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ACQUA VERDE - La storia che volevo raccontarti

ACQUA VERDE - La storia che volevo raccontarti

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ACQUA VERDE - La storia che volevo raccontarti

Lunghezza:
278 pagine
3 ore
Pubblicato:
21 mar 2011
ISBN:
9788863690576
Formato:
Libro

Descrizione

Partenze e ritorni fra due mondi diversi : fra la Sicilia delle tradizioni, delle faide familiari e della Mafia e gli Stati. Uniti delle storie d’amore, delle passioni, delle lotte per la sopravvivenza e del “sogno Americano” che si realizza. Acqua verde, la storia che volevo raccontarti si apre con un naufragio di emigranti sulle coste della Sicilia e si chiude con la corrispondenza fra Pepo, il protagonista del romanzo, e i genitori in America; è un racconto lungo un secolo: la saga di una famiglia siciliana — tre generazioni di Italo-Americani. Veri sono i fatti, i luoghi, i personaggi, gli animali e perfino le pietre.
Pubblicato:
21 mar 2011
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9788863690576
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Libro

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Anteprima del libro

ACQUA VERDE - La storia che volevo raccontarti - Salvatore Giuseppe Pomara

mie.

Parte Prima

La Merica

1

Partivano in autunno, come fossero uccelli migratori, ma non cercavano paesi caldi, che di caldo ne avevano fin troppo anche in Sicilia; semplicemente inseguivano una vita possibile, sotto altri cieli.

Erano i braccianti di Vallerosa che andavano a la Merica la Merica bona – a Nova York, a Chicago, a Filadelfia, ma anche a Novaleanza, come chiamavano New Orleans, la città dove in tanti si diressero attratti dal clima e dalla possibilità di fare i contadini come al loro paese.

S’imbarcavano alla fine di novembre, approfittando dei mesi invernali di forzato riposo per tentare la fortuna dall’altra parte dell’oceano.

Molti non trovarono le condizioni adatte per restare e tornarono indietro.

«L’aria nun mi giuvàu» dicevano per giustificare il rientro forzato agli occhi dei paesani, ma era semplicemente perché non avevano trovato lavoro; l’aria o clima non c’entrava niente.

«Miseria per miseria, meglio quella del nostro paese!».

La maggior parte di quelli che andarono via, però, mise radici nella nuova terra e vi rimase per sempre.

«Cu nesci, arrinesci – chi esce riesce», si continuò a ripetere a Vallerosa. Molti ci credettero e partirono.

Alla fine non ci fu famiglia che non ebbe un parente in un angolo degli Stati Uniti.

Tutto ebbe inizio quando si sparse la voce fra i contadini e i pastori di Vallerosa che c’era una terra chiamata Merica, ricca e granni centu voti l’Italia, che avrebbe potuto cambiare la loro vita dalla notte al giorno.

«Biglietti gratis e un lavoro assicurato» prometteva Agostino La Fata, sub agente di un’imprecisata compagnia di navigazione, che una mattina di domenica si presentò nella piazza del paese e con uno scopo ben preciso, si mise a decantare le ricchezze dell’America.

«Se avete anche un po’ di fortuna» insisteva, fissando negli occhi la gente che numerosa gli si era stretta attorno, «potete diventare ricchi o almeno avere la possibilità di mettere da parte i soldi per comprarvi un pezzo di terra; e con un pezzo di terra di proprietà pure il re, con rispetto parlando, vi pare porco».

«Quello è il ponte di Brucculinu, questi sono i grattacieli e questo è il bastimento che vi porterà in America!».

Con un dito puntato sul manifesto che un minuto prima aveva attaccato al muro, mostrava orgoglioso, quasi fossero una sua scoperta, le bellezze di New York: «una città che è il mondo intero!»

Le esclamazioni di meraviglia dei paesani accorsi a decine non si contavano.

«Mamma mia, che ponte!».

«Impressionante!».

«E da dove lo pigliarono tutto questo ferro!».

«Sotto il mare e sopra il ponte, Vergine Immacolata!».

«E i palazzi, quanto sono alti?».

«Grattacieli li chiamano, perché è come se grattassero il cielo» precisava La Fata.

«Ma unni è sta Merica?» sbottò un tizio, mentre imbambolato fissava le figure che gli ballavano davanti agli occhi.

«Dove si trova l’America?: unni persi li scarpi u Signuri – dove perse le scarpe Gesù Cristo, lontano venti, trenta giorni di mare, chi lo sa!» gli fece eco un altro.

«Quindici giorni» lo corresse La Fata, «tanto ci mettono le nostre navi. Quella del manifesto, comunque, è solo una centesima parte, che dico! Una millesima parte di…».

«Fermati ddocu, non esagerare che pure io ci sono stato in America: America Argentina, Buenos Aires» intervenne Serafino Spartà.

«Io parlo della Merica bona, che non ha niente a che fare con la Merica Argentina».

«Stati Uniti, Argentina: sempre Merica è!».

«Mai Maria, non è così! Una cosa comunque è avere sentito parlare di un posto, tutt’altra musica è esserci stato. Io tre volte ci sono stato in America e parlo con cognizione di causa. Perciò, quando affermo che una cosa è l’Argentina, ben altro sono gli Stati Uniti, intesa Merica, dico pane al pane e vino al vino, né ce ne metto né ce ne levo».

L’intera mattinata e parte del pomeriggio per convincere qualcuno e ora che mancava meno di un’ora al treno per Palermo, La Fata non avrebbe permesso a nessuno, come si suole dire, di rompergli le uova nel paniere.

Serafino Spartà sapeva perfettamente che gli Stati Uniti non erano l’Argentina (e se no, che aveva studiato a fare?), ma convinto che il tale non asserisse tutta la verità, lo punzecchiava per saperne di più.

«Un’ultima curiosità» aggiunse.

«Parla che ti ascolto» rispose quello, che non si aspettava l’interrogatorio e si mordeva le labbra dalla rabbia.

«Siamo sicuri che quanti s’imbarcheranno, in America ci arrivino veramente? O c’è il pericolo che, una volta sulla nave, li andate a sbattere da qualche altra parte e gli raccontate che quella è la Merica? Avventura capitata a una cinquantina di disgraziati di Castrogiovanni, o di Girgenti, non ricordo bene».

«La cosa è successa, non si può negare, e sono dispiaciuto più di chiunque altro perché, grazie a certi disonesti, ci vanno di mezzo le persone perbene».

«Niente offesa!» si affrettò a puntualizzare Serafino. «Se ne sentono tante che è meglio tenere gli occhi aperti. I miei paesani sono gente alla buona, non ammaliziata come quella di città. Se gli dici che l’asino vola, loro quasi ci credono, perciò la mia preoccupazione di aprire loro gli occhi».

«Nessuna offesa» rispose La Fata. «Chiedere è nel vostro diritto, ma ingannare la gente nel mio caso sarebbe andare contro me stesso, perché io ci campo con questo lavoro. La Fratelli Bastiani Navi Veloci è una compagnia di navigazione conosciuta in tutto il mondo e non è mai successo che abbia fatto qualcosa d’illegale o che qualcuno dei passeggeri abbia subito un torto. Un biglietto di ponte non è uno di prima o di seconda classe, è chiaro. Ognuno riceve per quello che paga. Gli emigranti lo sanno e non se ne lamentano. Per il resto, quello che promette mantiene».

«Fratelli Bastiani Navi Veloci, hai detto?».

«Sissignore!».

«Sarà famosa, e non lo metto in dubbio, ma personalmente non ho sentito parlarne molto. D’altra parte ci sono tante di quelle navi che fanno avanti e indietro dall’America, che uno si confonde. Io per esempio, in Argentina, con un piroscafo greco ci sono andato».

Serafino conosceva la Compagnia di navigazione, ma non volle dare sazio a La Fata. Quando andò via però, si affrettò a rassicurare tutti.

«La Compagnia è troppo grossa e importante per mettersi a fare certi giochetti. Per il viaggio dunque potete dormire con una mano sotto la mascella. Per quanto riguarda la Merica e le città dove andate, non posso dirvi né bene né male perché non le conosco; pertanto, come si dice, attintati a tutti ma sirvitivi di la vostra testa – ascoltate tutti ma la decisione finale sia vostra».

Le Compagnie di navigazione, interessate a riempire al massimo il ventre delle proprie navi, cercavano di reclutare quanti più disperati possibili da spedire in America.

Molti di quelli che s’imbarcavano non immaginavano lontanamente quello che li aspettava alla fine del viaggio. Lo sapevano invece quelli che li reclutavano, interessati soltanto a caricarli su una nave e prendersi la provvigione.

«Per chi ha intenzione di partire» fu l’offerta di Agostino La Fata, al termine di quella giornata nella piazza di Vallerosa gremita di gente, «questo è il biglietto per il bastimento e quest’altro è il contratto di lavoro. Nessuna preoccupazione né per mangiare né per dormire, che pensano a tutto gli americani. La firma o un segno di croce su un pezzo di carta, questo vi si chiede, nient’altro; e in poco più di un mese siete a la bella America, ci pensate? E ricordatevi che San Giuseppi passa una sula vota!». Come a dire che la fortuna non passa una seconda volta.

«Cchiù scuro di mezzanotti nun pò fari» fu il commento di alcuni che, convinti non esserci più buio di quello di mezzanotte o miseria più nera di quella da cui fuggivano, accettarono l’offerta senza pensarci un istante.

Fra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento più di quattro milioni d’italiani ottennero un visto d’entrata per gli Stati Uniti d’America. Di questi, oltre un milione erano siciliani.

Da Vallerosa emigrarono a centinaia in quegli anni; e non erano pochi ad avere un biglietto prepagato.

Su duemila abitanti che erano, ne rimasero in paese poco più della metà. Gli altri presero la via dell’America. Nel giro di poco tempo scomparvero interi nuclei familiari e di tanti cognomi, presenti in gran numero un tempo, rimasero soltanto tracce sulle lapidi del cimitero.

Non tutti quelli che partirono furono fortunati da arrivare a destinazione.

Due famiglie perirono in mare a un centinaio di miglia dalle coste americane e cinque paesani furono respinti indietro a Ellis Island, quando pensavano di essere già arrivati.

Quelli che, superata la visita e l’interrogatorio, furono ammessi in America, non ci misero molto ad accorgersi che la nuova terra non era l’Eldorado che cercavano.

«Quali Merica e Merica, questo è l’inferno!» si lamentavano, mentre grondavano sudore nelle miniere del Midwest.

«La Merica non esiste» scrissero a parenti e amici rimasti in Sicilia. Ma il concetto dell’America ricca era talmente radicato che questi stentarono a credere a quello che leggevano.

Fu così che volendosi rendere conto di persona, andarono essi stessi alla ricerca della Merica.

Non pochi ebbero il sospetto che dietro la promessa di biglietti gratis e di un lavoro assicurato si potesse celare qualcosa.

La proposta appariva allettante, ma non ci si poteva fidare del primo venuto a occhi chiusi.

C’era di mezzo la loro vita. Si trattava di smontare una casa e ricostruirla altrove. All’apparenza, La Fata sembrava una brava persona; ma vai a capire cosa ha la gente nello stomaco!

Che bisognasse saperne quanto più possibile sull’America, si era tutti d’accordo; ma a chi rivolgersi?

«A Rocco Papalia» suggerì Serafino Spartà, un giorno che si discuteva la cosa in piazza.

«Come non ci abbiamo pensato prima!» si rammaricarono tutti nell’accettare il consiglio.

Chi meglio di lui, infatti, che in America c’era vissuto e conosceva questi cosiddetti subagenti di viaggio, arrivati al suo paese prima che a Vallerosa, era in grado di spiegare come stavano le cose? Nessuno. Ne erano convinti quanti si recarono da lui.

«Oh Rocco, è vero quello che si racconta della Merica o è tutta una pigghiata pi lu funnamentu?» chiesero. «Che se partenza ci deve essere: megghiu diri chi sàcciu e no chi sapìa – meglio sapere in anticipo come stanno le cose per non mordersi le dita dopo».

«Una cosa è quello che si sente dell’America, cosa ben diversa è quello che realmente è. In America se hai lavoro, stai bene e se non, è peggio che in Sicilia. Ci vuole la salute e un po’ di fortuna. E tenete a mente che i dollari non si trovano per strada, ma bisogna sudarli; e a fatica. Io comunque a New Orleans sono stato e solo di questa città posso parlare. Come si vive a Nuova York o in altri posti, non ho che dirvi. Anche se sono convinto che le città americane si assomiglino tutte. Per quanto riguarda poi le promesse di questo o di quello, non prendete per oro colato tutto quello che dicono e siate sospettosi, che nessuno regala niente o esce un centesimo se non ha il proprio tornaconto».

La gran parte fece tesoro delle parole di Rocco, tanti no. Alcuni non lo interpellarono neanche.

«Non c’è da avergli fiducia» dicevano. «Basta vedere la vita che conduce per rendersi conto che non ha tutte le rotelle a posto».

«Le ha a posto e come!» insistevano i fratelli Nicola e Paolo Ginestra, suoi amici. «Basta frequentarlo per rendersene conto» rimarcavano.

«Quali sono i motivi che l’hanno spinto a seppellirsi in quella grotta non li sappiamo, ma rispettiamo la sua scelta». Rocco li aveva messi a parte del suo segreto, ma loro non ne avrebbero mai fatto cenno ad alcuno.

2

Rocco era arrivato a New Orleans che aveva meno di venti anni e la testa piena di sogni.

Era la prima volta che lasciava il paese; non aveva la più vaga idea di come giravano le cose del mondo, ma aveva tanta voglia di lavorare e sognava, al pari di tutti, di cambiare vita.

Con questa speranza aveva abbandonato quel poco o niente che aveva in Sicilia e si era imbarcato per la Louisiana.

Alcuni giorni dopo il suo arrivo, con l’aiuto di un suo lontano parente trovò lavoro al French Market.

«Vai al mercato e chiedi di Vinny, lo conoscono tutti. Sono il cugino di Frank gli devi dire, ti darà una mano d’aiuto».

Rocco si presentò di buon mattino e fece come Frank gli aveva suggerito.

Vinny, un siciliano sulla cinquantina, con un quaderno in mano e mezzo sigaro toscano in bocca, era intento a controllare la merce che era stata appena scaricata da una delle tante carrette in attesa.

«Assabinirica! – mi benedica» salutò Rocco. «Frank mi manda».

«Come sta?» chiese.

«Bene, grazie».

«Quando arrivasti?».

«Una settimana ieri, che sono in America».

«E sei parente di Frank?».

«Parente e paesano».

«Io sono di Piana ci sei stato?».

«Sì, per la fiera di San Basilio; per comprare delle pecore».

«A New Orleans pecore non ce ne sono, o forse ci sono ed io non lo so. Scaricare e caricare casse e sacchi, questo è il lavoro che ti posso dare, se ti va».

«Mi va? Travagliare voglio e qualsiasi lavoro mi sta bene».

«Vedo che hai la testa sulle spalle. Ti aspetto domani mattina; si mette mano alle quattro».

«Sarò qui mezz’ora prima».

«Salutami tuo cugino!».

«Sarà servito!».

«Assabinirica e grazie» aggiunse, mentre Vinny gli stringeva la mano.

Il giorno dopo, alle tre e mezzo, Rocco era già sul posto. Quella notte non aveva chiuso occhio per paura di non svegliarsi in tempo.

Si fermò un secondo a leggere la scritta French Market che campeggiava sul frontale del grande arco: la porta di entrata al mercato.

Una volta dentro non ci mise molto a rendersi conto che di francese, a parte il nome, c’era ben poco. Nel sentire il vociare dei venditori, gli sembrò di trovarsi alla Vucciria, uno dei mercati storici di Palermo, dove era stato un paio di volte.

E dire che era preoccupato per il miricanu che non conosceva. Questione di qualche ora e capì che dell’inglese poteva anche farne a meno. Al mercato ortofrutticolo di New Orleans, il più grande della Louisiana e forse di tutti gli Stati Uniti, dagli operai ai proprietari erano in massima parte italiani; siciliani, per essere più precisi.

Molti venivano dai paesi vicini al suo e non ci mise molto a fare amicizia. Si ambientò prestissimo. D’altra parte era come se un pezzo di Sicilia – usi, lingua, cibo e costumi – si fosse trasferita in blocco in un quartiere di New Orleans. C’era pure la chiesa di San Giuseppe, la messa in italiano e tutto il resto. Non poteva sperare di più.

Il lavoro al mercato, pur pesante, – dodici ore dalle quattro del mattino – non toglieva né a lui né ai suoi compagni la voglia di scherzarci sopra.

Titta Valenti, un paio di anni più di lui, era uno di quelli che aveva la battuta facile.

«U travagghiu lu fici lu diavulu».

«E quale altro figlio di buona donna poteva inventarlo, se non lui?».

«Travagghiati, travagghiati! Che il travagghiu, cristiani, non ne ammazza».

«Non li ammazza, ma li massacra».

«Il lavoro nobilita l’uomo, dicono».

«Uomini! Non lo eravamo in Italia e non lo siamo in America. Che un uomo è tale se riesce a campare la famiglia. Aceddi di passa siamo, uccelli migratori, gente senza patria; che quella che avevamo ce la siamo venduta nel momento che abbiamo preso il bastimento».

«Nummari, chistu semu e nient’altro!».

«Non numeri, ma carne da macello siamo!».

«Oh! La finite con questo martorio o no? In America siamo! Ve lo siete scordato? Abbiamo un pezzo di pane, possiamo mandare qualcosa alla famiglia: che volete di più!» Fu Titta a scuoterli, quando si accorse che la nostalgia minacciava di diventare depressione collettiva.

«Merica, Merica, sì la rovina mè!» prese a canticchiare Rocco; e in tanti lo seguirono.

Si punzecchiavano, scherzavano, imprecavano, mentre continuavano a spostare cocomeri, melenzane, pomodori e quant’altro senza un attimo di tregua, se si eccettua un secondo per fare acqua e un altro per divorare un pezzo di pane.

Tutto questo sotto gli occhi vigili del boss – un omone con un nome francese – che non capiva un accidente di siciliano, ma che ripeteva fino alla nausea: «Work must go on!».

Proprio così, il lavoro doveva andare avanti; potevano scherzare, bestemmiare e parlare quanto volevano, ma le mani dovevano essere sempre impegnate; specie di prima mattina, quando arrivavano i carretti dalle campagne e bisognava in un baleno scaricare le casse e sistemare la frutta e gli ortaggi nei banconi, avendo cura di mettere in bella mostra la roba di prima scelta per attirare i compratori.

Quello del French Market fu per Rocco un periodo felice: il primo della sua vita. Oltre ad avere un lavoro sicuro, infatti, aveva perso la testa per una ragazza. E quando uno è innamorato: tuttu lu munnu pari chianu – tutto il mondo sembra in discesa.

«Na fimmina bona fa la casa e na fimmina tinta la ruvina – una buona donna fa la casa e una cattiva la rovina» recitava un detto siciliano. E lui cercava la fimmina giusta che potesse aiutarlo a costruirsi una famiglia, come aveva fatto il padre, bonarma – buonanima, e il padre di suo padre prima di lui. Perché se c’era una cosa nella quale tutti avevano creduto, questa era stata la famiglia.

In paese di ragazze non ne mancavano, ma allora aveva altro per la testa per guardarne qualcuna con l’intenzione di sposarla. Supposto poi che avesse fatto un colpo di testa, come la campava?

Pilar, la ragazza della quale si era innamorato, non era italiana e neanche americana che non lo avrebbe guardato in faccia, ma una bella messicana.

La vide davanti al bancone della frutta tropicale e restò imbambolato a guardarla.

«Posso aiutarti?» chiese.

«No, grazie».

«Sei americana?» continuò.

«Sono messicana» rispose lei.

«E’ bella come il sole» bisbigliò, mentre continuava a fissarla.

«Oh oh!» lo scosse Titta «bona eh?».

«Da togliere lu sciatu – il respiro» farfugliò Rocco, che non le staccava gli occhi di dosso.

Pilar lavorava in una sartoria, a due isolati dal mercato, e ogni sera faceva la sua stessa strada, così Rocco ebbe occasione d’incontrarla più di una volta. Fu lei a prendere l’iniziativa con un sorriso che ne fece risaltare le labbra e i denti bianchissimi. Rocco, sorpreso e felice come non mai, restituì subito quello che aveva ricevuto. Si guardarono negli occhi, era il momento che aspettavano.

«Il mio nome è Pilar».

«Io sono Rocco».

Un sorriso, una parola, due e ancora un sorriso.

«Sei bellissima» fece Rocco, mentre le sfiorava la faccia con le dita. Pilar chiuse gli occhi e piegò la testa come a trattenere la carezza. Un brivido le corse lungo la schiena, poi si girò a cercare la faccia di Rocco. Lui la baciò all’angolo della bocca e la strinse a sé fino a farle male. Rimasero così per un pezzo.

Si rividero alla stessa ora, ogni sera al termine del lavoro. Una settimana, due, un mese, un altro e un altro ancora. Avevano cominciato quel pomeriggio parlando di cose senza nessuna importanza ed erano finiti col tenersi per mano.

Rocco non faceva che pensare a quella ragazza dalla pelle di cioccolato e dai riccioli corvini; e così succedeva a Pilar che aveva perduto la testa per quel ragazzo, insolitamente biondo, che arrivava da un’isola così lontana che non sapeva neanche dove fosse.

La giovane messicana aveva il corpo di una ballerina di flamenco e un volto dai lineamenti dolci su cui brillavano due occhi di smeraldo.

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