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La società malata. L'umanesimo di Erich Fromm tra Marx e Freud

La società malata. L'umanesimo di Erich Fromm tra Marx e Freud

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La società malata. L'umanesimo di Erich Fromm tra Marx e Freud

Lunghezza:
160 pagine
7 ore
Pubblicato:
Mar 3, 2015
ISBN:
9786050361803
Formato:
Libro

Descrizione

In questo saggio si delinea, seguendo il pensiero di Erich Fromm, una sorta di “psicanalisi umanistica” della società capitalistica. L’uomo viene posto nella concretezza e nella peculiarità della propria esistenza e proprio in base ad essa viene analizzato il rapporto tra "psiche" e società contemporanea.
La psicoanalisi di Freud viene rivista e filtrata attraverso il materialismo dialettico di Marx e il risultato sarà l'elaborazione di una psicanalisi materialistica e, quindi, di una critica su basi psicanalitiche del capitalismo e delle sue contraddizioni.
Pubblicato:
Mar 3, 2015
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9786050361803
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Paolo Lattanzi

La società malata. L'umanesimo di Erich Fromm tra Marx e Freud

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Indice

1. INTRODUZIONE. LA PSICANALISI UMANISTICA DI ERICH FROMM

2. LA CRITICA A FREUD

2.1 CRITICA METODOLOGICA

2.2 CRITICA DI ALCUNI CONCETTI FONDAMENTALI DELLA PSICANALISI FREUDIANA

L’ inconscio

Il complesso di Edipo

Transfert

Narcisismo

Carattere

Il significato di infanzia

L’interpretazione dei sogni

2.3 CRITICA DELLA TEORIA FREUDIANA DELL’ISTINTO

Incongruenze e contraddizioni

Proposte critiche

2.4 GRANDEZZA E LIMITI DELLA PSICANALISI FREUDIANA

3. Il CONTRIBUTO DI MARX

3.1 LA CONCEZIONE MARXIANA DELL’UOMO. AFFINITA’ E DIVERGENZE CON LA PSICANALISI

L’uomo secondo Marx

Punti di contatto e di contrasto con la concezione freudiana dell’uomo

3.2 CARATTERE SOCIALE E INCONSCIO SOCIALE

4. PATOLOGIA SOCIALE E SITUAZIONE UMANA

4.1 UNA PATOLOGIA DELLA NORMALITA’

4.2 LA SITUAZIONE UMANA ALLA BASE DELLA PSICANALISI UMANISTICA

a. correlazione

b. trascendenza

c. radicamento

d. senso di identità

e. bisogno di orientamento e devozione

5. L’UOMO NELLA SOCIETA’ CAPITALISTICA

5.1 CAPITALISMO DEL XIX SECOLO

5.2 LA SOCIETA’ E IL CARATTERE SOCIALE NEL XX SECOLO

astrattizzazione e alienazione

conformismo gregario

il principio di non frustrazione

ragione, coscienza, religione

il lavoro

democrazia

5.3 SALUTE O ALIENAZIONE MENTALE?

6. CONCLUSIONI. PROSPETTIVE DI SALUTE

BIBLIOGRAFIA

La società malata. 

L'umanesimo di Erich Fromm tra Marx e Freud

PAOLO LATTANZI 

1. INTRODUZIONE. LA PSICANALISI UMANISTICA DI ERICH FROMM

Questo saggio vuole mostrare in che modo marxismo e psicanalisi vengano messi in relazione dal pensiero e dallo studio di Erich Fromm.

Egli fu uno psicanalista, sociologo e filosofo tedesco nato nel 1900 e scomparso nel 1980. Grazie al suo spiccato interesse per le scienze sociologiche, fu ammesso e divenne un illustre membro della scuola di Francoforte, approfondendo le sue ricerche assieme ad Horkheimer, Adorno e Marcuse, anche se fu l’unico psicanalista.

Nonostante i suoi svariati interessi, l’attività e la ricerca psicoterapeutica costituirono le sue principali preoccupazioni. Centrale, in tali ricerche, fu l’osservazione empirica dei fenomeni psichici:

Non c’è una sola conclusione teorica sulla psiche dell’uomo, che non si basi su un’osservazione clinica del comportamento umano fatto nel corso di questo lavoro di psicanalisi.[1]

Il suo ambito di ricerca viene definito psicanalisi umanistica, dal momento che pone al centro l’uomo nella concretezza e nella peculiarità della propria esistenza.

La sua nozione di umanesimo si può definire secondo alcuni presupposti fondamentali: l’esistenza di una natura umana fondamentale, il fatto che tale natura, oltre ad essere definibile in termini fisiologici e biologici, è anche definibile in termini psichici e che è possibile descriverla in modo scientifico e analitico.

Freud e Marx sono proprio coloro che più di altri, secondo Fromm, sono stati in grado di descrivere questa natura e di individuarne caratteristiche fondamentali. Le loro teorie esercitarono un’enorme influenza sul pensiero di Fromm e, d’altra parte, egli li confrontò mettendo in luce aspetti comuni ed aspetti contrastanti e sottoponendo ad una sorta di revisione critica alcune loro concezioni. Da una parte Freud ebbe il grande merito di elaborare una psicanalisi scientifica in grado di comprendere forze essenziali che influenzano l’agire umano; dall’altra Marx mise in luce l’importanza della struttura economica e sociale nello sviluppo dell’uomo stesso. L’umanesimo era proprio ciò che, per Fromm, li accomunava. Freud individuò dinamiche comuni a tutti gli uomini e che determinano una struttura psichica peculiare dell’uomo in quanto tale. Marx, d’altro canto, pose al centro della sua analisi l’uomo nella sua concretezza e la realizzazione della sua piena libertà e del suo completo sviluppo.

Il marxismo è un umanesimo e il suo scopo è la completa rivelazione delle potenzialità dell’uomo; non l’uomo dedotto dalle sue idee o dalla sua coscienza ma l’uomo con le sue proprietà fisiche e psichiche, l’uomo reale che non vive nel vuoto ma in un contesto sociale, l’uomo che deve produrre per vivere.[2]

Il merito di Marx sarà proprio il fatto di porre in evidenza il ruolo dei rapporti sociali nello sviluppo umano e sarà, infatti, l’aver trascurato tale aspetto l’errore maggiore che Fromm attribuirà a Freud. Fromm, d’altra parte, rileva anche i limiti del marxismo e rimprovera a Marx di aver sottovalutato la complessità delle passioni umane e il loro ruolo nella vita dell’individuo. Il maggior difetto del marxismo sta proprio nella mancanza di una psicanalisi sociale che sia in grado di far luce sulla relazione tra rapporti sociali e dinamiche psichiche degli individui.

La famosa affermazione del Manifesto del partito comunista secondo cui gli operai non hanno nulla da perdere se non le loro catene, contiene un profondo errore psicologico. Insieme alle loro catene essi hanno da perdere anche tutti quei bisogni e quelle soddisfazioni irrazionali che sono sorti dal momento in cui hanno cominciato a portare le loro catene.[3]

In queste parole sta il senso essenziale della psicanalisi umanistica di Fromm. Egli vuole porre in evidenza il modo in cui la società e i rapporti sociali determinino certi fenomeni psichici e valutare se tali fenomeni siano da considerarsi patologici o meno rispetto alle proprietà che caratterizzano essenzialmente l’uomo.

Solo così, infatti, è possibile per Fromm un’autentica liberazione dell’uomo e la realizzazione della sua felicità e del suo pieno sviluppo:

la malattia della civiltà non è tanto nella materiale povertà dei molti, quanto nella decadenza dello spirito della libertà e di fiducia in se stessi.[4]

Naturalmente per fare ciò è necessario fare riferimento alle teorie freudiane e allo stesso tempo sottoporle ad un’analisi critica. Freud infatti, condizionato dai suoi presupposti meccanicistici non fu capace di cogliere la decisiva importanza dei rapporti sociali nella formazione psichica dell’individuo. Fromm, da questo punto di vista, vuole formulare una psicanalisi che riconsideri i concetti e i fenomeni psicanalitici e metta in luce l’importanza dei fattori sociali nella formazione e nello sviluppo della psiche umana. Una psicanalisi che sia immediatamente sociale nel senso che sia in grado di individuare le cause sociali dei fenomeni psichici e di valutare se una società possa o meno promuovere la salute mentale e la felicità degli uomini. Vediamo ora, più in dettaglio, in che modo Fromm elabora tale psicanalisi.

Nel capitolo successivo mi occuperò della critica a Freud, di come Fromm abbia mostrato l’erroneità di alcune concezioni freudiane e di come abbia pensato di perfezionare in qualche modo tali teorie. Nel terzo capitolo metto in luce come sia importante l’analisi marxiana dell’uomo e della società nelle formulazioni principali della psicanalisi frommiana.

Nel quarto espongo le linee fondamentale della psicanalisi umanistica: la nozione di società malata e quella di natura umana.

Nel quinto analizzo la descrizione che Fromm ci dà dell’uomo nella società capitalistica. Infine, nel sesto traggo alcune conclusioni.

[1] Marx e Freud, Arnoldo Mondadori Editore S.p.a, 1989, Milano, p. 10; Ed. originale: Beyond The Chains of Illusion. My Encounter with Marx and Freud, Credo series, New York, 1962.

[2] L’umanesimo socialista, Dedalo libri, Bari, 1971, p.255; ed. originale: Socialist Humanism An international symposium, Doubleday & Company, 1965.

[3]  E. Fromm, Psicanalisi della società contemporanea, Ed. Comunità, Milano, 1980, p.254; Ed. originale: The sanesociety, Rinehart and Winston, New York, 1955.

[4]  E. Fromm, Marx e Freud, cit., p.174

2. LA CRITICA A FREUD

2.1 CRITICA METODOLOGICA

Pur riconoscendo l’enorme valore e l’importanza delle scoperte di Freud, Fromm muove alcune critiche alle concezioni freudiane non con lo scopo di negarle o contraddirle ma volendo fornire un’interpretazione più adeguata e obiettiva di tali scoperte. Per Fromm infatti gli errori di Freud derivano da alcuni presupposti metodologici che hanno viziato la formulazione delle sue ipotesi e teorie. Ciò tuttavia non è dovuto a una mancanza di autocritica di Freud ma alla presenza di una contraddizione di fondo in ogni nuova teoria: infatti da un lato l’autore ha qualcosa di nuovo da dire sottoponendo a critica precedenti concezioni illusorie, dall’altro lato egli deve esprimere tale nuovo concetto secondo lo spirito del suo tempo. Ogni autore che propone idee e concezioni nuove e per ciò stesso critiche nei confronti dei valori culturali del suo tempo, deve comunque fare i conti con tali valori e può esprimere tali nuovi pensieri solamente in accordo con tali valori. Ogni società ha infatti il proprio filtro sociale per il quale concetti e idee che sono nocivi allo sviluppo di tale struttura sociale sono impensabili oltre che indicibili. L’autore deve, perciò, esprimere le sue teorie utilizzando la logica e i concetti tollerati dalla propria cultura e non può fare altrimenti dato che il filtro sociale non lo consente. Questo filtro agisce mediante le categorie logiche e linguistiche che permettono l’espressione di taluni concetti e ne escludono altri.

Concetti che non possono passare attraverso il filtro sociale di una

data società in un dato tempo sono impensabili, oltre che, naturalmente, indicibili… Ne deriva che il pensatore creativo deve pensare nei termini della logica, degli schemi mentali, dei concetti esprimibili nella sua cultura.[1]

Nel caso di Freud due sono i fondamentali presupposti culturali che condizionano le sue scoperte: il materialismo positivista ottocentesco e la mentalità borghese e patriarcale.

Per quanto riguarda il primo aspetto Freud fu enormemente influenzato dalle teorie materialistiche dei suoi maestri, in particolare von Brucke, per cui non poteva concepire l’esistenza di forze psichiche svincolate da radici fisiologiche. Il suo proposito era svelare l’origine delle passioni umane, considerarle nel loro autentico significato come solo romanzieri, poeti e filosofi avevano fatto. Tuttavia, per farlo, egli rimase vincolato al paradigma scientifico positivista che riduceva qualsiasi spiegazione in termini quantitativi e materialistici. In questo modo egli fu guidato nella sua analisi dall’esigenza di trovare una radice materiale, quantitativa di tali passioni e quindi di spiegarle ricorrendo a fattori fisiologici. L’unico fenomeno che poteva essere in grado di collegare fenomeni psicologici a eventi fisiologici era la sessualità e perciò Freud utilizzò la sessualità come elemento cardine per comprendere e spiegare passioni e sentimenti. Essa divenne

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