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Le colpe dei padri

Le colpe dei padri

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Le colpe dei padri

Lunghezza:
497 pagine
7 ore
Pubblicato:
16 lug 2014
ISBN:
9786050313130
Formato:
Libro

Descrizione

Anno Domini 1321.
Da Avignone, il Papa ha ordinato di abbattere la famiglia dei Visconti di Milano, prima sostenitrice dello scomunicato re di Germania. Nella Lombardia lacerata dall’odio tra fazioni e oscurata dall’ombra dell’eresia, vivono tre giovani di ceto quanto mai diverso. Azzone Visconti ha un carattere mite e sensibile, difetti imperdonabili per l’erede della potente signoria di Milano. Jacopo de Apibus ha una strana malattia: due ore di sonno al giorno gli bastano, e la notte ha molte sorprese per lui. Nera da Vertova è una ragazza povera col raro privilegio di saper leggere; in mezzo alla brutalità e alla violenza dei suoi tempi vorrebbe solo una vita di pace. Tre esistenze separate ma legate dal destino, che stanno per essere investite da un fiume di eventi che le segnerà per sempre e cambierà il corso stesso della Storia.
Pubblicato:
16 lug 2014
ISBN:
9786050313130
Formato:
Libro

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Le colpe dei padri - Livio Gambarini

PRESENTAZIONE

Anno Domini 1321. Da Avignone, il Papa ha ordinato di abbattere la famiglia dei Visconti di Milano, prima sostenitrice dello scomunicato re di Germania. Nella Lombardia lacerata dall’odio tra fazioni e oscurata dall’ombra dell’eresia, vivono tre giovani di ceto quanto mai diverso: Azzone Visconti ha un carattere mite e sensibile, difetti imperdonabili per l’erede della potente signoria di Milano. Jacopo de Apibus ha una strana malattia: due ore di sonno al giorno gli bastano, e la notte ha molte sorprese in serbo per lui. Nera da Vertova è una ragazza povera che ama leggere, e che in mezzo alla brutalità e alla violenza dei suoi tempi vorrebbe solo una vita di pace. Tre esistenze separate ma legate dal destino, che stanno per essere investite da un fiume di eventi che le segnerà per sempre e cambierà il corso stesso della Storia.

Livio Gambarini classe 1986, è cresciuto a Sarnico (BG) e vive a Milano. Laureato in Filologia Moderna, è tutor del corso di Alta Formazione Il piacere della scrittura presso l’Università Cattolica. Finalista di Chrysalide (Mondadori, 2013) e di Scrittori in carrozza (Ponte alle Grazie, 2014), i suoi racconti hanno vinto premi e riconoscimenti in diversi generi letterari. Moderatore del forum per scrittori del portale LaTelaNera.com, ama la psicologia, i giochi di ruolo, le arti marziali e il medioevo. Le colpe dei padri è il suo primo romanzo.

Ogni riferimento a fatti o persone attualmente esistenti

è da ritenersi puramente casuale. Ispirato a personaggi e fatti storici.

Proprietà letteraria e artistica riservata.

Tutti i diritti sono riservati.

ISBN 978-60-50313-13-0

Prima edizione digitale giugno 2014

Versione 1.1 revisione marzo 2015

Copertina e illustrazioni: Fabio Porfidia - http://www.scrignodicarter.it

Blog ufficiale: http://lecolpedeipadri.blogspot.it

Pagina FB: http://tinyurl.com/liviogambarini

Contatti: le.colpe.dei.padri.gambarini@gmail.com

Mappa di Bergamo

Mappa dell’Italia del nord

TOMO I – LA FINE DELL’INFANZIA

1321, 2 agosto – Nera

Appena Nera finì il racconto, un coro di gridolini risuonò nella gualchiera.

«Le storie che inventi fanno troppa paura!» Pomina nascose la faccia nella schiena di Ottobona, che barcollò e si aggrappò al tronco.

«Non l’ho mica inventata, la storia della culla nel lago. L’ho sognata la notte scorsa», Nera ondeggiò il busto, «e io non avevo paura».

«Ma se ti sei svegliata che piangevi! Ti ho sentita io!» Simone si lasciò cadere dal tronco del follone e finì nella cassa di lana grezza. I bambini scoppiarono a ridere, due colombi frullarono le ali e fuggirono dalle finestre. Fuori, la luce era sempre più scarsa.

«Non è vero!» Nera alzò un pugno con aria minacciosa, «Racconti balle!»

«La bugiarda sei tu, e poi le mie storie fanno più paura.»

Simone immerse la testa nella massa morbida: ne uscì ricoperto di lana grezza. Le bambine strillarono di paura e cercarono di allontanare le gambe dal mostro.

Simone si tolse la lana dai capelli biondi. «Volete sentire la storia dei Cagnì del Mùt Altrech, quei mostri che rotolano giù dalle montagne come batuffoli bianchi e trasformano le pecore in vermi e gli uomini in serpenti?» Si sporse dalla cassa e afferrò la caviglia di Nera. «Ora ti mangio!»

«Ah! Lasciami!» Agitò il piede fino a liberarsi.

La gualchiera era uno dei posti preferiti di Nera, con tutti quegli ingranaggi e lo scroscio del fiume oltre il muro; tuttavia giocare a cavalcioni sul follone era pericoloso. Si era già rotta un dente, cadendo da lì.

Fece passare la gamba dall’altra parte del tronco e guardò giù. Era buio pesto in quel lato dell’edificio, ma l’odore acidulo che veniva da lì sotto era inconfondibile: unì i piedi, diresse le punte verso il basso e si diede una spinta con i palmi.

Sfregò il ginocchio contro un ingranaggio; atterrò male e cadde su un fianco, ma la superficie era morbida: sotto le mani i panni di lana follata erano compatti e cedevoli.

Che consistenza stupenda! Di giorno, quegli enormi martelli di legno che pendevano sopra la sua testa schiacciavano il tessuto, confondendo le fibre. Trama e ordito sparivano e la stoffa si trasformava in un panno morbido, caldo e impermeabile. Nera si alzò, tastò il ginocchio e sollevò le dita verso un debole spicchio di luce. Erano insanguinate.

«Mi sono sbucciata.»

Si voltò a guardare gli altri bambini: non badavano a lei. Ruffolo e Ottabona si erano tuffati nella lana grezza e insieme a Simone strillavano e si rotolavano come i Cagnì del Mùt Altrech.

«Simone,» chiese Flora con foga, «perché non racconti la storia dei Morcc de Lantana

«Certo.» Simone si liberò dai batuffoli e tornò serio. «Madonne e messeri, a me le orecchie. Una volta nell’Alta Valle c’era un paese che si chiamava Lantana, che ora non c’è più.»

I bambini si zittirono, Nera scese dalla pila di follato per avvicinarsi.

«Lantana era un villaggio piccolo sopra Castione, aveva forse quindici fuochi in tutto. I suoi abitanti pagavano le decime all’arciprete porcello di Clusone...»

Un coro di fischi sorse al nome dell’odiato paese dell’Alta Valle. Simone annuì con aria solenne e attese finché il disgusto scemò.

«Sapete che prima che nascessimo c’è stata una grande tempesta che è durata più di due anni, vero?»

Un coro di sì.

«Io e Nera però siamo nate prima che cominciasse», disse Bonetta scatenando una confusione di risposte varie.

Non era una bugia: il prete Folco chiamava quel temporale Secondo diluvio universale. Alcuni dicevano che fosse durato trenta mesi, altri venticinque, altri ancora trentasei. Ma tutti erano d’accordo che gli anziani, i neonati, i malati e le persone deboli erano finiti al Creatore. A parte lei e Bonetta, tutti i bambini nella gualchiera erano nati quand’era tornato il sole, nel 1317. Nera ricordava quanto aveva pianto, la prima volta che quella palla accecante era uscita dalle nuvole: aveva quattro anni.

Simone riuscì a recuperare l’attenzione e riprese a raccontare.

«Come vi dicevo, Lantana era molto in alto. Quando cominciarono le piogge morirono prima i campi a valle, poi gli orti, poi tutte le persone iniziarono ad ammalarsi e infine calarono i lupi a divorare le bestie. Dio era così arrabbiato che riempì le montagne di eretici, le foreste di banditi e le grotte di diavoli venuti su dall’Inferno.»

Pomina e Bonetta uggiolarono di paura.

«A Lantana quasi più nessuno usciva di casa, perché non c’erano campi da coltivare né pecore da far pascolare. Solo il beccamorto lavorava sempre, perché morivano un sacco di cristiani. Ogni mese faceva il giro delle case e delle malghe con il suo carretto, bussava alle porte e chiedeva tutto contento: Avete dei morti? e non tornava mai indietro a mani vuote. Non facevano nemmeno più i funerali. Su a Lantana c’era una donna di nome Margì. Un giorno le morì il marito e il beccamorto venne a prenderlo. Non portarmelo via! disse la Margì, che aveva già perso i suoi bambini. Ma quello non sentiva ragioni. La spinse via, mise il marito sul suo carretto e guardandolo si leccava i baffi. Margì se ne accorse e si chiese il perché, allora si raccomandò a Sant’Alessandro, si coprì bene e quella sera uscì nella tempesta per andare a salutare il suo amato un’ultima volta. Entrò nel cimitero che era quasi notte, vide la fossa piena di pioggia, ma il marito dentro non c’era.»

«E dov’era?» chiese Pietro. Tutti avevano già sentito quella storia almeno dieci volte, ma Simone sapeva raccontare bene come un adulto.

«La Margì voleva chiedere dove fosse il marito, ma aveva paura che il beccamorto si arrabbiasse, allora si avvicinò alla sua casetta storta, mentre pioveva sempre più forte. Vide la luce del fuoco dalla finestra e sentì odore di arrosto, allora si fece il segno della croce, tirò l’anta e guardò dentro la casa del beccamorto...»

Il chiavistello schioccò.

Nera si girò: il portone della gualchiera si era spalancato. La figura barbuta del guardiano Tone comparve all’uscio, brandendo una piccola lanterna. Ringhiò una bestemmia e avanzò a grandi passi verso di loro.

I bambini strillarono e scapparono in tutte le direzioni, lontano da Tone. Guadagnata l’uscita per prima, Nera si voltò a guardare: Simone inciampava nei cumuli di lana grezza e non riusciva a scavalcare le pareti della cassa. Il guardiano lo afferrò per un braccio e lo sollevò di peso, accostando la lanterna alla sua faccia.

«Sempre tu, furfante! Adesso ti riempio di botte e ti butto nel Serio!»

Nera fece due passi verso l’esterno, ma non riuscì a staccare lo sguardo dal bambino catturato. Simone Balzanoni non aveva avuto una vita facile: veniva da Castione, nell’Alta Valle, ma era fuggito a Vertova due anni prima. Si diceva che suo padre fosse stato ucciso in una contesa sui pascoli; lui e sua madre erano forestieri e parlavano in modo strano, ma soprattutto erano guelfi, l’unica parolaccia per la quale i bambini non venivano sgridati dai genitori.

Nera raccolse un sasso e prese la mira. Se avesse colpito il guardiano con quella pietra, forse Simone sarebbe riuscito a scappare. Poi l’odore di olio bruciato si sovrappose a quello della lana follata e lei si fermò. Se la lanterna fosse caduta a terra, sarebbe scoppiato un incendio. Pietro e Anesia la superarono strillando. Lasciò cadere il sasso.

«Lascialo andare, Tone!»

Il guardiano si voltò e la raggiunse con le ampie falcate degli adulti.

«E qui chi abbiamo?» abbassò la lanterna su di lei, Nera socchiuse gli occhi. Il fiato rancido di vino si mescolò all’odore penetrante della fiamma a olio.

«La figlia di Tebaldo! Non sei scappata come tutti gli altri... per caso questo guelfo è il tuo moroso?»

Simone cercò di divincolarsi. «Che schifo! Fossi impazzito!»

«Razza di stupido! Volevo aiutarti!»

«Aspetta, sono curioso: perché lo vuoi aiutare?»

Nera deglutì e abbassò lo sguardo, cercando di dare una forma all’impulso che l’aveva spinta a uscire allo scoperto.

«Perché, ecco, io ce l’ho un padre per punirmi. Lui invece no.»

Non era mica sicura che fosse una cosa bella o furba da dire. Simone aveva smesso di agitarsi e Tone stava zitto. Dopo qualche istante, il guardiano appoggiò la lanterna e diede una gran sculacciata al bambino, che gettò un urlo e schizzò via lungo il canale della gualchiera.

«Vai a casa anche tu, Nerina. E tieni d’occhio gli altri bambini, siamo intesi?»

Ma come? Si era rassegnata a prendersi uno sculaccione pure lei, e invece la voce del guardiano si era fatta triste come se a combinare un guaio fosse stato lui. Annuì, si voltò e si incamminò seguendo i passi di Simone.

A svegliarla la mattina successiva fu il profumo delizioso di formaggio cotto e polenta di segale che saliva dalla cucina.

Benvenuto dormiva ancora, curvo su un fianco come sempre. Nera scivolò giù dal letto e il dolore al ginocchio le rammentò l’avventura della sera prima. Rabbrividì. Si tolse il camicione da notte, lo piegò, lo ripose nell’armadio e rimase nuda per qualche istante a sbadigliare e stiracchiarsi per bene.

Nel togliere l’abito bello dal ripiano, sfiorò il legno con le mani e rimase ad accarezzarne le venature per qualche istante. Nera amava sentire le cose con i polpastrelli: quando i suoi amici vedevano un gatto o una capretta si accontentavano di guardarli; lei invece doveva accarezzarli e annusare le loro pellicce, anche a costo di graffi e sgridate.

Infilò le braccia nelle maniche di cotone; quel biavo aerino era uguale al colore del cielo all’alba.

Era sabato, giorno di mercato. Ottimo: papà Tebaldo sarebbe stato molto impegnato, e lei aveva ben due cose da farsi perdonare.

Attraversò la botola e scese la scala a pioli. La cucina era più fredda della camera, ma nell’anfratto del camino scoppiettavano le braci. Sul focolare c’era una lastra di ardesia con due larghe fette di formaggio sciolto e una polenta grigia che sfrigolava.

«Che buon profumo, papà!»

Tebaldo era seduto sotto la finestra, leggeva il libro di cui non voleva che si parlasse. Mise il segnalibro tra le pagine, chiuse il tomo e lo ripose con delicatezza nella cassapanca.

«Devi dirmi qualcosa, Nerea

Non prometteva nulla di buono: le uniche occasioni in cui suo padre usava il suo vero nome era quando lei combinava qualcosa. Tebaldo riusciva sempre a leggerle dentro con un’occhiata.

«Ecco, sì. Dunque, ieri sera io e gli altri stavamo giocando nella gualchiera...»

«Mi pareva di averti detto che non devi andarci senza un adulto. Mi sbaglio?»

«No, papà. Hai ragione, non dovevo.»

«E perché non dovevi?»

«Perché i mulini della gualchiera sfruttano il fiume,» cantilenò Nera, «e le macine e i magli di battitura sono molto pericolosi. Se tiro la leva sbagliata divento come guado pestato.»

Suo padre sollevò la piastra dalle braci e l’appoggiò sul treppiede al centro del tavolo. Le lanciò un’occhiata severa, Nera abbassò il capo.

«Non devi mai sottovalutare la forza dell’acqua. Ricordatelo.»

«Sì, papà.»

Tebaldo sollevò il formaggio filante e lo depositò sulla polenta. Poi aprì il cassetto e prese due cucchiai, uno piccolo e nuovo e l’altro grosso e bluastro.

L’anno prima, mentre Tebaldo era fuori Vertova a caccia di ingredienti, Nera aveva fatto un esperimento di tintura: quel cucchiaio le era sembrato perfetto per mescolare il pentolone. Quando suo padre si era accorto che lei aveva frugato tra le sue cose, era andato su tutte le furie e le aveva dato un sacco di botte. Da allora Nera aveva sfogato la sua curiosità soltanto fuori casa; questo fino a una settimana prima.

Ci era cascata di nuovo: aveva assecondato quell’impulso che la metteva sempre nei guai.

Lanciò un’occhiata alla cassa in cui aveva nascosto il suo misfatto, sentì una stretta allo stomaco e faticò a mandare giù un boccone. Il calore della polenta di segale la rinfrancò.

«C’è un’altra cosa, papà.»

«Dopo, ora è tardi. Sali a svegliare Benvenuto, c’è da allestire il banco prima che arrivino i clienti.»

«Come vuoi tu...»

Il mercato di Vertova era uno dei più grandi eventi commerciali della Val Seriana. La Strata puplica brulicava di attività fin dal sorgere del sole: artigiani e commercianti allestivano un tavolo fuori dal negozio per esporre le proprie merci migliori, che fosse vino, carne, spezie o pelle conciata. I banchi più numerosi esponevano gomitoli, rotoli di stoffa, panni e tinture.

Sotto un sacco di matasse verdi, Nera camminava sulla salita lastricata. Aggrottò le sopracciglia: non aveva ancora detto a suo padre ciò che aveva combinato nell’ultima settimana. L’aiutante di suo padre, Benvenuto detto Stòrt, spingeva il carretto tra uno sbadiglio e l’altro.

La piazza del Castello era già ingombra di banchi. C’era ancora un tratto per arrivare al loro posto; Nera chiuse gli occhi e provò a riconoscere i banchi dall’odore della mercanzia.

Ortaggi, pane di forno, guado macinato, ferro di forgia, lana, legno, cuoio, di nuovo guado, pergamena... sudore. Aprì gli occhi appena in tempo per non sbattere contro la schiena curva di Benvenuto, che si era fermato davanti a una bancarella alta quasi quanto lei.

«Hai visto qui?»

Dalla sua altezza, il banco sembrava vuoto. Nera si avvicinò, si alzò sulle punte e spalancò la bocca: sulla tavola erano disposti piccoli fascicoli fitti di scrittura sghemba, uniti da cordicelle lungo la piegatura.

«Un libraio!»

Nera si passò tutte le matasse sotto il braccio sinistro, sollevò la mano destra e accarezzò i mostriciattoli che decoravano il margine di un fascicoletto miniato, poi toccò la scritta che occupava quasi metà di un libro molto spesso.

Il libraio era un uomo grassoccio, con una gran barba grigia e le dita e il mantello sporchi di inchiostro. «Ti piacciono i libri, bambina?»

Nera annuì e abbassò di nuovo lo sguardo, stringendo gli occhi per la concentrazione. «Auc-to-ri-ta-tes A-ri-sto-te-lis

Il libraio sgranò gli occhi, curvò la schiena e fissò Nera da un palmo di distanza.

«Ma tu sai leggere! Com’è possibile?»

Benvenuto sorrise. «Nera ha un ingegno raro per una bambina. Suo padre mi ha chiesto di farle da maestro, ma purtroppo il nostro libro cade a pezzi. Quanto costa la vostra mercanzia?»

«Beh, si va da un minimo di quattro lire di soldi imperiali per lo Ianua, che è uno dei più richiesti dai pedagogisti, fino a un massimo di nove lire per l’Aristotele miniato. Per San Protasio, una bambina del volgo che legge! Stento a crederci.»

«Oh, per noi temo sia un po’ troppo. Vieni Nera, siamo in ritardo. Dio vi accompagni, messere.»

Nera protestò e tenne il broncio finché raggiunsero l’angolo affittato da Tebaldo. Ignorò lo Stòrt mentre disponevano stoffe e tinture sulla tavola, e quando ebbero finito si sedette sul carretto con le braccia incrociate.

«Perché non abbiamo preso nemmeno un libro?» chiese, dopo che lo Stòrt ebbe venduto due braccia di lana alla madre di Bonetta. «Quel mercante ne aveva così tanti!»

«Non abbiamo abbastanza soldi, Nera. Non hai sentito quanto costano?»

«Poco!»

In realtà non aveva alcuna familiarità con prezzi e denaro: la maggior parte dei traffici a cui aveva assistito consistevano nello scambiare una cosa con un’altra. Se qualcosa non valeva abbastanza per fare uno scambio, bastava aggiungere un formaggio o una gallina. Benvenuto scosse il capo e non rispose.

Le strade si animarono sempre di più: poco a poco la rabbia di Nera fu sostituita dalla curiosità. Il mercato era l’unica circostanza in cui la gente di Vertova accoglieva gli stranieri a braccia aperte, e la bambina non ne aveva mai visti tanti come quel giorno. Anche il loro banco, solitamente poco considerato, faceva buoni affari.

«Bisogna ringraziare il gastaldo, ser Gualtiero Albertoni.» Lo Stòrt indicò il flusso di persone, «prima i forestieri si muovevano sulla Strata puplica solo quando il sole era alto, e in gruppi abbastanza numerosi da scoraggiare i fuorilegge.»

«E adesso i fuorilegge sono morti?»

«Ma no, ci sono ancora. Però ser Gualtiero ha convinto il Conzilium de Honio a mandare ogni sabato dei drappelli armati da Nembro all’Alta Valle. Così la Strata puplica è più sicura, e anche i piccoli mercanti e i cittadini possono venire al mercato.»

Nera prese un denaro e lo premette tra i polpastrelli. Le piaceva il freddo di quella figura in rilievo, con i buchi spigolosi delle scritte.

«E perché prima non mandavano i drappelli?»

«Non so, forse non ci avevano mai pensato.»

La bambina annuì con le labbra in fuori, appoggiando la monetina fra le altre. Le contò una a una.

«Sono otto! Possiamo comprare il libro!»

Benvenuto roteò gli occhi. «Questi sono otto denari, Nera. Il libro più piccolo costava quattro lire

«E otto denari non bastano? Neanche se ci aggiungiamo una gallina?»

«Certo che no. Quando arriveremo a dodici denari avremo un soldo. Ti ho insegnato a far di conto, no? Calcola quanti denari ci mancano per fare un soldo.»

Benvenuto srotolò della stoffa per una cliente di Vertova. Nera si sedette sulla ruota del carretto e iniziò ad alzare e riabbassare le dita.

«Quattro?»

«Brava. Grazie Maria, buona giornata. Ecco Nera, guarda qui: ora abbiamo guadagnato altri quattro denari, quindi abbiamo raggiunto il valore di un soldo d’argento.»

«Aspetta, ma non ci volevano le lire per comprare il libro?»

«Infatti: quattro lire di soldi.»

«E quanti denari ci vogliono per avere una lira?»

«Dodici denari sono un soldo, venti soldi sono una lira. Credo che sia un computo ancora troppo difficile, per te.»

Nera rimase ferma per alcuni istanti, la mente al lavoro. Lo Stòrt aveva ragione, era complicato: però afferrò la sostanza.

«È... tantissimo.»

«È quello che cercavo di spiegarti.»

«Non è giusto! Come facciamo a guadagnare più soldi?»

«Tutti se lo chiedono, ma non c’è una vera risposta.»

«Papà dice che c’è sempre una risposta!»

«Tuo padre è un uomo saggio, a differenza di me. Comunque i modi più semplici per guadagnare sono vendere più mercanzia, oppure venderla a un prezzo maggiore. Ma attenta: se vendiamo a un prezzo troppo alto, meno gente compra i nostri tessuti, perché può averli vantaggiosamente da altri.»

Nera scosse la testa: era stufa di pensare a quelle cose complicate.

«E inoltre,» continuò lo Stòrt guardandola negli occhi, «stamattina io e tuo padre abbiamo trovato solo un rotolo di verdello. Hai idea di dove sia finito l’altro?»

Nera si morse le labbra. Non voleva dire una bugia, ma non voleva nemmeno rispondere. Si avviò tra le bancarelle lungo la salita.

«Ehi! Dove vai?»

Non rispose. Nella piazza della chiesa trovò Anesia e il Brutì che giocavano sulle gradinate. Restò con loro per qualche tempo, poi vide un carro scoperto che si avvicinava lungo la strada, trainato da due palafreni pezzati.

Riusciva soltanto a vedere le teste dei passeggeri: un uomo austero con un alto colletto di un blu perso ricamato d’argento e una signora anziana con il viso fasciato di un velo viola e un grazioso cappello conico. Due armigeri camminavano ai lati della carrozza. Uno le diede una spinta. Nera cadde seduta nella strada infangata.

Il suo vestitino biavo! Aprì la bocca, si rialzò e cercò di spazzare il lerciume dalle gambe. Alzò lo sguardo: la signora del carro la stava guardando. Nera si illuminò e fece ciao con la mano infangata. La signora sorrise e fece un cenno. Il cocchiere svoltò a destra, verso la fortezza degli Albertoni.

Rimasta sola nell’andirivieni della piazza, Nera andò a pulirsi alla fontana. Mentre cercava di far tornare biavo il lato della sua coscia, si accorse che il Boassa teneva banco sotto il portico lì accanto. Il Boassa era uno dei consoli del Consiglio di Credenza e membro di spicco dell’Arte dei Pannaioli. Era uno dei commercianti più in vista di Vertova, abbastanza ricco da avere garzoni e cavalli. Nera strizzò il vestitino con tutta la sua forza e si avvicinò ai banchi ingombri di stoffe.

Come la maggior parte dei tintori, suo padre Tebaldo esponeva soprattutto matasse e panni verdi o bruni; di tanto in tanto proponeva stoffa biava, turchina e indaco, che la povera gente impiegava per ricorrenze e matrimoni. Sul banco del Boassa, invece, le tinte tenui erano bandite: viola brillante, rosso di robbia e una ricca gamma di blu dall’allazzato all’alessandrino. C’era persino una pezza di splendido verde scarlatto.

In quel momento, il mercante stava servendo una forestiera ben vestita. Tagliò una buona quantità di lana, la mise sulla bilancia e disse: «Tre libbre e mezzo di blu perso per la bella signora. Fanno tre lire e cinque soldi.»

Nera ripensò ai calcoli di poco prima e aggrottò le sopracciglia. Le lire non erano quelle che valevano più di tutte? Com’era possibile che un mercante guadagnasse così tanto? Si avvicinò e toccò le stoffe del banco una per una. Al tatto, non sembravano poi molto diverse da quelle di suo padre.

Quando la cliente si allontanò con il suo acquisto, il mercante le lanciò un’occhiata. Nera sorrise. «Buondì, messer Boassa

L’uomo si strofinò il naso. «Mi chiamo Lanfranco, Nerina. È quello il mio nome.»

«Ah, non lo sapevo. Mio padre ti chiama messer Boassa

Il tintore fece una risata nervosa. «Mi fa piacere saperlo. Anzi, no, non me ne fa affatto. Che vuoi?»

«Come fai a guadagnare così tanto, messer Lanfranco?»

«Semplice: faccio bene il mio lavoro e impiego colori che a Vertova non usa nessuno.»

«E perché non li usa nessuno?»

«Perché costano molto. Ora non ho tempo per le chiacchiere: torna da tuo padre. E digli che il Boassa lo manda a salutare.»

«Ma ti devo chiamare Lanfranco o Boassa

Il mercante la ignorò e si voltò a salutare un cavaliere che si avvicinava al portico; Nera rimase imbronciata. Si incamminò verso il banco di suo padre, rimuginando.

Il segreto del tintore Lanfranco era che in pochi usavano i suoi colori, quindi. Eh sì: Benvenuto diceva che se alzavi troppo i prezzi di una stoffa, la gente l’avrebbe comprata da qualcun altro. Ma se un mercante era l’unico ad avere la stoffa di un certo colore, l’avrebbero comprata in ogni caso. Il segreto non stava solo nella bellezza delle stoffe, quindi, ma nel vendere qualcosa che gli altri non avevano.

Ma certo, il suo verdello! Forse era salva!

Si voltò e corse a casa.

Suo padre leggeva ancora; lo salutò di fretta e aprì la cassa della legna. Il rotolo di lana verde era pesantissimo. Suo padre comparve accanto a lei, accigliato.

«Per la sella di Epona, ecco dov’era quel verdello! Come ci è finito nella legna?»

Lo sguardo di Tebaldo cadde sul lembo di panno srotolato, su quel piccolo ricamo che non doveva esserci. Il tintore le sollevò il verdello dalle mani, liberò il tavolo e ve lo srotolò sopra.

Nera sentì il cuore salirle in gola. «Ho cercato di dirtelo, papà...»

Rane. Tantissime rane, di varie dimensioni, di un verde chiaro che spiccava sul panno cupo. Anche se Nera aveva ricamato solo i contorni, si capiva bene che cos’erano. Tebaldo srotolò altra lana: fra le rane iniziarono a comparire piccoli pesci biavi, e più avanti ancora margherite.

Sollevò il capo con le narici che fremevano. La fissò in silenzio, con l’espressione terribile dei papà arrabbiati. «Sai che con questo verdello dovevamo mangiarci per una settimana?»

Nera si spaventò e sentì le lacrime salirle agli occhi, ma cercò di ricacciarle. Non era più un misfatto: adesso era un piano.

«Stamattina volevo chiederti scusa, papà. Ma ho un’idea, se mi aiuti a portare il rotolo al mercato te la spiego.»

Nera non pensava che avrebbe scampato le botte per la seconda volta in due giorni. Invece, Tebaldo fece un lungo respiro e rimase zitto, lo sguardo perso sui pesci e sulle rane.

Il sole tramontava dietro le montagne e la maggior parte dei forestieri prendevano la via del ritorno.

«Tebaldo è troppo buono,» sentenziò Franco, «se mia figlia faceva uno scherzo del genere, dalle sculacciate che le davo non si sedeva più per una settimana.»

Il falegname sollevò una cassa di utensili e rientrò nella sua bottega.

Nera era stanca e felice. Era stata una giornata piena di emozioni, ora le si chiudevano gli occhi. Andò ad accoccolarsi sul carretto a due ruote, srotolò del panno per coprirsi e appoggiò la guancia su una pezza bruna. Cullata dall’odore di gromma e mallo di noce, tornò con la mente al suo primo tentativo di vendita, quel pomeriggio.

«Comprate la mia invenzione!» urlava in mezzo alla strada, con le mani a coppa davanti alle labbra. «Solo sei soldi per tre libbre!»

Molti sorridevano, ma nessuno comprava la stoffa. Dopo quasi un’ora di tentativi, un uomo con l’accento di Nembro domandò: «Senza ricami quanto costa?»

«Cinque soldi per tre libbre.» disse lo Stòrt.

«Perché mai dovrei pagare di più per del tessuto rovinato da una bambina?»

Nera fu molto colpita da quelle parole. Aspettò qualche minuto, poi andò dietro il banco e iniziò a dire ai passanti: «Le rane sono un’idea di Tebaldo, il saggio tintore! Comprate il verdellum cum ranis di mio padre!»

Benvenuto le lanciò un’occhiataccia, ma già due forestieri si erano fermati al banco. Commentarono l’originalità dell’idea e l’efficace semplicità del ricamo: furono i primi a comprare e non furono gli unici. In poche ore, i piccoli denari e i soldi iniziarono ad accumularsi. Comparve anche la signora anziana del carro, scortata da un armigero; Nera la salutò con un gran sorriso.

«Mi sembrano buone stoffe. Carine queste rane! Le ha ricamate la tua mamma?»

«Non ce l’ho la mamma.» Nera si guardò attorno e si sporse verso la signora, che accostò l’orecchio. «A dire la verità le ho fatte io per gioco, ma non lo dica a nessuno. Pensavo che mio padre mi avrebbe sgridato, e invece sto riuscendo a venderle a un costo maggiore!»

Sul viso della signora, rughe di benevolenza si disegnarono agli angoli degli occhi e delle labbra. «Hai molto talento, lo sai? Come ti chiami?»

«Nerea di Tebaldo, ma tutti mi chiamano Nera o Nerina.»

La signora volle comprare tutta la parte ricamata del verdello. Verso metà rotolo i ricami finirono, ma i clienti continuarono per tutto il pomeriggio a chiedere di vedere il verdellum cum ranis.

Quando arrivò Tebaldo a controllare, la voce doveva averlo già raggiunto. Rimase al banco per un po’, fece sedere Nera sul suo ginocchio e iniziò a raccontarle storie di montagne innevate e specchi d’acqua cristallina.

La mano calda di suo padre le accarezzava i capelli, quando alcuni forestieri vestiti di pelliccia si fermarono davanti al banco e chiesero di lui. Tebaldo fece alzare Nera e affidò di nuovo l’attività a Benvenuto. Si allontanò lungo la strada di Bernazio.

Nera si voltò sull’altro fianco e si raggomitolò tra le stoffe avanzate. Poco dopo, un rumore di zoccoli le fece sollevare la testa oltre la sponda del carretto.

Non era il carro della signora elegante: due cavalieri incappucciati avevano attraversato le porte del paese. Montavano le bestie più grandi che Nera avesse mai visto, indossavano armature e mantelli senza stemmi. Il più grosso dei due si guardò attorno con occhi socchiusi: la sua barba solcata di cicatrici incorniciava un sorriso vago.

Non era raro che al mercato della cittadina capitassero nobiluomini e cavalieri, ma la cosa che catturò tutta l’attenzione di Nera furono le braghe aderenti di quell’uomo imponente. Sgusciò giù dal carretto, infilò i piedi nei freddi zoccoli di legno e si avvicinò al cavallo.

In vita sua non aveva mai pensato che una stoffa potesse avere un colore simile. Più rossa delle mele mature, più rossa del sangue di agnello, dei tramonti, del fuoco. La parola scarlatto, che i gran sarti impiegavano per indicare un verde, un bianco o un altro colore di massima brillantezza, veniva impiegata da sola in un unico caso, il rosso. Vedendo quella tinta, Nera capì il perché.

Toccò quella stoffa. Come si era aspettata non era lana; chissà cos’era? Fece scorrere la mano per sentirne la consistenza: era un tessuto finissimo e lucente, liscio come la sua pelle, molto morbido e leggero.

«Nera, vieni qui subito! Lascia in pace il ser

Qualcosa nella voce dello Stòrt la mise in allarme. Si voltò a guardarlo: sia lui che Franco il falegname erano immobili dietro i loro banchi, gli sguardi puntati sopra di lei. Alzò gli occhi e per poco non le scappò un urlo.

Il torso di metallo del cavaliere era inarcato verso di lei, dal testone sotto il cappuccio la fissavano una coppia di occhi porcini. L’altro cavaliere rise, e solo in quel momento Nera si rese conto di aver accarezzato la gamba di un perfetto sconosciuto. Ebbe paura, arretrò.

«Scusate! Scusate!»

«Ma no, piccolina! Ah, rosa novella, che fa piacer sua gaia giovanezza!» L’uomo smontò da cavallo, lo stivale di metallo affondò nella terra calpestata. «Non preoccuparti.»

Nera non riuscì a dire nulla. Quel cavaliere era così alto e largo da sembrare un gigante. Lui fece un passo in avanti e pizzicò il tessuto delle braghe.

«Era la stoffa che guardavi, vero? Si chiama seta, viene dalla Persia. E la tintura credo si chiami kermes

Si voltò verso l’altro uomo. «Penso che ci siamo, cugino; ormai gli uomini saranno appostati. A te l’onore di portare a termine la missione.»

Quello alzò sulla bocca un fazzoletto e scrollò le spalle. «Pensi sempre a sollazzarti. Basta che ti ricordi cosa siamo venuti a fare, intesi?»

Il cavaliere dalle calzabraghe scarlatte annuì e sorrise, lanciando un’occhiata allo Stòrt e al falegname. L’altro portò un corno alle labbra.

Fu un suono potente, spaventoso. Nera strillò e si tappò le orecchie; strani schiocchi rombarono dall’altra parte della strada.

Si voltò verso lo Stòrt: sul suo naso comparvero piccole piume bianche e qualcosa di rosso e grigio prese il volo da dietro la sua testa. Cadde all’indietro.

Un’asta di legno con tre piume sulla sommità spuntò anche sul grembiule di Franco, ma, anziché cadere, il falegname afferrò l’accetta e scattò in avanti con un urlo.

Nera si sentì tirare i capelli, un dolore atroce. Strillò con quanto fiato aveva in corpo, chiuse gli occhi e mulinò le mani. Altri corni suonarono attorno e cominciò a non capire più nulla. Rumori orribili, urla, strattoni ai suoi capelli. Un liquido caldo dal sapore metallico le inondò la bocca aperta e il viso. Tossì, si lasciò cadere a terra, ma rimase appesa per i capelli. Cercò di strillare più forte tra un colpo di tosse e l’altro.

«Buona, piccolina. Da brava...»

La mano lasciò la presa. Nera strisciò nella polvere, cercando di togliere il sangue che le bruciava gli occhi. Quando riuscì a vedere di nuovo, il cavaliere era davanti a lei. Non aveva più le gambe avvolte nella seta della Persia: la stoffa scarlatta era arrotolata all’altezza degli stivali; al suo posto c’era pelle biancastra, coperta da un tappeto di peli ispidi. Più su, dove le gambe si attaccavano all’armatura, c’era qualcosa di spaventoso.

Quando facevano il bagno nel fiume, i bambini in quel punto avevano un involtino di pelle bianca, un buffo dito penzolante. Quella cosa invece faceva paura. Era fetida, minacciosa e grande come il suo avambraccio. Emergeva da un cespuglio di barba nera e aveva una grossa capocchia scarlatta, puntata verso di lei.

La mano enorme del cavaliere le spinse la testa contro il ceppo di Franco il falegname. Il legno scavato da migliaia di colpi d’ascia le graffiò la guancia. Dita armeggiarono sulla sua nuca. Un fragore netto, agghiacciante: il vestito biavo che si lacerava dal colletto fino ai polpacci. Il freddo sulla schiena nuda.

Poi, ci fu solo molto dolore.

1325, 15 settembre – Jacopo

«Oh, magister. Scusate l’attesa, sbrigo questo e potete venire.»

Jacopo Domenico de Apibus detto Crotto sbuffò e si guardò le dita. Le unghie erano corte, l’incarnato pallido. Si lisciò una piega sulla calzabraga, giunse le mani dietro la schiena e passeggiò nella vasta sala dai pilastri squadrati e dalle volte coperte di affreschi. Gli ufficiali del Comune la chiamavano Camera Longa: era lì che svolgevano le loro funzioni. Lo spazio di ciascun notaio era separato da divisori in legno, che formavano scompartimenti dotati di scaffali, piccoli tavoli e bauli.

Crotto rimirò un’altra volta le pitture sopra la sua testa. Risalivano al periodo del dominio vescovile, quando ancora le cose funzionavano bene e non bisognava perdere ore in attesa che la burocrazia facesse il suo corso.

Cercava di non pensare al declino in cui versava Bergamo. Conosceva ogni salita e curva della sua città, ogni comignolo e torre; amava affacciarsi dalle mura e guardare giù dal colle, dove le terrazze degli orti e i vigneti digradavano come verdi scalini fino alla pianura meridionale, e poi voltarsi verso le cime ghiacciate delle montagne a settentrione.

Più di ogni cosa, amava passeggiare per il centro. Ogni mattina, prima di cominciare le lezioni ai ragazzi della Scuola de Apibus, passava da Viviano. Di ritorno da Bologna aveva istruito quel barbiere su come fargli un buon taglio alla romana. Il primo giorno il panettiere all’angolo l’aveva guardato storto. «Capelli corti e viso liscio? Come un bambino?» Pochi giorni dopo, aveva adottato lo stesso taglio.

La seconda tappa della mattina era alla locanda Pelabrocchi, l’antico ritrovo con il portico sopraelevato e i vasi in marmo bianco pieni di fiori. Lì era solito fare colazione con pane nero e un bicchierino di rosso forte, mentre scambiava chiacchiere e notizie con Ambrogio. Crotto era uno dei pochi a usare il vero nome del locandiere: tutti lo chiamavano Bogia per via del ventre prominente. Uomo accorto e curioso come una comare, il Bogia era sempre al corrente di quanto avveniva in città.

La terza e ultima tappa era l’abitazione del suo migliore amico, nonché compagno di studi e di avventure: Enrico Capra. Enrico era membro dell’Arte degli Orafi; suo padre aveva una bottega in fondo a una via piena di gatti, vicino alla cattedrale di S. Vincenzo. Quella mattina, purtroppo, il suo amico non era in casa e la terza tappa non aveva dato frutti.

«Venite pure, giovane De Apibus.»

Di guardia al cubicolo di legno c’era un omone dall’aria poco sveglia. Nel compartimento, casse, cassette e bancali erano ben allineati attorno al banco lungo e stretto. Il notaio era un cinquantenne semicalvo, di statura ben al di sotto dell’ordinario, con un brutto vestito a scacchi blu e rossi, bordato di pecora. Jacopo notò subito il sacchetto di cuoio che lo

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