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Anonimo
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E-book455 pagine6 ore

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Info su questo ebook

1782. Martje ha sedici anni, vive nella Fuggerei, il quartiere cinto da mura per cattolici indigenti di Augusta. La sua esistenza è scandita dalle tre preghiere al giorno per i Fugger e dai rimproveri della signora Weber, la seconda moglie di suo padre.
Quando viene assunta come domestica dalla signora von Roth vede per la prima volta specchi alle pareti e stanze con pavimenti di marmo. Eppure ciò che rende davvero straordinaria quella casa è la musica che arriva dalla porta perennemente chiusa dello studio del padrone, il signor Heyne. Suoni che Martje trafuga di nascosto quando una finestra della sala della musica resta aperta o quando è sola in casa e le note aleggiano attutite tra le stanze vuote del primo piano. Ma solo quando la padrona di casa le darà il compito di pulire e riordinare quella stanza, Martje scoprirà un mondo nuovo dove, parola dopo parola, gesto dopo gesto, silenzio dopo silenzio, dovrà trovare il suo posto tra quelle mura che sempre più sembrano essere il rifugio di un uomo in esilio nella propria musica…
LinguaItaliano
Data di uscita13 set 2014
ISBN9786050321586
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    Anteprima del libro

    Anonimo - Simona Matraxia

    tasti. 

    Andante, poco agitato

    Le foglie di fine ottobre sono incollate alla strada e io cammino svelta sulla loro superficie rossa, scivolosa, bagnata e impastata di fango. Preferisco quando sono secche e si sbriciolano sotto i piedi.

    Sono gelata fino alle ossa e con le dita ormai insensibili, serrate sulla borsa che contiene le mie poche cose: una camicia buona, una cuffia e un grembiule di ricambio, un pettine d’osso che mi ha lasciato mia nonna e lo scialle di lana che mi ha fatto mia sorella tre inverni fa, prima di andare a servizio da una famiglia di Augusta.

    Sono partita nella tarda mattinata.

    Non sono mai partita prima. Non sono mai stata da nessuna parte, non mi sono mai allontanata da casa per più di mezza giornata. Per la prima volta nella mia vita ho detto insieme alla mia famiglia una sola delle tre preghiere giornaliere. È una tradizione e un dovere per chi abita nel quartiere: tre preghiere al giorno per i Fugger e un affitto pari a un vecchio rheinischer Gulden. Tutto quello che possiamo permetterci con il misero salario di mio padre.

    Prima di avviarmi oltre il cancello sud del quartiere mi fermo ancora qualche minuto a St. Markus. Entro d’istinto, senza decidere, e rimango lì, immobile tra le due brevi file di banchi, sotto il soffitto di legno, senza sapere se essere triste o grata di questa partenza. Ho recitato una preghiera, ho fatto il segno della croce e, uscendo, ho svoltato a sinistra.

    Non è ancora inverno ma ho freddo. Anche la gente che mi passa accanto si stringe nei mantelli e solleva le spalle. Cammino rapida fissando il mio fiato rapprendersi nell’aria per schivare gli sguardi dei passanti che incrocio sulla via.

    È tutto come al solito. I gesti e i visi della gente, i rumori che sbattono uno contro l’altro, le voci che escono un po’ sgraziate dopo il sonno. E c’è lo stesso impasto di odori di ogni mattina: i residui dell’aria della notte, la sporcizia in mezzo alla strada, il miscuglio di aromi caldi e acidi che esce dalle locande, la sensazione dolciastra e pungente del sangue che gocciola fuori dal negozio di Franz Vogel, il macellaio, e il fumo umido e profumato che aleggia intorno al forno quando attraverso la Müllerstrasse. È tutto com’era ieri e come continuerà a essere domani, anche se io sarò in un’altra città.

    Non so nemmeno se mi dispiace.

    Attraverso il ponte sul Lech un’ora dopo. La via mano a mano si fa più fangosa e più solitaria, i viandanti più rari, i carri e i cavalli più numerosi. Cammino senza pensare per un’altra ora, forse, o poco più.

    Passo una piccola cappella per pellegrini sul bordo della strada e mi fermo un istante prima di una passerella di legno che attraversa un fiumiciattolo dall’acqua nera e gelida. Il paese è già davanti a me, appollaiato su un terrapieno, con le mura che lo avvolgono come mani intorno a un grosso fascio di grano. La sagoma di un castello a sinistra, una torre tozza a destra e un altissimo campanile nel centro, poi alcune case affastellate in basso.

    Resto immobile in mezzo alla strada viscida tra i campi. Mi chiedo quale tra i tetti che vedo sia quello di casa von Roth. Ma dopotutto non ha importanza. Non mi aspetto che lì la mia vita migliori né che peggiori. Non mi aspetto nulla. Poi sento lo schiocco colloso degli zoccoli di cavalli, un cigolare di ruote e una voce che mi urla di spostarmi e impreca. Mi faccio da parte giusto in tempo ma uno schizzo di fango finisce sull’orlo della mia gonna. Lo fisso, stizzita: meglio aspettare che si asciughi prima di grattarlo via. Espiro e mi rimetto in cammino.

    Quando arrivo all’ingresso di Friedberg mi ripeto mentalmente le indicazioni per raggiungere la casa: parole che la signorina Müller mi ha fatto imparare quasi come una cantilena. Le ripeto senza fare uscire nessun suono, muovo le labbra ininterrottamente, camminando nervosa tra le vie e cercando vicoli e punti di riferimento.

    Lasciati alle spalle la Porta Inferiore e sali seguendo la strada fino al municipio, in Marienplaz. C’è la statua della Vergine Maria in cima ad una colonna bianca. Lì volta a destra. All’angolo, all’insegna dell’orologiaio, gira a sinistra e vai su per la strada grande. Devi passare di fianco a St. Jakob…

    Non sono ancora arrivata in piazza e già ho visto tre insegne di orologiai. Le strade mi sembrano tutte uguali, e tutte diverse da come me le ha descritte la signorina Müller. C’è mercato. E folla. Al municipio c’è un capannello di gente dal lato della Brothaus, dove si vende il pane.

    Ma dopo il municipio la via non è regolare, si apre in uno slargo trafficato da cui partono più strade. Mi fermo e la gente mi passa accanto, qualcuno mi guarda perché sono d’intralcio, ferma in mezzo al passaggio, altri mi superano ignorandomi. Non so dove andare.

    Poi alzo gli occhi sul campanile della chiesa. È impossibile non vederlo. E non guardarlo. Svetta su tutta la città ed è tanto alto che pare quasi impossibile possa reggersi in piedi così saldamente, senza venire scosso da una folata di vento.

    È lì che devo andare. Svoltare a sinistra in Pfarrstrasse, proprio dietro il campanile e raggiungere la fine della strada.

    Cammino con gli occhi fissi sul campanile, come se potessi perderlo di vista solo abbassando lo sguardo. Poi lo lascio alle mie spalle e mi incammino per la via, più lentamente ora che sono certa di non essermi persa. Da questa parte, superato il mercato, c’è calma. I passanti sono pochi: due gentiluomini che camminano su un lato della strada parlando tra loro, un garzone lurido che striscia i piedi e trascina un carretto vuoto. Una signora avvolta in una ricca mantella e nascosta sotto un cappellino, seguita da una ragazza giovane. Spariscono subito oltre un portone.

    Battono le due del pomeriggio e i rintocchi sono così vicini e forti che li sento vibrare tra i denti.

    Una domestica apre una porta e vuota un secchio in strada, poi sparisce rapida com’è comparsa. Ho lasciato i cigolii delle ruote e la folla dietro di me. Le voci della piazza sono lontane, dall’altro lato della chiesa, e la via è tranquilla mentre cammino, come se per qualche minuto si fosse assopita. Sento il rumore dei miei passi e il frusciare delle gonne. Un cane abbaia e qualcuno urla, ma sono molto lontani e io non noto che l’ombra di quei rumori.

    Ma sento un ronzio.

    Proseguo.

    No. Non è un ronzio, è un suono. Un suono tremolante e ripetuto… Ora cambia e si alza… E si abbassa.

    Rallento.

    Quella vibrazione si tende, si gonfia e poi si quieta, come lenzuola stese al vento.

    È una musica.

    Mi fermo e alzo gli occhi. Il suono arriva da una finestra aperta sopra di me, al primo piano. Non si vede nulla se non il riflesso scuro e indistinto dei vetri che rimandano l’immagine del cielo grigio. Ma non c’è niente che mi interessi vedere, adesso. Voglio solo ascoltare.

    Non ho mai sentito nulla di simile. Di certo non in chiesa e tanto meno in strada. Chiudo gli occhi un istante e sorrido, poi li riapro temendo che qualcuno possa vedermi qui ferma, a ridere di niente. Dovrei tornare sui miei passi ma non so decidermi a muovermi. Quel suono è come un maleficio.

    Il rumore di una porta che si apre mi riporta alla realtà all'improvviso. Faccio un passo indietro e guardo la strada che mi resta da percorrere, ma noto che c’è solo un’unica casa prima dell’incrocio e del grande edificio che sbarra la visuale su una folta macchia d’alberi.

    E tu chi sei?

    Mi volto verso la donna sui gradini della porta. È giovane e piccola. Ha gli occhi grandi come nocciole e il viso chiazzato di rosso sugli zigomi come se fosse molto accaldata. Le maniche arrotolate e il grembiule umido e non del tutto pulito mi fanno pensare che abbia appena interrotto il suo lavoro in cucina. Attende, guardandomi con aria non proprio benevola e si toglie delle tracce di farina dal grembiule con qualche colpetto distratto della mano.

    Sono Martje Weber dico d’istinto.

    Ah, la ragazza che viene dalla Fuggerei. Ha un tono che non riesco a decifrare. Finalmente! Ti stavo aspettando.

    Questa è casa von Roth, realizzo all'improvviso. È grande, più grande di quanto immaginassi.

    Vengo a sostituire la signorina Müller dico e all'improvviso non sono sicura di esserne in grado.

    Oh, Maria Müller! esclama la donna, scostandosi per farmi entrare, Spero che non sostituirai anche i suoi continui lamenti per i reumatismi e per il mal di denti!

    Abbasso la testa e alzo gli occhi nell'attraversare la porta. Non sono mai entrata in una casa come questa, con i pavimenti così lucidi che riflettono la luce che entra dalle finestre e lunghe tende di tessuto pesante e operato, con disegni di fiori.

    Da questa parte dice la ragazza. A proposito, io sono Grete.

    Si presenta senza voltarsi, precedendomi giù per pochi scalini di pietra levigata, oltre una porta sulla destra.

    Questa è la cucina continua senza tanti preamboli, indicando con un gesto eloquente il tavolo dove un impasto ancora troppo molle aspetta di essere lavorato.

    Questa stanza non è come le altre, mi sento un po’ più a mio agio. Le piastrelle di cotto sono scheggiate qua e là, la finestra è piccola ed entra poca luce, polvere e pezzetti di corteccia sono sparsi davanti al focolare che avrebbe bisogno di una ripulita. L’odore di cavoli è lo stesso che sentivo a casa mia.

    Puoi lasciare lì la mantella. Poi ti porto dalla padrona.

    Ho ancora freddo e anche se in cucina il fuoco è acceso e l’aria è calda non ho nessuna voglia di scoprirmi, soprattutto se penso alle grandi stanze della casa fredde di marmi, specchi e penombra.

    C’è un gancio accanto a una porta di legno. Tolgo lo scialle e lo appendo con cura. Poi seguo Grete nell'ingresso.

    La casa è silenziosa come una chiesa vuota.

    .......

    Passiamo attraverso un salone in penombra. Grete bussa all'ultima porta in fondo, scivola all'interno e si abbassa in un rapido inchino.

    È arrivata la nuova domestica, signora, si chiama Martje Weber.

    Non sento alcuna risposta dall'interno, ma un attimo dopo Grete si sposta da un lato facendomi segno di entrare, poi sparisce dietro la porta, lasciandomi sola con la signora von Roth.

    È seduta in una poltrona, girata verso la finestra da cui entra la luce tagliente del sole invernale che ha cominciato a farsi strada tra le nuvole. Di lei posso vedere solo un accenno di profilo e una mano magra e sottile, raggrinzita come la buccia di una mela troppo matura. Le dita lunghe tengono un cucchiaino d’argento e lo muovono con movimenti lenti e misurati in una tazza dall’orlo rifinito con una sottile linea dorata. Non fa nessun rumore.

    Non startene lì immobile, vieni avanti!

    Affondo le dita nella stoffa della gonna e faccio qualche passo calpestando riluttante un intarsio nel legno lucido del pavimento.

    Mi fissa a lungo con espressione immobile, un braccio appoggiato alla poltrona, la mano abbandonata sulla tazza fumante in cui scintilla ancora il cucchiaino d’argento. I suoi occhi si puntano per un lungo momento sulla macchia di fango che mi sono dimenticata di togliere dalla gonna. Faccio un passo indietro.

    E così sei la ragazza che sostituisce Maria Müller dice infine.

    Sì, signora. Rispondo con un inchino.

    Ci ha fatto il tuo nome prima di andarsene. Ha detto che non hai ancora referenze ma ci ha assicurato che sei una persona fidata e che arrivi da una famiglia povera ma di buoni lavoratori aggiunge, allungando una mano per prendere la tazza. La tiene come se fosse vuota, senza peso.

    Ma non credere che questo sia sufficiente. Ti osserverò attentamente. Se sarò soddisfatta del tuo lavoro potrai restare. Se no tornerai dritta nel quartiere di indigenti da cui sei arrivata.

    Abbasso gli occhi, annuendo.

    Grete ti dirà quali sono i tuoi compiti, ti mostrerà dove dormirai.

    Sì, signora.

    È tutto, puoi andare.

    Faccio un altro inchino e esco dalla stanza cercando di non fare alcun rumore.

    Grete è dietro la porta e quando mi vede comparire si avvia svelta di nuovo verso l’ingresso e poi su per le scale.

    La seguo guardandomi intorno. Il salone che attraversiamo è tanto grande da far rimbombare i nostri passi e ha sedie con schienali intagliati e foderate con la stessa stoffa blu e azzurra dei pesanti tendoni. Rallento di un passo e guardo a terra quando metto un piede su un tappeto: è come calpestare l’erba di inizio aprile sull'argine del ruscello fuori dalla città, dove io e mia sorella giocavamo da bambine. D’istinto faccio un passo indietro e lo aggiro.

    Imbocco dietro Grete una rampa di scale, stretta e accostata al muro.

    Tu devi occuparti del piano di sopra mi dice senza voltarsi attraversando una stanza con pavimenti di legno e vasi decorati su un tavolo accostato alla parete.

    Questa è la camera della signora continua, aprendo una porta e entrando svelta. Va a chiudere una finestra lasciata aperta. Dovrai provvedere a lavare, stirare e cambiare la biancheria, riassettare e tenere sempre pulito. Al guardaroba della padrona invece ci penso io. Attraversando la stanza raccoglie una camicia da notte abbandonata sullo schienale di una sedia, la ripiega e la ripone. C’è profumo di biancheria lavata, di aria invernale mista a fumo di legna e un vago sentore di aceto.

    Non ho il tempo di guardarmi intorno perché Grete sta già andando verso una seconda stanza.

    E quella invece è la stanza del padrone, ti occuperai anche di quella.

    Apre uno dei battenti della porta senza entrare ed io ho appena il tempo di dare un’occhiata rapida all’interno. È completamente buia, gli scuri non sono stati aperti ma Grete non se ne preoccupa. Richiude tutto e torna indietro.

    Passiamo dall'altro lato della casa.

    Qui basta spolverare e lavare vetri e pavimenti continua senza fermarsi attraversando il pianerottolo, mentre mi conduce oltre una porta a due battenti color latte con rifiniture scure.

    Qui di tanto in tanto si ferma a dormire la signorina von Gessler spiega mostrandomi un’altra camera da letto leggermente più piccola e dai colori tenui, La tieni pulita e la prepari solo quando serve

    È già arrivata a un’altra porta, di fronte alla precedente.

    Qui anni fa ci lavorava il vecchio padrone. La signora von Roth l’ha fatta arredare a suo gusto ma non sta mai qui, preferisce il salottino al piano di sotto. Si volta verso di me e mi guarda come per accertarsi che quello che mi sta dicendo mi entri bene in testa. Fa’ in modo che resti sempre tutto in ordine, qui, e non spostare mai niente.

    Le camere al mattino sta dicendo Poi verrai a stirare o ad aiutarmi in cucina, al pomeriggio. Tranne nei giorni in cui dovrai occuparti del bucato … Può darsi che di tanto in tanto ci siano da fare anche delle commissioni.

    Qui cosa c’è? dico quando vedo che la mia guida sta per tornare indietro spedita ignorando una porta.

    Si volta appena. Fa scivolare via le mie parole con la mano. Lo studio del padrone taglia corto, Un inferno. Prega di non doverci mai mettere piede.

    Fisso la porta con ancora più curiosità, come se potesse servire a vederci attraverso. Perché?

    "Lo scoprirai da te quando conoscerai anche solo un poco Herr Heyne."

    Quando siamo di nuovo in cima alle scale Grete mi guida in un angolo e apre una piccola porta indicandomi una scala di legno piuttosto mal ridotta che prosegue in alto, nella penombra polverosa.

    Tu dormi di sopra mi dice, La mia stanza è troppo piccola per poterla dividere. Non ho avuto tempo di preparare nulla ma ti darò coperte e candele dopo cena.

    Guardo di sopra dubbiosa, chiedendomi se anche la signorina Müller dormisse in soffitta.

    Puoi cominciare ad andare su a lasciare la tua roba. Ma poi torna subito di sotto. Sono stata da sola per quindici giorni e c’è tanto di quel lavoro da fare… Soprattutto il bucato. Di solito in queste situazioni chiamo la signorina Beck per un aiuto, ma ora sostituisce la lavandaia della locanda che si è ammalata dieci giorni fa… Dicono che ha una tosse tanto forte da tenere sveglio tutto il vicinato… che Dio la protegga! Ad ogni modo lenzuola, tovaglie e biancheria sporche sono già tutte ammassate di sotto che ti aspettano. Si pianta le mani sui fianchi, indicando le scale con un cenno della testa. In fretta, ragazza, cosa aspetti?

    La soffitta è squallida, dimenticata e senza luce, ma è chiaro che un angolo almeno è stato utilizzato fino a poco tempo fa. La polvere sul pavimento sembra una peluria biancastra nella chiazza di luce che cade dalla finestrella. C’è una vecchia cassetta di legno accanto al letto e sopra una coperta di lana ripiegata: da vicino sa di fumo di legna e di un misto di altri odori –sudore, cipolle, sego– ma non di muffa. La piccola finestrella invece è pulita e si apre facilmente.

    Nell'altro lato della soffitta sono ammassate scatole, cassette, un vecchio mobile tarlato, uno specchio attraversato da parte a parte da un crepa nera, un grande baule da viaggio, alcuni libri malridotti e altre cose che non riesco a distinguere nell'oscurità.

    C’è una tenda di cotone che divide la stanza improvvisata dall'ammasso di vecchi oggetti. La tiro cercando di nascondere quei rimasugli di passato e, soprattutto, lo specchio che rimanda la mia immagine tagliata a metà.

    Grete ha l’aria di essere una persona svelta e concreta, come deve essere una buona domestica, ma non sembra esattamente un’ottima compagnia, per quello che posso immaginare. Dopotutto non può essere peggio della signora Weber, la seconda moglie di mio padre.

    La casa è anche migliore di quello che avevo immaginato. Abbastanza vicina ad Augusta da poter vedere mio padre e forse mia sorella di tanto in tanto e allo stesso tempo abbastanza lontana da non essere costretta a incontrare la signora Weber tutte le settimane.

    Scosto di nuovo la tenda e osservo il mio riflesso nello specchio. Non ho mai avuto uno specchio, nemmeno piccolo. Le uniche volte che riuscivo a osservare con una certa nitidezza la mia immagine un po’ distorta era quando tiravo a lucido il calice, in parrocchia, e poi me lo rigiravo tra le mani. Cerco di non incrociare il mio sguardo riflesso mentre indosso il grembiule e sistemo i capelli in modo che siano in ordine e non sbuchino disordinatamente dalla cuffia.

    Sono fortunata. Probabilmente non c’è nulla di meglio in cui una come me possa sperare. Farò in modo che la signora von Roth non trovi nulla da ridire sul mio lavoro.

    Ripongo la borsa e scendo di sotto. Sto per imboccare le scale, ma un pensiero mi fa tornare sui miei passi…

    Attraverso le stanze fino ad arrivare all'ultima in fondo, quella del padrone, ed entro. È silenziosa e ha odore di chiuso. Guidata dalla scia chiara che arriva dalla porta aperta, vado alle finestre e spalanco gli scuri. La luce livida del pomeriggio nuvoloso riempie la stanza come fumo, lasciando zone d’ombra scura sotto lo scrittoio e oltre l’armadio.

    La stanza non è elegante e ricercata come quella della padrona e nemmeno troppo curata. La tappezzeria doveva essere di buona qualità ma ora è leggermente sbiadita in una zona della parete dove probabilmente nelle giornate estive batte il sole. L’arredamento è imponente, i mobili sono intagliati e intarsiati, ma devono essere qui dai tempi dei vecchi padroni perché in alcuni punti sono scheggiati e si vedono ammaccature sulle gambe del tavolo e sui piedi del letto. È da molto tempo che nessuno li lucida. Non ci sono suppellettili né quadri.

    Il letto è stato rifatto senza troppa cura. Immagino che Grete sia stata molto occupata negli ultimi giorni, avendo dovuto mandare avanti la casa da sola. La coperta è piena di grinze e c’è un lieve affossamento nel centro del materasso, come se qualcuno vi si fosse seduto sopra. Lo sistemo, tirando il copriletto e lisciandolo con le mani, poi lancio un’ultima occhiata alla stanza. Avrò tempo di occuparmene con calma domani.

    Sono sulla porta quando nella stanza adiacente sento il cigolio di una maniglia che mi fa esitare. Ne esce una figura scura e alta, con un mantello buttato sul braccio, un bastone in mano e un cappello. Non riesco a vedere chi sia. Sbatte con forza la porta e si dirige verso le scale senza girarsi, anche se per un attimo temo che lo faccia perché rallenta come se avesse sentito qualcosa.

    Mi ritiro dietro la porta con la sensazione di star facendo qualcosa di proibito. Poi mi dico che è solo una questione di abitudine. Non ho mai girato sola in una casa che non sia la mia, ma ora questo è il mio lavoro.

    Nonostante tutto aspetto che il rumore dei passi sparisca nel fondo delle scale prima di uscire e raggiungere Grete da basso.

    .......

    Il mattino dopo apro gli occhi sulla penombra grigia della soffitta e per un attimo rimango spaesata nel vedere tanto spazio intorno a me. Sono abituata allo stretto materasso addossato a una parete di legno, a casa.

    Non è ancora l’alba. Ho dormito senza riposare, di quel sonno leggero e inquieto che si dissolve al più piccolo fruscio. Un istante dopo sento dei passi al piano di sotto. Probabilmente è stato quel rumore a svegliarmi. L’acqua nella brocca che ho portato su ieri sera è gelida e mi fa starnutire quando la uso per lavarmi il viso.

    Mi vesto e mi pettino. Scendo di sotto attraversando la casa ancora buia e immobile. I vasi con i grandi manici, gli schienali delle sedie e i quadri ai muri, con questa luce, sembrano presenze di un sogno e non mi stupirei se ora mi svegliassi davvero, nel mio letto malconcio, nella piccola casa della Fuggerei.

    Il rumore di passi è svanito. Quando entro in cucina trovo Grete con gli occhi ancora gonfi per il sonno che si sistema la cuffia davanti al camino. Ha aggiunto della legna sulle braci di ieri sera ma l’aria è appena tiepida. Mi saluta senza voltarsi e io vado a smuovere i ciocchi, soffiando leggermente.

    La signora in genere scende presto. Appena sarà nel salotto potrai andare a occuparti delle stanze di sopra. Nel frattempo ti conviene mettere a bollire l’acqua per il bucato, la caldaia è nello stanzino qui fuori, sulla destra. Ci deve essere già della cenere pulita, buona da usare.

    Annuisco e la osservo mentre tira fuori pane e birra. Mi nota.

    Qui tengo il pane e qui tutte le bottiglie, vino e birra. I liquori invece li ha la signora nel suo salotto. Le conserve in quella credenza in alto e qui puoi lasciare carne e pesce freschi, quando torni dal mercato. Non è difficile dice richiudendo un’anta. Non sei mai stata a servizio, prima, vero?

    Scuoto la testa.

    Sarà bene che impari in fretta. Prende un piccolo vaso su una mensola e lo apre, sedendosi di nuovo davanti al focolare. La signora è molto abitudinaria continua raccogliendo un po’ di sostanza pastosa con le dita e spalmandola energicamente su palmi, nocche e polpastrelli. E le piacciono le cose fatte per bene. Non farti trovare mai con le mani in mano e non avrai problemi.

    Annuisco, continuando a osservarla.

    È un unguento grasso che Maria usava per le mani mi spiega, Dopo aver fatto il bucato per tanto tempo toccare i vestiti di seta e pettinare i capelli della signora ora è quasi impossibile.

    Si fissa le mani chiazzate di rosso, tagliate e screpolate sulle nocche. Lo uso da qualche giorno, ora va un po’ meglio. Se ne hai bisogno sai dove trovarlo.

    Passo la mattinata al piano di sopra. Mi occupo prima della stanza della signora, poi della polvere e infine della stanza del padrone, solo quando sono sicura di aver sentito dei rumori provenire dallo studio.

    Quando apro la porta trovo le imposte spalancate e il letto intatto, come l’avevo lasciato ieri. Mi avvicino alla finestra e guardo fuori, la stanza non dà sulla strada ma su una siepe incolta oltre la quale si erge un’altra abitazione: l’ultima casa della via.

    Strizzo il panno bagnato e comincio a sfregare i vetri rigati e opachi.

    Quando scendo trovo Grete intenta a preparare il pranzo.

    Mancano le cipolle mi dice, mentre rimesta una salsa, esaminandone la consistenza con occhio critico. Mi indica un cesto sul ripiano della dispensa e mi spedisce al mercato. Ma fa’ in fretta e non perderti in chiacchiere con la verduraia, ha la lingua più lunga di una biscia.

    Esco in strada dalla porta principale avvolta nello scialle, ma prima di avviarmi verso la piazza mi giro indietro a osservare le finestre del piano di sopra.

    Le conto. La stanza della padrona, due finestre nel salottino. La stanza del padrone non dà sulla strada…

    La stanza no, ma lo studio sì. Alzo gli occhi sui vetri che sono ancora aperti come li avevo visti ieri.

    È da lì che ho sentito arrivare il suono del violino.

    ...….

    Il giorno seguente e quello dopo passano più o meno uguali al primo. La seconda sera vado a mettere dei rametti di rosmarino nella caldaia del bucato che raffredda e il mattino seguente rimando il lavoro al piano di sopra per strizzare la biancheria e stenderla, in modo che i panni abbiano il tempo di asciugare prima di sera. Poi aiuto Grete in cucina e riprendo il mio lavoro.

    Ho l’impressione che mi abituerò presto. Dopo qualche giorno la casa comincia a essere famigliare e non devo più fermarmi a pensare in quale direzione andare ogni volta che devo spostarmi da una stanza all’altra.

    Vedo la signora von Roth raramente, all’ora di pranzo oppure quando vado a ravvivare il fuoco nel suo salotto. Questo pomeriggio non è da sola. Quando entro con la cesta della legna una ragazza seduta allo scrittoio si volta a guardarmi. Ha occhi azzurri e un velo di belletto, dosato con cura. Mi studia per un attimo poi torna a leggere il libro che ha davanti senza dire una parola, dritta e immobile come una bambola. Fisso i riflessi dorati dei boccoli che scendono da un’acconciatura intricata e raccolta con nastri di raso. È solo un istante, poi mi volto per dedicarmi al camino mentre, senza volerlo, mi ritorna alla mente il mio riflesso grigio e sgualcito nello specchio rotto.

    Anche la signora sta leggendo e non parla finché non ho finito.

    Stasera sarò a cena dalla signora von Haller dice senza alzare gli occhi dalla pagina, Dillo a Grete.

    Sì, signora.

    Indietreggio nel vano della porta.

    E quando arriverà il signor Romberg porta del vino.

    Annuisco ancora e mi chiudo la porta alle spalle.

    Trovo Grete in cucina, intenta a rammendare la cuffia che si è tolta. Un ciuffo di capelli le è sfuggito dalla crocchia e se lo scosta continuamente dal viso con il dorso della mano.

    Le riferisco il messaggio della signora.

    E così hai conosciuto la signorina von Gessler commenta, sporgendosi verso la luce che entra dalla piccola finestra per vedere meglio il suo lavoro.

    Bella come un angelo, noiosa come una mosca aggiunge con uno sbuffo. Quando non è impegnata a darsi arie da gran signora, si comporta come una bambina.

    Chi è?

    La nipote della signora. Nipote acquisita spiega, Figlia della sorella del signor von Roth, che riposi in pace.

    Vado a prendere dei bicchieri e li lucido con lo straccio, li poso sul vassoio con attenzione. Poi verso del vino in una brocca.

    Grete è ancora a capo scoperto quando bussano alla porta. Vado io ad aprire, per la prima volta, e mi trovo di fronte a un uomo giovane, elegante e robusto. Ha una parrucca scura, il viso squadrato e uno sguardo che mi sento pesare addosso.

    Mi scosto per farlo entrare e lui mi lascia il cappello, avviandosi verso il salottino della signora. Non aspetta che gli faccia strada ma si ferma a qualche passo dalla porta, in attesa che lo annunci. Continua a fissarmi.

    Quando torno in cucina a prendere il vassoio che ho già preparato, vedo Grete sulla porta che sbircia nell’ingresso ancora senza cuffia.

    Allora, che te ne pare?

    Mi volto a fissarla senza capire.

    Del signor Romberg.

    Aggrotto la fronte e scuoto la testa.

    La signorina sarà anche una piccola sciocca ma è fortunata dice, Si sono fidanzati all’inizio dell’autunno, ma non hanno ancora deciso la data del matrimonio. Devono prima trovare i soldi.

    Mette dei biscotti in un piatto e lo posa sul vassoio.

    Ma finché lui viene a farle visita qui non ci possiamo lamentare aggiunge lanciandomi un’occhiata che non so interpretare.

    Penso a quando il signor Romberg mi ha dato il cappello. Mi ha inavvertitamente sfiorato le dita. Ha le mani viscide dico soltanto. E non mi piace il suo sguardo.

    Grete sbuffa e mi tiene la porta aperta mentre passo.

    Stai attenta con quel vassoio!

    Non ho mai servito prima. I bicchieri tintinnano pericolosamente quando sollevo una mano per bussare alla porta del salotto ed entrare. La signora von Roth se ne accorge e mi lancia un’occhiata fredda e ammonitrice.

    Si sono trasferiti tutti sul divano e le poltrone davanti al camino. Devo passare di fronte al signor Romberg per raggiungere il tavolino.

    I bicchieri vibrano di nuovo e posso vedere il vino agitarsi nella brocca, lasciando sul vetro un alone rossastro che si dissolve quasi subito. Per fortuna la signorina comincia a parlare e lui è costretto a rivolgerle l’attenzione. La padrona invece continua a fissarmi; la vedo premere le labbra mentre verso da bere.

    Una goccia rossa cade sul vassoio e in quell’istante ho la sensazione che sia successo qualcosa di irrimediabile. La fisso desiderando che sparisca, poi mi risolvo ad asciugarla con un panno. Finisco di riempire i bicchieri reggendo la caraffa con tutte e due le mani, alla fine faccio un passo indietro e un piccolo inchino. Non accade nulla per un lungo istante. Sento le parole della signorina von Gessler come se arrivassero da lontano mentre la padrona continua a guardarmi. Temo che mi rimproveri o mi cacci via; invece alla fine si limita ad afferrare un bicchiere.

    Aggiungi altra legna, quella che hai messo prima non era sufficiente mi ordina in un bisbiglio stizzito. E poi vattene.

    Quando mi volto la conversazione si fa più sciolta e il tono della padrona diventa quasi stridulo nello sforzo di suonare amabile.

    Oh sì… sta dicendo, Dovete assolutamente sentirla alla prima occasione! È adorabile. Parlerò con la signora von Haller. Potremmo organizzare una serata da lei, ha un bellissimo cembalo.

    Anche Maria la sta studiando cinguetta la signorina, Ma è troppo difficile per lei.

    Non tutti hanno il tuo talento replica il signor Romberg, E il signor Heyne? Non c’è nemmeno oggi?

    Se non è chiuso nel suo studio sarà dal signor Murray, come al solito dice la padrona.

    Non che ci sia da rammaricarsene aggiunge la signorina con un risolino soffocato nel bicchiere.

    Mi alzo, sistemandomi il grembiule, ed esco piano dalla stanza senza voltarmi. Tuttavia ho l’impressione che più di un paio d’occhi siano puntati su di me.

    ...….

    È la prima domenica che passo in questa casa.

    Al mattino ho assistito alla funzione a St. Jakob, circondata da facce nuove. Scorgo la signora von Roth nei banchi tra le prime file, c’è anche la signorina accompagnata dal signor Romberg. Mi tengo in disparte e scelgo un posto da cui non posso vederli. Noto Grete tra la gente che si riversa nella chiesa in compagnia di una donna raggrinzita, una ragazza di qualche anno più giovane di lei e due uomini. Spariscono da qualche parte davanti a me.

    Una donna anziana che emana un vago odore di pesce prende posto al mio fianco e mi rivolge un saluto biascicato tra i pochi denti che le restano. Rispondo con un sorriso e un cenno, poi passo il resto del tempo a fissarmi l’orlo della gonna.

    Dopo la messa torno indietro lentamente, svoltando a destra invece che seguire la strada che passa per la via principale, quella che imboccano la padrona e i suoi ospiti. Loro si fermeranno a casa della signora von Haller, Grete invece di solito passa le domeniche con la sua famiglia.

    Avrò qualche ora per me una volta a casa. Forse potrei rammendare il polsino della camicia e usare un poco dell’unguento per le mani che Grete mi ha mostrato, nell'attesa che qualche patata si abbrustolisca nel camino, per la cena.

    La casa è vuota e fredda.

    Ma non silenziosa, realizzo quando chiudo la porta dietro di me.

    Mi fermo nell'ingresso, mi volto su me stessa lentamente, come se uno spostamento d’aria o un fruscio potessero frantumare quell'eco che proviene dal vano delle scale.

    Per qualche istante non mi muovo, poi la curiosità mi fa dimenticare la prudenza.

    È giorno di riposo. Non sono tenuta a fare le pulizie nelle camere, non saprei giustificare la mia presenza nel salotto del piano di sopra, penso mentre, senza sapere come, sono già quasi in cima alle scale. Non mi sono nemmeno tolta lo scialle. Ho ancora le mani arrotolate nella lana e infilate al caldo sotto le braccia. Le guance e il naso sono insensibili per il freddo.

    Una melodia smorzata arriva dalle stanze vuote, rimbalza contro i soffitti e si insinua attraverso le porte aperte. Posso vedere una stanza dentro un’altra stanza, come negli specchi messi uno di fronte all’altro e, in fondo, la porta chiusa dello studio. E quel suono… come una candela accesa in un bosco nel cuore della notte.

    Attraverso la prima stanza.

    La musica è diversa da quella che ho sentito dalla finestra. Il suono è diverso. Il violino mi ricorda un nastro di seta e miele che cola. La voce di un gatto. Un vento di tempesta in un vicolo stretto. Questa volta i suoni invece sono secchi, separati. Pietrisco, campanelle, zoccoli di cavallo o uno scroscio d’acqua sul selciato. È un altro strumento.

    A metà del salottino in disuso rallento. Posso sentire quasi tutto.

    Senza accorgermene sono arrivata a pochi passi dalla porta.

    La melodia intanto scorre e sale e poi cambia all’improvviso, come il volo di una poiana durante la caccia.

    Faccio un passo indietro, frastornata. Non per questa musica. È semplicemente la musica. La musica tra le mura della casa mi fa apparire questo posto quasi irreale.

    È la cosa più incredibile che possa immaginare, più dei tappeti, degli specchi sui muri e del broccato azzurro sulle sedie, più dell’impressionante numero di candele di cera buona sparse per le stanze. Non resterei tanto meravigliata nemmeno se vedessi alle porte maniglie di oro massiccio e vetri di cattedrale al posto delle finestre…

    Poi due forti suoni, all’improvviso, uguali e vicini. Come un sasso tirato sulle vetrate dai colori sgargianti che sto immaginando, mandandole in frantumi.

    Tutto finisce. Mi guardo intorno come se mi fossi appena svegliata da un sogno. Non ricordo dove ho trovato il coraggio di spingermi fin qui, né come ci sono arrivata.

    Un rumore sordo. Qualcosa striscia contro il legno del pavimento. Una sedia?

    Mi fa trasalire. Mi volto e attraverso di nuovo le stanze vuote, veloce, come se stessi camminando di notte in un vicolo buio. Sento i miei passi riecheggiare conto muri e soffitti come spari.

    La settimana dopo mentre sono di sopra da sola con stracci e cera, mi capita più di una volta di soffermarmi nel salottino del primo piano a togliere polvere inesistente da mensole e vasi e passare cera su tavoli già lucidi.

    ...….

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