luigi

    PRIMA PARTE

    1

    Lo spigolo d’acciaio dell’autotreno fermo sulla strada sfondò il parabrezza dell’auto portando morte e devastazione. La testa del guidatore fu schiacciata contro lo schienale e il sangue zampillò dal collo inondando l’abitacolo. L’urto aveva fatto ruotare il mezzo e il lato destro dell’auto si era infilato sotto il rimorchio del camion, appiattendosi come una frittata. Il passeggero seduto a fianco del guidatore fu compresso sul pavimento da una forza gigantesca che gli sbriciolò le ossa. I sedili anteriori divelti nell’impatto fuoriuscirono dal parabrezza, mentre il corpo del guidatore scivolò sopra i resti del cofano motore finendo sull’asfalto. Pierre, seduto sul sedile posteriore, fu catapultato come un proiettile verso il cruscotto e batté la faccia contro il volante deformato dall’impatto. Una delle razze cromate gli stracciò la guancia destra facendo saltare via due molari, ma il dolore maggiore fu causato dallo schienale del sedile che, staccatosi con violenza dalla sua sede, gli piombò sulla schiena schiacciandolo contro il pavimento.

    Pierre pensò che suo padre non fosse mai stato molto bravo a guidare e quello che era successo era il logico finale di una vita cui era stato chiesto troppo. Si può essere fortunati, ma proprio per questo è meglio non chiedere troppo al destino e accontentarsi di essere nati sotto una buona stella. Suo padre, invece, aveva voluto tutto dalla vita, carte, roulette, donne, e forse per questo non aveva avuto molto tempo per imparare a guidare decentemente. Pierre ricordava le innumerevoli gite nei fine settimana e le tante curve affrontate contromano mentre il padre girava la testa per parlare con la donna che gli sedeva vicino, lui dietro, terrorizzato, che pregava. Ora aveva pagato il prezzo di tanta imprudenza, peccato che in questo avesse coinvolto anche lui e sua madre. La vedeva schiacciata là davanti, sotto il cruscotto, e pianse. Non svenne subito e questo gli permise di sentire i sordi tonfi delle auto lanciate a folle velocità che si schiantavano nell’immensa prateria di rottami. Poco dopo calò il silenzio, rotto solo dalle grida dei moribondi e dal pianto dei feriti, le voci arrivavano alle sue orecchie, ovattate dalla pesante coltre di nebbia. Il fuoco degli incendi illuminava debolmente l’interno dell’abitacolo e Pierre, con la guancia che gli pendeva orribilmente sulla mascella, finalmente svenne.

    Riaprì gli occhi e vide la faccia del soccorritore a pochi centimetri dalla sua, sentiva il suo fiato caldo che fumava nell’aria fredda; gli stava avvolgendo una benda attorno alla faccia per bloccare la guancia. Era ancora dentro il rottame della macchina mentre non scorgeva più i resti di sua madre.

    Come ti chiami ragazzo? Senti la mia voce? chiese quello.

    Lui cercò invano di muovere la testa per dirgli di sì, la bocca gli bruciava e non riusciva a proferire parola; ma quello sembrava parlare più per confortarlo che per avere una risposta. Si accorse di trovarsi girato a faccia su, steso in una barella cui era legato rigidamente, non poteva muovere la testa e neanche il corpo. All’improvviso la barella fu estratta con forza dal cumulo di lamiere e depositata dolcemente per terra, qualcuno gli gettò sopra una coperta di lana. La cappa di nebbia si colorava delle luci rosse e blu dei mezzi di soccorso rendendo l’atmosfera perfino gioiosa; si sentiva urlare ordini, incitare all’azione, ma non si udivano più i lamenti agghiaccianti dei moribondi. Un nuovo volto si chinò su di lui, una dottoressa gli mise la mano sulla fronte accarezzandolo dolcemente per consolarlo, poi gli infilò nella vena del braccio destro un ago cui era attaccato il tubo di un flebo. Respirò lentamente con il naso per sentire il profumo dolce della donna; nonostante il freddo, il camice era socchiuso e lui sognò di accarezzarla. La dottoressa gli punse le gambe con un lungo ago e lui sussultò.

    Nella sfortuna hai anche avuto un briciolo di buona sorte, ragazzo.

    Il dolore arrivò improvviso e tremendo, fu assalito dalla nausea e la testa cominciò a girargli. La dottoressa che gli stava misurando la pressione arteriosa notò il cambiamento e gridò.

    Presto, venite qua con l’ambulanza, questo ragazzo sta male, dobbiamo portarlo via subito.

    Socchiuse gli occhi e guardò il soffitto sporco, scrostato e con due lunghe lampade a neon spente, una volta doveva essere bianco, pensò. Sul dorso della mano sinistra erano conficcati gli aghi per le fleboclisi fissati con del cerotto marrone; sentiva ancora nelle orecchie lo stridio della frenata e il rumore dello schianto, ma non ricordava quasi nulla di quello che era accaduto. Girò lentamente gli occhi verso la luce che proveniva da una finestra, di fronte alla quale stava un letto vuoto e sfatto. Doveva essere mattino. Rivolse lo sguardo dall’altro lato, una tenda di tela azzurra gli impediva di vedere oltre. Era in una camera d’ospedale con tre letti. Riusciva a muovere i piedi e le gambe ma non il resto del corpo, il torace era fasciato con una benda rigida. La guancia gli bruciava e aveva in bocca un sapore amarognolo. Nella stanza entrò un uomo in vestaglia che teneva in mano una borsetta con il necessario per lavarsi, gli si avvicinò.

    Come va, ragazzo? Sei sveglio, ti senti meglio? Ti chiami Pierre, vero? E’ scritto sulla spalliera del letto.

    Sì, mi chiamo Pierre, sono un po’ confuso, che è successo?

    Hai avuto un incidente d’auto due giorni fa e ti hanno portato qui in ospedale, eri conciato male ma adesso vedo che stai meglio. Buon per te, sembri un tipo fortunato.

    Si avvicinò al suo posto, quello vicino alla finestra, raccolse gli oggetti contenuti nel comodino di metallo, si chinò e da sotto il letto, estrasse una valigia verde che appoggiò sulle lenzuola sgualcite. Si tolse il pigiama e cominciò a vestirsi lentamente con i vestiti tolti dalla valigia, faceva smorfie di dolore quando si muoveva, segno che era ancora convalescente.

    Oggi esco, finalmente. Due settimane interminabili. Ti lascio il giornale di ieri, così leggi quello che è successo sull’autostrada, è nelle ultime pagine, le prime sono tutte per i russi, e gli poggiò il quotidiano vicino al braccio.

    Dovrai leggere, per passare il tempo, il vicino non ti farà molta compagnia e sembra che il mio letto non sarà occupato presto. Ti saluto, buona fortuna, ma sembra che tu ne abbia da regalare, ne avrei proprio bisogno. Se ne andò.

    Il ragazzo con fatica, prese il giornale con la mano destra e lo sollevò sino all’altezza degli occhi. Il titolo in prima pagina, a caratteri cubitali, riportava la notizia del lancio nello spazio del primo satellite artificiale da parte dell’Unione Sovietica. Dovette subito desistere perché non riusciva a sollevarsi e a muovere il braccio con i tubini. La testa ricadde sul cuscino e riprese a guardare il soffitto tenendo stretto il giornale.

    Signor Pierre Dubois, di anni quattordici, abitante a Digione, sospetta frattura vertebre toraciche T11 e T12 e di una costola, taglio slabbrato guancia destra e perdita di due denti molari. L’infermiera, entrata nella stanza seguita da un dottore, molto alto, che indossava un chilometrico camice bianco, stava leggendo ad alta voce la cartella clinica del paziente.

    E’ uno dei feriti dell’incidente sull’autostrada Metz - Lione dell’altro giorno, i suoi genitori sono morti nel disastro, sussurrò all’orecchio del dottore.

    Pierre, sono il dottor Perol, adesso ti spiego la situazione in cui ti trovi da un punto di vista fisico e la diagnosi. Sei un ragazzo fortunato, la rottura delle vertebre non ha causato danni al midollo spinale e non sei rimasto paralizzato. Ti abbiamo fasciato ma nei prossimi giorni potrai alzarti e riprendere a camminare con l’aiuto delle infermiere. Hai una brutta ferita al viso e ti abbiamo dovuto fare una sutura con decine di punti. Non spaventarti, con il tempo la cicatrice diventerà meno evidente, anche se non scomparirà del tutto; abbiamo cercato di ricostruire il viso nel modo migliore. Prevediamo di dimetterti tra un paio di settimane. Puoi chiedere quello che vuoi; se hai bisogno d’aiuto, chiedi di me personalmente, farò di tutto per soddisfare ogni tuo desiderio.

    Puoi contare anche su di me, aggiunse l’infermiera, premurosa, e su tutte le mie colleghe, sei la nostra mascotte. Usa il campanello per chiamarci. Mi chiamo Catherine.

    Il medico gli fece una breve visita, misurandogli la pressione arteriosa e chiedendo se sentiva dolore. Prescrisse le medicine da assumere raccomandandosi con l’infermiera di attenersi agli orari. Si alzò dal bordo del letto avviandosi verso la porta, ma dopo pochi passi si fermò girandosi verso Pierre.

    Domani mattina verrà a trovarti un avvocato, ti vuol parlare di quando uscirai dall’ospedale. Domani passerà anche un prete per darti conforto per quello che ti è successo.

    Se ne andarono entrambi lasciandolo pensoso; un prete, un avvocato, adesso che era diventato orfano il mondo sembrava accorgersi di lui. Ricordava solo pochi dettagli di quello che era accaduto, ma sulla morte dei suoi genitori non aveva dubbi. Sentiva ancora l’odore del sangue e la posizione innaturale di sua madre sotto il sedile. Alternava pensieri cupi di morte all’eccitazione per la nuova situazione, doversela cavare da solo e poter fare quello che voleva. Aveva la nausea e si assopì, probabilmente per l’effetto dei calmanti contenuti nelle medicine. La giornata passò lentamente ma Pierre era sprofondato in un torpore farmacologico.

    Arrivò la sera e le infermiere gli servirono un pasto leggero, una minestra che gli fecero ingerire con una cannuccia e un formaggio molle che sciolse lentamente in bocca. Misurarono la febbre e spensero la luce. Pierre non aveva più sonno, sentiva dolori in tutto il corpo e una profonda tristezza. Provò a pensare a cosa avrebbe fatto una volta guarito, a chi si sarebbe rivolto, dove sarebbe finito. La camera era immersa nella penombra, un po’ di luce entrava dalla porta sul corridoio illuminato a giorno dalla luce triste dei neon. Gli sembrò di sentire una voce.

    Sogna, ragazzo, sogna. Forse proveniva da dietro la tenda azzurra.

    La sveglia mattutina venne quando fuori era ancora notte. La porta sul corridoio si spalancò di colpo inondando di luce la stanza, svegliandolo e riportandolo alla cruda realtà. Due ragazze entrarono portando termometri, pastiglie e bottiglie di soluzione fisiologica.

    Adesso ti facciamo sedere sul letto così ti lavi il viso e fai colazione. Domani forse ti potrai alzare e fare due passi in corridoio, disse Catherine.

    Come ti senti questa mattina?

    Ho nausea, mal di testa e la schiena mi fa male.

    L’infermiera con abilità gli tolse l’ago dal braccio e i cerotti che lo tenevano fermo. Con dolcezza gli pulì il braccio con ovatta e alcol. Le mani erano fresche e profumate. Catherine prese una salvietta umida e gli pulì delicatamente la parte del viso che non era bendata, passò sulla fronte il panno freddo e Pierre provò per la prima volta dopo l’incidente, una sensazione di benessere.

    L’altra infermiera girò dietro la tenda, dove giaceva la persona misteriosa. Pierre guardò negli occhi Catherine con sguardo interrogativo.

    E’ un vecchio molto malato, presto ci lascerà, ha perso la voglia di vivere, non possiamo più aiutarlo. Tu invece sei giovane e ti devi riprendere in fretta, non vogliamo più vederti qui, l’ospedale non è un posto per ragazzi.

    Alle dieci del mattino arrivò l’avvocato, un piccolo scialbo individuo con un orrendo riporto dei capelli per nascondere la calvizie. Il ragazzo sentì subito di odiarlo. Era avvolto in un pesante cappotto grigio che gli arrivava ai piedi. Prese una sedia di ferro dal fondo della stanza, la trascinò con un rumore stridulo fino al suo letto e si sedette. Nessun riguardo per il paziente dietro la tenda, pensò il ragazzo.

    Pierre, le porgo, innanzi tutto, le mie più sentite condoglianze. Mi chiamo Gerard e sono stato inviato dal tribunale dei minori per informarla che, a causa dell’incidente, lei ora è orfano e sfortunatamente, non ha parenti prossimi che si possano prendere cura di lei. Per questo motivo, appena dimesso, sarà ricoverato in un istituto presso Nancy, dove attenderà la maggiore età. Nel frattempo le sarà fornita un’educazione appropriata per diventare un buon artigiano, intarsiatore di legno, credo.

    Pierre rimase senza parole per alcuni secondi, lo volevano mettere in prigione.

    Non voglio, torno a casa mia, preferisco aspettare lì la maggiore età, rispose con voce tremante dall’emozione.

    Impossibile, la legge non lo permette e poi non saresti in grado di badare a te stesso, disse, dandogli improvvisamente del tu, la vita è dura, come ti guadagneresti da vivere? Vuoi diventare un mendicante?

    A casa cercherò tra le carte di mio padre, forse trovo qualche parente in Italia, mi sembra ci fosse una cugina di mia madre.

    Non credo proprio, abbiamo fatto le nostre ricerche, e poi perché lasciare il nostro bel paese per andare all’estero, in Italia poi. A Nancy ti troverai bene, imparerai un mestiere e conoscerai tanti coetanei, è un ottimo istituto. Mettiti l’animo in pace, sei fortunato e questo ti aiuterà. Adesso ti devo lasciare, probabilmente tornerò a trovarti la prossima settimana e comunque prima che tu esca da qui.

    Si alzò e se ne andò, senza guardarsi attorno e lasciando la sedia dove l’aveva trascinata. Pierre era furioso e non ne poteva più di sentirsi dire che era fortunato; ma quale fortuna. Cominciò a singhiozzare silenziosamente, sfogava tutto il suo rancore verso quel piccolo uomo e scaricava lo stress accumulato dall’istante in cui la nebbia era stata forata da quello spigolo d’acciaio. Pianse, non si ricordava di averlo mai fatto così a lungo, ma poi si sentì meglio.

    La giornata trascorse, impregnata da una noia mortale. Gli sembrava di essere paralizzato nel letto, sentiva caldo, levava la coperta e gli veniva freddo. Orinava nel pappagallo e questo lo imbarazzava tantissimo con le infermiere, il suo morale era a terra.

    La mattina seguente entrarono le due infermiere, piene di energia e allegria.

    Giovanotto, adesso ci alziamo, vai in bagno e ti lavi, vedrai che dopo ti sentirai meglio. Gli tolsero gli aghi e i tubi dalle braccia, la coperta, le lenzuola e lo fecero ruotare sul letto in modo da fargli cadere le gambe oltre la sponda; poi con un gesto deciso, gli sollevarono il tronco. Si trovò seduto sul bordo del letto con la testa che girava. Ciascuna delle due donne gli prese un braccio e lo sollevarono in piedi, cominciò a fare i primi passi schiacciato tra i seni delle infermiere e quel contatto fisico risvegliò in lui desideri mai sopiti nonostante l’incidente.

    I giorni passavano lenti in quel posto, con lunghe camminate per i corridoi. Raramente gli permettevano di uscire nel parco che circondava l’ospedale. Era autunno inoltrato e faceva già freddo. Ogni volta che guardava il suo volto allo specchio, si spaventava e pensava che nessuna donna lo avrebbe mai guardato senza inorridire, tuttavia le infermiere erano molto buone e materne con lui, pensavano forse al fatto accaduto e alla perdita dei genitori. Pierre riteneva di aver superato lo choc legato alla perdita della famiglia, ma a volte gli mancava la mamma e faceva sogni vividissimi in cui si parlavano e si abbracciavano.

    Il suo incubo maggiore era l’avvicinarsi del giorno della dimissione dall’ospedale. Era molto preoccupato, temeva il ritorno del piccolo avvocato con tutte le conseguenze, il cambio di prigione.

    Un pomeriggio, rientrando in camera da una lunga passeggiata per i corridoi, non resistette più alla curiosità per quella tenda azzurra che incombeva sul suo letto. Scostò lentamente la tenda e sbirciò dentro.

    Ti sento, ragazzo, entra e siedi vicino a me, disse una voce sussurrante. Sotto le lenzuola s’intravvedeva la sagoma di un corpo supino, che, sottile come una canna, sollevava a malapena le coperte. La testa poggiava su un cuscino che la ingoiava come una morbida bocca. Il viso era nascosto da un fazzoletto. Una mano scheletrica uscì lentamente dalle coltri e indicò la sedia vicino al letto.

    Siedi, ragazzo. Pierre, intimidito, si sedette in pizzo, pronto a scappare via se le cose si fossero messe male, quel vecchio lo inquietava e impauriva. Gli avevano detto che stava morendo per sua stessa volontà e la cosa gli sembrava impossibile, la vita è così bella e merita di essere vissuta anche nelle difficoltà, lui ne sapeva qualcosa.

    Ti annoi vero? La vita in ospedale per un ragazzo della tua età deve essere tremenda. Una noia mortale.

    E’ vero non mi diverto, ma passo il tempo sognando. Ad esempio sogno cosa farò uscito da qui. Penso a come diventare ricco per potermi rifare la faccia o per avere donne anche senza rifarmela. Insomma, ho la compagnia dei sogni e questo mi dà la carica e mi riempie le giornate.

    Sogni, sogni. Sappi che crescendo comincerai anche a ricordare. Ricorderai gli anni trascorsi, i sogni e i ricordi s’intrecceranno fino a quando i ricordi prevarranno e i sogni scompariranno. Quando questo accade, è troppo tardi, significa che sei vecchio, è arrivato il momento della morte. Cacciali i ricordi, ti porteranno alla tomba. Vivi nel futuro, non ti guardare mai indietro.

    Pierre sentì un brivido correre lungo la schiena e tirò un sospiro di sollievo quando sentì arrivare il carrello dalle cucine con la cena.

    Grazie professore, la devo lasciare è arrivato da mangiare. Si alzò e scappò nel suo letto.

    Quella sera si addormentò pensando alle parole del vecchio; dal corridoio proveniva una canzone dolcissima che un’infermiera ascoltava alla radio.

    Bientôt le soleil se couchera, bientôt la vallée s’en dormira.

    Dopo tanta sofferenza, si sentiva finalmente in pace con il mondo.

    La mattina dopo mangiò la colazione sul tavolino vicino al letto, quindi si alzò per andare in bagno a lavarsi. Si sentiva meglio, da alcuni giorni la schiena non gli faceva più male e riusciva a ruotare il busto lentamente. La faccia era ancora martoriata dai punti, gli avevano detto che li avrebbero tolti presto, poi sarebbe stato pronto per essere dimesso. Cacciò quel pensiero e si avviò.

    Ragazzo torna presto, ti devo parlare, disse la voce flebile da oltre la tenda. Si fermò sorpreso, si era abituato a considerarsi solo in quella stanza. Aveva perfino dimenticato il breve incontro della sera precedente.

    Arrivo subito, professore, rispose con tono rispettoso.

    Non sono professore.

    In corridoio incontrò il dottore con il camice lunghissimo.

    Buon giorno Pierre, ti vedo bene, preparati al mondo esterno perché presto uscirai. Ancora quella minaccia, ormai sentiva l’ospedale come casa sua dopo aver perso tutto, la sicurezza di una famiglia. Le infermiere erano la sua nuova famiglia. Ci mise più del solito in bagno, lavò con cura i denti e rimirò a lungo la faccia allo specchio. Non si era mai rasato e sotto il naso, la peluria diventava sempre più lunga, il che dava al suo viso un aspetto ancora più grottesco con la ferita sulla guancia. A volte odiava quel volto. Sarebbe stato bello se un’infermiera lo radesse, insegnandoli come fare, ma si vergognava a chiederlo. Rientrò in camera di malavoglia.

    Socchiuse di nuovo la tenda e la solita voce gli ingiunse di sedersi.

    Come si chiama professore? Perché è ricoverato qui in ospedale? cercava di mostrarsi gentile per superare la tensione, ma la voce gli tremava.

    Smettila con questa storia, non sono professore di niente. Non ho nome, come Ulisse nella grotta di Polifemo. Aspetto il mostro per accecarlo. Sta vaneggiando, pensò Pierre.

    Perché copre la faccia con un fazzoletto?

    Vuoi vederla la mia faccia? Toglilo tu il fazzoletto. Pierre non ci pensava neanche un po’.

    Togli il fazzoletto, comportati da uomo e non da vigliacco. O forse sei fatto della stessa pasta di quell’avvocato che è venuto a trovarti.

    Cosa ne sa lei dei miei affari?

    Affari! Non farmi ridere, sei nella merda e mi parli di affari, finire in un orfanatrofio a imparare a piallare il legno. Se non mi togli il fazzoletto, te ne puoi anche andare, per me sei una nullità.

    Pierre si alzò in piedi indeciso, quell’uomo era misterioso e lo incuriosiva, ma aveva anche paura di vedere un viso deturpato e orribile. Avvicinò la mano tremante al fazzoletto che era tutto bagnato di sudore o forse di saliva, dal letto si alzava un odore sgradevole di morte. Era sul punto di scoprirgli il viso quando entrò l’infermiera.

    La vogliamo radere la barba, oggi? È passata una settimana, troppo. Ehi ragazzo, avete fatto amicizia? Bene, ne avete entrambi bisogno.

    Si avvicinò e sollevò con decisione lo schienale girando la leva ai piedi del letto, la spalliera si drizzò e il fazzoletto scivolò giù dal viso del vecchio. Niente di orribile a prima vista, l’uomo aveva una pelle color biscotto, abbronzata da anni di esposizione al sole, e coperta da un fitto reticolo di rughe, gli occhi erano di un azzurro scuro, una lunga peluria bianca scendeva dalle guancie, era stempiato ma sulla testa i capelli erano lunghi, biondo chiaro. Le labbra erano screpolate, gonfie e coperte dalle croste di un diffuso herpes.

    Fai fare agli altri le cose che non ti piacciono o sei solo fortunato? Se un elefante infuriato ti sta caricando, aspetti che sia il tuo servitore a sparargli o lo imbracci tu il fucile? mormorò il vecchio.

    Bravo signor Bernard, ci racconti qualche avventura della sua vita.

    L’infermiera occupò la sedia di Pierre e distribuì con il pennello una soffice schiuma da barba sul viso del paziente. In pochi minuti gli rasò il viso, mentre il vecchio rimaneva in silenzio. Il ragazzo osservava molto interessato, tanto che la donna si girò.

    Adesso tocca a te, mi sembra che ne hai bisogno. E’ la prima volta? Pierre arrossì come un cretino e si sarebbe voluto nascondere sotto il letto.

    Il ragazzo resta con me, gli devo parlare, se ne vada subito da questa stanza.

    Sempre di buon umore, vero? rispose quella risentita, raccolse la vaschetta con la schiuma e se ne andò.

    Tu resti, siedi.

    Pierre ubbidì, anche se avrebbe preferito correre dietro alla ragazza con il pennello. Passarono alcuni minuti in silenzio, il vecchio aveva lineamenti fini, belli e non si era più coperta la faccia.

    So che ti trovi nei guai, ho sentito cosa ti ha detto l’avvocato. Mi spiace per la morte dei tuoi genitori, ma questa è la vita, non dà molte soddisfazioni, e sorrise leggermente alla propria battuta.

    Comunque sei fortunato, perché io posso trovarti una via d’uscita, se lo vorrai e se avrai le palle per seguire i miei suggerimenti.

    Che cosa devo fare? Non voglio finire all’orfanatrofio, ho altri progetti per il mio futuro.

    Catherine entrò nella stanza.

    Pierre ti devo accompagnare subito nello studio medico, ci sono delle persone che ti aspettano.

    Il ragazzo sentì il cuore fermarsi e quindi riprendere a battere velocemente. Erano venuti a prenderlo. Era finita. Guardò disperato il vecchio.

    Vai, non ti possono dimettere senza almeno un giorno di preavviso. Vieni da me questa notte, ti racconterò cosa fare, disse con un filo di voce.

    Lo studio del dottor Perol era al piano superiore e per raggiungerlo si doveva percorrere tutto il corridoio, salire le scale e procedere lungo un altro lungo corridoio, pieno di malconci armadi di legno, gli schedari dell’ospedale. Pierre guardò quell’interminabile sequenza di armadi, che nascondevano le polverose cartelle cliniche di migliaia di pazienti. Anche i suoi dati sarebbero finiti lì dentro, a disposizione dei suoi futuri biografi o, molto probabilmente, di topi affamati.

    Catherine lo fece entrare nel grande studio; il dottor Perol era comodamente seduto dietro la scrivania su un’ enorme poltrona imbottita, di fronte a lui sedevano due persone che Pierre non riconobbe perché di spalle.

    Entra ragazzo, avvicinati alla scrivania.

    Pierre dovette fare circa dieci passi per arrivare al tavolo, lo studio medico era enorme, su un lato dello stanzone, un letto per le visite, un tavolino in formica bianca coperto di strumenti e un armadio a vetri pieno di medicine. La scrivania era illuminata da una lampada da tavolo, mentre il resto della stanza era nella penombra.

    Vedete? Lo abbiamo rimesso in sesto, cammina bene e ha una gran voglia di andarsene. La guancia è ancora infiammata ma presto i punti interni si assorbiranno e tornerà normale, quasi normale.

    Pierre riconobbe Gerard, l’avvocato del tribunale, seduto a fianco di un signore alto, magro e dalla carnagione molto chiara. Costui si stava grattando l’interno dell’orecchio con il dito mignolo, al termine dell’operazione estrasse il dito dotato di una lunga unghia acuminata. Nello studio aleggiava un forte profumo dolciastro che sembrava provenire dal tipo allampanato.

    Pierre, conosci già l’avvocato del tribunale, Philip Sanson invece è il direttore dell’istituto che ti ospiterà. I signori sono venuti per avere informazioni su quando sarai dimesso, l’anno scolastico è cominciato da due mesi e non vogliono che tu perda altro tempo. Da parte mia non ci sono più motivi per trattenerti, stai bene e lasciare l’ospedale non può che giovarti ulteriormente. Il medico si rivolse ai due ospiti.

    Signori, direi che domani o dopodomani lo potete venire a prendere, non ha molta roba con sé e sarà pronto in pochi minuti. Pierre trovò la forza per parlare, con un leggero tremito nella voce.

    Non voglio essere rinchiuso in un istituto, ve l’ho già detto, torno a casa mia e ci resto.

    Smettila con questa storia,disse con voce gelida Philip Sanson senza neanche girarsi nella sua direzione, non sei tu a decidere, ma la legge. L’avvocato Gerard mi ha detto di questa tua idea balzana, dimenticatela, non lasciamo i minorenni in balia di se stessi. Questo è un paese civile, è dai tempi di Napoleone che lo Stato protegge i più deboli. Ti veniamo a prendere domani, potrai passare nella casa, dove abitavi, per raccogliere quello che ti serve e poi procederemo diretti a Nancy.

    Le bambole o i soldatini, sussurrò sghignazzando l’avvocato. Pierre non rispose ma sentì il

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