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Leggero, per troppa profondita'
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E-book425 pagine5 ore

Leggero, per troppa profondita'

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Info su questo ebook

Il titolo dato a questa storia vuol condensare in poche pagine, nientemeno che la natura di un uomo, nel corso dei suoi anni! Essa non è contrastante nelle due definizioni, ma volutamente di questo mondo, come una qualsiasi goccia d’acqua. Qui si tenta di raccontare della vita un uomo. Almeno vuol essere la storia della vita di un ragazzo che diventa uomo e, come capita a tutti, invecchia. La scrittura tenta di mimare, nella narrazione della vita dei personaggi, passando indifferentemente dalla prima alla seconda alla terza persona, quello che si fa quando uno ripensa una storia, di cui è protagonista, raccontandola nuovamente a se stesso ed a qualcun’altro.
LinguaItaliano
Data di uscita1 set 2013
ISBN9788862598989
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    Anteprima del libro

    Leggero, per troppa profondita' - Massimo Scalabrino

    Leggero, per troppa profondità

    Massimo Scalabrino

    EDIZIONI SIMPLE

    Via Weiden, 27

    62100, Macerata

    info@edizionisimple.it / www.edizionisimple.it

    ISBN edizione digitale: 978-88-6259-898-9

    ISBN edizione cartacea: 978-88-6259-824-8

    Stampato da: WWW.STAMPALIBRI.IT - Book on Demand

    Via Weiden, 27 - 62100 Macerata

    Tutti i diritti sui testi presentati sono e restano dell’autore.

    Ogni riproduzione anche anche parziale non preventivamente autorizzata costituisce violazione del diritto d’autore.

    Copyright © Massimo Scalabrino

    Prima edizione cartacea settembre 2013

    Prima edizione digitale settembre 2013

    Diritti di traduzione, riproduzione e adattamento totale o parziale e con qualsiasi mezzo riservati per tutti i paesi

    Questi

    pensieri di parole

    sono dedicati

    alle tante Lei

    reali, immaginate

    di una probabilmente

    inesistente

    realtà

    di un tempo, altrettanto

    inesistente.

    Ma veniamo al mio tema. Che cosa ha fatto agli uomini l’atto genitale, così naturale, così necessario e così giusto, perché non si osi parlarne senza vergogna e lo si escluda dai discorsi seri e moderati? Noi pronunciamo arditamente: uccidere, rubare, tradire, e questo non oseremmo dirlo che tra i denti. Vuol dire che meno ne esprimiamo in parola, più abbiamo il diritto d’ingrandirne in parola? Infatti è certo che le parole che sono meno usate, meno scritte e più taciute sono le meglio sapute e le più generalmente conosciute. Nessuna età, nessun costume le ignora, non più del pane. Si imprimono in ciascuno senza essere espresse, senza suono e senza forma. E’ anche certo che è un atto che abbiamo messo sotto la salvaguardia del silenzio: da dove è delitto strapparlo, sia pure per accusarlo e giudicarlo. E non usiamo frustarlo se non in perifrasi ed in immagine. Gran vantaggio per un criminale l’essere tanto esecrabile che la giustizia stimi ingiusto toccarlo e vederlo: libero e salvo, grazie alla durezza della sua condanna.

    Michel De Montaigne. (1553-1598) Les Essais cap.V- libro III, pag. 1567. Bompiani RCS

    Leggero, per troppa profondità.

    Il titolo dato a questa storia vuol condensare in poche pagine, nientemeno che la natura di un uomo, nel corso dei suoi anni! Essa non è contrastante nelle due definizione, ma volutamente di questo mondo, come una qualsiasi goccia d’acqua. Qui si tenta di raccontare della vita un uomo. Almeno vuol essere la storia della vita di un ragazzo che diventa uomo e, come capita a tutti, invecchia. Al protagonista ho dato, ma non ne so il perché, il nome di Carlo. Ho iniziato a scriverla, con tutta la modestia possibile, non appena finito di leggere Les Essais di Montaigne. Di stupore in stupore: Montaigne scrive le sue riflessioni cinquecento anni fa! Le scrisse, secondo me, per liberare il suo pensiero, con il risultato di guidare il nostro, nei prossimi secoli, a partire da un auspicabile domani!

    Due suggerimenti per chi avesse l’avventura di leggere la storia di Carlo! La scrittura tenta di mimare, nella narrazione della vita dei personaggi, passando indifferentemente dalla prima alla seconda alla terza persona, quello che si fa quando uno ripensa una storia, di cui è protagonista, raccontandola nuovamente a se stesso ed a qualcun’altro. In effetti gli attori di questa storia parlano di se stessi, nel loro intimo, raccontandosi e facendosi raccontare. Forse è un po’ complicato, ma basta abituarsi!

    E poi c’è il tentativo, quando capita nella narrazione, di non avere il minimo pudore, seguendo il suggerimento di Montaigne, di chiamare pane il pane e vino il vino.

    Il narratore

    In realtà era grasso, piccolo, e pronto al superamento della terza età. Ad essere sinceri, anche della quarta. Quale, delle tre o delle quattro parti, il vivere gli stesse riservando, era affidato alla bontà di chi si volesse porre in ascolto. Lui si vedeva sempre giusto, certo non magro, di interessante media statura, molto, molto giovanile. Dotato di una capacità di giudizio divertita ed ironica, motivata da quella che, dentro di se, sosteneva essere una buona dose di cultura; non tanto quella ipoteticamente acquisita, ma quella che la sua curiosità gli faceva, da sempre, finestra sul mondo. Uno spirito critico sempre in azione con una straordinaria dose di magnanimità verso se stesso e i suoi pervicaci errori! Al punto tale che se, d’ improvviso, io che ne narro la storia, gli avessi chiesto, oggi, di dire la verità su quanti anni avesse, non gli dispiacerebbe tutt’ora, ne gli sarebbe dispiaciuto nel corso degli anni passati, rispondere di non averne più di diciassette o diciotto! Qualunque età egli abbia avuto nel corso dei suoi anni, restava sempre ancorato alla sua giovinezza per la innata capacità di sorridere di se stesso, di emozionarsi e, con allegra costanza, d’innamorarsi, di soffrire, fino ad un certo punto, farsene della sofferenza, un abito invisibile. Va aggiunto che, forse suggestionato da Einstein, non credeva nel computo umano del tempo. Certo era consapevole del suo passaggio e su di se ne misurava gli inequivocabili segnali, ma semplicemente, se ne fregava!

    Poteva non ricordarsi con cosa avesse cenato la sera prima, ma non avrebbe mai dimenticato le fondamenta su cui aveva costruito quel meraviglioso universo delle meraviglie che era per lui quello che, comunemente, viene definito come l’altra metà del cielo!

    Non era mai stato d’accordo su questa definizione! In effetti, per lui, si trattava del cielo di tutte le galassie possibili! Aveva cominciato presto ad ammirare questo infinto ammasso di stelle, pregustandone la visione più tattile possibile con le sue fantasiose esercitazioni! Tanto più che il suo bravo medico lo aveva rassicurato, fin da adolescente: la miopia che lo costringeva agli occhiali, non aveva niente a che vedere con le sue piacevoli, solitarie e fantasiose elucubrazioni! Per di più, le lenti, montate su una montatura di classe e leggermente antiquata, gli dava quell’aria da intellettuale, necessaria per sopperire alla sua mancanza fisica di attrattiva. Infatti non faceva parte di quella categoria di uomini che, fin da giovani, non devono chiedere mai. Non solo, era cosciente che a lui sarebbe toccato chiedere o addirittura pregare in ginocchio, vista la sua scarsa attrattiva, se non si fosse inventato un sistema che gli consentiva di chiedere senza farlo! Praticamente, sfoderando la sua capacità di apparire, visto che non faceva nessuna fatica, perché in fondo lo era realmente, pieno di attenzioni delicate, contornate da una capacità di dialogare fresco e superficialmente disinteressato, si metteva nella condizione di uno a cui venisse fatta un’offerta! Certo i risultati, pochi, ci furono! Ed ora che ci capita di poterlo raccontare, tutto ciò avvenne, nel turbinio della vita, anche con qualche successo!

    Naturalmente, il raccontare prevede un inizio. .

    Vero è che arrivato all’età di diciassette anni, valutando lo stato di servizio dei suoi compagni di seconda liceo, che in mezzo ad una ode di Omero declamata in greco, raccontavano mirabolanti storie di stelle conquistate, lui se ne stava silenziosamente ad ascoltare! Anche se, secondo lui, si rivolgevano a stelle se non proprio cadenti almeno in fase di spengimento! Tutti i ragazzi in classe sapevano che Filippo si faceva la Maria Luisa. Questa dizione, si faceva è leggermente molto anticipata come descrizione di uno stato di cose. Allora, al massimo si poteva dire che Maria Luisa e Filippo uscivano insieme. Insieme? Chiedeva. Che vuol dire, uscire insieme? Va bene: si tenevano per mano all’uscita da scuola, si saranno dati qualche bacetto nel parco, una carezza. In fondo Filippo era il ragazzo che tutte avrebbero voluto: alto, moro, quasi scuro, con gli occhi così verdi che faceva impressione. E poi aveva un’aria molto più grande, a malincuore definibile, più maschia. Di certo c’era che, nelle festicciole casalinghe, le uniche in cui, a quella età ed in quei tempi, si ballava di sabato pomeriggio ……

    Chiedo scusa a chi ascolta o, per bontà sua, legge … si tenta di raccontare, oltre alla sua vita, anche i viaggi interstellari iniziati da un esploratore spaziale, nonostante Einstein, di qualche anno fa!

    Dunque. Le feste in casa, i compleanni o qualsiasi altra occasione servivano solo per essere autorizzati da una dolce musichetta ad appoggiare la propria guancia ad una dolce altra guancia, nella sostanziosa speranza di diversi e più stringenti avvicinamenti. Cosa che avveniva immancabilmente e con gustosa partecipazione. Diamo un nome al nostro eterno diciassettenne e chiamiamolo Carlo, ed un cognome, Barraco. Le festicciole casalinghe erano l’unico caso in cui gli occhiali, a Carlo, davano fastidio. Per cui togliendoseli, si affidava alla guida della sua ragazzina di turno, giustificando i suoi tentativi di totale aderenza con la sua parziale cecità! Alle feste era immancabile la coppia Filippo & Maria Luisa. Loro due non partecipavano mai o quasi al rito dell’avvicinamento: chiacchieravano tra loro, con molto distacco. Il che faceva rodere Carlo di dolcissima rabbia, perché la vedeva bellissima e così, la riteneva capace di tenerezze venute da terre lontane, sempre sull’orlo di una sorridente disponibilità, pudica di sé, di una età così giovane da non essere pronta a compromissioni. Inoltre, la sua appassionata ed iniziale cultura umanistico liceale, in cui tra l’altro credeva fermamente, la idealizzava, ponendola a se stesso, su un altare che circondava di ammirazione, complimenti, rispetto, quasi, totale. Dante docet: un miracolo in terra, venuto a mostrarsi.

    Carlo

    Eccome, se si mostrò! Accadde così. Un saggio di musica dato nell’istituto di suore dove Maria Luisa studiava pianoforte. Carlo si beatificò per tutto un pomeriggio nell’ascolto del pianoforte che se ne stava li, estasiato, sotto le dita veloci e sapienti di Maria Luisa. E Filippo? Non capiva perché, con un mezzo sorriso sulle labbra, i suoi compagni dicevano che Filippo era malato, con un bel febbrone e con gli orecchioni. Fu così che alla fine del concerto Maria Luisa accettò l’invito di Carlo e si fece accompagnare a casa. Abitava, Maria Luisa, nella stessa strada di Carlo. Arrivando sul portone della sua casa, fu spontaneo per Carlo chiederle se voleva salire da lui, bere qualcosa e già che era presto ascoltare un po’ di musica. Per di più i genitori di Carlo erano a Roma e la piazza era libera. Gentile e sorprendente, la ragazza accettò l’invito. Appena e nei pochi secondi in ascensore, Carlo ne respirò da vicino il profumo, facendogli ricordare la vivacità dei suoi personali, manuali e fantasiosi allenamenti! Una coca cola con un po’ di limone, una canzone di Sinatra, un divano. Carlo si ritrovò con questa meravigliosa creatura tra le braccia. La sua prima sensazione: una tenerezza incredibile. Provò a baciarla sul mento, intorno alle labbra, sui capelli. Maria Luisa affondava il viso nella spalla destra di Carlo, quando, sollevato il volto, posò le sue labbra socchiuse sulla bocca di Carlo, facendogli battere il cuore come una gran cassa! Nel conoscere il sapore della lingua di Maria Luisa, Carlo si trovò in un mondo talmente diverso dal suo che non si rese quasi conto di star vagando con la mano tra le gambe nude della ragazza e, sotto la camicetta, sul suo seno. Un paradiso, pensò. Restituiva i baci, entrando con la sua lingua nella bocca di lei, avvertendo di star precipitando in una sorta di gorgo da cui veniva risucchiato ed accarezzato. Erano completamente sdraiati, uno accanto all’altra, sul divano. Carlo le sbottonava la camicetta osservando con un progressivo smarrimento il reggiseno rosa pallido di Maria Luisa, da cui sollevava, vicino alla sua bocca, due seni di assoluta bellezza. Sentiva sotto le sue mani la seta della pelle delle gambe di questa creatura, mentre lei aderiva con forza al corpo di Carlo. La mano di lui incontrò un piccolo orlo di cotone leggero. Capiva dov’era, ma non vedeva cosa stesse facendo, quando la mano di Maria Luisa lo guidò, appoggiandola, su un soffice tappetino che lui coprì leggermente con tutto il palmo della mano. Mentre Maria Luisa sussurrava qualcosa di incomprensibile appoggiando le labbra sul suo collo, il dito medio di Carlo trovò una piccolissima valle nel cotone leggero. Vi affondò ancora di più il dito imprimendo una pressione altalenante che si immedesimò, accordandosi, al leggero affanno di Maria Luisa. In un silenzio inimmaginabile in cui i due ragazzi ascoltavano solo il loro respiro, Carlo sollevò un piccolo elastico e sfilò lentamente le mutandine di Maria Luisa. Chinò il volto su quel soffice e biondo tappetino quando, la mano di lei spinse a fondo la nuca di Carlo che si ritrovò immerso tra le sue cosce vellutate. Insinuò la sua lingua nella fessura umida che aveva prima accarezzato e, da sempre ed a lungo, sognato. Ne bevve, gustandolo un umore fluido e leggero. Allungò un braccio prendendo tra le dita un capezzolo turgido e vibrante. Tenendo la mano come dovesse contenere una piccola conchiglia, accarezzava e stringeva il seno di Maria Luisa. La sua bocca, immersa nel biondo e soffice tappetino di lei, stava suggendo con forza una piccola ghianda che gli era con prepotenza entrata in bocca, con un continuo flusso, umido e caldo. Un lungo lamento della fanciulla e si sentì sbottonare i pantaloni. La mano decisa di Maria Luisa avviluppò il suo aggeggio che, per la prima volta, gustava una mano diversa dalla sua!. Maria Luisa lo accarezzò e si spostò lentamente sul divano, allargando le gambe. Carlo non si rendeva completamente conto, o quasi, che lei stava stringendo il suo aggeggio e lo stava guidando dentro di se! Ebbe per la prima volta quella meravigliosa sensazione di calore che da il sentirsi avvolto da un umore caldo e sicuro. Entrò in lei! Sapeva cosa avrebbe dovuto fare e mentre si posizionava alla meglio tra le gambe di Maria Luisa, avvertì un movimento inaspettato: con le labbra della vagina … la ragazza avvolgeva, stringendolo, il suo aggeggio assecondando così il ritmo che Carlo stava imprimendo. Percepì le mani di lei che stringevano con forza il suo sedere, insinuando le dita là dove, a nessuno, avrebbe mai permesso l’ingresso! La lasciò fare: sembrava che lei volesse ancora di più spingerlo dentro di se. La cosa gli piaceva e non si rese ben conto coscientemente di quanto, quel gesto, creasse una strana emozione: Quasi lei volesse penetrarlo! Percepiva il piacere che stava nascendo in lui, tanto quanto fosse profonda la reazione violentemente dolce di lei. Si ricordò di una bottiglia di spumante che aveva visto in frigo e si ripromise che avrebbe brindato a se stesso, quando si sentì avvolgere nuovamente da un umore umido e caldo al quale rispose venendo, senza controllo e completamente, dentro di lei. Stettero, ansanti, così per qualche minuto. Carlo era ancora al caldo, immerso lì dentro. La guardò, timidamente, negli occhi; lei gli sorrise con una dolcezza inaspettata. Si baciarono, avviluppando le lingue, come se avessero voluto annodarle l’una all’altra, per sempre. Carlo percepì, di nuovo, che il suo aggeggio, rimasto leggermente addormentato dentro l’antro meraviglioso, si stava risvegliando! Chiese, occhi negli occhi, a Maria Luisa quasi un assenso ed ella per tutta risposta circondò con le sue gambe i fianchi di Carlo. Carlo comprese ed iniziò con la massima calma a dare ed a trarre dal suo movimento il più assoluto dei piaceri. Insieme, vennero nuovamente. Continuarono a baciarsi finché furono letteralmente spossati dal piacere e dalla fatica. Fu Maria Luisa che guardando l’orologio lanciò un grido di terrore! Aveva fatto tardissimo! Si rivestì alla velocità del fulmine e chinatasi sul volto distrutto e stupefatto di Carlo gl’impresse un lungo bacio, lasciandolo esterefatto!

    Ci volle una buona mezz’ora a Carlo, perché si rendesse pienamente conto di cosa era successo. Aveva fatto all’amore con una ragazza che da sempre lui aveva giudicata splendida. Lei aveva fatto all’amore con lui. E lui, lo aveva fatto per la prima volta. Lei, no! Si alzò dal divano. Tutto a posto. Per Maria Luisa non era la prima volta. Perché lo aveva fatto? Lo aveva già fatto con Filippo o con altri? Scusa, si disse, a te che te ne importa? Niente! E Filippo? Boh! Filippo era a letto con gli orecchioni! Si avviò, felice, rilassato e stanco, sotto la doccia. Aprì l’acqua con un po’ di rammarico, perché avrebbe spazzato via il profumo del corpo di Maria Luisa. Tant’è! Si guardò il suo bravo aggeggio e stava per congratularsi con lui quando gli balenò in testa un fulmine! Oh! Dio! Cosa aveva fatto?! Non una, ma ben due volte era venuto dentro di lei! Fu preso da una improvvisa ansia: e….

    se … da diventare matti! Cullato da questa ansia, la notte dormì come un ghiro.

    Maria Luisa

    Di sé in, realtà, non aveva capito ancora niente, e si ostinava a non capirci niente! Se non la propria proterva capacità nel prendere decisioni, sbagliate, e fregarsene disperatamente. Ma perché?! Cosa le era saltato in mente? Avrebbe voluto, come il sole, da sempre, essere al centro immobile dell’universo, ed anche per questo odiava Copernico! Sono una stupida. Ma così, non solo per vanità, per essere guardata, convinta di non essere né bellissima né altro, se non stupendamente unica fonte di desiderio. Si, forse, ad ore alterne, ricordava il lui, l’ultimo, nella nebbia della sua ottusità cerebrale: Un modo come un altro per auto giustificarsi. Quanti lui aveva avuto!? E, perché si dava con tanta facilità? Perché poi con Carlo, suo compagno di scuola, amico di Filippo?! Ecco cos’era: una stupida vanesia! Un po’ puttana? No! Non è vero! Ma lei, aveva il diritto di fare ciò che voleva, o no?! Se fosse stata un maschietto non avrebbe avuto nessun pentimento, anzi. Avrebbe solo attaccato un quadro in più alla sua galleria! Si stava stancando, ancora così giovane, di essere solo una femmina! E per questo doversi negare, se ne aveva voglia … di soddisfare un suo desiderio! Uffa!! Era arrivata a casa. Non c’era ancora nessuno. Meno male. Si diresse verso il bagno, si spogliò mezza e si sedette a cavalcioni del bidet. L’acqua calda, il sapone, la schiuma, la sua mano. Questa le procurava sempre un lentissimo ed innocuo piacere. Si rese conto che Carlo era venuto dentro di lei liberamente e lei, stupidissima, lo aveva lasciato fare! Brava, si disse. Vediamo se resti incinta. Percepì uno strano calore tra le dita, capì e sorrise. Si guardò la mano: stava arrivando il suo mestruo! In questo era fortunata, non ne sentiva mai alcun dolore! Però, quel Carletto! Quanta passione, inaspettata! Quel brutto anatroccolo, gentile ed affettuoso, l’aveva portata tre volte all’orgasmo. E domani, a scuola, che gli dirò?! Come dovrò comportarmi!? Non lo saluterò nemmeno!

    Carlo

    Le otto e cinque, del mattino, alla fermata del sei! Una bellissima giornata. Toh! La solita buffa ragazzina con il kilt e le calze bianche, carina! Pensava che certe giornate avrebbero avuto un senso, solamente nel caso che gli fosse dato d’abbracciare Maria Luisa, di nuovo e teneramente. L’orologio della sua vita era fermo al tardo pomeriggio di venerdì, quando il vento di una stella che credeva irraggiungibile, si era abbattuto su di lui, travolgendolo.

    E, sorridendo a se stesso, credeva di essere stato lui ad aver generato quel vento! Così che nel guardarsi dentro, si glorificava come capace maestro di quel vento che premeva sulle sue vele per rotte inaspettate.

    Quando, all’ingresso del liceo, Maria Luisa gli passò accanto, sfiorandolo e senza rispondere al suo allegro saluto, ci fu nel suo animo un terremoto catastrofico! Non può non avermi visto e sentito! Restò pietrificato! Non può essere, si disse, che io abbia fatto solo un sogno, e che non sia accaduto niente! Poi, nel corridoio, quasi davanti alla porta della loro classe, li vide!

    Maria Luisa vicina a Filippo, allora non era vero che fosse malato! La mano di lei, in una leggera carezza al volto di lui! Passò loro accanto. Li guardò ed incrociò lo sguardo di lei. Fu come se Maria Luisa, neppure lo vedesse.

    Non si ricorda quanto tempo gli ci volle per capire il perché fosse accaduto ciò che era successo! Tuttavia non sarebbe bastato il tempo dei tempi per fargli dimenticare quel venerdì pomeriggio. Oppure, era di sabato!?

    La figlia di Giulio

    Giulio era un signore. Quando uno dice un signore, identifica un personaggio tracciandone lati del portamento e del carattere in modo che, qualunque attività svolga, lo renda identificabile facilmente come una persona di grande educazione, gentile e, in questo caso, assai colta. Le cose della vita non gli erano andate come avrebbe voluto. Assolutamente benestante, con una attività commerciale assai redditizia, si era ridotto in povertà nel disperato tentativo di far curare la sua adorata moglie, colpita improvvisamente da un male inesorabile. Lei era morta, dopo una lunga malattia. Lui aveva perso ogni volontà di vivere. Lo faceva, il vivere, per la sua unica figlia e per lei aveva accettato di occuparsi della portineria del palazzo dove abitava Carlo. Giulio ne era il rispettatissimo portiere. Lì aveva un alloggio sufficientemente piacevole, uno stipendio, ed era dispensato dalle pulizie delle scale, affidate ad una cooperativa. Sua figlia poteva studiare, avere amicizie. Non era la vita di prima, non lo sarebbe mai più stata. Sua figlia cresceva bene, anzi era già cresciuta! Aveva pochi anni più di Carlo ed erano amici. Aveva, Giulietta, guarda caso così si chiamava, una grande passione per la sartoria: si disegnava gli abiti, se li cuciva e qualche volta lo faceva anche per le inquiline del palazzo e per alcune amiche. Sapeva tenere bene l’ago in mano ed ne era giustamente fiera, seguendo con successo un corso di stilismo in una scuola per futuri creatori di moda. Aveva, secondo Carlo, un musino simpatico e sorridente, su un corpo ben fatto e piacevole. Più che guardarla, Carlo, non lo poteva fare visto che la vedeva più grande di lui. Di ritorno da un viaggio a New York, suo padre gli riportò due paia di blue jeans, americani, così si chiamavano allora. Carlo andò a cercare un qualcuno che gli accorciasse i pantaloni e gli ci facesse la balza: a lui i pantaloni lunghi piacevano con la balza in fondo! Non trovò nessuno disposto, gli dissero, a rovinare dei jeans, cucendo la balza in fondo! In casa lo prendevano un po’ in giro per questa sua mania. Finché ne parlò con Giulietta che si dichiarò subito disposta all’operazione! Salita il pomeriggio successivo a casa di Carlo, con il suo armamentario di spilli, si mise all’opera. Disse a Carlo d’infilarsi uno dei pantaloni. Cosa che Carlo, andando nella sua stanza, fece immediatamente. Ritrovò Giulietta in ginocchio sul tappeto di salotto, pronta alla bisogna. Mentre la ragazza accucciata ai suoi piedi, arricciava la stoffa per trovare la giusta misura, Carlo guardò con viva curiosità, nello scollo della maglietta di Giulietta, i suoi seni e, solo intravedendoli, li giudicò bellissimi! Se ne uscì con un sospiro di sorpresa! Giulietta gli chiese cosa gli stava succedendo, e lui con tutta calma le disse che aveva scoperto quanto fosse bello il suo seno! La ragazza alzò la testa ridendo, e allargando con le dita la V della maglietta, guardandoci dentro, chiese a Carlo se davvero li trovava tanto belli. Sarà stato il lungo e personale allenamento che provocò istantaneamente in Carlo una reazione talmente visibile, che meravigliò la ragazza! Davvero ti fanno questo effetto, gli chiese ridacchiando, e mentre lo diceva, lasciò scorrere una leggera carezza sull’evidenza di Carlo. Lui non perse un attimo. Con delicatezza infilò una mano nello scollo della maglietta, attirando a se la ragazza che, nel resistergli dolcemente, fece mettere in ginocchio il buon Carlo, già pronto a tutto! La mano passò rapidamente dal seno alla schiena di Giulietta ed attirandola a sé trovò, calda e pronta, la sua bocca. Oramai era un esperto! La maglietta della ragazza prese il volo! Sotto non aveva niente. Mentre, baciandola e gustando labbra piene e rispondenti, con una mano le accarezzava il seno, con l’altra le sganciò la gonna, facendola scivolare via. Deliziosa! Anzi bella, si disse. Fece per metterle una mano nelle mutandine, ma Giulietta lo fermò di colpo, con un no perentorio. Giulietta chinò il volto sul ventre di Carlo ed in un attimo lo prese tra le labbra. Lui pensò a Cristoforo Colombo, quando dalla sua cabina, udì l’urlo del marinaio che aveva avvistato la terra! Una scoperta incredibile, dopo mesi di navigazione solitaria! Mentre si sentiva trasformato in un gustoso lecca lecca, ritornò con la mano sugli slip di lei, che questa volta lo lasciò giocarci. Trovò, anzi ritrovò, la sua piccola valle preferita e lentamente vi si addentrò, prima con il medio e poi anche con l’indice. V’impresse un movimento leggero che progressivamente aumentò la voracità delle labbra di Giulietta. Diciamo che Carlo stava traslocando anima e corpo in un altro mondo! Tant’è che sfilate le due dita, le sostituì con il pollice, continuando il suo movimento ed andando alla ricerca, tra le gambe di lei, di qualcosa d’altro. Trovarlo ed entrarci con il dito medio fu immediato. Come immediato fu un piccolo morso, tanto piccolo quanto doloroso, che Giulietta inferse al suo lecca lecca. Come da una sperduta lontananza Carlo ascoltò un sospirato no, non farlo! Nei suoi colloqui scientifici di astronomia con i suoi esperti compagni avevano spesso parlato di numeri e dei loro significati! Ne ricordò uno in particolare e con una rapida evoluzione, lasciandole gustare …. non gli piaceva chiamare così quell’atto meraviglioso con quel brutto nome! Insomma, lasciando proseguire Giulietta nel suo dolce pompino, si appoggiò col volto sul ventre di lei e la penetrò con la lingua! Buona! Si disse. E fece la scoperta del secolo! In alto sulle cosce, al limitare delle labbra, trovò due piccole valli, due piccole conche fatte di pelle tenerissima, bianche come latte, percorse da piccole vene azzurre! Le baciò con grande passione! Stabilì che quello era il posto più bello del mondo … e mentre la sua guancia era inumidita da un flotto caldo di umido calore, Giulietta se lo bevve tutto! Se ne stettero così per un po’. Carlo si era quasi assopito quando sentì la voce di lei che diceva Dai vediamo, per piacere, questi pantaloni!

    Carlo

    Poi uno si domanda come mai, nel corso di tanti anni, nonostante le diverse voci della moda, Carlo sia rimasto affezionato a portare i calzoni con la balza in fondo! Non dette troppa importanza alla strana vicenda di Giulietta. Era stata una cosa accaduta talmente per caso. Non cercata, nemmeno mai sperata. Ma assolutamente ben venuta! Stava pensando ad organizzare qualcosa di più concreto nei prossimi giorni, chiedendosi il perché del rifiuto di Giulietta a … Carlo non era abituato ad esprimersi con termini di popolare precisione, per cui gli davano fastidio parole come scopare, trombare, chiavare e via dicendo. Anche nel parlarsi cercava espressioni più simpatiche, anche concettualmente, come ad esempio, il fare all’amore. Poi gli venne in mente che forse era più prudente cominciare ad usare il preservativo. Ma l’idea di indossare un impermiabilino gli dava l’impressione di non poter godere a fondo il contatto caldo e vibrante della pelle. Bisognerà che provi, si disse! Il giorno dopo, scendendo le scale con i jeans nuovi, incrociò Giulietta che gli regalò un sorriso complice ed affettuoso. Che carina!

    Giulietta

    Al momento sosteneva la sua felice fedeltà al suo uomo, un ufficiale dei carabinieri, bellissimo! Un po’ più grande di lei. Era sempre stato per lei come un sole che non sarebbe mai uscito più dai propri confini, senza tramonti o aurore, era lì, fisso! Non poteva negare che i suoi occhi e le sue mani avevano avuto con Carlo una deviazione improvvisa! Ed anche, questo era il problema,

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