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Lunghezza:
359 pagine
4 ore
Pubblicato:
Sep 22, 2014
ISBN:
9786050322842
Formato:
Libro

Descrizione

Un breve periodo trascorso in Toscana durante la seconda guerra mondiale. Il protagonista preadolescente segue le traversie della famiglia.
Il padre, capo minatore nella miniera di Vallescura, collabora con i partigiani locali. Merizzo di Villafranca diverrà importante centro di Resistenza dopo il bombardamento alleato all'enorme polveriera a servizio del centro militare di La Spezia.
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Sep 22, 2014
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9786050322842
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Anteprima del libro

Paura oltre la Cisa - Giacomo Pedersoli (sebastiano Retico)

Giacomo Sebastiano Retico

PAURA

OLTRE

LA CISA

Romanzo

© Copyright 2008 - Tutti i diritti riservati

Edizioni Toroselle

via S. Giulia 73 - 25050 Pian Camuno (BS)

Finito di stampare nel mese di dicembre dell’anno 2008

presso la Cierre Grafica di Sommacampagna (Verona)

PREFAZIONE

Giacomo Sebastiano Retico (all’anagrafe Giacomo Pedersoli) è nato in provincia di Brescia nel 1936.

E’ autore di numerose opere letterarie e storiche tra le quali i romanzi: La valletta dei musicanti [1962] e L’amaro del Clinto [1975].

Nel nostro catalogo è apparsa l’opera storica: Il disastro del Gleno (1923) - Un Vajont dimenticato [2006].

Paura oltre la Cisa narra di un periodo breve ma tremendo trascorso a Merizzo - una località meno tormentata delle altre per la mancanza in essa di obiettivi militari - che era soggetta solo alla generale paura del momento e delle requisizioni... dei tedeschi e dei fascisti (Diaferia, Marco: op. cit. in bibliografia).

Spetta al lettore giudicare se questo storico ha ben riassunto le vicende del paese toscano.

I ricordi concreti dell’autore, come sempre, narrando di vicende vissute, superano certamente le ideologie.

Merizzo di Villafranca Lunigiana ad una ventina di km a sud di Pontremoli.

"Noi, con le nostre deboli forze,

più che caldeggiare

l’inumano spirito della vendetta,

ci sforzeremo di creare condizioni

tali nel mondo

da evitare il ripetersi

di simili spaventose tragedie."

(Mino TASSI, Pagine pontremolesi, vol. II, pag. 255)

PARTE PRIMA

1

Il 29 giugno 1938 – festa di s. Pietro – era morto nonno Giacomo che, per la sua devozione e l’assidua frequenza alla Messa, alla Dottrina, ai Vespri, la gente chiamava San Peder. Una coincidenza misteriosa che aveva colpito parenti ed estranei, ammesso che in un così piccolo paese esistessero veri… estranei. Raimondo era sconvolto: una banale polmonite aveva stroncato la robusta fibra del suo amato genitore che, pallido e scarnito, ora giaceva su un lato del letto matrimoniale al piano di sopra.

Nella vasta cucina del piano terra, attorno al grande tavolo rustico, commentavano la tragedia, le lacrime agli occhi, tre figlie e Raimondo e sua moglie Adele, affranta. A rendere un po’ meno triste la circostanza, simbolo di vita nuova, sgambettante, giocava attorno al tavolo, irrefrenabile, Bastiano, che allora aveva due anni e mezzo e iniziava a parlare e a farsi capire. Gli avevano detto che era morto il nonno ma avevano avuto l’avvertenza di non fargli salire le scale a vederne la salma: sarebbe stato per lui una visione troppo amara e impressionante. Ma Bastiano non si rassegnava e andava ripetendo in dialetto: Nono mort sölé, Il nonno morto, lassù per lassù intendendo la camera. Frase che le zie andavano poi ripetendo a significare che il bimbo non mancava certo di intuito.

Quattro anni prima Raimondo e Adele avevano comprato una casetta nella vicina contrada Toroselle. Il luogo dov’era spirata la grande anima di nonno Giacomo distava poche centinaia di metri dalla piccola casa di Toroselle dove abitavano Adele, Raimondo e il piccolo Bastiano. Adele portava in grembo una nuova creatura che, dopo alcuni mesi, - a metà gennaio del 1939, - sarebbe nata e stata chiamata Mariuccia.

Terminati i funerali i tre tornarono a Toroselle e, finita la triste cena, Raimondo, rivolto alla moglie, disse:

L’ing. Borgna mi ha fatto sapere che a Bra e Castel Verrés, Mondovì e Bagnasco c’è lavoro per me… se voglio proseguire….

Ancora in giro per il mondo…, sospirò Adele con un tono indefinibile di tristezza: le erano passate davanti alla mente tutte le traversie di quei pochi mesi - ma lunghi, lunghi - trascorsi lontano dal loro nido. E ripeté, con lo stesso tono: Ancora in giro per il mondo….

È triste, lo so: ma è un’occasione da non sciupare, direi, commentò l’uomo.

Una cena così silenziosa non s’era mai vista in quella casetta; anche Bastiano, intuendo dai volti che si parlava di cose serie, portando il cucchiaio della minestra alla bocca, taceva. Raimondo lo volle prendere sulle ginocchia, appena finita la cena, seduto sull’ottomana d’angolo, e andava parlandogli a voce bassa:

Vedi come è brutto il mondo, figlio mio? Il mondo non ti permette di restare a casa tua, nel tuo paese, dove vivono quelli a cui si vuol bene… tanto bene… Dovremo partire. Sai perché dovremo andare lontano lontano? Qui il tuo papà non trova lavoro e senza lavoro come si può vivere?.

Adele stava lavando le stoviglie e le posate e ascoltava quel discorso evidentemente diretto a lei.

Non erano ancora scese le tenebre in quella bella sera di fine giugno. I rondoni giocavano nel cielo in cerca di cibo, prima del riposo notturno; sulle colme dei tetti gli storni emettevano il loro rauco suono per accordarsi sul lungo volo fino all’ombroso cedro, laggiù a Darfo, dove avrebbero trascorso in compagnia la notte. E dopo pochi momenti si udì lo stridio di alcuni pipistrelli usciti dagli umidi fondaci delle case di Toroselle che volteggiavano inquieti nell’aria assorta della sera.

Il sole era scomparso oltre le cime delle Prealpi Orobie.

2

Come avrebbe potuto Raimondo, per lunghi mesi, stare senza la sua Adele, Bastiano e Mariuccia che crescevano sani e vivaci? Senza di loro non poteva stare se non immalinconendosi e chiudendosi sempre più in se stesso: proprio lui che era, per natura, portato al contatto umano, al colloquio, all’affetto.

Il giorno in cui dovette partire per Cuneo (era il mese di aprile del 1940), fu molto triste. Gli abbracci alla sua donna ed ai suoi bambini lo fecero piangere lacrime a goccioloni. Ma disse subito, reagendo:

Appena trovo anche soltanto uno stambugio, verrete anche voi da me.

E così fu. Ai primi di maggio di quell’anno, poco prima della guerra, la madre e i due figlioletti salirono sul treno per Brescia per proseguire per Milano e raggiungere Cuneo. La meta era Bra dove Raimondo aveva trovato casa.

Il lavoro era pesante ma rendeva bene: il libretto di risparmio postale, a Bra, raggiunse ben presto le mille lire.

Ma era destino che si fosse sempre in fuga: sempre su nuovi cantieri, nuove gallerie. Verso la fine dell’anno i quattro si erano già trasferiti a Castel Verrés.

Poi altri vagabondaggi: nel marzo del 1941 si trovavano a Mondovì Breo. Qui s’era aperto un cantiere e i guadagni miglioravano (Raimondo era ormai capo cantiere) tanto che a fine aprile i depositi sul libretto superavano la ragguardevole cifra di seimila lire.Ma, incredibile a dirsi, al 15 maggio 1941 erano di nuovo altrove: a Bagnasco, sulla riva sinistra del Tanaro, sempre in provincia di Cuneo dove Raimondo venne assunto dalla ditta «Mercantile Milanese di Bagnasco» come «capo squadra» a lire 41 a giornata e vi lavorò fino al 7 gennaio 1942.

E qui, finalmente, il cantiere durò abbastanza a lungo, tanto che anche Adele venne assunta come «cernitrice» dalla «Mercantile Milanese Esercizio Miniere S.A. Gruppo Rossari & Varzi» con sede a Bagnasco, appunto, e il suo lavoro durò fino alla partenza per un’altra destinazione.

In realtà papà Mondo si chiamava Raimondo; il nomignolo nacque da una osservazione del suo primogenito che poi divenne di ragione pubblica.

Quando sarà che la finiremo di girare il mondo, Raimondo?, chiese Adele. L’eufonia fu l’occasione di un allegro intervento di Bastiano che recitò una specie di filastrocca che finì coll’imporre a Raimondo il nome più significativo di… papà Mondo.

Adele aveva detto:

Sei stato a Rogno, Darfo, Valle d’Aosta, in Francia nei vari Dipartimenti come Meurthe-et-Moselle, Saint-Etienne, Tours, poi Bardonecchia….

E Bastiano terminò:

Ti chiamerò papà «Mondo», non più papà Raimondo.

Adele acconsentì:

È un bel nome papà Mondo. Basta che non voglia significare che non ci fermeremo mai… Speriamo di tornare a casa nostra al più presto….

D’altra parte chi più di Raimondo... girò, davvero, il mondo?

3

Si è detto che nel mese di novembre del 1941 Raimondo aveva trovato casa a Massimino, di fronte a Bagnasco, sulla riva destra del Tanaro, in provincia di Savona.

In una piccola contrada su un declivio, dopo essere passati sotto un portico ad arco a pieno centro realizzato in sassi vivi e scuri, svoltando a destra si giungeva al primo piano della casa salendo una scala in granito, fino alla porta che s’apriva direttamente sulla cucina, senza alcun andito.

Quella casa era davvero modesta: una cucina semi buia (con una finestrella inferriata che guardava in un cortile ampio chiuso) e la camera con una finestra che guardava su una strada che attraversava un bosco, - ma il panorama era impedito, dirimpetto, da una casa disabitata, - e conduceva alla miniera dove lavorava Raimondo e ad un paesello di montagna.

Davanti all’accesso la strada partiva diritta in salita sul dorsale della montagna e svoltava verso est. Oltrepassata la contradetta, giungeva su pianori prativi, vasti, punteggiati qua e là da piante di sorbo e, nei mesi giusti, dopo il secondo taglio del fieno, sempre invasi da belle mandrie di mucche al pascolo, curiose, che si avvicinavano non appena scorgevano persone.

4

Ora è necessario fare una piccola parentesi perché il fucile da caccia di Raimondo è uno degli inanimati protagonisti di questo racconto. La passione per la caccia fu, sempre, una spina infissa nella mente di Raimondo: quella che seguiva immediatamente l’altra passione, quella di scendere in sempre più profonde gallerie per trovare (diceva) testimonianza del diluvio universale.

Infatti uno dei trofei che mai lo abbandonò, fu un frammento di mascella di una imprecisata bestia antidiluviana da lui trovata a seicento metri di profondità nelle miniere di Saint-Etienne; restò sul suo comodino come segno visibile della realtà del diluvio, conferma del racconto biblico che non è favola.

Quanto alla caccia, mentre in Val Camonica era possibile adoperare un fucile in prestito e divertirsi senza licenza nel cacciare al sabato e alla domenica, fuori valle bisognava dotarsi di una regolare licenza. E Raimondo, spinto dalla passione, non poté fare a meno di sottoporsi a tutte le angherie burocratiche per venirne in possesso…

Ciò avvenne il 13 dicembre 1941, proprio a Massimino. Ottenne finalmente, dopo vari viaggi e la richiesta di documenti al suo comune di origine che per via postale ritardavano non poco, il Libretto personale per Licenza di Porto d’Armi Nr. 987867, valido cinque anni cioè fino al 30 giugno 1946 firmato da certo questore Salani.

In esso veniva identificato: nato ad Erbanno in provincia di Brescia il 14 aprile 1907, di condizione minatore, dimorante a Massimino Via Costa, 7 di statura e corporatura regolare, colorito naturale, capelli castani, barba rasa, occhi castani, naso e bocca regolari e nessun… segno particolare. Raimondo aveva quindi 34 anni. La licenza, doveva essere chiaro a tutti, era per «portare il fucile, anche per uso di caccia, a non più di due colpi». Tre sarebbero stati troppi; eppoi non si sa bene se allora esistevano fucili a colpi ripetitivi. Né si comprende quell’«anche per uso di caccia»… A che altro poteva servire? Per il tiro al piattello? Per ammazzare qualcuno?

5

Qui, a sei anni, Bastiano si beccò una forte pleurite. Vedeva già il demonio che stava ai piedi del letto; lo vedeva davvero, gli occhi di bragia, pronto a carpire la sua piccola anima… Non sa come riuscì a sopravvivere; ne ha una memoria lontanissima, eppure, ne è convinto, reale.

A destra di chi guardava dalla piccola finestra della sua casa a Massimino, si vedeva, come si è detto scendente verso un bosco, una stradicciola che conduceva alla miniera dove lavorava suo padre. Quando Raimondo tornava tutto nero in volto, sempre stanco, chiedeva di Bastiano che se ne stava nel letto, sudato, impaurito, ma presentissimo ai ragionamenti di chi lo circondava. Essi credevano che lui non capisse: parlavano di morte. Di morte, parlavano. Ed egli capiva. Ebbe dei momenti in cui stava per lasciarsi andare, e in quei momenti vedeva il demonio terribile, gli occhi accesi… ai piedi del letto, specialmente nei lunghi momenti in cui era lasciato solo.

A parte le narrazioni sugli ossessi e le tentazioni che Bastiano aveva sperimentato su di sé fin dal primo sviluppo, che il demonio esistesse, quella era la più chiara dimostrazione. Che poteva egli sapere di certe cose, all’età di sei anni? Che ne poteva sapere dei rapporti sessuali e, anzi, di rapporti sessuali strani, perversi, di cui venne a conoscenza soltanto molto più tardi?

Eppure nella sua piccola mente quello spirito maledetto andava instillando, ad occhi aperti e più ancora nei sogni, ogni cosa riguardo alla donna, anzi, alla femmina; tanto che, esclusa sua madre, tutte le donne giovani che incontrava gli facevano gocciolare - diciamo così - nell’animo una indefinita sensazione di piacere, di dolcezza, un pungente amore fisico che gli toglieva la parola, il respiro. Rimaneva come incantato a guardarle parlare; ed era spinto a guardar loro le gambe perfette, tornite o grassotelle come fossero luoghi di delizia.

Gli spiriti che lo dominavano non erano certamente spiriti buoni. Gli mettevano un certo calore in corpo, un’agitazione senza apparente giustificazione, assurda; un calore che, per disdetta, s’annidava in lui senza alcuna possibilità di reprimerlo, o di scacciarlo… Quei demoni invisibili gli erano sempre accanto, petulanti. E l’immaginazione, di notte, lavorava ancor più intensamente. Di tanto in tanto, con sua madre, usciva con strane e incredibili osservazioni; la madre era preoccupata di quel piccolo tanto curioso in un campo minato come quello del sesso. Faceva osservazioni sulla bellezza incantevole di alcune ragazze che frequentavano casa sua per amicizia. Era il tempo in cui ancora non frequentava la scuola elementare benché avesse già compiuto sei anni.

"Oh, - gli disse un giorno la madre, - che ti prende? Perché non guardi quanto sono belli i fiori, gli uccellini, il cielo? Che ti prende, figliolo?".

Sono molto più belle le bimbe e le ragazze e anche tu, mamma….

La risposta sconcertò mamma Adele che non mancò, con la sconfinata confidenza che aveva con il marito, di riferirgli il tutto. Il padre, scuotendo il capo, si immerse nei ricordi per richiamare alla memoria se a lui, nella fanciullezza, era avvenuto qualcosa di simile; ma non trovò nulla. Poi cercò di minimizzare i fatti, dicendo che si trattava, sicuramente, di una precoce innocente intuizione e nient’altro.

Invece Bastiano sentiva la presenza nell’aria, nel mondo, di questi principi delle tenebre e, anche, del loro principe, il Maligno, quello che un tempo era Lucifero, l’angelo ribelle. La rabbia e l’invidia di questi spiriti ribelli si accanivano contro quell’innocente fanciullo, rivelandogli, specialmente nei sogni, cose peccaminose. Usavano astuzia e sottile artifizio. Era un permesso del Cielo lo snodarsi sottile e continuo di quelle tentazioni?

Alcune scene, comunque, rimasero impresse per sempre nella mente di Bastiano.

Uno avvenne quando cadde ammalato di pleurite. Andava deperendo di giorno in giorno: tosse, rifiuto del cibo e… allucinazioni. Vi fu un giorno (era all’imbrunire) che sua madre fu costretta a lasciarlo solo per recarsi a comperare qualcosa nella vicina bottega. Ebbene, in quei pochi minuti, accanto al letto di Bastiano, prima sul fondo, poi ai fianchi, passarono le figure più sconvolgenti; un demone sghignazzante e che sprizzava fuoco dagli occhi, con una coda immonda; altri spiritacci consimili e tutti ghignanti che lo invitavano a seguirli. Per quell’innocente animuccia il Demonio, il primo a presentarsi, aveva pronta l’enorme bocca per ingoiarlo… e pronte le ali per portarlo lontano.

Ma Iddio incatenò il potere di quei maligni, di quelle atroci bestie e Bastiano, dopo una nottata di freddi sudori, gli occhioni spalancati sul viso della madre terrorizzata e in attesa della sua morte ormai certa, al mattino, iniziò la lenta risalita verso la vita.

Quel che più impressionava Bastiano, pensando a quelle ore, era la vigliaccheria di quei demoni: l’essere venuti da lui in assenza della madre, in un momento in cui si sentiva tanto debole da sprofondare nel letto o, meglio, nel nulla. Era come se quei terribili esseri del male fossero felici di essere stati loro la causa di quella malattia mortale e che doveva portarlo alla morte se fosse mancata l’assistenza di Dio.

Tre giorni dopo venne chiamato il parroco del luogo per benedire quella stanza, perché Bastiano aveva raccontato, verso il mezzogiorno, ormai rinvenuto, la sua avventura scioccante; era stata tanto efficace la sua descrizione che sua madre non aveva messo tempo di mezzo, chiamandolo subito. Non fu un esorcismo, non c’era ossessione; fu una semplice benedizione della casa dove, da allora, non si verificarono più episodi del genere.

La pleurite che aveva colpito Bastiano era forse dovuta alla povertà in cui si dibatteva la sua famigliola?

L’inverno 1941-1942 fu tra i più miti, ma sempre inverno. In casa funzionava una cucina economica unica; le due piccole camere da letto non erano riscaldate che di riflesso.

Ma ad essere colpito dalla malattia fu soltanto Bastiano; Mariuccia (che aveva appena compiuto tre anni) andò esente da ogni malattia e la notte dormiva sempre tranquillamente.

6

Il 23 febbraio 1943 fu un giorno quasi di lutto in casa perché Raimondo venne richiamato alle armi per prestare servizio presso il 7° Fanteria a Milano, in Piazza S. Ambrogio, non lungi dall’Università Cattolica di Padre Gemelli che Raimondo vantava d’aver visto non poche volte vociante e gesticolante con un nugolo di amici. Lo stato italiano doveva ben sapere che fin dal suo rientro in patria dalla Francia Raimondo era tormentato da un’ulcera allo stomaco molto brutta; tanto che dopo poco tempo dovette essere operato presso i Gavazzeni di Bergamo, specialisti in materia.

Doveva, in teoria, saperlo… Ma in pratica la disciplina militare imponeva che l’ulcera fosse (anche operata) una finzione dell’interessato per… non andare al fronte.

Ci vollero quattro mesi di insistenze per convincere il Colonnello (un maniaco burocrate) per mandarlo, finalmente, all’Ospedale Militare di Baggio (sempre a Milano). Ma anche qui Raimondo trovò difficoltà a dimostrare l’esistenza di un’ulcera già operata.

Il giusto esonero venne a metà di agosto del 1943 e Raimondo poté ritornare a Massimino dove i suoi lo attendevano con ansia o, meglio, con angoscia.

C’era poi in Raimondo una avversione totale per la guerra che, da buon socialista, non sentiva né sua né del popolo italiano: una viscerale avversione per la violenza gratuita, vuota di significati. Perché combattere contro la Francia, gli Stati Uniti d’America e l’Inghilterra? Ma che avevano mai fatto, all’Italia, questi nobili Paesi? Per quel poco che ricordava della storia che gli avevano insegnato, sapeva che tanto la Francia quanto l’Inghilterra erano state amiche dell’Italia quando si era trattato di raggiungere l’Unità; e il Continente Americano scoperto da Colombo, immenso, oltre che rifugio di molti suoi amici là emigrati, era stato luogo di gesta meravigliose da parte del suo preferito eroe Garibaldi.

Perché, dunque, combattere con i «camerati» tedeschi contro queste nazioni? Perché mai? Riteneva quell’alleanza, fin dal suo esordio, un grave errore, un’infamia che non poteva durare: non era stata l’Austroungheria la più contraria all’Unità d’Italia, la vera nemica? E perché, all’improvviso, avrebbero dovuto divenire amici e fratelli? Proprio adesso che c’era quell’invasato di Hitler a comandare Germania ed Austria? L’Austria, in particolare, era la nazione che aveva mortificato la Lombardia, una regione forte e ricca che, in momenti di gloria, aveva tenuto duro contro quei… cruchi; come nelle Dieci Giornate di Brescia, sua piccola patria.

Ma l’infamia per lui insopportabile era quella di accanirsi con la Francia (già disfatta) che considerava la sua seconda Patria, dopo aver vissuto sei anni sul suo sacro suolo ospitale!

Eppure, si seppe poi che tutti quelli della classe 1907 erano stati mandati in Sardegna a morire stupidamente, proprio contro una nazione amica come la Francia che aveva combattuto fianco a fianco con gli italiani a San Martino e Solferino, a due passi da Brescia.

Che schifo quel che stava avvenendo! Tutto s’era rovesciato a causa della durezza di testa di quel… Crapone! E lo diceva, ovviamente, a bassa voce e in dialetto perché più bello e forte, «Crapù».

Ma ora, Dio volendo, era a Massimino nella sua miniera e quando scendeva ad una certa profondità regnava un silenzio come se tutto il mondo fosse in pace.

7

Bastiano e gli altri ragazzi di Massimino, quel giorno del 26 luglio 1943, assistettero attoniti ad un fatto di cui non comprendevano il significato. Erano a scuola per l’adunata dei figli della lupa, obbligatoria anche durante le vacanze estive. La maestra aveva saputo, come cercò in qualche modo di spiegare (fin dove le piccole menti riuscivano a comprendere) quel che era avvenuto. In sostanza spiegò che Mussolini (l’onnipresente Mussolini, il duce, la cui immagine stava sempre dietro le spalle della maestra), non era più il governatore assoluto dell’Italia, ma era stato deposto dai suoi stessi «amici», tradito come Cristo (disse proprio così) dai suoi discepoli.

E commentò:

Sì, c’è sempre un giuda. Ma anche gli altri discepoli abbandonarono Gesù, quando fu il momento di difenderlo….

Fuori dalla scuola c’era un insolito baccano. Voci varie salivano dal piazzale antistante: evidentemente era invaso da molta gente che, se prima se ne stava rintanata nelle case o altrove, ora mostrava il viso, incuriosita dalla grande novità. C’era chi si abbracciava e baciava… in un impeto di travolgente entusiasmo, come se un incubo fosse finito per sempre. Suonarono anche le campane, non si sapeva se per commemorare l’avvenimento o per motivi religiosi: infatti si avvicinava l’ora in cui doveva essere celebrata la Santa Messa.

La lezione quel giorno non fu che sul destino dell’Italia. La maestra pensava che la guerra fosse finita, che il suo fidanzato sarebbe tornato e le brillavano gli occhi di gioia, tanto che lesse alcune poesiole sulla primavera piene di fiori e di uccellini e di altre graziose creature…

Il paese, normalmente sonnolento, si era risvegliato a nuova vita e sembrava che gli abitanti si fossero moltiplicati. Sbucavano dalle viuzze uomini e donne al sentire le campane che suonavano allegre e festose. Erano tutti sulla via principale. In testa al piccolo corteo cui si accodavano, stava un giovane scalmanato che con gli altri mandava degli evviva e degli abbasso continui.

Viva il comunismo! Viva la repubblica!.

Abbasso il fascismo! Abbasso Mussolini il boia!.

Non soltanto i giovani urlavano, ma anche i vecchi del paese sembravano imbaldanziti. Era un coro unico. Sprizzavano felicità.

E sventolavano bandiere d’Italia e bandiere rosse. Giovani ed anziani del corteo intonarono Bandiera rossa e si diressero verso la piazza, passando davanti all’edificio scolastico, in fila.

Il giovane scalmanato, quando il corteo giunse in piazza, salito sui gradini del Monumento ai Caduti, tenne un breve discorso, spiegando a tutti, con parole semplici, quel che era avvenuto: la caduta del fascismo, la fuga di Mussolini, la certa fine della guerra, la speranza che i giovani militari tornassero alle loro case. Parlò anche di Badoglio, dell’eroe della prima guerra mondiale, della certezza che avrebbe, come nuovo capo di governo, posto fine alla guerra a fianco di un alleato (il tedesco) che sempre, nella nostra storia, ci era stato ostile e nemico. Soltanto il fascismo poteva aver fatto un misfatto come quello di allearsi con i nazisti, veri barbari.

Bastiano ascoltava e taceva. Rimuginava nella sua mente infantile quelle strane parole e non manifestava, come altri ragazzi, alcuna felicità. La realtà era che, lui, anche in quel momento, aveva fame… e a casa, come sapeva, lo attendevano le solite brodaglie. Quella era la realtà: che ne sapeva lui di Mussolini, Badoglio, di comunismo? Che ne sapeva lui che quella era la prova generale del funerale del fascismo? Comprese poi che tutti (o quasi) si

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