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L'Arpa tra Cinquecento e Seicento

L'Arpa tra Cinquecento e Seicento

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L'Arpa tra Cinquecento e Seicento

Lunghezza:
362 pagine
1 ora
Pubblicato:
16 giu 2015
ISBN:
9786051761152
Formato:
Libro

Descrizione

Il lavoro di ricerca compiuto in questo manuale, esemplifica la ricchezza culturale compiutasi in uno dei più fervidi periodi della Storia Musicale, nel quale lo strumento in questione: “l’Arpa”, viene analizzato non solo sotto un profilo storico, ma anche sotto quello organologico e infine iconografico.

L’autrice non da nulla per scontato. Nell’introduzione storica anticipa in modo schematico e laconico le tappe che verranno successivamente approfondite nei quattro capitoli, proiettando il lettore nel variegato e fertile viaggio dell’Arpa a partire dai primi esemplari superstiti del Quattrocento, alle descrizioni organologiche illustrate dai principali trattatisti: Agricola,Virgund, Glareano, Praetorius e Galilei, fino all’evoluzione organologica del XVII secolo.

I titoli dei capitoli e dei rispettivi paragrafi condensano in modo esplicito e inequivocabile le tappe evolutive dell’Arpa “doppia” e “tripla” attraverso i metodi di intonazione, alterazioni, cromatismi, fino allo studio iconografico eseguito mettendo a confronto dipinti dell’epoca con strumenti superstiti e difficilmente databili.

Significativo è il tentativo di Valentina Rodi nell’addentrarsi in un particolare articolo al quanto insidioso e dalle fonti difficilmente reperibili, circa l’esistenza di un’arpa chiamata di “Laura”, probabilmente riconducibile all’Arpa Estense a due ordini di corde utilizzata da Laura Peverara assieme alla violinista Livia D’arco e la liutista e cantante Anna Guarini nel “Concerto delle dame”, conosciuto anche con il nome de “Il Concerto Secreto di Margherita Gonzaga”. Lo strumento rientra tra quelli (se non il più importante) meglio conservati e ricchi del Cinqe-Seicento che mostra tutta la fastosità e il mecenatismo di Margherita Gonzaga.

Tuttavia l’apice del lavoro (basato anche su traduzioni in italiano di alcuni articoli del prestigioso manuale arpistico Rench e della UTET) viene esplicato nell’ultimo capitolo caratterizzato da una chiara matrice iconografica mista all’originalità propria del metodo di ricerca con il quale la Rodi riesce non solo a identificare un esemplare di Arpa tripla conservata in ottime condizioni al Museo civico di Bologna con uno strumento affine rappresentato in un dipinto del Domenichino del “Re David che suona l’Arpa”, ma risale all’interno dello stesso, grazie ad un’immagine ad alta risoluzione, all’ipotetica intonazione dell’arpa e alle note eseguite dal vivo da Re Davide, sulla base di analoghi studi condotti su altre opere dello stesso pittore.

In virtù del ridotto numero di scritti sullo strumento in questione, “L’Arpa tra Cinquecento e Seicento” di Valentina Rodi, rappresenta sotto alcuni aspetti un lavoro di ricerca inedito che racchiude il pensiero degli autori più in voga nel panorama editoriale arpistico del momento e non solo, costituendo così un’opera dal sapore brillante e piacevole nella lettura e allo stesso tempo un punto di riferimento per la ricerca musicologica.

Roberto Terlizzi

Pubblicato:
16 giu 2015
ISBN:
9786051761152
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

L'Arpa tra Cinquecento e Seicento - Valentina Rodi

Strumento.

Indice

Prefazione

Introduzione

Introduzione storica:

Le arpe del Quattrocento e del Cinquecento;

Capitolo 1

L’arpa a due ordini di corde

1.1 Le nuove esigenze dell’arpa barocca: cromatismi e sistemi di intonazione;

2.1 L’arpa nel trattato di Vincenzo Galilei;

3.1 L’arpa di Laura Peverara;

4.1 Gli strumenti superstiti;

Capitolo 2

Il repertorio a stampa e le prassi esecutive

1.2  La nascita della stampa musicale e prassi dell’intavolatura Le nuove esigenze dell’arpa barocca: 

cromatismi e sistemi di intonazione;

2.2  Musica a stampa;

3.2  Le prassi esecutive: il basso continuo di Agazzari;

Capitolo 3

L’arpa a tre ordini di corde nel Seicento

1.3 Caratteristiche generali;

2.3 L’arpa tripla gallese;

Capitolo 4

L’iconografia del primo barocco e l’arpa a tre ordini

1.4 La musica nell’iconografia seicentesca;

2.4 L’attività pittorica del Domenichino nella Pala di San Petronio dei bolognesi;

3.4 L’Arpa Barberini e La Musica di Lanfranco;

4.4 Il realismo della prassi esecutiva nel Re Davide che suona l’arpa;

Bibliografia

Indice delle Tavole

Prefazione

Il lavoro di ricerca compiuto in questo manuale, esemplifica la ricchezza culturale compiutasi in uno dei più fervidi periodi della Storia Musicale, nel quale lo strumento in questione: l’Arpa, viene analizzato non solo sotto un profilo storico, ma anche sotto quello organologico e infine iconografico.

L’autrice non da nulla per scontato. Nell’introduzione storica anticipa in modo schematico e laconico le tappe che verranno successivamente approfondite nei quattro capitoli, proiettando il lettore nel variegato e fertile viaggio dell’Arpa a partire dai primi esemplari superstiti del Quattrocento, alle descrizioni organologiche illustrate dai principali trattatisti: Agricola,Virgund, Glareano, Praetorius e Galilei, fino all’evoluzione organologica del XVII secolo.

I titoli dei capitoli e dei rispettivi paragrafi condensano in modo esplicito e inequivocabile le tappe evolutive dell’Arpa doppia e tripla attraverso i metodi di intonazione, alterazioni, cromatismi, fino allo studio iconografico eseguito mettendo a confronto dipinti dell’epoca con strumenti superstiti e difficilmente databili.

Significativo è il tentativo di Valentina Rodi nell’addentrarsi in un particolare articolo al quanto insidioso e dalle fonti difficilmente reperibili, circa l’esistenza di un’arpa chiamata di Laura, probabilmente riconducibile all’Arpa Estense a due ordini di corde utilizzata da Laura Peverara assieme alla violinista Livia D’arco e la liutista e cantante Anna Guarini nel Concerto delle dame, conosciuto anche con il nome de Il Concerto Secreto di Margherita Gonzaga. Lo strumento rientra tra quelli (se non il più importante) meglio conservati e ricchi del Cinqe-Seicento che mostra tutta la fastosità e il mecenatismo di Margherita Gonzaga.

Tuttavia l’apice del lavoro (basato anche su traduzioni in italiano di alcuni articoli del prestigioso manuale arpistico Rench e della UTET) viene esplicato nell’ultimo capitolo caratterizzato da una chiara matrice iconografica mista all’originalità propria del metodo di ricerca con il quale la Rodi riesce non solo a identificare un esemplare di Arpa tripla conservata in ottime condizioni al Museo civico di Bologna con uno strumento affine rappresentato in un dipinto del Domenichino del Re David che suona l’Arpa, ma risale all’interno dello stesso, grazie ad un’immagine ad alta risoluzione, all’ipotetica intonazione dell’arpa e alle note eseguite dal vivo da Re Davide, sulla base di analoghi studi condotti su altre opere dello stesso pittore.

In virtù del ridotto numero di scritti sullo strumento in questione, L’Arpa tra Cinquecento e Seicento di Valentina Rodi, rappresenta sotto alcuni aspetti un lavoro di ricerca inedito che racchiude il pensiero degli autori più in voga nel panorama editoriale arpistico del momento e non solo, costituendo così un’opera dal sapore brillante e piacevole nella lettura e allo stesso tempo un punto di riferimento per la ricerca musicologica.

Roberto Terlizzi

Introduzione

Ripercorrendo per gradi lo sviluppo dell’arpa tra Cinquecento e Seicento, ho provato a ricostruire dal punto di vista storico le vicende relative a questo strumento attraverso le fonti letterarie, i Trattati, le musiche a stampa e gli strumenti superstiti, oggi conservati in molti musei italiani ed europei.

Notevoli sono stati i problemi riscontrati, riguardanti nello specifico le difficoltà inerenti alle definizioni terminologiche, ai sistemi di intonazione e di accordatura, al ristretto numero di Trattati dell’epoca che si interessano di questo strumento, fino ad arrivare alla limitatissima produzione editoriale italiana in merito all’arpa. Nell’introduzione storica che precede il primo capitolo, mi sono concentrata innanzitutto sul carattere diatonico dello strumento a partire dal Rinascimento, descrivendo i principali modelli di arpe presenti nei trattati dei massimi teorici del tempo, quali Sebastian Virdung, Martinus Agricola, Heintich Loriti detto Glareano, Micheal Praetorius e riportando alcune informazioni sugli esemplari superstiti.

Da notare che gli stessi trattati presentano spesso problemi nell’interpretazione delle loro informazioni, come è accaduto per il trattato di Praetorius che fornisce la descrizione di un’arpa doppia inverosimile, con un tipo di accordatura non confermata da nessuna altra fonte e le corde dello strumento tese dal lato sbagliato. Nel primo capitolo viene descritta l’arpa a due ordini di corde, uno strumento in grado di soddisfare le nuove esigenze del tempo, ovvero l’ampliamento della tavolozza sonora e delle possibilità espressive grazie all’inserimento dei suoni cromatici. Vincenzo Galilei è senza dubbio la figura principale di tutto il capitolo, per l’adozione di un nuovo sistema di accordatura illustrato nel suo Dialogo della musica antiqua et moderna del 1581. Sulla base delle notizie riportate in questo trattato, ho cercato di ripercorrere la storia di uno strumento che molto probabilmente possedeva un’accordatura molto simile a quella da lui descritta: l’arpa usata alla corte Estense.

Nel secondo capitolo mi sono soffermata sulla nascita della stampa musicale, sulla prassi dell’intavolatura e su quelle intavolature e pubblicazioni a stampa indirizzate a tutti gli strumenti in grado di eseguire una polifonia, tra i quali l'arpa. In questo capitolo viene anche descritto il trattato di Agostino Agazzari Del sonare sopra'l basso: con tutti li stromenti e dell'uso loro nel conserto del 1607, nel quale il compositore e teorico senese inserì l’arpa tra gli strumenti considerati perfetti. Alcune pagine sono infine dedicate alle caratteristiche della parte per arpa doppia inserita da Claudio Monteverdi nella partitura dell’opera Orfeo, rappresentata per la prima volta a Mantova sempre nel 1607.

Nel terzo capitolo viene illustrata l’arpa a tre ordini di corde. Sono due gli strumenti superstiti che forse meglio di ogni trattato e altra fonte possono farci comprendere il tipo di materiali, di accordature e di caratteristiche che queste arpe possedevano nella prima metà del Seicento: l’arpa oggi conservata al museo 6  civico di Bologna e la bellissima arpa Barberini, costruita per allietare la vita di corte della rinomata famiglia e usata dai talentuosi arpisti che in quegli anni erano parte attiva della corte romana.

Informazioni su questo tipo di strumento, oltre che dai trattati, provengono dal mondo dell’arte. Nei dipinti del Domenichino troviamo rappresentate le tendenze musicali che andavano a diffondersi nella prima metà del Seicento non solo a Bologna, centro in cui egli operò, ma in tutta Italia. Nella pala Madonna con Bambino e santi Giovanni evangelista e Petronio lo strumento è utilizzato come basso continuo in una sonata a tre, mentre nel dipinto che ritrae re David intento a suonare un’arpa tripla troviamo forse lo stesso modello dello strumento conservato al museo Civico di Bologna. Anche qui le difficoltà sono state innumerevoli per quanto concerne l’identificazione del tipo di arpa che l’artista ritrae e altrettanto scarsi i materiali a disposizione per cercare di capire se effettivamente lo strumento ritratto, possa essere simile a quello conservato a Bologna. Anche per questo motivo, a conclusione del mio lavoro ho cercato di fornire una più approfondita interpretazione musicale del re David al fine di testare la veridicità dello strumento ritratto dal pittore bolognese.

Introduzione storica:

Le arpe del Quattrocento e del Cinquecento

Nonostante la sua età plurimillenaria, l’arpa vanta un’articolata storia evolutiva ricca di mille interrogativi riguardanti la provenienza e la definizione. Ma se per tanti secoli ha designato uno strumento dalla vaga attribuzione terminologica e formale, fu intorno all’inizio dell’età rinascimentale che l’arpa incominciò ad assumere una posizione più stabile nel panorama musicale.

La famiglia degli strumenti a corda può essere considerata la più nobile del Rinascimento tanto da indurre Baldassarre Castiglione, ne Il libro del cortigiano (1528) un trattato sull’educazione e sui modelli di comportamento del perfetto gentiluomo, a includere tra le regole della vita cortese il saper cantare e suonare qualche strumento: «Avete a sapere ch’io non mi contento del cortegiano s’egli non è ancor musico e se, oltre allo intendere ed essere sicuro a libro, non sa di vari instrumenti»¹.

Gli strumenti a corda si suddividono dunque in due grandi categorie: quelli pizzicati, cioè suonati con le dita o con il plettro e quelli suonati con l’archetto. Gli strumenti pizzicati, per definire l’intonazione della nota erano tutti muniti di tasti sul manico tranne l’arpa e

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