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Filosofia raccontata ai miei figli

Filosofia raccontata ai miei figli

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Filosofia raccontata ai miei figli

valutazioni:
5/5 (1 valutazione)
Lunghezza:
478 pagine
6 ore
Pubblicato:
11 ago 2015
ISBN:
9786050405095
Formato:
Libro

Descrizione

Lo sguardo verso il cielo, lo sguardo dentro l'uomo. E' tutta qui la cifra di questo affascinante percorso nel passato da Talete a Tommaso d'Aquino. Un viaggio indietro fino alle origini del pensiero occidentale, alla scoperta del significato originario di termini come universo, giudizio, persona, atomo, individuo, sostanza, cosmo, spirito essenza e molti altri che, introdotti dai grandi pensatori dell'antichità, compongono il nostro vocabolario di ogni giorno. Un'occasione per immergersi nelle domande fondamentali della vita e farsi trasportare fuori dal rumore di fondo dell'agire quotidiano. Sono queste alcune delle possibili chiavi di lettura di questo saggio, scritto con linguaggio semplice e chiaro: quasi un racconto da narrare di sera ai propri figli.
Pubblicato:
11 ago 2015
ISBN:
9786050405095
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Filosofia raccontata ai miei figli - Alessandro Panico

D’AQUINO

La filosofia raccontata ai miei figli

Viaggio nella filosofia antica da Talete a Tommaso

L'era antica

LE ORIGINI

PREMESSA

La filosofia[1] è invenzione originale dell’Occidente. E’ patrimonio intellettuale generato dalla cultura greca antica, da cui discende tutta la civiltà occidentale. E’ un insieme di discipline diverse, messe insieme a formare un sistema, ma prima ancora è un preciso metodo di ricerca, che costituisce il segno distintivo dell’Occidente nella storia dell’umanità. Dal pensiero filosofico[2] antico discendono tutte le moderne discipline intellettuali: sia quelle che oggi definiamo scientifiche, o più precisamente quelle che studiano la natura, come la fisica, la chimica o la medicina, sia quelle sociali e umanistiche, o più precisamente quelle che studiano l’uomo non in quanto essere naturale, come la politica, la sociologia, la psicologia o l’economia, sia infine quelle astratte, o più precisamente quelle che studiano il pensiero in sé, come la logica o la matematica. Tutte queste scienze non si sarebbero sviluppate nel modo in cui noi oggi le conosciamo, né avrebbero avuto il comune metodo di ricerca che le caratterizza, se non fossero state alimentate da un’unica radice, la ricerca filosofica che risale alla cultura greca. Quando, perciò, si definiscono filosofie le correnti di pensiero estranee alla civiltà dell’Occidente, lo si fa in modo improprio, poiché queste non hanno origine nella civiltà greca. Si pensi ad esempio alle cosiddette filosofie orientali, con o senza riferimenti religiosi, che hanno avuto nella loro storia cifre di ricerca profondamente diverse da quella occidentale, come il pensiero Tao o quello Zen, o il Buddismo, l’Induismo e così via: esse solo per analogia possono essere definite filosofie[3] e, volendo essere rigorosi nella definizione, non lo sono.

[1]  Letteralmente: amore (o ricerca) della sapienza.

[2]  Detto speculazione dal latino speculum (specchio). All’origine, la speculazione consisteva nell’osservazione delle stelle (sidera), che venivano osservate nello specchio per maggiore comodità. Successivamente, si può dire che lo speculum è stato rivolto verso la figura umana, come simbolo dello spostamento dell’oggetto d’indagine dell’uomo dalla natura a se stesso. Infine, il termine speculazione (specchiarsi) è diventato oggi sinonimo di qualsiasi indagine intellettuale, o ragionamento in generale, che si chiama anche riflessione (lo specchio in effetti riflette).

[3]  Il pensiero Tao, ad esempio, si concentra sull’agire morale, cioè su ciò che è bene per l’uomo. E’ questo un aspetto che si trova anche nel pensiero filosofico occidentale e classico, ma come parte di un sistema più articolato, in cui vi è spazio, ad esempio, anche per l’indagine sull’universo, sul principio della realtà, su Dio, etc. Ancora, nel pensiero orientale, a differenza di quello occidentale manca di fatto un’idea di amore, come categoria universale, nel senso che può esserci sia verso un uomo o una donna, sia verso un amico, sia verso Dio, sia verso il proprio lavoro, etc. Queste differenze si riflettono anche nell’evoluzione delle lingue, tanto che alcuni concetti occidentali, espressi con determinati termini, non sono traducibili nelle lingue orientali, e viceversa.

CONTESTO STORICO E ORIGINE DELLA FILOSOFIA

Cercheremo ora di capire quali erano gli elementi del contesto sociale, politico e religioso che, nel particolare momento storico in cui l’embrione del pensiero filosofico è stato concepito, hanno interagito con esso, influenzandolo e al contempo rimanendone condizionati. Il primo quesito che vogliamo porci è quindi il seguente:

Qual era il clima culturale, politico e religioso in cui è stata concepita la filosofia?

La cultura del tempo

Il clima culturale della Grecia del VI secolo a.C. può essere descritto attraverso tre chiavi di lettura:

1) Il senso della misura.

Secondo i Greci, tutto ciò che è bene, giusto o positivo coincide sempre con la giusta misura (Metrion), ossia con tutto ciò che è de-finito e, perciò, è sempre riconoscibile nei suoi contorni. Dire che qualcosa è definito significa affermare che ha dei limiti che l’osservatore può conoscere, mentre ciò che è in – finito, cioè senza limiti, non si può conoscere perché non se ne vedono i contorni, i confini, come in una fitta nebbia. Ciò che è limitato può essere controllato: la misura non è altro che il confronto tra ciò che si vuole misurare (cioè conoscere) e qualcosa che già si conosce, cioè lo strumento di misura[1]. Ciò che è misurabile, in altre parole, può sempre essere messo in proporzione, cioè in un insieme di rapporti, con qualcosa di già noto. Il valore positivo della misura ha trovato grande espressione in Grecia, non solo in geometria e nelle scienze, ma anche nelle arti. L’architettura, la musica e la scultura hanno elaborato ciascuna un proprio canone[2] classico, ossia un insieme di regole di proporzione tra gli elementi, con cui si valutava il grado di bellezza dell’opera dell’artista. La vera bellezza sta infatti nel rispetto delle proporzioni, in cui i Greci vedevano la corretta raffigurazione dell’ordine della Natura. Un’opera d’arte è tanto più bella quanto più riesce a imitare l’ordine visibile nell’universo, o quello invisibile ma comprensibile con il pensiero, poiché composto di rapporti matematici. Anche in politica, il senso della misura era ritenuto un grande valore positivo: le cariche pubbliche erano limitate nel tempo, lo Stato era limitato nello spazio, che coincideva strettamente con i confini della Polis, la città. Il governo era scelto misurando la maggioranza, cioè mediante le elezioni e il conteggio dei voti ottenuti. Anche le decisioni più importanti venivano prese con votazione. All’epoca, questa era di fatto un’autentica novità rispetto alle società governate da sovrani assoluti come quelle orientali. Anche la letteratura teneva in gran conto la misura, intesa qui come la moderazione del proprio comportamento e l’autogoverno sugli istinti e le passioni irrazionali. I poemi omerici contengono molti spunti sul ruolo dominante della ragione, dell’intelligenza e del calcolo politico sulla forza bruta. Quest’idea è espressa al massimo grado nella preminenza della mente di Ulisse, che conquistò Troia con la ragione, a dispetto della forza di Achille, ciecamente e inutilmente esercitata per ben dieci anni.

2) La ricerca del Principio.

Per i Greci la frase " dare una spiegazione" aveva un significato molto chiaro: significava passare dalla descrizione di un caso singolare o particolare ad una regola più generale e, in definitiva, a descrivere il caso Uni-versale, ossia la Regola unica che vale su tutto e per tutti. La spiegazione è, in altre parole, l’interpretazione di un caso singolo, che si può direttamente osservare, quale espressione particolare di una legge più generale, la quale a sua volta può dipendere da leggi più generali ancora, fino ad arrivare ad un Principio finale, che è causa, scopo e spiegazione di tutti gli altri, tanto che lo possiamo chiamare causa ultima o, da un altro punto di vista, ossia facendo il percorso inverso dal generale per spiegare il particolare, Principio primo[3]. Se ad esempio dicessimo: Oggi fa caldo, potremmo poi meglio spiegare questo concetto come segue: è estate – quando è estate le giornate sono più lunghe – quando ciò accade il sole irradia la terra per più tempo. Quindi: d’estate fa caldo perché ci sono più ore di sole durante il giorno. Potremmo poi continuare spiegando che il sole riscalda perché contiene un qualcosa di caldo, che questo qualcosa è in realtà gas elio che brucia, e così via. Per i Greci, da qualunque punto particolare di un ragionamento si parta, in qualsiasi scienza, osservazione, disciplina, risalendo di risposta in risposta si deve necessariamente giungere sempre allo stesso punto: si deve cioè ammettere che esiste un Principio primo unico, anche se non si conosce ancora quale o cosa esso sia, il quale spiega tutte le cose possibili. Questo percorso si chiama catena causale e, in fondo ad essa, al primo anello, vi è sempre un solo ed unico Principio, che si può in un certo senso chiamare Universale, visto che esso è sia unico che unito, due termini che hanno la medesima radice nella parola unità. Tutto il mondo, che da questo principio deriva discendendo lungo infinite catene causali, lo possiamo quindi ben chiamare Universo[4]. ossia unità della realtà. Se davvero così è, allora tutta la realtà è unica, perché deriva tutta dallo stesso principio. Anzi, proprio perché essa ha un’unica matrice, nella realtà (e in particolare nella natura) possiamo facilmente intravedere rapporti, relazioni, proporzioni e misure.

La religione del tempo

Oltre che nei fondamenti del modo di pensare, la filosofia ha trovato terreno fertile anche nella religione di quel periodo, che aveva alcune particolarità che la rendevano totalmente diversa dalle più praticate e conosciute religioni orientali antiche, compreso l’ebraismo[5].

1) La religione pubblica

In Grecia esisteva una religione pubblica, ossia ufficiale, diremmo oggi statale, basata sulla mitologia degli Dèi dell’Olimpo. Queste figure mitologiche erano espressione delle forze della natura, rese in forma umana: erano degli esseri umani idealizzati, creati dall’immaginazione allo scopo di spiegare la natura come se questa avesse un comportamento umano, nel senso di un comportamento volontario e consapevole. In quanto simili agli uomini, le azioni degli dèi non avevano quindi bisogno di essere spiegate da qualcuno, non avevano misteri: una volta accettati i personaggi, tutti intuivano come e perché essi potessero agire, perché si comportavano esattamente come gli uomini, in base al carattere che era stato loro assegnato, come in una grande rappresentazione teatrale. Da ciò deriva la quasi totale assenza, in Grecia (a differenza dell’Oriente), di una casta sacerdotale che fosse depositaria gelosa della Verità religiosa, che facesse da tramite fra l’individuo e la divinità: ogni individuo si dava da sé le proprie spiegazioni, organizzate socialmente in alcuni momenti liturgici, cioè in culto pubblico cui bisognava credere per convenzione condivisa, per ragioni legali e di ordine pubblico, ma che nessuno pretendeva di imporre alla fede intima dell’animo umano, che infatti andava in altre direzioni, come vedremo subito sotto.

2) La religione dei misteri

Tutte le questioni più profonde, le esigenze religiose più intime e, in particolare, quelle legate al destino dell’anima dopo la morte del corpo, erano invece lasciate a correnti religiose non ufficiali, le cosiddette sette. Tra queste la più importante, che ebbe notevole influenza anche sulla filosofia, fu quella dell’Orfismo. Secondo la leggenda, la religione orfica fu fondata dal poeta tracio Orfeo e da questi tramandata nei Poemi Orfici. Questa corrente religiosa sosteneva che in ogni uomo fosse ospitato un démone[6], prigioniero del corpo a causa di una colpa originaria e condannato a trasmigrare di corpo in corpo, reincarnandosi continuamente (metempsicosi) fino alla completa espiazione di questa colpa originaria[7]. Per aiutare l’anima a espiare la sua colpa, veniva proposto tutto un sistema di riti e modi di vita, finalizzati alla purificazione (catarsi), che nel loro insieme costituivano la virtù dell’uomo (arété).

La politica del tempo

L’ultimo elemento che può considerarsi influente sulla nascita della filosofia in Grecia è la struttura politica della società greca. Anche se i Greci conoscevano e accettavano il sistema della schiavitù, tuttavia i cittadini liberi non erano sudditi a nessuno, a differenza di quanto accadeva in oriente, dove esistevano invece i re sovrani, padroni della vita e della morte. I cittadini greci erano dotati di piene libertà civili e organizzavano il loro vivere sociale e civile in Stati a misura d’uomo, le Città o Poleis, in cui meglio potevano applicarsi i sistemi elettivi e rappresentativi per le cariche pubbliche. La libertà civile è stata la più favorevole determinante della libertà di pensiero: i Greci potevano fondare scuole, discutere liberamente nelle piazze, fare tutto ciò che non fosse contrario alla legge, la quale serviva solo a garantire la sopravvivenza della Città. Vedremo ora come tutti gli elementi fin qui esposti hanno insieme creato quella particolare e originalissima miscela che ha innescato la nascita della filosofia.

[1]  Ad esempio, nelle misurazioni geometriche si confronta un oggetto con un altro in riferimento al carattere della dimensione, ossia della sua estensione in lunghezza, nel piano o nello spazio. Lo stesso vale per la misurazione del tempo, rapportando un dato intervallo al numero di giri delle lancette di un orologio o al muoversi del sole, etc.

[2]  La parola canone deriva dal termine greco kanon, che vuol dire bastone di canna. Era un antico sistema che serviva appunto per misurare, come i moderni metri da falegname.

[3]  La parola fine, che si associa all’idea di causa ultima, ha significato sia di conclusione (la fine) che di scopo (il fine). Per i Greci i due concetti erano la stessa cosa, ecco perché noi utilizziamo la stessa parola per esprimere sia il concetto di conclusione che quello di scopo o finalità. Allo stesso modo, in quanto origine, la fine è anche Principio. Anche questo termine per noi oggi è doppio, in quanto significa sia inizio che fondamento. Anche questi concetti per i Greci coincidevano, sia tra loro che con i primi due. Quindi: inizio, termine, fine, conclusione, fondamento, principio, scopo, anticamente si dicevano allo stesso modo e significavano la stessa cosa.

[4]  Notare bene che ipotizzare un universale è possibile solo se ammetto che il processo sia finito (punto precedente), cioè che posso arrivare a una conclusione (sinonimo di spiegazione) e non infinito: ecco perché l’infinito è visto negativamente, come qualcosa di incompiuto, in-definito, non spiegabile.

[5]  Non, invece, il Cristianesimo che, sotto il profilo filosofico, nasce dalla fusione della Rivelazione con la filosofia occidentale greca ed è perciò la religione occidentale per eccellenza.

[6]  Nell’antica Grecia la parola demone non aveva significato negativo, ma indicava semplicemente un’entità vivente non riconducibile alla natura fisica-corporea, sinonimo di anima.

[7]  Va evidenziato che questo concetto di colpa originaria, in altre culture definito peccato originale, era comune a molte religioni e soprattutto all’Ebraismo, dove però non si sviluppò nel culto del démone e della reincarnazione, come in Grecia.

ALCUNE AVVERTENZE

Secondo un certo modo di vedere le cose[1], la filosofia si potrebbe quasi rappresentare come una valanga di neve, che scorre lungo il pendio della storia, crescendo di dimensioni man mano che avanza: nessuno può dire all’inizio quanto essa diventerà grande, o che forma prenderà, cioè di che cosa si occuperà e in che direzione si muoverà, in quanto il suo oggetto si viene formando in parallelo alla sua evoluzione storica, che non ha mai fine, né ha una direzione prestabilita. Ecco perché la filosofia si può studiare solo nel suo percorso storico, ed è meglio se ciò avvenga secondo un ordine preciso, partendo quindi proprio dall’inizio degli eventi. E’ bene anche precisare che in filosofia, e nella ricerca in generale, è spesso più importante guardare alle domande che i vari pensatori si sono posti, piuttosto che alle specifiche risposte che essi hanno dato a queste domande. Le risposte vengono infatti sempre superate da nuove domande e da altre risposte. Ma le domande invece restano, poiché sono esse che indicano la strada, la direzione della conoscenza. Molte domande si possono formulare solo perché qualcun altro, prima, si è posto altre domande, le cui risposte hanno dato vita a nuove questioni, a nuovi problemi, nuove curiosità. Molti concetti che noi oggi diamo per acquisiti, cristallizzati e portati fuori dalla loro storia, hanno in realtà una precisa collocazione lungo la catena storica del pensiero, un preciso atto di nascita, che precede alcuni concetti e ne segue altri. Anche se per noi, oggi, essi sono tutti sullo stesso piano, dobbiamo imparare a riconoscere che alcuni hanno preceduto gli altri e i primi hanno consentito di conoscere i successivi, secondo un preciso percorso logico. Per alcuni di questi concetti, vorremmo dare in questo libro la giusta collocazione, il corretto atto di nascita. Per far questo è importante, quindi, che il lettore all’inizio si sforzi di spogliarsi di qualsiasi conoscenza preconcetta e si disponga nell’atteggiamento di chi, come diceva Socrate, può imparare solo perché sa di non sapere. Vogliamo volutamente semplificare la questione, assumendo l’ipotesi che nella storia del pensiero filosofico vi un unico filo conduttore, che si può sintetizzare nei seguenti punti. La filosofia:

ha per contenuto l’intera realtà, cioè aspira a spiegare tutto

utilizza un metodo razionale, cioè si basa sull’uso dell’intelletto e non su verità di fede

è libera perché ha per scopo solo se stessa, cioè la sua libertà consiste nel non avere alcun fine pratico, per quanto utile. In questo senso, la filosofia non è utile.

Vogliamo ulteriormente semplificare la questione, tentando di disegnare un’articolazione del pensiero filosofico suddividendolo in varie discipline, pur senza dimenticare che questa classificazione è una lettura a posteriori della storia del pensiero, con tutti i limiti che essa può avere: essa ha senso solo come traccia organizzativa iniziale, quasi un indice, da richiamare per comodità man mano che si procede nella lettura dei vari capitoli. L’elenco di queste discipline è il seguente[2]:

Ricerca dei principi primi di tutte le cose: protologia

Ricerca intorno al destino dell’uomo: escatologia

Ricerca intorno all’anima: psicologia

Ricerca dello scopo della realtà: teleologia

Ricerca sulla conoscenza in sé: gnoseologia

Ricerca su come funzioni il pensiero: logica aaa

Ricerca sulla natura: fisica

Ricerca oltre, al di là della natura: metafisica

Ricerca sul divino e la divinità: teologia

Ricerca sulla realtà e sul suo significato: ontologia

Ricerca sul funzionamento dell’universo: cosmologia

Ricerca sul comportamento degli uomini: etica

Ricerca sulla società umana organizzata: politica

Ricerca sui rapporti tra gli uomini: sociologia

Ricerca delle cause e relazioni nella realtà: eziologia

Ricerca sulla salvezza dell’uomo: soteriologia.

Questo elenco potrebbe continuare a lungo, in quanto molte di queste discipline si intersecano, si sdoppiano, si sovrappongono, man mano che il pensiero evolve. A questo punto ha invece molto più senso iniziare davvero il nostro modesto racconto della storia della filosofia antica.

[1]  Anche se si tratta di un punto di vista particolare, ci sembra quello più efficace per il metodo di esposizione che ci siamo dati in questo libro. Esso si richiama a una visione sistematica e ocerente dell’edificio filosofico, considerato come un tutto unico ed equilibrato, propria di una certa filosofia idealista e, in particolare, rappresentata in Italia nel XX secolo soprattutto da Benedetto Croce.

[2]  I termini sono ovviamente tutti di origine greca e alcuni hanno cambiato significato diventando nel tempo definizioni di discipline scientifiche staccatesi dalla filosofia.

LO SGUARDO VERSO IL CIELO

I FILOSOFI DI MILETO

Talete

Il primo filosofo riconosciuto della storia, Talete, è nato a Mileto, una colonia greca sul Mare Egeo in Asia Minore (l’odierna Turchia). Volendo descrivere il pensiero di quest’uomo utilizzando l’elenco proposto alla fine del precedente capitolo, potremmo dire subito che la sua fu essenzialmente una protologia e, in subordine, una cosmologia. Ma preferiamo dire più semplicemente che Talete è stato il primo uomo che si è posto la seguente domanda:

Qual è l’ origine di tutto, quell’origine che noi intuiamo esistere, ma non conosciamo?

Questa Origine deve certamente essere qualcosa che resta sempre identico a se stesso, anche se, al contempo, deve essere contenuto in tutte le diverse cose che posso osservare. Se infatti, cercando questa origine comune, interpretassimo le singole cose come affezioni[1] di questa, allora, sempre che esista un'origine unica, tutte le cose che vediamo devono essere affezioni della stessa origine. Dunque questa Origine deve essere riconoscibile nell’unico aspetto delle cose che non cambia mai, pur nella enorme varietà delle cose. Ecco che quindi: L’origine è ciò che non muta al variare delle proprie affezioni.

E che cosa non muta al variare delle proprie affezioni?

A questa domanda Talete rispose: " E’ l’acqua".

Dunque, Talete è giunto ad affermare che l’origine di tutto è l’acqua seguendo un percorso esclusivamente razionale: non ci sono qui verità di fede o religiose, ma tutto è spiegato solo mediante il ragionamento: Talete è quindi il primo filosofo della storia. In effetti, per identificare l’acqua come origine di tutte le cose, egli ha svolto numerosi ragionamenti: ha considerato ad esempio che l’acqua è in tutte le cose vive, che togliendo l’acqua viene meno la vita e il cambiamento, mentre tutto ciò che ha un’origine necessita di un cambiamento, nel senso che una cosa specifica è diversa dalla sua origine proprio per effetto di un cambiamento. Non è qui importante elencare o discutere tutti questi ragionamenti. Quel che invece è importante capire è che non contano tanto le specifiche risposte date dal filosofo, anzi la stessa identificazione dell’Origine come acqua sarà facilmente superata dai filosofi immediatamente successivi, quanto la domanda che Talete si è posto. Se Talete non avesse sollevato la questione dell’Origine e non avesse dato quella risposta, la conoscenza non sarebbe andata avanti. E’ questo il metodo della filosofia. In conclusione, va detto che Talete è anche stato l’inventore del metodo dimostrativo in geometria: pare infatti che sia stato il primo a realizzare il triangolo isoscele con il metodo della costruzione geometrica, ossia seguendo rigorosi passaggi logici e dimostrazioni, non attraverso una semplice abilità manuale o artistica nel disegnare un concetto noto solo intuitivamente come quello di triangolo isoscele.

Anassimandro

Discepolo di Talete, Anassimandro operò anch’egli a Mileto. Tornò sul problema dell’ Origine, esprimendo questo concetto per la prima volta con la parola Physis. Questo termine è stato successivamente tradotto con Natura, ribadendo in questo modo ciò che questi primi filosofi pensavano: cioè che esista un’origine unica da cui tutto nasce, che di fatto è la Natura stessa e non qualcosa al di fuori di essa. Tale origine subisce poi le affezioni, che sono cambiamenti, modificazioni non essenziali, le quali rendono la natura stessa varia in tutte le cose che conosciamo[2]. Secondo Anassimandro, tutte le cose sono de-finite (nella loro quantità e dimensione) nonché de-terminate (nella loro qualità). Ciò perché vi è qualcosa che le de-finisce e le de-termina. Questo qualcosa è l’Origine, la Physis, la quale per determinare e definire deve a sua volta essere in-determinata e in-finita, altrimenti sarebbe una cosa specifica finita e non l’origine di tutto. Essa è quindi un Àpeiron, un Infinito, Indeterminato. La Physis non può tuttavia essere l’acqua, come sosteneva Talete, perché l’acqua è già qualcosa di specifico, visto che sappiamo, ad esempio, che nel fuoco non vi è acqua.

Come derivano tutte le cose dall’ àpeiron?

L’àpeiron determina e definisce le cose mediante una continua e incessante sopraffazione di opposti: il caldo prevale sul freddo, il secco sull’ umido e viceversa. Il seme bagnandosi diventa pianta, l’acqua riscaldandosi diventa vapore, e così via. In questo incessante processo di modificazione, l’Origine resta eterna e incorruttibile[3]: essa è Natura, Physis, Dio[4], è in ogni cosa.

Anassimene

Anassimene operò anch’egli a Mileto e fu discepolo di Anassimandro. Egli chiamò l’Origine con il termine Arché (Principio). Secondo Anassimene, il Principio può essere sì infinito, nel senso della quantità, ma non è ammissibile che sia anche in-determinato, nel senso della qualità, in quanto non è pensabile qualcosa, sia pure il Principio di tutto, che non abbia alcuna qualità.

Cosa esiste che sia, da un lato, in-finito e, per contro, de-terminato?

Anassimene ha risposto: è l’aria.

Come si spiega, se tutto viene dall’aria, che ha unica qualità, la differente qualità delle varie cose che esistono?

In realtà le differenze qualitative sono solo apparenti, esse sono solo differenze di quantità, ossia tutte le cose sono fatte di aria e differiscono per la quantità o densità della stessa, che ne determina forma, peso, colore, etc. mediante processi di espansione e di condensazione. In definitiva, esiste un’unica qualità originaria, l’aria, che esprime tutte le cose secondo diverse quantità e densità [5].

[1]  Il termine affezione indica qualcosa che subisce una modificazione da parte di qualcos’altro, che la modifica, tanto da diventare una cosa diversa.

[2]  E’ il caso di sottolineare che, in questa prima fase della storia della filosofia, per natura si intende tutto ciò che esiste: la filosofia è quindi solo una filosofia della natura in quanto la natura è tutto, esaurisce tutta la realtà. Le altre distinzioni (fra la natura e ciò che non lo è, etc.) verranno solo in seguito.

[3]  Il termine corruzione per i Greci significa mutamento fisico, trasformazione per cui una cosa diventa un’altra, non essendo più ciò che era prima: è un fenomeno tipico di tutto il mondo fisico e in particolare degli esseri viventi, che dunque sono corruttibili.

[4]  Per i primi filosofi greci il concetto di divinità è molto generico: per essi non è importante se il divino sia un soggetto con carattere personale (Dio) o piuttosto un qualcosa di oggettivo: spesso è entrambe queste cose e significa semplicemente principio primo, senza rilevanza religiosa.

[5]  Questo principio è stato in parte ripreso nella teoria fisica relativistica di Einstein, in cui tutta la materia è in fondo riconducibile ad un’unica natura, l’energia. Le differenze fisiche nei vari corpi derivano solo dalla diversa quantità di energia (o massa) in essi contenuta (E = mc ²).

ERACLITO DI EFESO

Dopo i filosofi di Mileto, il centro della riflessione filosofica si spostò a Efeso, dove operò Eraclito. Egli mosse da un’osservazione divenuta giustamente celebre: nel mondo nulla permane nello stesso modo o nella stessa forma, ma tutto si trasforma in continuazione, cioè diviene incessantemente[1]: perciò Panta Rhei, tutto scorre, è diventata l’affermazione simbolo del pensiero di Eraclito. Egli era solito ricordare che nessuno può bagnarsi due volte nello stesso fiume, non solo perché l’acqua del primo bagno è ormai stata portata via dalla corrente, ma anche egli stesso non è ormai più la stessa persona di prima.

Da dove proviene e verso dove scorre ogni cosa del mondo?

Le cose si muovono lungo un tragitto compreso tra due poli, da un opposto all’altro: ogni opposto ha bisogno dell’altro opposto per avere senso[2] o direzione. Non possiamo pensare il caldo senza il freddo, né il grande senza il piccolo. Non solo: ognuno degli opposti rappresenta in realtà l’altro opposto nel suo divenire: il caldo è tale solo se si sta raffreddando, se infatti si riscaldasse sarebbe, al contrario, freddo che si riscalda. In questa visione tutto è relativo, cioè ogni opposto è tale in quanto in relazione all’altro opposto, verso cui si muovono le cose che dall’uno promanano. Anzi, possiamo dire che gli opposti coincidono, visto che ognuno esiste in quanto tensione verso l’altro. I latini sintetizzarono questa idea in una celebre locuzione: la coincidentia oppositorum.

Dunque dove devo cercare il Principio?

Il Principio è nella superiore coincidenza o Sintesi degli opposti, che è quindi Unità, Quiete eterna, Divino, mentre il molteplice"[3] è divenire incessante. In natura l’elemento che meglio esprime il perenne moto degli opposti e che quindi può essere la rappresentazione visibile del Principio è, secondo Eraclito, il fuoco. Eraclito introdusse in filosofia anche un nuovo fondamentale tema. Come già detto, egli sostenne che, nel perenne moto della natura e nell’attività del Principio, è riconoscibile un senso, inteso come direzione delle cose da un opposto all’altro. Tuttavia, questa idea di direzione potrebbe essere interpretata non solo come un semplice moto fisico ma, volendo darvi una lettura un po’ più ampia, potrebbe appunto essere intesa come "senso in quanto significato" delle cose e, spingendoci ancora oltre, in quanto finalità del mondo, seppure a noi sconosciuta. Il mondo quindi non sarebbe fatto di una semplice meccanicità, un moto fisico, ma sarebbe pervaso da un qualche principio finalizzato, da uno scopo a noi sconosciuto, che Eraclito chiamò Logos. Questo principio, dando significato alle cose, è anche ordinatore del mondo. Se si vuole, è sempre lo stesso principio di prima, ma interpretato questa volta in quanto scopo e non in quanto causa di un semplice movimento fisico, che pur esiste e coincide con tale scopo. Il termine logos ha assunto in seguito diversi e articolati significati perché ripreso da vari filosofi nei loro differenti sistemi di pensiero. Rinviamo perciò ai capitoli successivi un approfondito esame sul destino di questo concetto fondamentale nella storia della filosofia. Qui lo traduciamo semplicemente con il termine che nella nostra lingua più gli si avvicina, nel senso originario che volle dargli Eraclito: l’ Intelligenza[4]. Eraclito sostenne semplicemente, in definitiva, che l’Arché è dotato di logos, senso, intelligenza.

[1]  I concetti di modificazione, trasformazione, movimento sono sintetizzati dai Greci nell’unico concetto del divenire, che significa appunto tutte queste cose insieme.

[2]  Si noti come la parola senso ha qui due sfumature: significato e direzione. In effetti, l’origine del termine senso inteso come significato deriva proprio dal suo antico utilizzo nell’immagine fisica delle cose che si muovono tutte verso una stessa direzione, che è la loro fine o, se

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