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Lunghezza:
466 pagine
6 ore
Pubblicato:
31 ott 2014
ISBN:
9786050330939
Formato:
Libro

Descrizione

La vita quotidiana di un uomo viene sconvolta da una serie di avvenimenti che sembrano essere la spiegazione dei suoi strani sogni. Riccardo dovrà fare i conti con i grandi protagonisti della storia e i personaggi ambigui del presente, legati ad organizzazioni segrete. Spiegarsi il motivo di misteriosi avvenimenti, riuscire a scoprire un segreto che, svelato, potrebbe sgretolare le basi del mondo. Che fare? Custodirlo o donarlo all'umanità intera? I due autori ci permettono di penetrare nel labirinto della storia tra templari, nazisti, marchi di fuoco e cavalieri medievali.
Pubblicato:
31 ott 2014
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9786050330939
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Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Il marchio di Cristo - Adelio Debenedetti

Adelio Debenedetti, Massimo Ferrari Trecate

Il marchio di Cristo

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Indice dei contenuti

Prefazione

Introduzione

GIORNO PRIMO

GIORNO SECONDO

GIORNO TERZO

GIORNO QUARTO

GIORNO QUINTO

GIORNO SESTO

GIORNO SETTIMO

GIORNO OTTAVO

GIORNO NONO

GIORNO DECIMO

GIORNO UNDICESIMO

GIORNO DODICESIMO

GIORNO TREDICESIMO

GIORNO QUATTORDICESIMO

GIORNO QUINDICESIMO

GIORNO SEDICESIMO

GIORNO DICIASETTESIMO MATTINA

GIORNO DICIASETTESIMO NOTTE

GIORNO DICIOTTESIMO MATTINA

GIORNO DICIOTTESIMO POMERIGGIO

GIORNO DICIOTTESIMO SERA

GIORNO DICIANNOVESIMO

RHEDAE, 12 MARZO 1244 (OGGI RENNES LE CHÂTEAU)

​GIORNO VENTESIMO

​GIORNO VENTESIMO: POMERIGGIO

​13 MARZO 1244 RHEDAE

​GIORNO VENTUNESIMO: TARDO MATTINO

​GIORNO VENTUNESIMO: SERA

​GIORNO VENTIDUESIMO: MATTINA

​RHEDAE, 14 marzo 1244: MATTINA

​RHEDAE, 14 MARZO 1244 POMERIGGIO

​RHEDAE, 15 MARZO 1244.

+​GIORNO VENTITREESIMO: MATTINO

​VIAGGIO DA RHENNES LE CHÂTEAU

​GIORNO VENTITREESIMO: TARDO POMERIGGIO

​GIORNO VENTITREESIMO: SERA

GIORNO VENTITREESIMO: SERA TARDA

​GIORNO VENTIQUATTRESIMO: ALBA.

​QUANDO FU TUMULATO IL SEGRETO

​GIORNO VENTIQUATTRESIMO: POMERIGGIO

​GIORNO VENTICINQUESIMO

Note

​NUMEROLOGIA

ARTICOLO PUBBLICATO SU SECRETA MAGAZINE

RINGRAZIAMENTI

Prefazione

E' un vero piacere, per me, scrivere queste poche righe di prefazione al romanzo che state per leggere. Quelle che seguono sono pagine piene di una serie di aspetti che, sono certo, cattureranno l’interesse di molti lettori perché sono un condensato di vita. La vita e il mistero si fondono e danno un risultato che supera ogni aspettativa. La storia, quella con la S maiuscola, vi è ben rappresentata, con una precisione certosina nell’esposizione di date, contesti e personaggi, così com’è presente l’altra storia, quella che, purtroppo, non compare sui libri di scuola e sui manuali ma è relegata a circoli di iniziati e di studiosi che sono aperti a trecentosessanta gradi sul mondo e, soprattutto, su una visione del mondo che oggi va sempre più scomparendo. Il pregio principale di questo libro che state tenendo in mano è la semplicità che si unisce all’analisi più approfondita; un’antitesi pratica che non potrà non affascinarvi. La serietà delle fonti che va a braccetto con la stesura genuina di un romanzo fruibile e scorrevole. Questo è un risultato che merita un grande plauso.

Vi è un sottile filo che unisce grandi aspetti e singolari personaggi. Si parte dalla quotidianità, dal vivere comune e da un luogo che è sotto gli occhi di tutti, Cassine nell’alessandrino, per giungere alle lande sconfinate dell’America Latina, passando per la Germania e la Francia. È proprio nel Paese transalpino che la vicenda si snoda e assume le caratteristiche di un giallo storico, con rimandi della storia recente e lontana. L’esperienza del nazismo serve a riportare alla luce dei fatti avvenuti secoli prima e che sono la diretta concausa di altre problematiche misteriose che trovano nella città paraguaiana di Asunción il teatro per essere rappresentate degnamente. Tutto inizia con un sogno e tutto termina con il sogno. Il protagonista, Riccardo, uomo del nostro tempo, si troverà suo malgrado investito di un grande ruolo e il sogno di un cavaliere del Medioevo riporterà l’ago della bilancia verso il mito dei Cavalieri Templari e dei loro mai risolti aspetti esoterici che si fondono e proseguono nei miti ariani. È un percorso esoterico formativo che culmina in un altro grande mistero storico, quello dei Catari e della loro mitica battaglia perduta e vinta, sotto un certo aspetto, sotto le mura di Montsegur, nido d’aquila dei Pirenei e simbolo perenne dell’uomo che lotta per un ideale altissimo e puro. Vi è anche un libro: I Boni Cristiani Catari, stampato proprio a Montsegur nel 1944, esattamente settecento anni dopo il grande rogo che mise fine all’avventura terrena dei Puri (dalla traduzione del termine greco che identifica i Catari), e in piena Seconda guerra mondiale con l’invasione nazista della Francia che ha più di un aspetto misterioso, come la totale distruzione, senza un palese motivo, del villaggio di Oradur sur Glane e degli strani scavi ordinati da Rudolph Hess nei Pirenei, portati a termine dal suo uomo di fiducia, Otto Rahn. E poi, non lontano da quei luoghi vi è Rennes le Château, ma questa è un’altra storia, o forse è sempre la stessa, ma con sfaccettature diverse.

Gli scrittori hanno saputo condensare tutto questo e altro ancora nella loro opera ed io spero che voi lettori sappiate coglierne il vero senso sia tra le parole scritte, sia negli spazi bianchi, tra le righe, come si suol dire, dove è nascosta l’essenza di quello che si è scritto ma che rimane in ombra, in attesa di qualcuno che vi getti sopra la sua luce. Buona lettura e buona maturazione!

Giorgio Baietti

Introduzione

Il Graal è una questione personale. Quando si parla di Graal, si parla di una ricerca dell’io, della persona. Pochi di coloro che lo hanno cercato possono dire di averlo trovato, o di avere capito cosa rappresenta e cosa ha rappresentato. Si definisce Graal il celebre oggetto simbolico della tradizione leggendaria medievale e della speculazione mistica. È il sacro recipiente della salvezza e della santificazione. Per il Vangelo Apocrifo di Nicodemo, si tratterebbe del recipiente che Cristo utilizzò in occasione della cena eucaristica e in cui poco dopo fu raccolto il suo sangue. Secondo la leggenda, il Graal è custodito nella montagna della salvezza ove si erge un castello.

Riempito dagli angeli con l’ostia consacrata, conferisce a chi lo possiede virtù miracolose. La ricerca del Graal rappresenta la ricerca dei beni celesti. Nell’immaginario orientale il Graal è equiparato al vaso che contiene il soma, l’elisir di lunga vita della tradizione vedica e pertanto rappresenta un recipiente magico, in cui sono conservate le forze della vita terrena e le forze di vita spirituale.

Sul piano della psicologia del profondo, il Graal è l’elemento femminile, simbolo della ricettività e della prodigalità, una sorta d’utero spirituale, per tutti coloro che si affidano alla dottrina segreta. Tutte le più importanti reliquie di Cristo sono attualmente custodite in gran segreto dalla Chiesa. Nei secoli sono state trafugate, ritrovate, acquistate o prese col sangue. Quelle venerate sono state sostituite con abile ingegno da falsi storici al fine di preservare un gran mistero: la vera identità di Gesù. Di tutte le reliquie conosciute di cui gli storici ed i testi sacri ci danno notizia, una sola non è ancora in mano alla Chiesa: il Graal. La più importante reliquia di Cristo, l’ultimo baluardo a difesa della vera cristianità, ha rischiato più volte di finire in mani nemiche. Il Graal possiede poteri arcani misconosciuti e può attirare a sé gli eletti a sua difesa. Ognuno di noi che rimembra ancestralmente la verità e raggiunge l’illuminazione può essere da lui chiamato in qualsiasi momento, a sua difesa. Poco importa l’età, il sesso e l’epoca in cui ci troviamo.

Durante la stesura di questo libro alcuni eventi particolari ci hanno portato a credere che grazie alla fermezza, alla determinazione alle quali le vocazioni fanno riferimento, siano stati fondamentali per il compito impartitoci. Nel nostro Io il Graal ci ha chiamato a sé e nessuno può esonerarsi dal suo richiamo. Abbiamo iniziato a pensare il perché della chiamata, e non meno importante, il motivo fondamentale per il quale i nostri destini si sono incrociati portandoci sulla via della ricerca dell’io dentro noi stessi.

Abbiamo anche tentato di immaginare il motivo fondamentale per il quale fiumi d’inchiostro e oceani di lettere sono stati utilizzati per scrivere, nei giorni nostri, vicende che sembrano non interessare nessuno. La risposta più semplice è: il fascino che il Graal desta è sufficiente a far produrre innumerevoli scritti, creando mille strade, altrettante traverse e vicoli cechi, sufficienti ad alzare una gran confusione sull’argomento, fuorviando le persone che forse sono arrivate vicino alla verità. Ma perché?

Questo personalmente mi assillava ed il mio caro amico mi ha posto ulteriori domande; qual è il motivo fondamentale che ha portato la Chiesa nel corso dei secoli ad impossessarsi anche col sangue delle più importanti reliquie di Cristo? Perché la reliquia più famosa, quella che tanti pensano che neanche esista, quella che ha raccolto il Sangue

di Cristo, la coppa dell’ultima cena o meglio il Graal, che ha potrei magici e virtù fatate non è nelle mani della Santa Sede? Partendo da questo ragionamento si può dire che gli scritti sul Graal creano la confusione necessaria per nasconderlo. Ma a questo punto si aprono nuovi scenari ed altrettante domande: perché questa confusione? Perché il Graal chiede aiuto quando è in pericolo…?

Spero che questo libro possa essere il nostro piccolo contributo a nascondere questa santa reliquia da possibili azioni snaturate che unitamente alle conoscenze scientifiche attuali, potrebbero scatenare scenari apocalittici.

Auguro al lettore un attimo di ripensamento prima di affrontare la lettura di queste nostre considerazioni non perché possa essere turbato, sconvolto, ma semplicemente perché abbia la coscienza, dopo la lettura, di poter affrontare la vita diversamente e tenersi pronto.

Poiché alla fine il Graal chiamerà e nessuno potrà esimersi dal non rispondere al suo appello…

Per Cristo Nostro Signore

GIORNO PRIMO

Quando la casa entrò nell'anima di Riccardo

«Bella questa casa, ma quanto vogliono?» chiese Riccardo alla persona che li stava accompagnando al sopralluogo.

«La casa non è in vendita rispose l’anziano muratore del paese. È solo per fare un piacere ad un nostro comune caro amico. Qui crediamo molto nell’amicizia e quando Marcello mi ha detto che vi sarebbe piaciuto abitare qui, abbiamo pensato di farvela vedere».

Per scherzo più che per interesse, Riccardo aveva domandato al farmacista della zona, se conosceva un’abitazione altrettanto bella quanto la sua, da acquistare in quel piccolo paesino vicino alla città, si ricordava ancora l’espressione di sua moglie quando le disse che aveva chiesto a Marcello se era possibile trovare una casa.

Poteva pensare a tutto, ma non che dopo una settimana un messaggio lasciato da Marcello nella sua segreteria telefonica gli preannunciava di avere trovato la casa che desiderava. Riccardo girava per quella costruzione buia, piena di polvere e di ragnatele cercando di capire cosa poteva essere successo tra quelle mura nei tempi passati. Chissà quante cose aveva visto quella casa e quei soffitti bellissimi. Alzando gli occhi si vedevano spuntare dalla controsoffittatura, alcuni cassettoni finemente decorati, e gli venne subito in menteche la tecnica di ricoprire con le canne le coperture originali, era spesso utilizzata in tempi di peste.

«Sa mica se qui a Cassine se c’è stata la peste?» domandò al muratore che li accompagnava.

«Sì, nel Medioevo. Qui in alto c’è una casa con una colonna. Quella colonna è stata deposta alla fine del limite della peste. La peste era arrivata fino a quel punto, quindi comprendeva anche tutta la zona limitrofa a questa casa».

I gradini di pietra serena consumati dal tempo portavano su una loggetta con una vista spettacolare. Ai loro piedi i campi coltivati squadrati da righe di coltura facevano respirare il tepore dei primi giorni di maggio e si sentiva la tranquillità alla quale la gente di città, non era più abituata.

«Cosa ne dici Carlotta?» chiese Riccardo a sua moglie.

«Bella, enorme e chissà quanto c’è da spendere» disse lei.

Intervenne il muratore che ripeté.

«La casa non è in vendita, tutt’al più se il padrone deciderà di cederla… non fatevi scrupolo nel chiedere, anche se posso rispondere solo di quello che so».

Quelle mura, unite alle bellezze che erano custodite in quella casa, inquietavano Riccardo e lo facevano sentire un esploratore che cercava le prede e lo richiamavano a sé.

«Scusi ma quanto sono spessi i muri perimetrali?» chiese di nuovo sua moglie.

«Sessanta centimetri, ci sono due file di mattoni e tra le due file un' intercapedine di terra. Si usava la terra quale coibentante anticamente, questa tecnica costruttiva veniva chiamata muro a sacco».

«Ma di che epoca è questa casa?» domandò Riccardo al muratore.

«Non sono uno storico, faccio solo il muratore. Qui nel paese alto, le case belle, sono tutte storiche come questa. Il proprietario mi ha detto che al catasto era già presente nel 1700. Ha fatto una ricerca d’archivio e ha avuto quest’informazione».

«Ma a quell’epoca non c’erano le strutture catastali».

«E invece sì. Il catasto teresiano, e da lì, si evince che era già presente, quindi esisteva qualcosa già prima del 1700. Forse è della stessa epoca della casa del Conte Zoppi, qui a venticinque metri, che risale, circa, alla seconda metà del 1400».

Riccardo era spaventato tremendamente vedendosi intorno a quello scenario polveroso, pensava a quanto avrebbe dovuto spendere per rendere vivibile quella topaia e cosa occorreva fare in termini di restauro. Allo stesso tempo la casa lo richiamava di nuovo a sé e sembrava avvolgerlo tra le sue braccia e volergli dire di restare li.

Scesero le scale e si avventurarono in cantina.

«Che cos’era questa?» disse sua moglie mentre entrava in una stanza con i ciottoli per terra e con il pavimento irregolare.

«La stalla» rispose il muratore aggiungendo: «Anticamente tutti avevano una stalla. Questa è strana perché ha un’uscita per il camino e un pozzo per l’acqua. Penso che gli animali fossero riscaldati da un piccolo focolare e abbeverati direttamente da questa cisterna».

«Ma secondo lei c’è ancora acqua qui sotto oppure ormai è un pozzo secco?» domandò Riccardo al muratore.

«No» rispose lui, «L’acqua c’è ancora e si trova anche in profondità. Se riuscissimo ad arrivarci potremmo sapere quante cose può nascondere questa casa».

«Dal pozzo e perché?» riformulò Riccardo.

«Perché il pozzo ha funzioni sacre, prima fra tutte di dare da bere agli assetati, ma anche ristoro a coloro che passano da questa proprietà, oltre ad essere un modo netto per distinguersi da chi era costretto a raggiungere il rio per sciacquare i panni…»

Riccardo ripensò a quelle parole, per essere un muratore aveva una discreta cultura o quantomeno si atteggiava. In ogni modo s’interessava e sembrava conoscere bene la storia del paese. Quella casa gli fece rivivere le emozioni che aveva provato recentemente leggendo un libro di uno scrittore inglese, un romanzo ambientato nel medioevo che narrava la storia delle confraternite di muratori. Quei costruttori di cattedrali gotiche, edificavano alla gloria della cristianità opere stupende, con una cura ed una maestria idilliaca. Vivevano in un’epoca in cui il confine tra l’umano ed il bestiale era molto flebile, costituendosi in confraternite, pronti a darsi aiuto l’un l’altro, a prestarsi mutuo soccorso in un mondo che aveva confini e lingue diverse.

Costoro conoscevano un’arte tramandata segretamente con un rituale ben preciso, che risaliva all’epoca dell’edificazione del tempio di Re Salomone. Forse Riccardo era in presenza di un confratello di qualche compagnia di scalpellini? Era meglio tacere. Se avesse riferito quel pensiero a sua moglie, lo avrebbe rimproverato di vedere cose strane in ogni dove.

Eppure quella casa lo attirava dandogli una strana sensazione, uno strano ricordo nel suo profondo.

«Grazie di tutto» disse accomiatandosi dalla guida.

«Le lascio i miei riferimenti, mi faccia avere qualche notizia dal proprietario; se ha intenzione di vendere e a che cifra».

«Non si preoccupi» rispose il muratore.

«Appena saprò qualcosa la chiamerò. Buon rientro alla città».

Riccardo e sua moglie Carlotta salirono in auto e si diressero verso casa. Durante il viaggio di rientro si ristabilì tra loro quel silenzio, che spesso portava la donna a formulare la fatidica domanda, che neanche la radio accesa sapeva evitare e… come sempre disse.

«A cosa rimugini?».

Questa volta Riccardo pensò che domanda non fu più propizia. Aspettava quel quesito come un pescatore attende il suo futuro pasto sulla riva del fiume. Si contenne ed iniziò nel dire.

«Niente di particolare, pensavo alla casa che abbiamo visitato. Cosa ti pare?».

«Una follia.» gli rispose lei, «Hai visto in che stato è? Chissà quanto dovremo spendere per metterla a posto. E poi è grande… troppo per noi due soli».

«Vero, stavo pensando alla stessa cosa. In ogni caso devo dire che, nonostante tutti i pensieri negativi che si possono fare, quella casa mi affascina, è come se qualcosa mi attirasse a lei. Sai quando rivivi quello che pensi di avere sognato?».

«Si chiamano déjà vu. Per te che sogni ad occhi aperti non è una novità. Chissà se su queste cose ci marci o sono vere».

Quella frase pronunciata da sua moglie gli fece ricordare il vero significato del sogno: una sequenza d’immagini più o meno coerenti che si presentano durante il sonno, che lasciano quel fascino ipnotico all’interno di ognuno noi e della nostra psiche. Gli antichi avevano personificato il sonno con Ipno, figlio della Notte e dell’Erebo e fratello gemello della morte. La leggenda narrava che Innamorato d’Endimione, gli avrebbe accordato il dono di dormire ad occhi aperti, per contemplare incessantemente gli occhi dell’amato. Da qui il detto sognare ad occhi aperti. Contemplando la sua dolce metà, Riccardo era riconoscente di poter dormire ancora con gli occhi chiusi, non perché non voleva perdersi nei suoi occhi ma semplicemente perché i suoi sogni erano inquietanti. Quasi tutte le notti sognava angosciato di risvegliarsi improvvisamente all’interno di un

sepolcro e trovarsi per un attimo con una lastra a pochi millimetri dal viso, sepolto nell’oscurità con la gamba sinistra piegata ad angolo sotto quella destra. Nel buio totale ed in preda al panico, si chiedeva cosa stesse facendo li, realizzando qualche istante dopo che era stato sepolto vivo. Iniziava a dimenarsi, cercando di uscire da quella bara che lo opprimeva ed improvvisamente si risvegliava, madido di sudore, affannato. Qualche secondo di smarrimento e poi, Morfeo, uno dei mille figli d’Ipno, avendo avuto pietà di lui, lo riprendeva a sé calmando la sua angoscia e facendolo sprofondare nuovamente nell’inconscio.

Ovviamente quando raccontava a sua moglie di quella situazione, le battute si sprecavano e i riferimenti alle cene luculliane ed al vino erano scontati. Quindi, evitava tra l’altro, di ripetersi, sulle stesse cose.

«Andiamo a cena fuori, vista l’ora» disse Carlotta.

«Va bene» rispose, pensando di moderarsi con il cibo e le bevande, per evitare la sua angoscia serale.

GIORNO SECONDO

Quando l'incubo si tramutò in un sogno diverso

Cena piacevole e ottimo vino. Riccardo si adagiò sul suo giaciglio e prese in mano un libro che lo appassionava, ma alla seconda riga iniziò a vedere le onde sulle pagine, come se l’inchiostro prendesse forma e cominciasse a danzare sotto il ritmo di una risacca ormai conosciuta e molte volte anche attesa.

Tempo di realizzare che si stava addormentando che sua moglie subito gli assestò un colpo, meglio di un buon giocatore di calcio.

«Stai russando» gli disse Carlotta.

«Scusa mi giro, così non russo più, buonanotte».

Si addormentò pensando per un breve istante all’immensità dell’essere supremo che aveva creato l’universo e ai sensi di cui aveva dotato le donne, sognando qualcosa di nuovo…

Era notte, si trovava al freddo, girandosi di colpo sul fianco vide un uomo alto, vestito di cotta, con un’armatura. Erano appesi entrambi ad una parete. Riccardo pensò per un attimo che non era il sogno di sempre e che fortunatamente non era sepolto vivo. Si girò improvvisamente dall’altra parte. Una giovane, che sembrava un paggetto, annaspava anche essa sulla parete, tenendosi con tutte le sue forze alla corda. Dall’alto sentì latrare e contemporaneamente l’uomo sopra di essi risalì velocemente, facendo leva solo sulle sue braccia. Iniziò a nevicare intensamente e tutto intorno si ovattò. Suoni e rumori si affievolirono sotto i fiocchi candidi che si depositavano sui loro abiti. Nel silenzio un guaito e poco dopo rivide quell’uomo. Si affiancò a Riccardo scendendo ancora di qualche braccio, e si posizionò a lato di un quarto figuro. Parlava piano per non farsi sentire, un francese con uno strano accento, che ricordava vagamente una pronuncia tipica dei paesi germanici.

Nein, mi la'i tramourti:. È sotto la mia Clavain

«Lo ha tramortito e lo ha messo sotto l’armatura. Sarà un cane?» si domandò Riccardo.

Intanto continuò la discesa e girandosi verso il buio si accorse che stavano dando le spalle al vuoto, sospeso contro rocce ben levigate. Dall’altra parte niente, sotto di loro la terra e il bosco. Al di là del bosco si vedevano delle luci e nel chiaro scuro s’intravedeva un accampamento, sicuramente stavamo fuggendo da un assedio. La ragazza aveva con sé una bisaccia, forse con all’interno qualcosa da mangiare. L’armigero si muoveva con destrezza mentre il quarto cavaliere, Riccardo non riusciva a scorgerlo, sentiva però che si muoveva e li stava anticipando. Nell’inconscio del sogno Riccardo si chiedeva che cosa stesse facendo su quella parete e quasi con un po’ di malincuore, pensava al fatto che ormai era abituato a trovarsi morto e sepolto vivo. Come mai quella notte aveva cambiato incubo?… Ma fu un attimo e suonò la sveglia.

Si svegliò infreddolito e pensò ancora a quella visione notturna. Si accorse così che era fuori dalle coperte e forse il freddo che sentiva, non era causato dalla neve, ma dalla mancanza del plaid. Si alzò e si diresse in bagno, mentre si guardava allo specchio per radersi, il suo animo era inquietato per quel nuovo sogno.

Iniziò a passare in rassegna quello che potevano aver mangiato o bevuto. Eppure non aveva avuto particolari problemi di stomaco. Il ruchè era ottimo e la carne cotta al punto giusto; tra i formaggi non c’era niente che non andasse e l’antipasto con la farinata e le cipolle erano semplicemente deliziosi. Come dessert una degustazione di cioccolato, in abbinamento con un barolo chinato di qualità. Forse era stato quel vino liquoroso mischiato all’altro? Eppure stranamente non aveva nemmeno avuto quel solito disturbo che lo affliggeva quando andava fuori a cena ed il calore della digestione non lo aveva colpito. O meglio, forse, quella poteva essere la ragione per la quale si trovava fuori dalle coperte. Forse per il troppo caldo si ero scoperto, immaginando che nevicasse. In effetti, tutto questo aveva un senso. 

-Ma perché nel nuovo sogno si ritrovavo appeso in compagnia di altre tre persone lungo una parete scoscesa?-  Si domandò tra sé e sé Riccardo.

Si focalizzò sull’epoca… Medioevo, almeno dal vestito che indossava l’armigero.

Poteva essere all’interno di uno scherzo o una festa di Carnevale, ma aveva vissuto questo sogno con una realtà tale che dopo ore, mentre era al lavoro, continuava a pensare a quella scena e a riviverla come per magia.

Mentre era davanti al computer, approfittando di un attimo di pausa, si collegò ad internet, cercando un sito che potesse aiutarlo nel dare un' interpretazione ai sogni. 

Avviò il motore di ricerca digitando la parola sogno. Un’infinità di pagine. Doveva circoscrivere l’analisi. La tecnologia aveva dell’incredibile: era possibile fare ricerche che solo pochi anni prima erano impensabili, quasi impossibili da realizzare, ma come tutte le ricerche ci voleva il criterio, il metodo.

Il sistema d’analisi che intendeva utilizzare era la dicotomia, la divisione in due parti. Bastava ripartire un pensiero o meglio dividere la ricerca in metài, analizzando i risultati, che generavano a loro volta una nuova dicotomia. Occorreva scegliere quella che faceva al caso suo, focalizzando la più adatta.

Pensando a questo, si rese conto di quanto era grande l’universo, avvicinandosi a comprendere il significato d’infinito. Erano quasi tutti siti a pagamento. In effetti, fattucchiere e maghi da fiera si trovavano in mezzo a questa gran comunità cosmopolita che era internet, la Babilonia del ventunesimo secolo, facendo mercimonio dei propri servigi, come anticamente si faceva nelle piazze durante le feste di paese. Era possibile trovare anche qualche buon ciarlatano che disegnava gli araldi personali, come se tutti gli utenti d’internet fossero discesi da un rango nobile per la modica cifra di trenta euro. Dentro ognuno di noi, pensava Riccardo, era innato l’istinto simoniaco di comperare e vendere cose che avrebbero potuto elevare chiunque ad un rango migliore, assicurandosi un posto di tutto rispetto, in barba a quei cyber araldi che per fortuna di tutti, avevano creato una nuova professione.

Decise che il suo sogno andava analizzato diversamente, applicò su di esso la bipartizione e analizzò le scene che a mano a mano si affievolivano all’interno della sua memoria. Pensò di porre rimedio alla cancellazione onirica riportando su alcuni file sempre aperti il sogno, in modo da integrarlo con nuove osservazione.

Alla fine avrebbe avuto sicuramente un quadro più dettagliato e, dietro preventivo, avrebbe potuto rivolgersi a qualche buon professionista per dare un’interpretazione non da applicare all’estrazione del lotto, ma alla sua conoscenza.

La sua attenzione si era focalizzata su quel tizio ben messo, che aveva compiuto il nobile gesto di ritornare su da quella scalata. Indossava una veste d’arme, molto simile all’abito che il sito diceva chiamarsi brunia/broine. Solitamente la brunia era un giaccone di stoffa o di cuoio coperto di scaglie o d’anelli di metallo che lo rinforzavano. Proseguendo nella ricerca trovò che nell’XI secolo si sostituì gradualmente la brunia con l’usbergo, cioè una maglia composta da stretti anelli di ferro intrecciati tra loro e ribattuti. Questa cotta di maglia, flessibile era relativamente leggera (dai dodici ai quindici chilogrammi) permetteva una certa libertà di movimenti e nel contempo costituiva un rivestimento compatto e resistente. La fonte inoltre citava che a partire dalla fine del secolo XII (ma soprattutto nel Due - trecento) le zone più esposte dell’usbergo venivano rinsaldate con l’aggiunta di placche di metallo o in cuoio cotto. Sotto la cotta, i cavalieri portavano un giubbotto trapuntato di pelle e tela detto gambeson le cui imbottiture smorzavano i colpi e riducevano l’attrito dell’armatura sulla pelle. Osservando le illustrazioni di quei cimeli a Riccardo sembrò di riconoscere le vestimenta che aveva indosso quel tizio, molto robusto e che erano riconducibili XII secolo, ma forse anche al XIII secolo.

La fonte sosteneva che dopo l’anno mille si apportarono quelle modifiche all’abbigliamento cavalleresco. L’usbergo fu integrato dal camaglio, (clavain in lingua d’oil) un cappuccio di maglia che copriva la testa e il collo. Clavain, proprio quella parola aveva esclamato quel tizio nel sogno. Un brivido gli percorse la schiena mentre si rifaceva al sogno. In effetti, dopo che era tornato dalla risalita, il cavaliere sembrava avere un rigonfiamento sulle spalle. Ripensandoci aveva deposto sul collo e sotto il cappuccio, l’animale, che prima aveva guaito e poi latrato, quindi il cavaliere per trasportare il cane lo aveva da prima tramortito, e poi lo aveva caricato sulle spalle; in effetti era l’unico modo per tenersi nuovamente sulla corda nella discesa. Riepilogò ad alta voce.

«Dopo il millecento, appeso ad un muro, di notte, in condizioni climatiche nevose, in compagnia di due cavalieri ed una donna».

Ad un tratto un immagine nitida gli ritornò in mente: lo stemma riprodotto sulla divisa del marcantonio che aveva sognato al suo fianco era estremamente particolare. A questo punto digitò la parola ordini cavallereschi immagini… Il motore di ricerca gli propose 10 pagine di illustrazioni. Passandole in rassegna trovò l’emblema presente sull’armatura del cavaliere: Ospitalieri, membri dell’ordine dell’Ospedale. Nato a Gerusalemme sulle basi di istituzioni amalfitane d’accoglienza per pellegrini e malati, riconosciuto come Ordine da Pasquale II (1113) e provvisto di una Regola (ante 1153). Alle opere di misericordia gli Ospitalieri affiancarono, dal 1130 circa, servizi di tipo militare e, nella seconda metà del secolo divennero, come i Templari, una delle realtà più significative, nella difesa del Levante latino. Terra Santa, a Riccardo non sembrava di essere a Gerusalemme. Non era mai stato in Terra Santa, ed in oltre per quel che ne sapeva non vi erano foreste e boschi come nel sogno. Nell’immaginario suo Gerusalemme era nel deserto con il caldo. Forse avrebbe potuto anche nevicare ma di sicuro la città Santa non era circondata da foreste, o meglio, non la immaginava così. Qualcosa non gli tornava. Era appeso ad un muro con un cavaliere dell’ordine degli Ospitalieri ma non si trovava in Terra Santa.

Lo chiamarono per una riunione, abbandonò a malincuore la postazione, non prima di avere salvato su un file tutte le sue ricerche poiché la cosa lo incuriosiva parecchio.

GIORNO TERZO

Quando la casa si impadronì di Riccardo

Pensava a quello che aveva scovato con le sue ricerche e che il sogno non gli suggeriva. Per un attimo si domandò perché non era l’incubo di sempre. Che cosa era successo in quei giorni che lo avevano indotto a cambiare visioni? Fondamentalmente si era abituato al sogno precedente e, nella sua crudeltà, gli teneva compagnia. Qualcosa era successo al suo inconscio senza che se ne rendesse conto. Suonò il telefono.

«Buonasera Riccardo, sono Renato di Cassine».

«Oh carissimo, buonasera. Come sta?».

«Io bene grazie. Le telefono per quella casa che le ho fatto vedere la settimana scorsa».

«Ci sono novità?».

«Sì, una. Il proprietario vuole vedervi. Ha pensato che è giunta ora di vendere qualcosa, anziché conservare il tutto per quando non ci sarà più… qualcuno godrà dei suoi sacrifici».

Riccardo pensò come molte volte nella vita si facevano le cose senza conoscerne il perché; sembrava che ogni persona avesse un destino segnato e le sofferenze e le gioie che si subivano facevano forse parte di un disegno che qualcuno aveva tracciato. Forse in realtà era più semplice di quello che appariva. Forse eravamo noi stessi che cercavamo a tutti i costi, un risultato all’interno di una vita che si appiattiva e ci faceva vivere in funzione di quello che poteva essere il nostro ultimo cammino.

L’essere umano aveva sempre cercato di carpire i misteri del futuro senza sapere, o rendersi conto che lo spazio temporale lo avremmo deciso noi. Eravamo noi i nostri profeti. Disegnavamo il futuro sulla base del presente, diventando artefici del nostro benessere, meditò Riccardo.

Quindi non si spiegava, ancora il perché, si trovava sulla macchina e si stava recando a Cassine per rivedere quella casa. Pensò che poteva essere per il suo benessere, anche se, qualche volta, il troppo déjà vu lo aveva condotto in posti particolari.

Nel tragitto si ricordò ancora le stranezze della vita a partire dalle vicende legate all’acquisto della casa, sino ad arrivare alle visioni notturne. Con quei pensieri arrivarono al parcheggio, il muratore li attendeva.

«Venite, vi presento al padrone di casa».

«Oh grazie. Sarò lieto di fare la sua conoscenza».

Entrarono in casa e la polvere iniziò a diventare loro amica. Vide una persona statutaria, alta, imponente che li osservava dall’alto della scala.

«Siete arrivati all’hora nona e quindi potrei dirvi buona sera, poiché anticamente seguiva il vespro e la compieta.

Nel medioevo il computo delle ore faceva riferimento al sorgere del sole con l’hora prima, che corrispondeva circa alle sei e mezzo di mattino. Le 14.30 come sono adesso corrispondevano all’hora nona. La giornata si chiudeva alle ore 18. Il Medioevo con i suoi ritmi legati alla natura, aveva più rispetto per la persona e per i suoi bioritmi; ora è tutto uno scandire vorticoso del tempo per poi non combinar nulla affatto».

Riccardo rimase stupito dalle affermazioni di quello strano individuo ma le capiva. Eppure non aveva mai saputo nulla di quella suddivisione, che scoprì in seguito a quell’incontro, essere la ripartizione delle ore canoniche. E poi, -Chissà perché, quel tizio parlava di tempo medioevale- si chiese tra sé e sé Riccardo?

«Sì, capisco, piacere di conoscerla e complimenti per la casa».

«Grazie ma i complimenti non sono per me. Io l’ho solo avuta. I complimenti andrebbero fatti a chi l’ha edificata e tutt’al più a chi la ristrutturerà».

«Ma allora si è deciso a venderla?» ribadì Riccardo.

«La casa non gliela vendo. Posso solo passarle la proprietà ma non posso vendergliela perché non è mai stata mia».

«In che senso non è lei il proprietario?» aggiunse Carlotta.

«Sì il proprietario sono io al catasto, ma la casa non mi è mai appartenuta. Vede io abito qui a fianco. La casa ti appartiene quando te la senti dentro, quando senti quel qualcosa dal quale non ti puoi separare, come per assurdo il legame che ti lega alla famiglia, con chi ti vuole bene. Solo in questo frangente la senti tua. Visto che non la sento mia, non la vendo perché non è mai stata mia. Vi passo la proprietà».

«E quanto costerebbe questo passaggio?» replicò la moglie.

«Vedete se questa casa diventerà la vostra, per il prezzo ci accorderemo. Per fare le cose non servono i soldi. Ci vuole la testa e, mi creda, molte volte anche il cuore. I soldi sono sia pessimi servi che ottimi servitori, quindi bisogna servirsene e servirli e non esserne schiavi».

Stupito della conoscenza di quella persona, girarono per casa, facendo le domande di sempre per decidere il da farsi. Tra polvere e ragnatele sentirono la casa diventare loro.

Mentre uscirono, improvvisamente Riccardo sentì chiamarsi dalla casa, come se qualcosa inavvertitamente lo avesse toccato e si diresse nuovamente verso la cantina. Una forza lo attirava proprio là. Non sapeva ancora il perché ma ritornare in quel posto gli dava una sensazione un po’ familiare.

Sì, era vero, l’aveva visitata qualche giorno prima, ma qualcosa gli confermava che quel muro lo conosceva. Si ricordò di quell’anello e gli sembrava di vederci attaccato un cavallo. Per forza pensò ad una stalla, ma il motivo era un altro, o meglio, gli sembrava che, in un passato lontano,  proprio lui avesse annodato un cavallo

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