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Buongiorno Mister

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Buongiorno Mister

Lunghezza:
465 pagine
4 ore
Pubblicato:
17 apr 2015
ISBN:
9786050372892
Formato:
Libro

Descrizione

Ho vissuto il Mondo del Calcio prima come giocatore, poi come allenatore e infine come commentatore televisivo.
Sessant'anni...
Da alcune stagioni mi sono fermato.
Il buon senso mi ha sussurrato di smettere di girare il mondo.
L’invecchiamento è un avversario contro il quale si può lottare, ma non si può vincere.
Ora come dice Franco Battiato in una sua bella canzone: “Soffro in silenzio i danni del tempo”.
Io e mia moglie Liliana viviamo serenamente, aiutati dal legame affettuoso con figli e nipoti e dal rapporto affiatato con gli amici.
E tanta gente quando m'incontra, mi guarda, mi mette a fuoco e poi affettuosamente, con un grande sorriso, mi saluta dicendo:
“Buongiorno Mister”.
Pubblicato:
17 apr 2015
ISBN:
9786050372892
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Buongiorno Mister - Ilario Castagner

Ai miei figli

che rappresentano la mia più bella partita vinta

e ai miei nipoti

che sono la primavera della vita.

Nel gioco del calcio ci sono quattro velocità:

l’uomo che corre con la palla,

l’uomo che corre senza palla,

la palla che corre da sola,

la velocità di pensiero dei giocatori.

Dall’unione delle tre maggiori velocità, corsa senza palla, palla che corre da sola e velocità di pensiero, scaturiscono le azioni più belle ed efficaci.

La spettacolare azione del goal, contro il Manchester City, con il quale Francesco Totti ha stabilito il record del realizzatore più longevo in Champions (38 anni e tre giorni), è un esempio di questo concetto.

Beppe Bergomi mi ha più volte ricordato le continue combinazioni a tre che io facevo svolgere quando guidavo l’Inter, le esercitazioni fra tre giocatori, sempre in movimento, che si scambiavano velocemente la palla.

Miravo a migliorare la velocità di pensiero del giocatore, che dava maggiore scorrevolezza all’azione e la rapidità nello smarcamento dell’uomo che attaccava la profondità, per creare sorpresa.

In una limpida giornata d’autunno del 1943 una mamma stava lavando i panni nel cortile di casa.

Vicino a lei un bambino giocava con la palla.

Una colonna di camion tedeschi stava viaggiando sulla strada a qualche centinaio di metri dalla donna.

Due Spitfire, aerei da combattimento inglesi, volavano veloci alla ricerca di obiettivi tedeschi.

Videro la colonna di camion nemici e si buttarono in picchiata come falchi sulle prede.

La mamma prese suo figlio fra le braccia e cominciò a correre verso il rifugio.

Le prime due raffiche degli aerei colpirono in pieno due camion tedeschi. Una terza raffica arrivò sul muro di fianco al quale stava correndo la donna con il bimbo in braccio.

Miracolosamente nessun proiettile li colpì.

Sul muro, per tanto tempo a distanza di circa un metro l’uno dall’altro, rimasero i grossi buchi fatti dai proiettili dell’aereo inglese.

Ogni volta che la donna passava davanti a quel muro, provava un senso di angoscia pensando a quello che sarebbe potuto succedere al suo bimbo e a lei.

Quel bambino ero io.

VITTORIO VENETO

Nel 1946, sul muro della scuola elementare di fronte alla mia casa, il Comune di Vittorio Veneto aveva fatto mettere una lapide per ricordare i paesani caduti durante la guerra.

Avevo sei anni e conoscevo a memoria tutte le parole latine che abitualmente il parroco recitava celebrando la messa.

Mia madre, su mia richiesta, aveva cucito sul lato corto due asciugamani colorati, lasciando solo lo spazio per infilare la testa e simulare così i paramenti del celebrante.

Con in mano il bastone della scopa io, davanti alla lapide dei caduti, ogni giorno recitavo la messa.

Le persone che m'incontravano, scherzando mi salutavano dicendo: Sia lodato Gesù Cristo, Don Ilario. E io scimmiottando le risposte abituali del prete, rispondevo: Sempre sia lodato, piccolo.

Avevo i capelli lunghi pettinati a boccoli.

Il mio più grande desiderio era di poter fare il chierichetto sull’altare, a fianco del celebrante durante la messa.

Facendomi coraggio pregai il nostro parroco Don Agostino di farmelo fare.

Mi rispose che avrei dovuto tagliarmi i boccoli, perché un chierichetto non poteva avere i capelli lunghi.

Supplicai mia madre perché me li tagliasse e con suo immenso dispiacere lei finì per accontentarmi.

Mi tagliò i lunghi riccioli biondi e li conservò in mezzo ad un libro.

Raggiante mi presentai a Don Agostino dicendogli: Ora sono pronto per fare il chierichetto.

Lui però mi liquidò freddamente dicendomi che ero troppo piccolo e non potevo farlo.

Da quel momento iniziai a detestarlo con tutta l’intensità che può avere un bambino di sei anni, perché per me era stata commessa una grande ingiustizia.

Della messa, infatti, pur se piccolo, conoscevo tutti i tempi e le parole latine proprio come Don Agostino.

Lo smacco e la delusione furono enormi e di conseguenza non volli più andare né al catechismo né alla messa.

Cambiai idea anche su ciò che avrei voluto fare da grande.

Certamente non più il prete!

Mio padre lavorava alla SADE (Società Adriatica Di Elettricità) che aveva la sede centrale a Venezia.

Finita la seconda guerra mondiale, i dirigenti amministrativi della SADE decisero di organizzare, per la festa dell’Epifania, una giornata da dedicare ai figli dei dipendenti.

Nella grande sala mensa di una delle centrali elettriche, costruite sulle rive dei laghi, che si trovano lungo la valle che da Vittorio Veneto porta alla sella del Fadalto, tutti i bambini dai sei agli undici anni il 6 gennaio ricevevano un dono dalla società.

Il regalo più atteso da tutti i maschi di undici anni era un pallone vero di cuoio, un pallone con la chiusura della camera d’aria esterna e in rilievo, che faceva male quando veniva colpito di testa.

Quando vedo che tanti bambini degli anni duemila spesso snobbano i tanti regali che ricevono, penso sempre al mio pallone e a quando lo tenevo stretto al petto portandolo a letto con me.

Avevo undici anni.

Una domenica mattina d’autunno mio padre mi disse: Oggi ti porto allo stadio.

Non conoscevo il calcio, alla radio avevo ascoltato, assieme alla mia famiglia, solo qualche partita della Nazionale italiana.

In quell’occasione il Vittorio Veneto giocava una gara valida per il campionato di Promozione contro una squadra padovana. Mi gustai una scorpacciata di goal e ritornai a casa estasiato. Il Vittorio Veneto aveva vinto 15 – 0.

Da quella domenica non persi più una partita e il calcio diventò la mia prima grande passione. Abitavo a due chilometri dallo stadio e spesso il martedì e il giovedì andavo a vedere gli allenamenti.

I compiti di scuola passarono in seconda linea.

Un fine settimana il mio professore di lettere ci chiese di imparare a memoria, per il lunedì successivo, i primi trenta versi de La pioggia nel pineto di D’Annunzio. Poesia bellissima che negli anni successivi spesso mi sono trovato a recitare: Taci, sulle soglie del bosco non odo parole che dici umane, ma odo parole più nuove che parlano gocciole e foglie lontane. Ascolta piove dalle nuvole sparse, piove sulle tamerici salmastre ed arse, piove sui pini scagliosi ed irti, piove sui mirti divini…

Quella domenica non studiai la poesia. Nella mia testa c’era solo la partita di campionato e io volevo andare allo stadio e non rimanere in casa a fare i compiti.

L’indomani il primo nome che il professore chiamò per l’interrogazione fu il mio.

Stavo per dire che non avevo studiato, ma lui mi anticipò dicendo: Ti lascio scegliere, preferisci recitare la poesia o cantare una canzone?

Io scelsi di cantare Come pioveva che conoscevo bene, la cantavo spesso nei momenti di buonumore e l’avevo imparata dalle persone grandi quando su vecchi pullman andavamo tutti insieme in gita verso le Alpi.

Il professore mi dette nove.

Ero rimasto in tema con la poesia di D’Annunzio, sempre di pioggia si parlava!

Come pioveva è stata una delle canzoni che più ho amato nel corso della mia vita. C’eravamo tanto amati, per un anno e forse più...

Mia moglie Liliana e i miei amici me l’hanno fatta cantare mille e una volta.

Costa era la frazione di Vittorio Veneto dove abitavo.

Con gli amici avevamo creato una squadra di calcio amatoriale.

Non avevamo sponsor e non avevamo soldi.

Volevamo assolutamente trovare i fondi per acquistare le magliette per le partite, per questo rubammo alcuni paletti di ferro che sostenevano le reti di confine. Li vendemmo al ferrovecchio e con quei soldi comprammo qualche maglietta e il necessario per tingerle color granata.

Io rubai un golf di lana a mia sorella Flora, riproponendomi di comprargliene uno simile negli anni a venire, se fossi riuscito a diventare un ricco e famoso calciatore.

Tinsi la maglia assieme a quelle dei miei compagni.

Quando mia sorella andò a cercare nell’ armadio il suo golf, non trovandolo più, mangiò subito la foglia e aiutata dalla mamma, mi fece confessare la bravata.

Flora aveva in mano un paio di forbici, in quel momento di rabbia le lanciò verso di me e queste mi si piantarono in una coscia. Ho ancora la cicatrice!

Quello fu il periodo della mia vita più libero e spensierato, avevo tanti momenti di libertà. I miei genitori mi ritenevano sufficientemente responsabile e maturo e mi avevano affidato il mio fratellino Tito, che presto diventò la mia ombra.

Facevo calcio, atletica, nuoto.

Sulla collina della chiesa della Madonna della Salute, ben visibile dalla mia casa, con gli amici passavo molte ore a inventare duelli con spade di legno per conquistare il castello nemico.

Un ragazzo di nome Francesco in una di queste sfide fu colpito a un occhio e perse la vista.

Un giorno in cima alla collina, nascosto tra i cespugli, trovammo un grandissimo masso a forma di sfera, per metà dentro il terreno. Scavammo faticosamente con mezzi improvvisati per estrarlo.

Nell’euforia di una bravata da capo banda, spinsi l’enorme sasso giù per il declivio tutto prato e con una forte pendenza.

I rimbalzi di dieci metri che faceva quella grande palla di pietra e la velocità che raggiunse mi lasciarono impietrito.

Poteva uccidere qualcuno.

La prima frase che riuscii a pensare fu: Madonnina aiutami.

L’enorme masso sfondò una grossa siepe di confine, travolse venti filari di viti e credo proprio che la Madonna ci aiutò perché si schiantò su un enorme albero a trenta metri da un’abitazione.

Sudando freddo mi resi conto di quello che sarebbe successo se la grande sfera di pietra fosse arrivata alla casa.

LA MADONNA DELLA SALUTE

Nel diciassettesimo secolo una grande epidemia di peste bubbonica si diffuse nell'Italia settentrionale.

Epidemia che fu descritta anche da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi.

I veneziani accusarono gli ambasciatori di Mantova, dove l’epidemia era già scoppiata da tempo, di aver portato la peste in laguna.

I morti furono tantissimi, circa un quarto della popolazione. Solo nel territorio veneziano morirono oltre 60.000 persone.

Una vittima illustre di quell’epidemia fu il grande pittore Giorgione da Castelfranco Veneto.

Giorgio Vasari, suo grande ammiratore, diceva che nei suoi quadri si vedeva pulsare la vita, ironia di una sorte che lo vide morire a soli trentatré anni.

Con la speranza di vincere la peste, non avendo altri rimedi, la gente disperata si affidò alla preghiera.

Il Governo della Repubblica organizzò una processione, per invocare la protezione della Vergine Maria, che durò tre giorni e tre notti.

Il Doge fece il giuramento di costruire una basilica intitolata alla Madonna, se la città fosse stata liberata dalla peste.

Quasi per miracolo, poco tempo dopo la processione, l’epidemia cominciò a regredire, fino a sparire completamente nel novembre del 1631.

Il voto fu rispettato.

A Venezia la basilica di Santa Maria della Salute fu inaugurata il 21 novembre 1687.

Da allora ogni anno, in segno di ringraziamento, a Venezia viene ripetuta la processione verso la bellissima chiesa dedicata alla Madonna.

Sulla scia dell’iniziativa veneziana anche al mio paese, che era ancora diviso nelle due frazioni di Ceneda e Serravalle, decisero di costruire in cima alla collina, che si affaccia sulla pianura veneta, un Santuario dedicato alla Vergine Maria.

Per ricordare l’evento miracoloso della fine dell’epidemia ogni anno il 21 novembre a Costa, frazione di Vittorio Veneto, viene festeggiata la Madonna della Salute.

Nei giorni che precedono la festività, alcuni fedeli salgono i vecchi precari scalini, che da dentro la chiesa portano alla cima del campanile, per suonare le Grezze.

A campane ferme i suonatori prendono con le mani i batocchi e li sbattono contro i bronzi.

Ne esce un suono particolare, un din din, don don continuo, allegro e festoso che ogni giorno viene fatto durare per alcune ore.

Le Grezze sono un segnale di festa che vuole ricordare, a tutti gli abitanti della pianura, quel momento di gioia vissuto dalla popolazione nel diciassettesimo secolo, quando il continuo interminabile suono festoso delle campane annunciava al popolo che il pericolo era terminato e che l’epidemia della peste bubbonica, con l’aiuto della Madonna della Salute, era scomparsa.

Anch’io per alcuni anni sono salito in cima al campanile, da dove si poteva godere della vista sconfinata delle colline, della campagna e dei paesi laboriosi che la costellavano e dai quali svettavano i campanili delle chiese e con i miei amici mi sono alternato a suonare le Grezze. Lo facevamo divertendoci, coscienti che la gente che sentiva quei rintocchi non fosse disturbata dal loro suonare insistente e garrulo, ma li accoglieva come una festa.

LA CACCIA

Alla fine della seconda guerra mondiale le famiglie italiane si trovavano in grande difficoltà.

I generi alimentari di prima necessità erano difficili da reperire oppure erano troppo cari da acquistare. 

In quegli anni gli uomini che praticavano la caccia erano felici di poter portare a casa un po’ di selvaggina.

Mio padre era un vero cacciatore.

Quaranta giorni prima dell’apertura stagionale iniziava ad allenare il cane portandolo sulle colline vicine al mio paese.

Per allenarsi a sparare al volo si procurava dei barattoli vuoti e me li faceva lanciare in aria da un punto nascosto.

Lui sparava e poi andavamo insieme a verificare quanti pallini di piombo erano arrivati a segno.

Questo controllo gli serviva anche per dosare le cartucce che si costruiva da solo.

Spesso dopo cena, gli amici di mio padre si riunivano a casa mia per ascoltare alla radio le partite, le canzoni del Festival di San Remo, gli avvenimenti più importanti di cronaca e di politica, ma soprattutto per parlare di caccia.

Io ero un bambino, stavo seduto in mezzo ai grandi e li ascoltavo estasiato. Le battute di caccia si svolgevano sulle montagne vicine a Vittorio Veneto: il Col Visentin, l’altipiano e il bosco del Cansiglio, il monte Pizzoc.

Ero affascinato nello scoprire la vita di quei boschi tanto grandi e tanto fitti che se non si conoscevano bene, ci si poteva perdere l’orientamento. Sospiravo di sollievo quando sentivo che i caprioli veloci come il vento riuscivano a fuggire lontano dai cacciatori e ascoltavo a bocca aperta mentre descrivevano le coturnici, che quando venivano scovate dai cani si buttavano in picchiata verso valle, viaggiando ad una velocità tale che per colpirle dovevano mirare e sparare un metro avanti alla loro traiettoria di volo.

Nella mia casa di Vittorio Veneto abbiamo sempre avuto cani da caccia, segugi o setter.

Mio padre preferiva avere cani femmine, perché lui diceva che erano più ubbidienti, si chiamavano sempre Diana come la dea della caccia.

LA RIGHEA 

Quando ero ancora bambino al mio paese si usava festeggiare i giorni di Pasqua con un gioco antico che si chiamava righea.   

La righea era una pista ovoidale, lunga circa sei metri e larga tre, livellata con la creta gialla o rossa e dipinta dai madonnari con immagini sacre.

Il gioco consisteva in una gara simile a quella che i bambini fanno con le biglie sulle spiagge, solo che al posto delle biglie venivano usate delle uova sode, colorate in casa, facendole bollire con erbe di vario tipo, come l’ortica, la cipolla, il prezzemolo.

Al gioco partecipavano una quindicina di persone, che in mano dovevano avere un uovo sodo colorato e una moneta che doveva essere gettata nella righea.

Tutt’intorno si affollavano bambini, giovani e anziani, che facevano un tifo scatenato.

Il giocatore, che si posizionava nella parte sopraelevata dalla rampa, doveva lasciar rotolare il suo uovo dentro la pista.

La migliore strategia era fare in modo che questo si fermasse in punti difficili da raggiungere da parte degli altri giocatori, il cui scopo era quello di colpire e rompere le uova degli avversari e di far passare il proprio uovo sopra le monete dislocate dentro la pista, che in questo caso diventavano loro.

Quando un uovo diventava inutilizzabile per i colpi ricevuti, veniva assegnato al giocatore che lo aveva reso tale.

Solitamente chi poteva disporre dell’uovo sodo eliminato lo donava agli spettatori, che tra fischi e esclamazioni gioiose lo mangiavano con un po’ di sale.

Attualmente la tradizione continua. Molte sono le piste di creta attive a Vittorio Veneto, con quattordici campi di gara collegati da bus navetta gratuiti a cui si affiancano, per ristorare giocatori e pubblico, buffet con prodotti tipici, salumi, vino e uova sode.

UN BRUTTO RICORDO

Ero un adolescente quando feci la mia prima esperienza con la morte.

Era un tardo pomeriggio e il cielo iniziava ad imbrunire.

Sentii una fortissima esplosione provenire dal podere dietro la mia abitazione.

Mi diressi di corsa verso il punto del campo da dove si stava alzando una colonna di fumo e vidi a terra il corpo di una persona.

Mi avvicinai con prudenza pensando che l’uomo potesse aver calpestato un residuato bellico.

Il corpo non aveva più il cranio ma riuscii a riconoscerlo. Era un vicino di casa che soffriva di una forte depressione.

Lavorava in una impresa di costruzioni stradali ed era responsabile degli esplosivi.

Da solo si era costruita la bomba e l’aveva piazzata in una piccola buca scavata nel terreno erboso, aveva dato fuoco alla miccia e si era sdraiato appoggiando la testa sopra l’esplosivo.

Pezzetti di ossa del cranio erano conficcati nelle foglie e nei fichi della pianta vicina.

Per giorni rimasi chiuso in casa senza andare né a scuola né a giocare con gli amici.

CAMPIONATO DEL MONDO 1954

All’inizio degli anni ‘50 la Nazionale di calcio più forte era l’Ungheria allenata da Sebes. Hidegkutl era la novità tattica, giocava centravanti arretrato e in coppia con Puskas ala sinistra fecero valanghe di goal.

Il 25 novembre 1953 i magiari sbancarono Wembley, tempio del calcio, vincendo 6-3 in casa degli inglesi che erano stati fino ad allora i maestri del football. L’Ungheria infranse un record di novant’anni d' imbattibilità casalinga.

In quella mitica gara segnarono tre goal Hidegkuti, 2 goal Bozsik, 1 goal Puskàs.

Il Mondiale del 1954 fu giocato in Svizzera e per la prima volta fu trasmesso in diretta televisiva dalla RAI, a quell’epoca ancora in bianco e nero.

L’Italia fu sconfitta pesantemente dalla squadra elvetica 4 – 1 in una gara decisiva per  l’ingresso ai quarti di finale.

L’Ungheria vinse 8-3 contro la Germania Ovest e 9 – 0 contro la Corea del Sud, che erano nello stesso girone di qualificazione. L’Ungheria vinse nei quarti di finale e nelle semifinali  4 – 2 sia contro il Brasile che contro l’Uruguay.

Le due squadre sudamericane erano state le due finaliste del Campionato del Mondo nel 1950 giocato in Brasile e vinto dall’Uruguay.

In finale i magiari ritrovarono la Germania Ovest. I tedeschi sotto di due goal dopo otto minuti, riuscirono a ribaltare il risultato vincendo il Mondiale 3 – 2.

IL MIO SOGNO

Alla fine della grande manifestazione elvetica il Vittorio Veneto mi tesserò.

Era l’agosto del 1954 e da quel momento iniziò il mio sogno di diventare calciatore professionista.

Nel settore giovanile ero considerato una giovane speranza, essendo dotato di buona tecnica, di un buon colpo di testa e di un gran tiro.

Ero così felice di aver raggiunto quel primo traguardo, che mi allenavo sempre con grande volontà e spirito di sacrificio.

A diciotto anni diventai titolare.

Il Vittorio Veneto giocava nel campionato di IV serie d’eccellenza.

Verso la fine di una partita in casa contro una delle squadre più forti del girone, stavamo vincendo 1 – 0. La mia squadra si era chiusa  nella nostra metà campo per non concedere  spazi agli avversari.

Giocando centravanti ero rimasto solo in attacco e dovevo scattare continuamente per dettare il passaggio in profondità.

Una lunga serie di allunghi mi lasciò in riserva di energie.

Sull’ennesimo lancio dei miei compagni, arrivai in ritardo sulla palla.

Dalla tribuna si sentì nitida una voce che disse: Castagner, hai mangiato le bistecche di radicchio?

Questa frase giunse come una frecciata al cuore di mio padre che era presente allo stadio.

Quando tornò a casa, papà andò subito da mia madre: Devi comprare buona carne per Ilario. Non voglio più sentir dire che a nostro figlio diamo da mangiare le bistecche di radicchio.

Alla fine della stagione, dopo aver realizzato sedici goal, fui ceduto alla Reggiana in serie B.

Tutta la gioia, che avevo provato alla notizia della mia cessione a un club professionista, diventò tristezza mentre dal treno, diretto a Reggio Emilia, guardavo la chiesa della Madonna della Salute che si allontanava.

Pensavo alla mia famiglia, ai miei amici, alla mia casa, alla mia vita che da quel momento sarebbe cambiata.

Avevo davanti a me un lungo viaggio per dar vita ai ricordi, tante ore per rievocare immagini e memorie che mi erano care, a cominciare dai miei fratelli con i quali avevo condiviso la nostra semplice e serena vita familiare: il più grande, Ettore, forte, positivo e pieno di coraggio, che già da ragazzino, durante la guerra, sfidava il pericolo facendo da staffetta con i partigiani; mia sorella Flora, con i capelli neri e gli occhi azzurri, che mi sembrava la più bella del paese e poi il più piccolo, Tito, che mi seguiva passo passo in tutte le cose che facevo. Poi pensavo a mio padre, silenzioso e saggio, che rappresentava l’autorità e l’esempio e già sentivo la mancanza di mia madre infaticabile e accogliente, pronta ad un rimprovero, se era necessario, ma subito dopo ad un abbraccio consolatore.

Li avrei portati tutti con me, dentro il mio cuore, dovunque fossi andato e sarei ritornato a casa famoso, con il mio nome scritto grande su tutti i giornali sportivi e loro sarebbero stati felici e orgogliosi.

CAMPIONATO DEL MONDO 1958

Nel 1958 il Campionato del Mondo si giocò in Svezia.

L’Italia, dopo i risultati negativi ottenuti nei Mondiali giocati in Brasile e Svizzera, non riuscì a qualificarsi per la fase finale.

In quel Mondiale un giovanissimo giocatore brasiliano di colore, con le sue straordinarie giocate, sorprese e incantò tutto il mondo calcistico.

Il suo nome era Edson Arantes do Nascimiento, detto Pelè.

Non aveva ancora compiuto diciotto anni.

Con sei reti realizzate, arrivò secondo nella classifica marcatori vinta dal francese Fontaine che segnò tredici goal.

In finale contro la Svezia, che era passata in vantaggio con un goal di Liedholm, la Nazionale brasiliana vinse 5 – 2 con due goal di Pelè, due di Vavà e uno di Zagalo.

REGGIO EMILIA

Ero partito da Vittorio Veneto verso l’incognita del mondo calcistico, senza aver finito gli studi.

Mancava un anno per diplomarmi Geometra.

Avevo dato  ai miei genitori la parola d’onore che mi sarei diplomato e volevo mantenere la promessa, perché sapevo che con il diploma in mano li avrei resi felici.

A Reggio Emilia m' iscrissi all’Istituto Tecnico per Geometri, ma tre mesi dopo fui costretto a ritirarmi da scuola perché le lunghe trasferte di campionato, fatte con il treno, mi impedivano le frequenze regolari.

Nella squadra della Reggiana non ero titolare, avevo diciannove anni e tanta voglia di affermarmi, perciò mi allenavo con grande volontà ed entusiasmo aspettando il mio turno.

Dopo due mesi il nostro allenatore Del Grosso mi chiamò nel suo ufficio e mi disse: Domenica giocherai tu.

La partita era molto importante anche per la tifoseria, era il derby con il Modena.

Disputai una buona gara, feci goal e la domenica successiva fui riconfermato.

Un mercoledì recuperammo una partita di campionato contro  il Cagliari. Dieci giorni prima, la gara era stata rinviata per nebbia.

Quel mercoledì in tribuna c’era Guido Mazzetti con tutta la sua squadra del Parma che partecipava, come noi, al campionato di serie B.

Vincemmo due a zero e io feci un goal straordinario,  forse il più bello della mia carriera.

Mi arrivò una palla da trenta metri crossata da sinistra. Io mi trovavo sulla destra fuori dell’area grande.

Calciai, con l’esterno collo sinistro, la palla al volo e feci goal all’incrocio dei pali, sulla destra del portiere.

Guido Mazzetti, due anni dopo, diventato allenatore dei Grifoni con il compito di ringiovanire la squadra, ricordando quell’eurogol di Reggio Emilia, mi portò a Perugia.

Ci sono uomini che nella vita decidono il destino di altri uomini.

Quel trasferimento, voluto da Mazzetti, decise il mio destino perché a Perugia ho trascorso gran parte della mia vita.

A Perugia ho conosciuto mia moglie Liliana. Ho cresciuto i miei figli Francesco, Federico e Laura.

Ho costruito la mia casa. Mi sono affermato come allenatore.

REGGIANA E LEGNANO

Dopo aver partecipato alle selezioni dei P.O. (Probabili Olimpici) che dovevano comporre il gruppo della Nazionale italiana di calcio alle Olimpiadi del 1960 a Roma, mi capitò un grave infortunio: una distorsione ai legamenti crociati del ginocchio sinistro, durante una partita di campionato a Verona.

Fui costretto a un lungo periodo di riabilitazione e  rimasi fermo fino

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