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Le mani di Madian: (Il romanzo di Marlowe)
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E-book340 pagine4 ore

Le mani di Madian: (Il romanzo di Marlowe)

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Info su questo ebook

Il misterioso scrittore di successo che si firma solo Madian organizza un’intervista esclusiva con l’indagatore dell’occulto Daniele Arena, durante la quale gli mostra la propria mano destra e rivela... che quella non è la sua mano. 
Inizia una storia oscura in cui ci sono mani che creano, come quelle di uno scrittore, e mani che distruggono, come quelle dell’assassino che (forse) sta colpendo delle donne che hanno un solo punto in comune: hanno tutte partecipato ad una traduzione misteriosa. 
Ci sono mani che traducono e mani che sfogliano libri alla ricerca della finzione più grande di tutte: la verità. Sono le mani dell’investigatore bibliofilo Marlowe (no, non “quel” Marlowe), che viene ingaggiato perché solo chi studia la finzione letteraria potrà capire realtà.
Per la prima volta il personaggio nato sulle pagine di ThrillerMagazine appare in un romanzo, alla ricerca di una verità che giace sanguinante... nelle mani di Madian. - 

La ristampa del 2015 presenta in chiusura un saggio da leggersi DOPO il romanzo, per non rischiare di rovinarsi dei colpi di scena. - 

Lucius Etruscus è vice-curatore di ThrillerMagazine e redattore di SherlockMagazine, gestore del database “Gli Archivi di Uruk” e di vari altri blog, come “Fumetti Etruschi” (recensioni di fumetti di ogni genere), “Il Zinefilo” (dedicato al cinema di serie Z), il “CitaScacchi” (citazioni scacchistiche da ogni forma di comunicazione) ed altri ancora. Scrive saggi su riviste on line, ha partecipato (sia come giuria che come autore) al romanzo corale “Chi ha ucciso Carlo Lucarelli?” (Bacchilega Editore) e su ThrillerMagazine ha raccontato le indagini del detective bibliofilo Marlowe... non “quel” Marlowe, i cui retroscena (ed altro ancora) sono narrati nel blog “NonQuelMarlowe”.
LinguaItaliano
Data di uscita17 dic 2014
ISBN9786050343083
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    Anteprima del libro

    Le mani di Madian - Lucius Etruscus

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    Lucius Etruscus

    Le mani di Madian

    Il romanzo di Marlowe,

    non quel Marlowe

    Crediti

    Collana: Le indagini di Marlowe, non quel Marlowe

    Prima edizione digitale: dicembre 2014

    Seconda edizione digitale: dicembre 2015

    In copertina: elaborazione grafica dell’autore

    Scrivetemi o venitemi a trovare su facebook, google+, twitter, tumblr e pinterest

    Questa è una storia di pura finzione, quindi ogni riferimento a persone realmente esistenti è del tutto casuale e non voluto. Luoghi e nomi, quand’anche fossero realmente esistenti, sono stati piegati ai fini narrativi e perciò slegati da qualsiasi pretesa di veridicità.

    Trama

    Il misterioso scrittore di successo che si firma solo Madian organizza un’intervista esclusiva con l’indagatore dell’occulto Daniele Arena, durante la quale gli mostra la propria mano destra e rivela... che quella non è la sua mano.

    Inizia una storia oscura in cui ci sono mani che creano, come quelle di uno scrittore, e mani che distruggono, come quelle dell’assassino che (forse) sta colpendo delle donne che hanno un solo punto in comune: hanno tutte partecipato ad una traduzione misteriosa.

    Ci sono mani che traducono e mani che sfogliano libri alla ricerca della finzione più grande di tutte: la verità. Sono le mani dell’investigatore bibliofilo Marlowe (no, non quel Marlowe), che viene ingaggiato perché solo chi studia la finzione letteraria potrà capire realtà.

    Per la prima volta il personaggio nato sulle pagine di ThrillerMagazine appare in un romanzo, alla ricerca di una verità che giace sanguinante... nelle mani di Madian.

    L’autore

    Lucius Etruscus è vice-curatore di ThrillerMagazine e redattore di SherlockMagazine, gestore del database Gli Archivi di Uruk e di vari altri blog, come Fumetti Etruschi (recensioni di fumetti di ogni genere), Il Zinefilo (dedicato al cinema di serie Z), il CitaScacchi (citazioni scacchistiche da ogni forma di comunicazione) ed altri ancora. Scrive saggi su riviste on line, ha partecipato (sia come giuria che come autore) al romanzo corale Chi ha ucciso Carlo Lucarelli? (Bacchilega Editore) e su ThrillerMagazine ha raccontato le indagini del detective bibliofilo Marlowe... non quel Marlowe, i cui retroscena (ed altro ancora) sono narrati nel blog NonQuelMarlowe.

    Dello stesso autore

    Racconti in vendita a 0,99 euro:

    * Marlowe, non quel Marlowe:

    Malanotte. Un’indagine di Marlowe

    La variante di Marlowe. Un’indagine scacchistica di Marlowe

    De Marlowe Mysteriis. Mistero Marlowe 1

    La caduta degli Uscieri. Mistero Marlowe 2

    True Marlowe e il Re in Giallo. Un’indagine di Marlowe

    * Giona Sei-Colpi:

    La notte dei risorti viventi (Risorgimento di Tenebra). Giona Sei-Colpi 1

    Fratelli di fuoco (Risorgimento di Tenebra). Giona Sei-Colpi 2

    Anita Nera (Risorgimento di Tenebra). Giona Sei-Colpi 3

    Voglio la testa di Garibaldi (Risorgimento di Tenebra) Anita Nera 2

    Chi muore per primo, muore due volte (Risorgimento di Tenebra) Giona Sei-Colpi 4

    * Vari

    Platone, lo schiavo filosofo. Commedia breve in quattro atti di quando i libri non si leggevano

    Saggi in vendita a 0,99 euro:

    Gynoid: a forma di donna. 1815-2015: duecento anni di donne artificiali

    Notovitch e la vita segreta di Gesù. Storie da non credere 1

    Petronio e la Cena di Trimalchione. Storie da non credere 2

    Arpe e il Trattato dei Tre Impostori. Storie da non credere 3

    Ireland, il ragazzo che fu Shakespeare. Storie da non credere 4

    Ninja. Storia di un mito cine-letterario

    Saggi gratuiti:

    Da Samarra a Samarcanda. La storia della Morte inevitabile

    L’apprendista stregone. La Parola Creatrice orale

    Geremia, il Golem e Ruby Sparks. La Parola Creatrice scritta

    Mangiare libri. La più antica forma di lettura

    Dieci contro mille. Il grande cinema di assedio

    La Falsa Novella. Viaggio tra i falsi vangeli inventati dai romanzieri

    Tradurre l’incubo. Da Shakespeare a Goethe

    Lupin contro Holmes. Scontro fra titani del pulp

    Mistero Shakespeare. Analisi inedita di un mistero inestricabile

    Spaghetti Marziali. Quando gli italiani inventarono il kung fu western

    Le mani di Madian

    Questa è tutta colpa di Claudio

    e della sua sfida a scrivere un romanzo con Marlowe.

    Ed è tutta colpa mia,

    che non ho saputo rifiutare quella sfida.

    Parte prima

    «Se la tua mano ti fa cadere in peccato, tagliala»

    Vangelo di Marco (9,43)

    1.

    Vittima

    La donna corre per strade buie in una notte gelida. L’unico rumore che le rimbomba nelle orecchie è il suo cuore a mille, ma non ne ha quasi coscienza. Tutto il suo essere è concentrato nell’unica soluzione che è convinta potrà salvarle la vita, la soluzione radicale che non riesce neanche a formulare nella propria mente ma che dovrà per forza attuare. Altrimenti morirà, e non vuole morire.

    La città è addormentata e non sarà facile trovare lo strumento che le serve. Finché un bar notturno le fornisce l’occasione che cercava. Prima di entrare deve però calmarsi, rallentare il battito cardiaco e sistemarsi i capelli: non vuole che nel locale si insospettiscano. Più difficile sarà invece tenere a freno la sua mano destra.

    Con uno sforzo immane di concentrazione riesce ad entrare nel bar senza dare troppo nell’occhio, come se stesse semplicemente passando di lì. Non può evitare che il barista e gli avventori la guardino titubanti, si vede chiaramente che ha corso e che è agitata, ma non fino al punto di chiederle se abbia bisogno di aiuto. Nessuno ormai può più aiutarla.

    Si avvicina al banco e con fare civettuolo chiede una spremuta d’arancia. Il barista nota il trucco sfatto e il sudore che le imperla il viso, oltre alla più che evidente forzatura del suo sorriso, ma che fare? È pur sempre una cliente.

    Sono rimaste un paio di arance e si prepara a servire la donna, ma appena afferra il coltello per tagliare in due i frutti questa si sporge dal bancone, glielo strappa di mano e in un lampo scappa via, scomparendo con la stessa velocità con cui è apparsa.

    L’uomo non fa in tempo ad inveire contro quel piccolo furto che già la donna è lontana, correndo a perdifiato mentre prova conforto dal coltello che stringe con la mano sinistra. Non è mancina, sarà dura riuscire nel suo intento, ma visto che l’alternativa è la morte non c’è niente da fare.

    Trova un vicolo sufficientemente buio dove nessuno potrà disturbarla. Si accovaccia dietro un bidone della spazzatura... e comincia a tagliarsi la mano destra.

    2.

    Diana

    — Ciao, amore, sono io: Diana.

    Devo contenere un risolino: questo gioco del nome ancora mi fa ridere. Ho provato a spiegarlo ad altri, che specifico sempre il mio nome per telefono così il mio amore non rischia di confondermi con le sue amanti, ma nessuno sembra capirne l’umorismo: lo prendono per gelosia mascherata, ma non è assolutamente così. Per fortuna Adamo capisce e ride, ma le mie amiche dicono che quando un uomo ride sempre a una battuta è per noia. Però sono tutte divorziate o mollate, che ne sanno loro?

    Comunque gli altri su questa scala mobile non sembra si siano accorti del mio risolino: sulle scale della metropolitana si scende tutti assieme, ma ognuno per conto proprio. Uh, questa devo ricordarmela.

    — Spero sentirai presto questo messaggio: io sto partendo solo ora, ho fatto tardissimo per completare la mia traduzione: spero ritarderà anche il tuo aereo. Aspettami, ci vediamo in aeroporto alle... — Solo ora mi rendo conto di star parlando al vuoto: l’apparecchio è muto, perché le scale mobili sono scese così tanto che si è perso il segnale telefonico. Da quant’è che si è interrotta la comunicazione? Sarò riuscita a lasciare un messaggio almeno comprensibile?

    Che noia, eppure nei film tutti riescono a parlare al cellulare nelle zone più incredibili: pure i sepolti vivi riescono a telefonare e io alla fermata della metro sotto casa mi ritrovo fuori dal mondo.

    Per fortuna arrivo alla banchina proprio quando il treno si sta già affacciando in galleria: forse riesco a non far aspettare troppo Adamo. Spero che senta il mio messaggio in tempo. Uffa, ora anche la borsetta che si incastra nella giacca, quando si va di fretta succedono mille cose che...

    Un momento, ma la borsetta scorre. Cos’è allora questa sensazione sulla spalla? No, non dirmi che è quello che penso... Una mano morta! Dio, che cattivo gusto: erano vent’anni che non mi imbattevo in questa luminosa e storica usanza italiana. Per carità, l’attenzione di un estraneo così maleducato e fuori moda è sempre intrigante, significa che non sono ancora da buttar via, però è davvero meschino approfittare della ressa sulla banchina della metropolitana per toccare... Ma senti come palpa, ora mi giro e gli do un ceffone.

    — Ehi, Casanova, la pianti di...?

    Questa poi. Ci sono due donne romene al mio fianco, che mi fulminano con gli occhi. Eppure è da questa parte che sento la mano spingermi sempre di più.

    — Ma che...

    Oddio, mi fa perdere l’equilibrio, devo controbilanciare, che il treno sta arrivando. Metto un piede in avanti così... No! Il vuoto sotto di me! Oddio NOOOOO!!!

    3.

    Arena

    — Buona sera, dottor Arena.

    Voce spettrale, viso spettrale, occhi spettrali: tutto a mestiere. Come se non bastasse ha giocato subito la carta del dottore.

    — Non sono dottore, comunque buona sera. — Devo ancora entrare in casa e già conduce lui il gioco per uno a zero.

    L’uomo non risponde e mi invita a seguirlo, ha capito che seguirò le sue regole. Almeno finché avrò un minimo di interesse.

    Camminando lentamente e soffrendo vistosamente ad ogni passo, l’uomo attraversa la sua bella casa senza una parola, diretto evidentemente verso un divano che vedo al centro di una grande sala. Visto che mi dà le spalle ne approfitto per guardarmi attorno.

    Nessuna foto appesa alle pareti, e in effetti corrisponde al personaggio. Quando uno scrittore raggiunge un alto livello diventa schiavo della sua arte o fa finta di esserlo. In entrambi i casi rinuncia ai rapporti umani, e in questa categoria rientra anche se stesso: l’assenza di foto in vista può indicare appunto che non ama neanche il contatto con la propria immagine. Oppure sapendo della mia visita ha voluto fare la parte dell’autore sofferente ormai abbandonato da tutti. Non mi sembra ci siano aloni sulle pareti che dimostrino quadri o cornici rimosse recentemente, quindi è inutile fare foto: saprò solo alla fine se questi sono indizi o stupidaggini.

    Là invece vedo dei libri, e quelli devo assolutamente fotografarli: non visto alzo il mio smartphone e scatto velocemente. Ho tolto ogni suono e ho impostato le foto alla massima risoluzione, sperando di poter in seguito distinguere i titoli dei libri zoomando sulla foto. A prima vista sono tutte ingombranti edizioni cartonate, dai titoli scritti a caratteri cubitali, quindi non dovrebbe essere un problema studiarli in seguito sullo schermo del mio PC.

    Piante, decorazioni, statue, poltrone, sgabelli: non c’è un accidente di niente in questa casa. Cosa devo pensare? Che ho di fronte un eremita che vive solo di scrittura? O uno che ama dare questa impressione di sé? Se fosse più giovane penserei che tiene questa casa vuota solo per incontrare gli estranei, così da non dover esporre il proprio privato ad occhi curiosi, ma da come si muove dubito che passi molto tempo distante dal suo divano... o almeno questa è l’impressione che dà.

    Il mio ospite finalmente raggiunge l’agognato posto sul suo divano e vi si siede pesantemente. Di fianco è ben visibile una scrivania con un PC portatile e varie altre cose: sono ben riconoscibili router e stampante, ma ci sono apparecchiature che non riesco ad identificare così di getto. Davvero non mi aspettavo che fosse uno scrittore così tecnologico.

    — Prego, dottor Arena, si sieda pure.

    Ma pensa, non gli è bastato l’aver vinto il primo punto senza sforzo, ora vuole sentirmi di nuovo dire che non sono dottore? Stavolta non sarà così facile.

    Ignoro del tutto la poltroncina che mi ha indicato e siedo sul divano accanto a lui e, prima che possa dire qualcosa, sfoggio il mio tono più professionale. — Signor Madian, lei mi ha chiamato perché ha una storia da sottopormi, qualcosa che mi sembra di capire sia davvero fuori dal comune. Ha parlato di un memoriale scritto da lei stesso, che ovviamente leggerò con la più rigorosa attenzione, ma per il mio lavoro reputo importante sentire la voce diretta degli interessati. — Sfilo dal taschino della giacca il mio mini-registratore digitale e lo posiziono sul divano, esattamente a metà fra me e l’uomo. — Se non le dispiace vorrei registrarla. So che al giorno d’oggi vanno di moda le registrazioni video ma io sono un tradizionalista e do molta importanza alla voce umana.

    Svanita la sorpresa per avermi visto sedere al suo fianco, Madian ora non mostra altro che uno sguardo assorto: non lo definirei seccato, sebbene il suo viso sia una maschera di rughe da disprezzo, quelle che vengono a forza di odiare tutto e tutti: più che altro sembra mi stia studiando con diffidenza. Con misurata sopportazione.

    Tutt’altro discorso per la sua mano destra. Appena si è seduto l’ha appoggiata sul bracciolo del divano, aperta quasi a volerne coprire l’intera ampiezza. Quando mi sono seduto alla sinistra dell’uomo, potrei giurare che la sua mano abbia vibrato, ma di una cosa sono sicuro: appena poggiato il registratore sul divano la mano destra di Madian è scattata verso di me. L’uomo l’ha afferrata con la sinistra e ha mascherato il tutto come se volesse fregarsi le mani dal freddo, con una naturalezza sicuramente dovuta a molta pratica nel corso del tempo. Ma forse tutto questo, durato il tempo di un battito di ciglia, è stato null’altro che il frutto della mia immaginazione: cerco di mascherarlo per dovere di professionalità, ma sono molto teso a stare qui.

    — Allora, Madian, — incalzo l’uomo. — Perché non mi racconta dall’inizio la sua storia? Prima di presentarla ai miei lettori e provare a convincerli, devo essere convinto io. Sono tutt’orecchi: mi convinca.

    Madian riesce a posare di nuovo la mano destra aperta sul bracciolo del divano, per fortuna lontano da me. — La mia storia dall’inizio, lei dice, — inizia con una voce profonda dall’innegabile fascino. — Immagino che l’inizio sia quando ho perso la mia mano destra.

    4.

    Adamo

    — Diana, sono io: Adamo. — Dio, quanto odio questo gioco dei nomi, un’altra delle consuetudini di Diana che una volta nate non se ne vanno più via. — Si può sapere che fine hai fatto? Ti lascio l’ennesimo messaggio in segreteria: fatti viva, quando lo senti.

    Pure questa ci voleva: mi lascia un messaggio smozzicato per dirmi che ha fatto tardi a lavoro (sai la novità?) e non mi dice se sta venendo a prendermi in aeroporto o rimane a casa. Perché quella donna deve camminare sempre fra le nuvole? E io che mi ero fatto tutto un piano perfetto per...

    — Eccoci arrivati. Sono 45 euro tondi tondi.

    La voce del tassista è quasi sgradevole quanto lui: sembra uscito da una commedia romanesca anni Ottanta. Ha guidato da schifo e sono sicurissimo che mentre ero al telefono cercando di parlare con Diana ne ha approfittato per passare più volte per la stessa strada e allungare il giro in vari altri modi.

    — 45 euro, eh? A saperlo me la facevo a piedi. — Battutine inutili tipiche di chi prende il taxi. Subito l’autista si lancia in una geremiade sulla vita sacrificata che fa, su quanto sia feroce la concorrenza, sui cinesi, sui romeni, su quanto si stava meglio quando si stava peggio e ogni altro luogo comune possibile. Conta sul più classico degli effetti: va bene ti pago, basta che stai zitto. — Ecco 50 euro: tieni il resto. — Mi ha chiesto quella cifra proprio per avere quei cinque euro di mancia, come se già la tariffa non fosse rincarata alla grande. Inutile stare a sindacare, per quella volta all’anno che viaggio in aereo: se dovessi accettare gli inviti di Diana ad accompagnarmi in auto sarebbe molto peggio.

    Il tassista ha finito il repertorio di lamentele e si è fatto gentile, prendendomi la borsa dal bagagliaio. Se ne va lasciandomi davanti al portone di casa, mentre provo ancora a contattare Diana. Niente, sempre la segreteria. Proprio oggi che mi ero preparato un così bel discorso.

    Prendo il borsone, entro e inizio a salire le scale.

    Sono venuto a dirti che me ne vado. Me lo ripeto ad ogni gradino, un mantra che mi aiuta a sopportare il pensiero di tornare in una casa che ormai avevo deciso di abbandonare. Era tutto pronto, ma quella deficiente non si è presentata in aeroporto e non ce la faccio a mollarla per telefono.

    Sono venuto a dirti che me ne vado, mi ripeto. Una frase sentita in quello stupido film francese che a Diana ovviamente piaceva tanto, la frase ripetuta dal protagonista che cerca per tutta la storia di mollare la sua petulante compagna. Mi è rimasto impresso solo quel particolare, dell’intero film.

    Sono venuto a dirti che me ne vado. Basta con questa vita insieme che è solo un peso. Lei ha i suoi mille interessi, bene, e ovviamente tutti infinitamente più importanti di me, ovvio, tutti che vantano la precedenza sui miei interessi, scontato. Lo so, è qualcosa con cui tutte le coppie devono vedersela, ma ormai non è davvero possibile definirci una coppia.

    Sono venuto a dirti che... Sbaglio o ha lasciato la porta aperta? Dio, dimmi che non ha lasciato la porta aperta...

    Sono arrivato al piano, con un fiatone che denota inevitabilmente i miei anni, e la porta di casa è socchiusa. Non l’ha mai fatto, con tutto che è la persona più distratta che abbia mai incontrato. Non può averlo fatto lei.

    I ladri allora? Possibile? Questo è un quartiere popolare, non ci sono ricconi. Forse è stato un teppistello che cercava qualche soldo facile. Ora che faccio?

    Provo a socchiudere la porta e subito mi rendo conto che la casa è in totale subbuglio: una cosa del genere l’avevo vista solamente nei film. Ma chi mai...?

    Il suono del cellulare mi fa saltare di un buon mezzo metro da terra. Il borsone mi vola via non so neanche dove, e d’istinto comincio ad armeggiare con le tasche della giacca per prendere il cellulare. Non guardo neanche il numero: — Diana? Ma dove sei finita? Qui...

    Non è la voce di Diana. È la voce di un uomo, dal tono molto serio e professionale, che mi informa che sta richiamando l’ultimo numero fatto dal cellulare di Diana.

    — Che vuol dire l’ultimo numero? Come? Sì, certo che conosco Diana, è la mia...

    L’uomo, che scopro essere un poliziotto, non mi lascia finire e mi informa che Diana è morta cadendo sui binari della metropolitana. Ero venuto a dirle che me ne andavo... invece se ne è andata lei. Nel peggiore dei modi.

    5.

    Manuela

    Il tanfo di umidità e muffa è spaventoso: quanto sono caduta in basso. Non sono certo schizzinosa né una principessa, ma ci sono canoni di decenza che un’attività commerciale dovrebbe rispettare per legge, o almeno per decenza: questo negozio di libri usati temo non sia stato informato di questi canoni. Se non avessi così bisogno di aiuto...

    — Ma lei è una donna vera?

    Come reagire alla domanda del gestore? O meglio, come reagire al gestore stesso? Un uomo che ha superato abbondantemente i quarant’anni ma che non vuole rinunciare a capelli e barba lunga, tipo santone. Almeno li curasse. Ha gli occhi dello spiritato e chiede se io sia una donna vera: perché non sto scappando a gambe levate?

    — L’ultima volta che la Libreria sull’orlo del mondo ha ricevuto la visita di una cliente donna è stato... — Il tizio strambo ora si gratta la barba guardando in alto: Dio, la roba che sta schizzando via da quella barba...

    — Mi scusi, — cerco di portare l’attenzione sulla questione principale, così magari mi sbrigo e fuggo da questo letamaio, — avrei bisogno di aiuto. Ho letto il cartello che ha appeso in vetrina e...

    L’uomo alza un dito verso di me per zittirmi. Sto per rispondere seccata quando torna a guardarmi fisso e stralunato. — No, non credo che sia mai entrata una donna qui. Curioso, non ci avevo mai pensato prima.

    — Stia tranquillo che non rovinerò la sua strana media, vorrei solo sapere se è ancora valido quel cartello che è esposto in vetrina.

    — Mi spiace, valeva solo fino alla settimana scorsa: ora Stalloni & Puledre si paga a prezzo pieno.

    Un brivido di disgusto mi corre lungo la schiena: spero ardentemente che stia parlando di riviste di ippica. — No, non quel cartello. Quell’altro, dove...

    — Ah, ho capito — mi interrompe di nuovo, — è venuta per Pimparella. Mi spiace, ma quelle bambole sono andate via come il pane.

    — La prego — sbotto, con un tono di voce più alto di quanto vorrei. — Voglio solo sapere di quell’investigatore bibliofilo di cui parla il cartello esposto. Se però bibliofilo è lo strano sinonimo di qualche altra porcata tolgo subito il disturbo.

    Il gestore ora mi guarda serio, senza lo sguardo spiritato. — Sa, quando ho iniziato non vendevo mica ’sta roba. — Ha un tono di voce decisamente diverso. — Ma ormai gli unici clienti paganti sono ragazzini brufolosi in piena tempesta ormonale. Vengono qui facendo finta di comprare fumetti di supereroi americani, indagatori dell’incubo e agenti del futuro, ma in realtà li usano solo per avvolgere e nascondere le riviste pornografiche una volta tornati a casa. Dicono che il settore del porno su carta è in crisi per via di internet: vengano a vedere cosa fanno i miei clienti con le riviste esposte, non appena mi distraggo un attimo...

    Sbuffo, mentre ciondolo sull’ingresso. — Perché mi racconta queste cose? La prego, risponda una buona volta alla mia domanda.

    — Mmm, malgrado i miei racconti sgradevoli è rimasta qui: dica la verità, ha proprio bisogno di un investigatore, eh?

    Non mi aspettavo questo sviluppo: che non sia un totale beota come pensavo? — Sì, ne ho proprio bisogno, soprattutto se è vero quanto dice il cartello, se cioè è bibliofilo. Anche se certo non depone a suo favore il fatto di mettere una pubblicità sulla vetrina di un negozio come questo.

    Ops, mi sa che ho esagerato. Il gestore ha incassato il colpo, si vede che ci è rimasto male. — Una volta avevo la migliore scelta di saggistica in città, sa? Testi fuori catalogo introvabili, edizioni pregiate, traduzioni ricercate...

    — Mi scusi, non la volevo offendere. È che sto vivendo un momento davvero terribile... Comunque sono contenta che lei sappia apprezzare una traduzione ricercata: sa, io faccio la traduttrice.

    Gli occhi del gestore mi scrutano in modo diverso, ora: sembra quasi che mi stia considerando come un essere umano. — La traduzione è l’anima di qualsiasi testo. Un tempo consigliavo i miei clienti su quale traduzione scegliere, fra i libri che vendevo. Erano tempi in cui potevo offrire Gogol’ tradotto da Tommaso Landolfi, Balzac da Grazia Deledda, Dostoevskij da Rinaldo Küfferle, Shakespeare da Mario Praz, addirittura Sterne tradotto da Ugo Foscolo. Altri tempi, così lontani da sembrare altri universi. Lei fa davvero un gran bel lavoro.

    Incredibile, sono lusingata: un secondo fa ero schifata anche solo di calpestare il pavimento di questo posto, ora invece mi arrivano dei complimenti da chi proprio non me l’aspettavo. — Grazie, è molto gentile.

    — Se si è ridotta a cercare i servizi di un investigatore bibliofilo, deve star vivendo davvero un periodaccio.

    Annuisco, mentre mi avvicino titubante al bancone. — Decisamente pessimo. Ma

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