Scopri milioni di ebook, audiolibri, riviste e altro ancora

Solo $11.99/mese al termine del periodo di prova. Cancella quando vuoi.

Il seminatore

Il seminatore

Leggi anteprima

Il seminatore

Lunghezza:
127 pagine
1 ora
Pubblicato:
12 apr 2012
ISBN:
9788863698114
Formato:
Libro

Descrizione

Nel suo stile scabro e pudico Cavatore racconta efficacemente l'orrore,
il sesso, il delitto, l'ansia, il sospetto, la follia, la disperazione, la ferocia.
E con imperturbabile naturalezza insinua in ogni personaggio un pro-
blema. La sua materia è l'irrazionalismo che produce il male, la catti-
veria, la violenza, cioè «il legno storto dell'umanità»
Enzo Golino, La Repubblica

È scritto benissimo, posso dirlo? Perché questa è una cosa che non si di-
ce più dei libri, non mi sembra una cosa di secondissimo ordine: ci so-
no dei libri scritti male, dei libri scritti così così, dei libri scritti bene.
Questo è scritto straordinariamente bene.
Michele Serra a Radio3, Fahrenheit

Una o due volte all'anno mi capita sotto i sensi un libro da raccoman-
dare a un amico. Stavolta questo è il mio contributo alla diffusione del
morbo di leggere.
Erri De Luca, Vanity Fair

È un romanzo, questo, che si legge d'un fiato. Qualcuno ha scritto che
ha la forza trascinante di un giallo. Sarà anche vero, ma Il seminatore
è molto di più. E' un libro sulla colpa e l'impunità, un urlo gentile con-
tro i crimini che rimangono impuniti per sempre.
Diego De Silva, Il Mattino

"Il seminatore" è un libro riuscito che mentre racconta fa riflettere; al-
lo stesso tempo è una piccola ed efficiente macchina narrativa.
Marco Belpoliti, L’Espresso

Un narrare dai registri anche diversi, propri d'una costruzione a puzzle
e non priva di colpi di scena, pur nella scelta sostanzialmente uniforme
della lingua: piana, asciutta, persino scarna.
Ermanno Paccagnini, Il Corriere della Sera

Dopo due edizioni esaurite di Il seminatore per Einaudi questa terza edizione digitale esce per volontà dell'autore affinchè il suo lavoro non vada perduto.
Il secondo romanzo di Cavatore - L’africano - è stato pubblicato da Einaudi nell’ottobre 2007
Pubblicato:
12 apr 2012
ISBN:
9788863698114
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Correlato a Il seminatore

Libri correlati

Anteprima del libro

Il seminatore - Mario Cavatore

© 2004 Giulio Einaudi Editore s.p.a., Torino Prima edizione 6 aprile 2004

Ristampa novembre 2005

© 2009 Mario Cavatore, www.mariocavatore.it

Parte prima

La semina

Lubo

Perché a chiunque ha sarà dato; e sarà nell’abbondanza;

 ma a chiunque non ha sarà tolto anche quello che ha.

1. 

Gli zingari sono sempre stati un problema. Ma siccome Lubo Reinhardt era uno zingaro, a lui interessavano poco i problemi degli altri. Aveva i suoi, di problemi. E gli davano fastidio.

A Lubo piaceva suonare la chitarra, stare con gli amici e i parenti, spostarsi spesso col suo carro. Gli piacevano la moglie e i figli.

Gli dava gusto anche lavorare, perché no, battere il rame col suo martello: vedere le bacinelle o le casseruole prendere piano piano la forma giusta tra le sue mani era un piacere come suonare. Tutti calderai e musicisti, nella sua famiglia, da secoli. Imparavano fin da piccoli, senza sforzo, con divertimento.

Solo i maschi però. Le femmine no, le femmine dovevano servire gli uomini, allevare i bambini, andare a vendere il rame, procurare e cucinare il cibo, parlare e trattare con i gagè.

Gli uomini, se potevano, evitavano di parlare con i gagè.

Non era una razza simpatica.

Era dai gagè che arrivavano i problemi di Lubo e della sua gente.

S’impicciavano dei fatti loro, volevano insegnare a vivere.

Lubo rispettava gli anziani, ma spesso si domandava se la decisione di suo nonno di prendere la cittadinanza svizzera fosse stata giusta.

C’erano dei vantaggi, anche grossi, bisognava ammetterlo: primo fra tutti che non potevano più essere espulsi, come capitava prima. E la Svizzera non era male per viverci. Quando erano stufi di stare in un posto, cambiavano cantone ed era quasi come viaggiare per tutta l’Europa.

Ma in cambio quanti fastidi, complicazioni: pagare le tasse, ad esempio. Poi c’era l’istruzione obbligatoria, altra seccatura difficile da digerire. Lubo adesso era contento di saper far di conto, leggere e scrivere, ma le ore, i giorni e i mesi passati al chiuso, seduto a un banco, erano stati un tormento. I suoi erano rimasti scandalizzati da come si torturavano i bambini nelle scuole, lo compativano.

Per ultimo era arrivato il supplizio di quel momento: il servizio militare obbligatorio. Lubo aveva fatto di tutto per evitarlo, ma la cartolina precetto l’aveva inseguito per l’intera confederazione finché, per caso, a un posto di blocco l’avevano identificato. Aveva già due figli ma non ci fu niente da fare: dovette partire; l’alternativa era la galera, che a uno zingaro fa più paura dell’inferno.

Aveva dovuto radersi, accorciarsi i capelli, smettere il suo vestito colorato e indossare la divisa grigioverde delle reclute. Uno strazio.

Per fortuna le due eleganti capsule d’oro che gli rivestivano i canini superiori, suo orgoglio e lusso, non poterono togliergliele, ma certo non era più bello come prima.

Perché Lubo Reinhardt era famoso per la sua bellezza. Quando stava a cavallo col vestito della festa e il suo largo cappello, nessuna poteva fingere di non vederlo. Anche le gagè lo guardavano, e come!

Adesso gli toccava ringraziare di essere comandato così lontano da tutti, lassù in montagna, che i suoi non potessero vederlo così sconciato e insignificante. Se ne stava lì, mortificato, a «fare il suo dovere», contando le settimane e i giorni che mancavano al ritorno alla vita libera.

Non immaginava che i suoi guai erano cosucce da niente in confronto a quello che gli stava per succedere.

 2.

La notizia della disgrazia gliela portò suo fratello. Era in caserma ed era ancora giorno quando sentì due volte il verso del gufo e capì che Taro era venuto a cercarlo.

Quando a sera lo lasciarono uscire, lo vide che aspettava, col largo cappello coperto di neve.

Taro non disse niente della divisa e dei capelli rasati, non lo prese in giro, non rise e non scherzò, come faceva sempre.

Bastò questo e la sua faccia per fargli intuire che portava brutte notizie.

Andarono a ripararsi sotto la tettoia della legnaia.

Lì, al buio, si accoccolarono, accesero una sigaretta, e Taro parlò.

Parlava cauto, ma senza giri di parole: era solo il peso di quel che doveva dire a farlo esitare.

Mirana, la moglie di Lubo, era morta, uccisa dalla polizia, e i due bambini portati via, non si sapeva dove.

Ci mise due ore a spiegare a Lubo com’era stato possibile.

Lubo non voleva, o non poteva, rendersene conto. Eppure i fatti erano molto semplici: la polizia era venuta all’accampamento a prendere i due bambini, sua moglie aveva reagito aggredendo col coltello uno dei poliziotti, gli altri le avevano sparato e lei era morta. Ma perché erano venuti a prendere i bambini? – chiedeva Lubo.

Perché un giudice l’aveva ordinato, gli spiegava Taro.

Ma cosa gli era saltato in testa al giudice, cosa potevano aver fatto due bambini di due e tre anni?

Niente, diceva Taro, è che avevano decretato che, per il loro bene, non dovevano restare con gli zingari, dovevano essere allevati in condizioni igieniche e morali adeguate.

Ma cosa gliene fregava al giudice, chi glielo aveva detto che le condizioni non erano adeguate?

– C’è un’organizzazione che si chiama Kinder der Landstrasse, Bambini della Strada, che hanno inventato proprio per questo, per togliere i bambini agli zingari.

– Ma perché? – Lubo non si capacitava.

– Perché ci odiano, lo sai anche tu, i gagè ci odiano. Hanno paura di noi, vogliono eliminarci. Se ci prendono i bambini fra cinquant’anni non ci saranno più zingari, qui.

Lubo aveva la gola secca: si alzò, uscì dalla tettoia, prese un po’ di neve fresca e se la mise in bocca, poi si passò le mani bagnate sulla faccia.

Taro lo seguì, tenendolo per la vita lo riportò al riparo.

– Ascolta, – gli disse, – dobbiamo scappare, ho due cavalli nascosti nel bosco. Anch’io e gli altri adesso abbiamo paura per i figli, abbiamo deciso di partire con la famiglia verso la Francia. Dobbiamo andarcene di qui, dalla Germania tira una brutta aria. Anton, il figlio di zio Yanko, stava là e ha cercato di scappare, ma al confine l’hanno respinto e i nazisti l’hanno ammazzato a fucilate, come un cane. 

Anche in Austria adesso ci sono questi nazisti, gente che odia gli zingari. Prima o poi arrivano anche qui, dobbiamo andarcene, non possiamo rischiare.

Lubo aveva gli occhi fissi, sembrava guardare la neve cadere.

Cercava nella mente il viso di Mirana e dei bambini, cercava la faccia del cugino Anton e non la trovava. Sentiva solo un gran male alla bocca dello stomaco e la rabbia montargli dentro.

Uno zingaro non ha casa, proprietà, non ha paese, non ha un posto di lavoro, una chiesa, ha solo il carro e la famiglia. E ora...

Aveva perso ed era perduto. Si stupì di sentire il cuore battere ancora così forte.

Rimasero in silenzio per un po’.

Taro piangeva, ma Lubo se ne accorse solo quando lo abbracciò per salutarlo.

– Vai, Taro, – gli disse, – fate bene a partire, prendi anche il mio carro, o brucialo come fossi morto, non aspettate me… io non so cosa farò, ma non vi preoccupate, peggio di così non mi può andare… vai, adesso, i tuoi hanno bisogno di te, portali via di qui. Addio.

Tornò in caserma senza voltarsi.

Nella camerata, seduto sulla branda, si soffermò a guardare le altre reclute. Chi giocava a carte, chi leggeva. Il suo compagno, che dormiva sopra di lui nel letto a castello, stava scrivendo una lettera a casa.

Biondo, con la faccia rosea e gli occhi azzurri, sembrava più giovane e tenero di quel che era.

I vecchi della famiglia raccontavano cose terribili sulla crudeltà dei gagè. Lubo aveva sempre pensato che fossero leggende d’altri tempi. Adesso sentì di odiarli a morte, avrebbe voluto sterminarli tutti. «Gente che non sa né ridere né piangere, ipocriti senza onore e vigliacchi, sono, sembrano delle larve, allevano i bambini chiudendoli nelle scuole, e poi pretendono di insegnare agli altri come bisogna vivere».

Come avrebbe potuto sopportare di stare con loro, fare l’addestramento, lavarsi, mangiare, dormire con loro? Doveva scappare di lì, forse andare in Francia anche lui, inventarsi qualcosa. Ma cosa? Cercare i suoi figli? E dove? E anche li avesse ritrovati, cosa poteva fare per loro, senza sua moglie, in un mondo così? E lui, Lubo, cosa poteva fare della sua vita, cosa diventava lui? Era ancora possibile immaginare una vita come prima? Doveva diventare un fuggiasco, un bandito? Cosa aveva fatto di male per meritarsi questo?

A che era servito accettare il patto con i gagè, le umiliazioni della scuola, delle tasse, del servizio militare? «Ma come fa questa gente... neanche le bestie…»

Doveva vendicarsi, vendicare Mirana, doveva far giustizia.

Ma come? Poteva mettersi in giro di notte,

Hai raggiunto la fine di questa anteprima. per continuare a leggere!
Pagina 1 di 1

Recensioni

Cosa pensano gli utenti di Il seminatore

0
0 valutazioni / 0 Recensioni
Cosa ne pensi?
Valutazione: 0 su 5 stelle

Recensioni dei lettori