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Resurrezione

Resurrezione

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Resurrezione

Lunghezza:
191 pagine
2 ore
Pubblicato:
Jul 9, 2014
ISBN:
9781311273529
Formato:
Libro

Descrizione

Il contro-romanzo che i lettori hanno soprannominato "la risposta italiana a Into The Wild".
Questo romanzo breve ambientato nel 1999, l'anno che precede il nuovo millennio, è stato definito l'Into The Wild Italiano. Il protagonista è Efrem, un immigrato che lavora in una fabbrica austriaca e spedisce ai genitori malati il denaro che riesce a risparmiare. La sua vita è semplice, francescana, invasa dai rumori della fabbrica, dai silenzi dei boschi e dalle melodie della letteratura. Fino a quando non rimane intrappolato in un rifugio d'alta montagna e lentamente attende di essere soccorso, o di morire tra i morsi del freddo e della fame.
Resurrezione è un agghiacciante thriller psicologico/esistenziale di denuncia della “società dell'apparenza e del distacco dalla natura” dei giorni nostri.

"Salire su di un ring è una scelta consapevole che segue all’idea di dover colpire un avversario ed inevitabilmente di poter essere colpiti. [...] Tamanini è un giovane scrittore. Non si appoggia a nessuna casa editrice e, follia massima, autopubblica i suoi romanzi gratuitamente sul portale Amazon. Appena lascia cadere l’accappatoio a terra mette in mostra il limite della sua muscolatura. L’impossibilità di farsi conoscere. L’assoluto limite distributivo. Un avversario decisamente facile da mandare al tappeto.
Le pagine di Resurrezione sono il leigh motif con cui avanza a centro ring e già questo dovrebbe far mettere sull’attenti l’avversario. Dalle prime pagine iniziano ad uscire pugni violenti. Tamanini mulina i verbi seguendo la massima che ha reso famoso Cassius Clay, poi divenuto per scelta Mohamad Alì. Veloce come una farfalla, pungente come un ape. Una serie rapida di uno e due che fanno vacillare il lettore che si era approcciato in maniera leggera, convinto di poter aggiungere un romanzetto nemmeno da quattro soldi, visto che è gratuito, alla propria libreria multimediale.
Tamanini getta subito a terra la maschera e mostra il ghigno cattivo, beffardo di Efrem Kowalski, personaggio cupo, introverso, eremita dell’aggettivo che vive la sua esistenza francescana con l’unico obbiettivo di poter mandare a casa, in Lettonia, il suo stipendio. Si priva di tutto. Annulla i rapporti personali condividendo la sua solitudine con una coppia di gemelli sordomuti e nell’incedere dei colpi si incominciano ad intravedere i lividi che compaiono ovunque e che generano una metamorfosi della nostra coscienza. Perché quella solitudine, così magistralmente descritta, il senso del vuoto, la perdita dell’identità e degli affetti risulta essere così incredibilmente reale e le parole utilizzate iniziano a fare male. Iniziano a mettere a nudo il nostro quotidiano. Ciò che vediamo e che fingiamo sia solo una finzione. Cento pagine di riflessione. Di introspezione, senza lanciare accuse di alcun tipo ma spingendo il lettore a voler riflettere.
Probabilmente uno dei migliori romanzi che mi sia capitato di leggere negli ultimi anni."
W. Amighetti - critico letterario
Pubblicato:
Jul 9, 2014
ISBN:
9781311273529
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Se desideri leggere i miei libri gratis o scoprire come diventare uno scrittore, iscriviti subito alla newsletter suwww.pierluigitamanini.com(seleziona il sito precedente, tasto destro del mouse e "vai al link"!)"Pierluigi Tamanini è un grande dosatore di emozioni, capace, come pochi altri, di emozionare e di colpire, a volte anche duro, i propri lettori."www.passionelettura.itVive in un paesino di montagna sopra Trento, dove è nato il giorno di Natale del 1977. A venticinque anni, fresco di laurea in Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio, è stato all’estero – Paraguay, Spagna e Inghilterra – durante lunghi stage e interscambi culturali. Rientrato in Italia ha lavorato come operaio metalmeccanico, postino, insegnante di materie tecniche, architetto, ingegnere ambientale in diversi settori (raccolte differenziate, indagini fognarie, sicurezza cantieri), archeologo, tecnico informatico, insegnante di sostegno, capotreno: ritiene la precarietà importante per la raccolta di materiale narrativo per i suoi romanzi.---RECENSIONI"Scoprire un nuovo talento letterario è un po’ come imbattersi in un banco di tonni con la speranza di pescare un aringa o ipotizzare che un miope possa trovare un quadrifoglio in una sconfinata distesa erbosa. Ogni anno, nella nostra penisola, circa cinquantamila nuovi autori iscrivono il loro nome nel catalogo letterario. Numeri non supportati poi dalle vendite, sempre in ribasso, che fanno quasi assomigliare tali dati ad una patologia incurabile.L’orda barbarica che affolla lo scalcinato mercato dell’editoria nostrana contribuisce ad alzare polvere e sotto a questa coltre spariscono autori che avrebbero tutti i requisiti per dover emergere. È quindi un vanto per la nostra redazione avere scoperto Pierluigi Tamanini, autore trentino, non ancora giunto nel mezzo del cammin della sua vita già particolarmente interessante e ricca di momenti che molti suoi coetanei hanno solo vissuto attraverso la trasposizione cinematografica.Autore in proprio, il termine self di questi tempi è talmente abusato da suscitare orticarie lessicali, Tamanini, esordiente con Rotte Mutande, romanzo di culto della gioventù trentina, ha poi continuato a produrre testi degni di essere letti. Il pesce illuminato, Bonsai, Un mucchio di parole e infine Resurrezione, romanzo casualmente capitato sulla nostra scrivania e che si è presentato come aria fresca, capace di sovvertire lo stantio colloso della mancata estate e dell’aridità letteraria stagionale."Wiliam Amighetti - critico letterario---Intervista a cura di cultura@valseriananews.info-Se immaginiamo un fiume e poniamo gli scrittori su entrambe le rive, con da un lato coloro che sono affermati e dall’altro quelli che tentano di guadarlo per raggiungere la celebrità: tu a chi chiederesti di lanciarti una fune per issarti sulle sponde della notorietà?-Credo che fra le centinaia di nomi noti cercherei di far vedere la mia mano a Hermann Hesse e a Kafka, ma soprattutto a Dino Buzzati, magari attirando la sua attenzione brandendo una copia de “il deserto dei tartari”.-Gran parte di coloro che cercano di guadare il fiume finiscono con l’essere spazzati via dalla corrente o dopo un timido approccio risalgono la riva e tornano nel mucchio degli sconosciuti.-Non trovi aiuto in generale. Non puoi affidarti ad una casa editrice che in teoria dovrebbe avere fra i suoi compiti quello di scoprire o riconoscere talenti... Quindi ti butti in acqua sperando di acquisire velocemente i primi rudimenti del nuoto, ma non può funzionare così. Certo, va anche detto che in Italia la percentuale di coloro che scrivono un romanzo è superiore rispetto a quella di coloro che poi lo leggono...-Resurrezione è un romanzo intimista. Lo specchio di una quotidianità che spesso cerchiamo di non vedere o quantomeno di far sì che la nostra immagine non finisca con il riflettersi dentro.-Tutti dovremmo affrontare di petto la nostra solitudine, anziché fingere che non esista. Non dobbiamo lasciarci distrarre da un continuo flusso di notizie inutili e spesso fasulle, che ci allontanano dal nostro vero io. Il protagonista di Resurrezione è costretto a vederla, respirarla, sentirla questa solitudine: è solo, straniero al mondo, incapace di parlare con la gente: proprio per questo affascina il lettore. Ognuno di noi – anche se non lo ammette a se stesso - si rivede in Efrem e nel suo mondo fatto di interminabili silenzi.-Se seguiamo gli input che i media propongono oggi, dovremmo mangiare solo piatti che ci vengono proposti da chef rinomati in programmi pseudo real life. Quindi travasando il concetto a livello letterario bisognerebbe cibarsi solo di best-sellers, trilogie più o meno sexy o saghe fantasy. Il tuo romanzo lo paragonerei invece ad un brodo caldo. Serve. Aiuta a digerire l’indigestione di parole troppo precotte.-Ho cercato nella stesura del romanzo di essere originale, non solo nella scelta dell'ambientazione e della trama, ma nell'uso di ogni singola parola. Credo che il dovere morale di ogni scrittore sia di scegliere sempre la parola di adatta: esaustiva e sintetica, in una parola essenziale. Non sono un lettore di best-seller: perché dunque dovrei essere uno scrittore di best-seller? Nella letteratura – quella vera – ci deve essere sincerità, anche nella finzione. Insomma, il lettore saggio sa quanto vale un brodo caldo nelle fredde sere d'inverno culturale degli ultimi decenni.-La sensazione di precarietà di Efrem è una cartina di tornasole della nostra quotidianità ed è il sunto anche delle tue esperienze personali.-Nei miei romanzi l'autobiografia la fa spesso da padrona, ma allo stesso tempo anche la pseudo-autobiografia: amo giocare col lettore attraverso il dualismo verità-finzione. Ho lavorato anch'io in fabbrica, sono stato in Lettonia, amo correre, adoro le montagne innevate... ma ciò che conta è l'amore per ciò che si vuole mostrare agli occhi del lettore. Alla fine, se ci pensi, la nostra quotidianità è spesso vissuta con superficialità: ci alziamo, lavoriamo, mangiamo, camminiamo... portando all'estremo questa routine nel romanzo, si crea un meccanismo d'immedesimazione e ci accorgiamo che Efrem non solo è uguale a noi, ma si potrebbe addirittura affermare che noi siamo Efrem.-Negli alberghi si cerca di contrastare il senso di solitudine lasciando una copia della Bibbia nel cassetto del comodino. Tu che libro lasceresti come analgesico?-A livello stilistico la mia più grande maestra è la recentemente scomparsa Agota Kristof. Chi ama la lettura non può esimersi dal assaporare e riassaporare La trilogia della città di K: si tratta di tre romanzi brevi in cui la scrittrice ungherese dà il meglio di sé con una prosa asciutta e tagliente che non ha eguali.-Immaginati come ministro alla cultura. Ormai nel bel paese tutti possono aspirare ad un posto in parlamento. Cosa faresti per far risorgere il patrimonio letterario che è stato disperso negli ultimi anni?-Se fossi il ministro della cultura credo inizierei a promuovere iniziative culturali che meritano di essere considerate tali e taglierei tutto ciò che è pettegolezzo, falsità, letteratura da quattro soldi. Farei rinascere la vera letteratura, quella dei Baricco, dei Calvino, dei Buzzati: vale più un romanzo che mille saggi scopiazzati e raffazzonati. Sarò uno dei pochi a pensarlo, ma credo che il romanzo, ancor più del cinema che tanto amo, sia la forma espressiva più adeguata per crescere e capire veramente se stessi.---Chiede a chi legge i suoi libri di condividere - dopo la lettura - il loro parere tramite una SINCERA RECENSIONE: aiuterà così i futuri lettori a capire se è il libro che fa per loro, e darà utili indicazioni all'autore per migliorare il romanzo stesso e il proprio modo di scrivere.Per quanto riguarda la POETICA di romanziere, le domande che lo ossessionano riguardano identità e verità: chi narra e cosa narra – fatti accaduti dentro di sé, o fuori di sé?Analizzando a posteriori ogni sua storia è facilmente riscontrabile, per quanto riguarda l’aspetto formale e strutturale, una forte tendenza alla meta-narrazione e alla scrittura su più livelli, mentre, per quanto riguarda i contenuti, una ricerca di equilibrio attraverso un dualismo di opposti: istinto/ragione, cambiamento/stabilità, viaggiare/stanziare, esperienza corporale/meditazione interiore."Scrivo romanzi, perché lo reputo il modo migliore per avvicinarsi alla verità."Pierluigi Tamanini


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Anteprima del libro

Resurrezione - Pierluigi Tamanini

intimorito.

Faccio per alzarmi.

Quello alto mi prende il braccio impedendomi di alzarmi dalla sedia.

Che lavoro fai?, dice. Non sembri uno tanto sveglio.

Fabbrica, dico. Lavoro nella grande fabbrica giù alla città.

Te l'avevo detto che era uno di città, dice Joseph sorridendo malignamente verso l'altro.

Per la verità non ho niente a che vedere con la città. Si dice così, no?

Si dice così cosa?, dice Hans.

Niente a che vedere, così, per dire niente da spartire, niente in comune, giusto?

Non so. Non c'ho capito un cazzo, dice Hans.

Cala il silenzio.

Be', comunque lavoro nella zona industriale a nord della città, ma vivo in un paesino a oltre mille metri d'altitudine.

I due scoppiano a ridere.

Che c'è?

Parli come uno di città!, dice Hans ancora più ingobbito per arrivare a bere il tè dalla tazza appoggiata al tavolo. Non sarai dell'altra sponda?, dice prima di bere un altro sorso.

Ridono ancora a crepapelle. Hans per poco non si soffoca per il tè andatogli di traverso.

Sembra che hai fatto le scuole, dice quell'altro con un gesto di disgusto.

Ho studiato all'università nel mio paese, dico.

Impossibile, nei paesi non c'è l'università.

Sei un bugiardo!, grida il piccoletto.

No, non avete capito. Vengo dalla Lettonia.

Lettogna?, dice Hans succhiando un altro sorso di tè dalla tazza.

Dov'è questa cazzo di regione?, dice Joseph. Lettogna? Mai sentita! È nel Tirolo del Sud? Nell'Italia austriaca?

No, è uno stato che faceva parte dell'Unione Sovietica, a nord-est della Polonia, più o meno.

Sì, è vero, Joseph, ho sentito parlare della Polonia, dev'essere a nord, dice Hans guardando l'amico. È vicino alla Germania, giusto?

Annuisco.

Ah sì?, dice il nanetto sorseggiando il tè fumigante. Beh, chi se ne frega da dove viene? Non è dell'Austria, è straniero.

Sì, ma mica vuol dire che dobbiamo ucciderlo, dice il gigante ruttandomi in faccia.

Io cerco di sorridere. Mi sento di nuovo la febbre.

Joseph mi guarda dal basso verso l'alto col solito sguardo cattivo. Ha l'alito che puzza di birra. Probabile che abbiano bevuto in qualche osteria prima di venire.

E chi ha detto che dobbiamo ucciderlo?, dice ridendo di gusto.

Io mi alzo e mi dirigo sul letto dove il coltello mi aspetta tra le coperte.

Vai già a dormire, straniero?, dice Hans.

Sì, scusate, sono molto stanco. Forse ho un po' di febbre.

Guarda che stavamo scherzando. Vieni qui che beviamo un po' di grappa. La grappa ti guarisce.

No, scusatemi, preferisco dormire, dico avvolgendomi sotto i cinque strati di coperte.

Fai come vuoi, noi berremo per tutta la notte. Speriamo non ti dia fastidio il fumo, dice Joseph estraendo dal taschino un pacchetto di sigarette e scuotendolo in aria.

In un attimo il fumo invade la stanza andando ad aggiungersi a quello meno fastidioso della stufa.

Li osservo. Sento di avere gli occhi rossi e lucidi. Sotto i cinque strati di coperte stringo forte il coltello. Cerco di resistere, ma crollo nel sonno.

silenzio

Mi sveglio. C'è un gran silenzio.

Non capisco subito dove mi trovo.

Non sento respiri. Non russa nessuno.

La luce che entra dalla finestra illumina la stanza a giorno.

Di scatto alzo le spalle e getto lo sguardo alla tavola. Non c'è più niente. Sono scomparsi gli zaini. Anche i piatti, le tazze, le ciaspole da neve, le racchette da montagna, tutto sparito. Il tavolo è sgombro. Come non fossero mai esistiti. Non vedo più il mio zaino.

Mi alzo. Guardo sotto il letto.

Non c'è più. I miei vestiti bagnati sono spariti. Pure gli scarponi con la punta di metallo.

Sono nudo in mezzo a un oceano di neve a tre ore di cammino dalla civiltà.

Non sono morto, ma di certo non sarà facile tornare al villaggio scalzo con qualche coperta addosso. E non è detto che al villaggio qualcuno sia disposto ad aiutarmi.

Deve averli mandati la vecchia, non c'è altra spiegazione.

Torno a letto e mi avvolgo di coperte per non sentire freddo. Guardo la stufa spenta.

Forse tornare al villaggio non è la soluzione, potrebbero denunciarmi o, come aveva detto la vecchia, bruciarmi in piazza. Meglio evitare il villaggio e proseguire oltre? Non lo so. Nudo? Impossibile. E poi non sto ancora bene. Non ho voglia di pensare.

Sono stufo di essere trattato male. Sento il mondo cadermi addosso. Devo correre. Adesso. Subito. Ho bisogno di correre.

Senza pensare mi alzo, apro la porta e comincio a correre sulla neve. Grido al cielo una bestemmia con tutta la forza che ho in corpo. Poi un'altra, e un'altra ancora, e ancora e ancora, grido e bestemmio fino a crollare.

Rimango lì disteso nella neve a zero gradi, nudo e disperato. Sprofondo nel silenzio. Comincio a piangere.

Sento la neve sciogliersi attorno a me. Non dura molto. Il freddo ammanta lentamente il mio corpo. Non fa male. Soffrire mi è indifferente. Anzi, è un sollievo.

Fa più male la solitudine. Mi sento solo. Abbandonato. Dai miei, dalla gente, dai miei ideali.

Il mio corpo è insensibile. La mia anima piange.

Mi lascio morire. Morire come un perdente, come uno che credeva di poter cambiare il mondo, e non ha abbastanza genio per farlo.

È il mondo che ha cambiato me. Mi ha isolato. La natura mi ha parlato. Mi ha sussurrato la verità. Lei non mente. Mi ha detto che ho sbagliato. Mi ha detto che questa vita non è fatta per me. Mi ha detto di andarmene, di non tornare più tra la gente. Mi ha detto che sono diverso, che non c'è nessuno come me. Mi ha detto che il male vincerà. Il diavolo si nasconde dentro l'umanità. La paura sarà l'unica legge fino alla fine dei giorni.

Mi lascio morire così, in una morsa di freddo polare, in preda al delirio.

Chiudo gli occhi e affondo la testa sotto la neve.

sopravvivere

Qualcosa si muove.

È qualcosa sopra di me.

Sono morto?

Non sono morto?

Apro gli occhi a fatica. Sono sotto.

A ogni rumore la neve si fa più chiara. Da blu ad azzurra, da azzurra a bianca, finché vedo una lingua rosa che lecca e alita. Spinge fino a sollevarmi la testa. Si appoggia sulle mie spalle e mi solleva la schiena. Mi ritrovo seduto.

È così il paradiso? Così uguale alla realtà?

Di fronte a me una vallata innevata e un enorme cielo blu.

Metto le mani a terra e, lentamente, sospinto dalla forza misteriosa dietro alle mie spalle, mi alzo in piedi e ballo un po' di qua e di là.

Rimango su, fermo, aspettando di riprendere sensibilità. Poi comincio a muovere le dita delle mani e dei piedi. Sempre più velocemente, come in una danza indiavolata.

È allora che un piccolo orso mi appare davanti leccandomi le mani. Ripenso alla nottata, agli orsi fuori dal rifugio.

Sono morto?

Non sono morto?

Provo a credere che quello che vedono i miei occhi sia il paradiso. Impossibile.

Oppure sogno.

Non è la vita reale ciò che vedo e sento.

Mentre me ne sto lì a pensare e aspetto che il sole mi aiuti a riprendere sensibilità, l'orsetto mi salta addosso. Finisco a terra nella neve soffice. L'orsetto mi monta sul torace e mi lecca il viso.

Sono rapito dal delirio?

Mentre la lingua mi scalda il viso penso che forse Dio, ovvero il destino, mi abbia dato un'altra possibilità.

Basta pensare! Svegliati!, grido.

Comincio a muovermi. Spingo via l'orsetto. Cerco di alzarmi, ma lui è di nuovo lì, pronto a gettarmi a terra.

Il sangue riprende a circolare. Nudo nella neve, mi sembra di sudare.

Appena l'orsetto mi punta, mi sposto come un torero impacciato. Mi giro e l'orsetto è di nuovo lì, a puntarmi un'altra volta. Facciamo questo gioco un numero indefinito di volte. Fino a sfiancarmi.

Ho ripreso sensibilità. Ho caldo.

Penso a quanto sia unica e bizzarra quella situazione e rido, quando all'improvviso vedo un enorme orso bruno in cima al prato. Lo osservo immobile correre a gran velocità verso di noi.

Mi sento attraversare dalla paura e da un'insperata dose di energia. Ecco l'istinto di sopravvivenza che si fa sentire nuovamente.

In un attimo mi sento rinato. Scosto l'orsetto con un braccio, mi alzo in piedi e corro dentro al rifugio. Sbarro la porta e mi avvicino alla finestra. Ho paura, non mi sono mai sentito così vivo. Non sento più freddo. Sono nudo e bagnato, col sole che a stento entra a illuminarmi. Una ritrovata vitalità mi corre in corpo, all'impazzata.

Vedo comparire i due orsi. Come niente fosse, come se non fossi mai stato lì fuori, s'inoltrano nel bosco. Sempre con passo gentile, elegante. Mando un bacio con la mano all'orsetto: senza saperlo mi ha salvato la vita. Non solo, mi ha restituito una nuova voglia di vivere. In mezzo alla natura non sono più prigioniero di una gabbia sociale, ma libero di vagare senza meta nel mondo sconfinato. Forse è questo il mio universo. Forse è tra le montagne che posso trovare la via per la realizzazione, dico. La folla applaude. Una ragazza mezza svestita mi porge una targa e dei fiori. Grazie, dico. Grazie a tutti. È tanto che aspettavo questo momento. La folla applaude ancora. Vorrei dedicare, dico, questo premio a voi lettori. Senza di voi io non esisto. La folla applaude e inneggia il mio nome.

A quel punto apro gli occhi. Sento freddo. La luce del sole mi abbaglia. Sento freddo. Alzo la testa: sono sdraiato nella neve. Sento freddo. Eppure la luce è forte, così forte da scaldarmi. Mi volto di lato e mi alzo.

Una volta in piedi mi scrollo la neve di dosso. Mi avvicino allo steccato dal quale si domina la vallata lontana. Sorrido per il sogno appena fatto. È così vivido nella memoria che pare vero. Rivedo l'orsetto che mi spinge per terra e l'arrivo dell'enorme orso bruno che si precipita giù dal prato nella mia direzione. A volte i sogni aiutano a capire.

Sento freddo nonostante il sole.

Entro nel rifugio ancora sorridente e accendo la stufa.

Solo allora mi accorgo che il mio zaino è proprio lì, dietro la stufa. Lo prendo e controllo: c'è tutto. Trovo anche i calzini che avevo lasciato dalla vecchia, asciutti e stirati. Mi rivesto e capisco solo ora che era uno scherzo. Uno scherzo che, a causa della mia poca fede, stava per costarmi la vita.

Sono il solito malfidente. Penso sempre che il mondo mi odi: è solo colpa mia, sono io a emanare energia negativa. Gli altri sono buoni, sono io che li rendo cattivi. Apro il mobile. È tutto in ordine. Hanno pulito i piatti e le pentole, anche gli utensili che avevo sporcato io. Che stupido sono stato ad avere paura di quei ragazzini. Hanno fatto bene a farmi uno scherzo, me lo sono meritato. Avranno pensato che sono un deficiente. Comincio a pensarlo anch'io.

Prendo una pentola e la riempio di neve. Non ho paura di uscire. Esco nudo e a testa alta. Non ci sono uomini che possono ferirmi, né animali nemici. Mi sento parte, una piccola particella insignificante, della natura che mi circonda.

Rientro in casa lasciando la porta spalancata.

Appoggio la pentola d'acciaio sulla stufa gelida. Accendo il fuoco e soffio sulla fiamma. Attendo che l'acqua inizi a rumoreggiare, inserisco una bustina in infusione e sorseggio il tè, lentamente, guardando in piedi fuori dalla porta. Decido di aprire anche la finestra e arieggiare la stanza. Un'aria fresca mi soffia addosso. L'episodio dell'orsetto non so già più dire se fosse reale, oppure un sogno o un delirio pre mortem. Non ha importanza. Sono vivo e felice. Bevo l'ultimo lungo sorso di tè e mi rivesto. Metto i calzini, esco, socchiudo la porta e prendo a camminare in salita.

Guardo la cima. Circa trecento metri di dislivello. La neve si fa più alta. Sprofondo a ogni passo. Tra poco sarò lassù per vedere cosa c'è dietro. Cammino senza pensare che poche ore prima stavo per morire assiderato nella neve. Devo avere più fiducia, in me e nel mio destino. E soprattutto nel prossimo. L'ottimismo genera benessere. Mi muovo rapido per recuperare la sensibilità latente alle dita dei piedi. Sudo e soffro sotto il sole. I cristalli di neve mi accecano, sento la pelle del viso bruciare. Cammino e sgombro la mente da ogni paura.

Arrivato sulla bocchetta ammiro il panorama che si apre ai miei occhi: verso est montagne innevate per chilometri e chilometri. In lontananza invisibile c'è l'Ungheria. Mi sembra di vedermi già lì, a varcare il confine di stato, con la gente che mi applaude e grida all'impresa. Mi desto dai sogni di gloria e mi volto. Osservo in basso le case del paesino. Sono sette edifici. C'è anche quello della vecchia, anche se non riesco a individuarlo con certezza. È acqua già passata. Chi sono per giudicare una povera vedova? È già tanto che mi abbia ospitato a pranzo. A quell'età non si può pretendere che uno ami la prima persona che s'intrufola in casa, per di più straniera. Non si può pretendere che uno a quell'età, senza aver studiato, non abbia paura del diverso. Senza marito e con nessuno al fianco, è normale che quella povera vecchina non se la sia sentita di ospitarmi per la notte. Stupido io a farle una proposta così invadente. Che sciocco sono stato. Pensare che ha asciugato e stirato i miei calzettoni con cura, ha convinto Joseph e Hans, senza dubbio suoi nipoti, a venire su a vedere come stavo. Forse si sentiva in colpa, povera vecchina.

Mi volto verso destra, a nord, e risalgo il crinale della montagna. È poca strada, non posso rinunciare

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