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maltrattamenti e stalking

maltrattamenti e stalking

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maltrattamenti e stalking

Lunghezza:
512 pagine
6 ore
Pubblicato:
5 ott 2014
ISBN:
9788898924226
Formato:
Libro

Descrizione

Maltrattamenti e atti persecutori, i due reati c.d. endo-famigliari di cui sempre più spesso ci si deve occupare, che si tratti di un processo penale, di un divorzio o una separazione o anche solo una mediazione famigliare. La legge di ottobre 2013 ha modificato le norme sostanziali e processuali, le aggravanti, le misure cautelari e l’ammonimento: questo testo passa in rassegna la Novella e la integra alla disamina degli ultimi dieci anni di elaborazione giurisprudenziale e dottrinaria.
Pubblicato:
5 ott 2014
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9788898924226
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Libro

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maltrattamenti e stalking - Alessia Sorgato

Alessia Sorgato

MALTRATTAMENTI E STALKING

MALTRATTAMENTI E STALKING:

norme e giurisprudenza (con le modifiche della legge del 2013)

Alessia Sorgato

Collana penale.it

a cura di

Daniele Minotti

ISBN: 9788898924226

copyright © 2014 Antonio Tombolini Editore

all rights reserved

Via Villa Costantina, 61,

60025 Loreto Ancona

Italy

email: penale@simplicissimus.it

www.libri-penale.it

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Immagine di copertina a cura di Marta D’Asaro

edizione digitale realizzata con BackTypo.com by Simplicissimus Book Farm

UUID: 9788898924226

This ebook was created with BackTypo (http://backtypo.com)

by Simplicissimus Book Farm

Indice

INTRODUZIONE

PRIMO CAPITOLO - MALTRATTAMENTI

1. ELEMENTO OGGETTIVO

1.1 Concetto di famiglia e sua evoluzione

1.2 Modalità della condotta

1.3 Abitualità della condotta

2. ELEMENTO SOGGETTIVO

2.1 Dolo

2.2 Cause di esclusione del dolo

3. AGGRAVANTI

3.1 Aggravanti speciali

3.2 Aggravanti comuni

4. RAPPORTI CON ALTRI REATI

4.1 Reati che vengono assorbiti dai maltrattamenti

4.2 Reati che non vengono assorbiti dai maltrattamenti

4.3 Casi controversi

SECONDO CAPITOLO - STALKING

1. ELEMENTO OGGETTIVO

1.1 Concetto di atti persecutori nelle scienze mediche

1.2 Condotta di atti persecutori

1.3 Molestie e minacce

1.4 Evento

1.5 Tentativo, nesso causale, prova

2. ELEMENTO SOGGETTIVO

2.1 Dolo richiesto dalla norma

3. AGGRAVANTI

3.1 Fatto commesso dal coniuge

3.2 Cyberstalking

4. AMMONIMENTO

4.1 Ammonimento introdotto nel 2009

4.2 Ammonimento modifiche del 2013

TERZO CAPITOLO - MODIFICHE PROCESSUALI

1. MISURE CAUTELARI

1.1 Arresto in flagranza

1.2 Allontanamento urgente dalla casa famigliare

1.3 Allontanamento dalla casa famigliare e ordini vari di protezione

2. OBBLIGHI DI INFORMATIVA

2.1 Comunicazioni alla vittima in materia cautelare

2.2 Comunicazioni alla vittima sulle indagini e l'incidente probatorio

2.3 Centri antiviolenza e G.P.

3. PERMESSO DI SOGGIORNO

3.1 Art. 18 bis

4. PROCEDIBILITÀ

4.1 Querela

4.2 D’Ufficio

5. TESTIMONIANZA

5.1 La testimonianza della vittima

5.2 Esame ed incidente probatorio

GIURISPRUDENZA

Corte Cassazione Penale

Corte Cassazione Civile

Corte Costituzionale

Corte d'Assise

Corte d'Appello

Tribunale

Ufficio I.P./U.P.

Giudice di Pace

T.A.R.

Consiglio di Stato

BIBLIOGRAFIA

INTRODUZIONE

Con la conversione in legge del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, recante Disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere, nonché in tema di protezione civile e di commissariamento delle province, ad opera della legge 15 ottobre 2013, n. 119, entrata in vigore lo scorso 16 ottobre, il legislatore ha inteso «porre mano alle più evidenti necessità di prevenzione e contrasto di fenomeni delinquenziali divenuti particolarmente acuti, (attraverso) un pacchetto di misure urgenti che mirano ad affrontare, da diverse angolature, una serie di problematiche riguardanti la pubblica sicurezza in una chiave di difesa dei soggetti più deboli ed esposti, nonché la tutela dell’ordine pubblico» ([1]).

Il provvedimento si compone di 15 articoli, suddivisi in quattro Capi e reca misure che si muovono lungo quattro direttrici d’azione: per quanto interessa il presente lavoro, verrà illustrata solo la prima, dedicata – come prosegue la Relazione citata - ad «aggiornamento e rimodulazione degli strumenti di prevenzione e repressione di alcuni fenomeni criminosi che hanno destato particolare allarme sociale, primo tra tutti le violenze in ambito domestico, che hanno conosciuto una recrudescenza in questi ultimi tempi».

Sono pertanto i primi due Capi ad interessare questo lavoro, dedicato non soltanto agli articoli (i primi cinque in particolare) introdotti nel nostro ordinamento al dichiarato scopo di «fronteggiare alcuni fenomeni di emergente disagio ed allarme sociale», ma altresì al contesto normativo in cui innestati, attualizzato – come di dovere – dalla citazione della più recente interpretazione giurisprudenziale.

Prima di affrontare quindi partitamente le singole normee dar conto delle innovazioni che hanno introdotto, ci pare opportuno – continuando a citare la fonte autorevole già in nota, ossia la Relazione pubblicata sul sito del Ministero della Giustizia – sunteggiare la struttura del provvedimento, riassumendo brevemente il contenuto dell’articolato.

L’art. 1 è ispirato ai principi ed ai dettami che l’Italia ha recepito sottoscrivendo la Convenzione del Consiglio d’Europa, fatta ad Istanbul l’11 maggio 2011, concernente la lotta contro la violenza contro le donne e in ambito domestico di Istanbul, recentemente ratificata dal Parlamento: fortifica e si propone pertanto di rendere «più incisivi gli strumenti della repressione penale dei fenomeni di maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale e di atti persecutori».

Per perseguire detto obiettivo, il legislatore italiano ha fatto ricorso allo strumento della deterrenza, introducendo alcune nuove circostanze aggravanti, rispettivamente nelle ipotesi in cui il delitto di maltrattamenti in famiglia è perpetrato in presenza di minore degli anni diciotto (art. 572, secondo comma, c.p.) e il delitto di violenza sessuale è consumato ai danni di donne in stato di gravidanza (art. 609-ter, c.p.), nonché allorquando il fatto è consumato ai danni del coniuge, anche divorziato o separato, o dal partner pure se non convivente.

Altrettanto dicasi in materia di atti persecutori (più noto con la denominazione di stalking), ove viene «ampliato il raggio d’azione delle situazioni aggravanti contemplate dal secondo comma dell’articolo 612-bis, con previsioni che ne estendono l’applicabilità anche ai fatti commessi dal coniuge pure in costanza del vincolo matrimoniale, nonché a quelli perpetrati da chiunque con strumenti informatici o telematici».

Anche per il delitto di atti persecutori sono state previste ipotesi ove la querela sia irrevocabile ed ove sia consentito l’arresto obbligatorio.

Quanto allo strumento amministrativo dell’ammonimento del Questore, introdotto dall’art. 8, comma 2, del decreto-legge 23 febbraio 2009, 11, convertito nella legge 23 aprile 2009, n. 38, ad esso si è data maggiore efficacia preventiva stabilendo che, con tale misura, viene obbligatoriamente irrogato il divieto di detenere armi e munizioni.

L’art. 2 ha innovato alcune norme del Codice di procedura penale, anzitutto introducendo uno strumento estremamente gradito alla difesa della vittima: modificando gli artt. 299, 398, 406 e 415-bis c.p.p., si è infatti previsto un (purtroppo non esaustivo, come vedremo) sistema di informazione alle parti offese da reati commessi con violenza in ordine allo svolgimento delle indagini, soprattutto in materia de libertate.

Un’ulteriore forma di tutela è stata incentrata sull’audizione, per cui - attraverso una modifica all’art. 498 c.p.p. – si è estesa anche al reato di maltrattamenti in famiglia la possibilità di acquisire testimonianze con modalità protette allorquando la vittima sia una persona minorenne o maggiorenne che versa in uno stato di particolare vulnerabilità.

Un terzo gruppo di interventi ha ad oggetto le misure cautelari applicabili nei confronti dei c.d. offenders: in primo luogo la possibilità di procedere all’arresto in flagranza, di cui all’art. 380 c.p.p., viene estesa anche ai delitti di maltrattamenti contro familiari e conviventi e di atti persecutori. Questa disposizione, riguardando provvedimenti limitativi della libertà personale, è diventata efficace alla data di entrata in vigore della legge di conversione.

In secondo luogo è stata prevista una nuova misura cautelare, «non dissimile sul piano funzionale dal fermo di indiziato di delitto, con l’inserimento nel Codice di rito del nuovo art. 384-bis: la novella consente ora agli ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria di disporre, previa autorizzazione del Pubblico Ministero, l’allontanamento urgente dalla casa familiare, con divieto di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa, nei confronti dei delitti elencati all’art. 282-bis c.p.p., tra i quali vengono ricompresi anche quelli di percosse e lesioni lievi. Presupposto per l’applicazione della misura in questione è che sussistano fondati motivi per ritenere che le condotte criminose possano essere reiterate, ponendo in grave e attuale pericolo la vita o l’integrità fisica della persona offesa.

In un’ottica di accelerazione dei processi per reati di violenza domestica, viene previsto che, al pari di quanto già disposto per i delitti di omicidio e lesioni colpose aggravate derivanti da incidente stradale, la proroga del termine delle indagini preliminari per il delitto di cui all’art. 572 c.p. può essere concessa per una sola volta. Per le stesse finalità queste ultime ipotesi delittuose sono inserite tra quelle cui deve essere assicurata la trattazione con priorità assoluta ai sensi dell’art. 132-bis delle disposizioni attuative del Codice di procedura penale».

L’art. 3 peraltro completa il sistema di informazione, prevedendo che coloro i quali ricevono notizia del reato (Forze dell’ordine, presidi sanitari e altre Istituzioni) forniscano tutte le informazioni relative ai Centri antiviolenza presenti sul territorio.

Il legislatore ha dimostrato grande sensibilità per le vittime anche sul fronte economico, permettendo – in linea a quanto stabilito dalla Convenzione di Istanbul sul diritto all’assistenza legale gratuita - di derogare ai limiti di legge in materia di reddito che consente l’accesso al beneficio del patrocinio a spese dello Stato anche nei procedimenti per reati di maltrattamenti ai danni di familiari o conviventi e di stalking al pari di quanto già in vigore in tema di violenza sessuale.

L’art. 3 si propone, in attuazione dei principi sanciti dagli artt. 5, 12, 27 e 50 della Convenzione di Istanbul , di «rafforzare gli strumenti di prevenzione anche operativa delle vessazioni perpetrate nell’ambito del nucleo familiare o di relazioni affettive, incoraggiando anche le segnalazioni all’Autorità di quelle situazioni in cui si sono registrati atti di violenza non perseguibili d’ufficio secondo il nostro ordinamento, ma che possono essere reiterate o costituire anche il prodromo di manifestazioni più gravi».

La norma rende infatti applicabile la misura di prevenzione dell’ammonimento nei confronti di coloro che a seguito di segnalazioni pervenute (anche da soggetti diversi dalla vittima) debbano ritenersi responsabili di condotte di lesioni lievi (art. 582, secondo comma, c.p.), riconducibili a fenomeni di violenza domestica, definiti in termini sostanzialmente pedissequi a quelli individuati dall’art. 3, lett. b) della citata Convenzione di Istanbul.

Come in caso di atti persecutori, la misura viene adottata dal questore, previa verifica dei fatti segnalati attraverso l’acquisizione dei necessari elementi informativi e delle dichiarazioni delle persone informate sui fatti secondo il procedimento stabilito dall’art. 8 del decreto-legge 23 febbraio 2009, n. 11, convertito nella legge 23 aprile 2009, n. 38. L’autorità di polizia può adottare provvedimenti restrittivi in materia di possesso e detenzione di armi e munizioni nonché proporre nei confronti dell’ammonito la sospensione della patente di guida (da uno a tre mesi): la competenza a comminare questa misura torna in capo al prefetto, salvo ricorrano particolari situazioni economico-lavorative insuscettibili di essere garantite secondo la particolare modalità del permesso di guida ad ore contemplata dal Codice della strada.

È pienamente garantita, in questo ambito, la tutela della privacy dei soggetti che hanno proposto segnalazione al Questore a scopo di ammonimento.

In un’ottica generale di studio e di monitoraggio del fenomeno, inoltre, è previsto che il Dipartimento della pubblica sicurezza predisponga un’analisi criminologica, destinata a confluire nella relazione presentata annualmente al Parlamento dal Ministro dell’interno, ai sensi dell’art. 113 della legge n. 121/1981.

L’art. 4 dà attuazione all’articolo 59 della citata Convenzione di Istanbul, consentendo il rilascio di un permesso di soggiorno alle vittime degli atti di violenza perseguiti dalla Convenzione: questa disposizione dovrebbe rivestire notevole importanza pratica per le immigrate che si risolvano a sporgere querela, o che comunque risultino vittime di violenze domestiche, visto che garantisce la permanenza sul nostro territorio a fini di collaborazione con l’autorità giudiziaria attraverso il rilascio di un permesso di soggiorno c.d. per motivi di giustizia di cui all’articolo 11, comma 1, lettera c-bis) del D.P.R. n. 394/1999 (regolamento di attuazione del testo unico in materia di immigrazione).

Tuttavia è bene anticipare fin da ora che la norma, così come licenziata definitivamente nel testo di legge, si rivela poco adatta a coprire l’intero spettro delle ipotesi delittuose contemplate dalla Convenzione di Istanbul, che prescinde dalla collaborazione con gli inquirenti e accentua, al contrario, l’importanza della situazione personale della vittima. Tra l’altro, la durata del permesso è limitata nel tempo (tre mesi, prorogabili una sola volta).

L’art. 5 integra una norma programmatica, «prevedendo l’adozione da parte del Ministro con delega alle pari opportunità di un nuovo Piano straordinario contro la violenza sessuale e di genere».

Già dal 2010, grazie all’analogo progetto previsto dalla legge introduttiva del delitto di atti persecutori, sono state sviluppate diverse attività a tutela delle donne vittime di tali fenomeni, ma ciò non ne ha arrestato la commissione, anzi, la recrudescenza degli episodi di violenza sessuale e domestica ai danni di soggetti deboli «rende necessario provvedere, in linea di continuità, all’adeguamento dei parametri sulla base dei quali viene adottato lo strumento di pianificazione in argomento, alla cui elaborazione e attuazione dovranno concorrere tutte le Amministrazioni interessate

Le nuove previsioni recate sul punto dalla disposizione in argomento contribuiranno a completare il processo di attuazione degli impegni assunti dall’Italia con l’adesione alla Convenzione di Istanbul, secondo anche le linee programmatiche esposte dal Governo nel corso del dibattito parlamentare all’esito del quale è stata varata la legge n. 77/2013 di ratifica della medesima convenzione».


[1] Relazione illustrativa del d.d.l. di conversione in legge del DL 93/2013 recante disposizioni urgenti in materia di sicurezza, contrasto della violenza di genere, protezione civile e commissariamento delle province, in www.giustizia.it.

PRIMO CAPITOLO - MALTRATTAMENTI

1. ELEMENTO OGGETTIVO

1.1 Concetto di famiglia e sua evoluzione

La Costituzione italiana riconosce i diritti della famiglia come società naturale, all’art. 29 comma 1, ma soggiunge che essa è «fondata sul matrimonio», del quale, a sua volta, precisa che è ordinato sulla eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità famigliare.

Anche il codice penale conosce un apposito Titolo – l’undicesimo – dedicato ai delitti contro la famiglia, suddiviso in Capo I, ove annoverati i delitti contro il matrimonio (dei quali è rimasto ormai in vigore solo la bigamia), Capo II sui delitti contro la morale famigliare, Capo III circa ai delitti contro lo stato di famiglia, e Capo IV dei delitti contro l’assistenza famigliare.

Per moltissimo tempo il primato del matrimonio ha informato di sé la normativa italiana, molto restia ad allargare alle famiglie di fatto i diritti e le facoltà nascenti dall’istituzione civilistico- canonica: non altrettanto può dirsi in ambito penale, ove già da anni la giurisprudenza si sforzava di superare la distinzione ed estendere anche a situazioni more uxorio la protezione accordata dalle norme sopra citate.

Non altrettanto può dirsi, a tutt’oggi, della posizione della Consulta, rimasta ancorata più rigidamente all’impostazione tradizionale, e ciò non deprecabilmente, atteso che l’estensione al convivente del complesso di disposizioni della legge penale sostanziale, e processuale, che fanno riferimento al rapporto di coniugio, comporterebbe giocoforza anche conseguenze in malam partem, il che esorbita dai compiti e dai poteri della Corte ([1]).

Infatti «un'eventuale dichiarazione di incostituzionalità che assumesse in ipotesi la pretesa identità della posizione spirituale del convivente e del coniuge, rispetto all'altro convivente o all'altro coniuge, oltre a rappresentare la premessa di quella totale equiparazione delle due situazioni [...] non corrisponde alla visione fatta propria dalla Costituzione e determinerebbe ricadute normative consequenziali di portata generale che trascendono l'ambito del giudizio incidentale di legittimità costituzionale» ([2]).

Se non che l’Italia ha ratificato una serie di norme internazionali, quali la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, approvata a Nizza nel dicembre 2000, ove la concezione della famiglia è diversa, in quanto «formazione sociale in cui i singoli componenti sono soggetti e portatori di diritti» ([3]) e fa sedere un proprio giudice nazionale presso la Corte Europea dei diritti dell’Uomo, le cui decisioni – ove si rimarca che la tutela dei soggetti deboli della cellula famigliare è un obbligo che il sistema della Convenzione europea dei diritti umani considera prioritario per gli Stati membri - svolgono un innegabile ruolo interpretativo ed evolutivo nel sistema interno ([4]).

A tali conati innovatori sembra più sensibile la giurisprudenza, soprattutto di merito, la quale si distingue per uno sforzo costante, anche se non totalmente condiviso, di adeguamento all’evoluzione dei costumi, che oggi prevedono forme di aggregazione varie, non più necessariamente legate all’istituzione matrimoniale, ove opera i doverosi distinguo a seconda della specifica norma da applicare.

Giusto per fornire qualche esempio concreto, si noti come appartiene ad una tradizione giuridica davvero antica che nel concetto di famiglia, di cui al nostro ordinamento, siano inclusi, oltre ai coniugi, i consanguinei, gli affilianti e gli affiliati, il nipote convivente, il figlio naturale non riconosciuto, i domestici ([5]) ed anche il convivente more uxorio ([6]).

Più in generale e di recente, nel 2002 il Tribunale di Savona ha stabilito che: «l'art. 143 c.c., ultimo comma, può essere applicato in via analogica anche alla convivenza more uxorio in virtù della rilevanza ed assolutezza del principio generale in esso contenuto, nonostante il fatto che chi sceglie tale forma di convivenza voglia sottrarsi all'osservanza delle norme aventi carattere imperativo e di ordine pubblico che disciplinano diritti e doveri (anche patrimoniali) del matrimonio» ([7]).

Di questo passo si è giunti ad affermare che tra soggetti legati da un rapporto di coniugio o convivenza dovrebbe intercorrere una comunanza di vita, una «ragnatela di relazioni reciproche intense e coinvolgenti, un rapporto duraturo nel tempo e tendenzialmente stabile, ed è proprio a causa di tale intimità che detti rapporti possono degenerare e da iniziali stati di crisi del rapporto (mutarsi in) un vero e proprio sistema di vita di relazione abitualmente doloroso ed avvilente» ([8]).

Si vede come l’interprete di diritto penale della famiglia sembra indicare una crescente sensibilità della tutela penale nei confronti del singolo familiare, la cui difesa è destinata a superare quella della famiglia intesa come istituzione ([9]): resta purtuttavia aperta la problematica preliminare, ossia l’individuazione dei criteri di fatto in presenza dei quali la convivenza o – secondo le ultime recenti indicazioni da parte dello stesso legislatore – il rapporto affettivo possa dirsi tale da condurre all’applicazione della norma penalistica.

Una recentissima pronuncia della Corte di Cassazione risulta illuminante su quest’ultimo punto, atteso che indica come elemento rilevatore di quell’affectio, necessaria ai fini del giudizio, l’esistenza di un «progetto di vita basato sulla reciproca solidarietà ed assistenza», a prescindere dalla durata della relazione sentimentale e dalla eventuale nascita di figli, soprattutto laddove i soggetti coinvolti dalla vicenda, oggetto del giudizio, siano descritti come «soggetti immaturi, affetti da disturbi della personalità che ne compromettono la funzionalità in maniera significativa, privi di occupazione lavorativa, incapaci di condurre una vita responsabile» ([10]).

In realtà questo principio è tutt’altro che nuovo: sono quasi trent’anni infatti che, almeno con riguardo alla fattispecie dei maltrattamenti, la Suprema Corte riafferma come la stessa sia configurabile anche al di fuori della famiglia legittima, quindi in qualsiasi consorzio di persone ove si sia realizzato, per strette relazioni e consuetudini di vita, un regime di vita improntato a rapporti di umana solidarietà ed a strette relazioni, dovute a diversi motivi, anche assistenziali.

Più recentemente a questa impostazione è stato soggiunto come, al contrario, «convivenza e coabitazione non costituiscono pertanto requisiti della fattispecie in questione» ([11]), mentre l’impostazione tradizionale concludeva il periodo affermando che «un rapporto di stabile convivenza è suscettibile di determinare obblighi di solidarietà e mutua assistenza» ([12]).

Sul punto è alquanto nota una sentenza di oltre dieci anni fa, ove si affermava che «costituisce jus receptum che siano da considerare membri della famiglia - ex art. 572 c.p. - e, perciò, potenziali soggetti attivi di tale reato, anche i componenti della famiglia di fatto, fondata cioè sulla volontà comune di vivere insieme, di avere figli, di avere beni comuni, di dar vita, cioè, ad un nucleo stabile e duraturo. Questa interpretazione dell'art. 572 c.p. è la più coerente con i principi ispiratori del nostro ordinamento, nonché con la realtà sociale moderna» ([13]).

Del resto, si legge in un’altra illuminata decisione in materia, «l'introduzione del divorzio e il suo largo utilizzo hanno dimostrato che il matrimonio non è più un legame indissolubile ed hanno eliminato, dunque, il presupposto più plausibile per una tutela diversificata dei due rapporti» ([14]).

In linea tendenziale, quindi, il delitto di maltrattamenti si consuma anche tra persone legate soltanto da un puro rapporto di fatto che, per le intime relazioni e consuetudini di vita correnti tra le stesse, presenti somiglianza ed analogia con quello proprio delle relazioni coniugali ([15]): ecco come si può notare che la giurisprudenza valorizzi – al di là delle etichette e delle forme – la promozione dell’assistenza morale e materiale all’interno di qualsiasi comunione di vita umana, all’interno della quale ragioni di affidamento inducano i soggetti che vi partecipano a confidare nell’aiuto e nella solidarietà degli altri, per manifestare e sviluppare con serenità la loro personalità.

La direzione assunta dal legislatore si dimostra congruente con altre manifestazioni del pensiero per cui, ormai, certe branche del diritto non pongono distinguo a seconda che i soggetti siano legati da vincoli coniugali o di mera convivenza more uxorio: basti confrontare quanto fin qui affermato in tema di maltrattamenti con la giurisprudenza a proposito di favoreggiamento, per la quale: «Il convivente more uxorio non è punibile ai sensi dell'art. 384, comma 2, c.p. per il reato di favoreggiamento personale, commesso mediante false o reticenti dichiarazioni rese alla polizia giudiziaria senza essere stato previamente informato, ai sensi dell'art. 199 c.p.p., della facoltà di astenersi dal rilasciarle» ([16]).

Altrettanto può affermarsi con riferimento al furto ([17]) ove la giurisprudenza di merito aveva già sporadicamente affermato che può essere applicata la causa di esclusione della punibilità, prevista dall'art. 649 c.p., al convivente more uxorio che lo abbia commesso, utilizzando il procedimento dell'analogia iuris previsto dall'art. 12 comma 2 delle preleggi, in quanto le norme disciplinanti le cause di esclusione della punibilità non hanno natura eccezionale.

In seguito si sono registrate altre decisioni che, confermando la conclusione, hanno chiarito che la ratio della causa personale di non punibilità è costituita dalla protezione dell’unità famigliare, in quanto interesse prevalente su quello del singolo a vedere tutelato il patrimonio, nonché su quello dello Stato a vedere affermata la propria autorità.

Queste sentenze hanno il merito di aver ragionato in termini di stretta logica, e di aver prescelto come premesse al filo - poi seguito giuridicamente - l’avvenuto riconoscimento sia di altre forme di aggregazione famigliare, diverse da quella fondata sul matrimonio, sia della dissolubilità del vincolo coniugale, che ha portato alla vanificazione dell’elemento di stabilità e certezza che faceva privilegiare le unioni coniugali a quelle di fatto.

Ciò premesso, la Cassazione è giunta ad affermare che l'unica "ratio" dell'esclusione della punibilità deve essere ravvisata nella tutela non della famiglia in quanto tale, così come rappresentata dall'art. 29 Cost., ma dei vincoli affettivi la cui durevolezza genera una stabile situazione di convivenza; da cui l'applicazione della disposizione contenuta nell'art. 649 c.p., anche al convivente della persona offesa ([18]).

Può essere interessante ora citare testualmente qualcuna di queste sentenze:

«Il diritto non può non tener conto dell'evoluzione della società e della necessità di adattare le sue regole ai mutamenti della realtà sociale; oggi famiglia e matrimonio hanno un significato diverso e più ampio rispetto a quello che veniva loro attribuito all'epoca dell'entrata in vigore del codice penale ancora vigente e la stabilità del rapporto, con il venir meno dell'indissolubilità del matrimonio, non costituisce più caratteristica assoluta e inderogabile ed anzi spesso caratterizza maggiormente unioni non fondate sul matrimonio .

D'altro canto, per venire più specificamente al tema oggetto del presente giudizio, esiste una ragione giustificatrice per differenziare la condotta di chi, dopo aver convissuto per decenni con una persona, gli sottrae un bene e quella di chi pone in essere la stessa condotta in danno della persona sposata il giorno precedente? Se ragioni di politica criminale hanno condotto a ritenere non punibile il furto commesso in danno del coniuge convivente, e punibile a querela quello commesso in danno del coniuge legalmente separato, non può negarsi che identiche ragioni giustificative fondino l'esigenza di identico trattamento per chi sia, o sia stato, legato da identico vincolo non fondato sul matrimonio esistendo, anche in questi casi, la prevalenza dell'interesse alla riconciliazione rispetto a quello della punizione del colpevole» ([19]).

Ma la giurisprudenza non sempre si è dimostrata così di ampie vedute, e qui – per fortuna – è intervenuto lo stesso legislatore, che ha dimostrato di conoscere bene la (in)sofferenza dell’operatore del diritto di fronte a certe ormai inique sperequazioni: si pensi che sono cinque anni fa venivano più volte dichiarate manifestamente infondate le questioni di legittimità costituzionale, sollevate circa l’art. 577 comma 2 c.p., nella parte in cui prevedeva come aggravante dell’omicidio la commissione del fatto contro il coniuge, e cionondimeno si continuava a sollevarne sotto il profilo della disparità di trattamento rispetto all’ex coniuge ed al convivente more uxorio.

Respingendo le questioni, la Corte di Cassazione alludeva al diverso trattamento normativo nei confronti del coniuge, che non sarebbe irrazionale, tenuto conto della sussistenza del rapporto matrimoniale e del carattere di tendenziale stabilità e riconoscibilità del vincolo coniugale ([20]).

Ora, come si è già accennato nelle premesse a questi capitoli, l’art. 577 prevede una specifica aggravante, introdotta dalla legge di conversione della Convenzione di Lanzarote (art. 4 comma 1, lett. e) n. 2, Legge 1^ ottobre 2012, n. 172), per essere il fatto commesso in occasione della consumazione di taluno dei delitti previsti dagli art. 572, 600 bis, 600 ter, 609 bis, 609 quater e 609 octies c.p.: è evidente che la giurisprudenza estensiva in tema di maltrattamenti ora giova anche all’applicabilità dell’aggravante a tutte le situazioni lì oggi ricomprese.

Tornando più specificamente alla materia dei maltrattamenti, si è fin qui trattato il tema dell’evoluzione della giurisprudenza, partita da una stretta e rigorosa applicazione letterale delle norme civilistiche e poi, del pari della modifica di quelle, modificatasi fino ad ammettere sia rapporti di fatto sia vincoli coniugali interrotti.

L’estensione ufficiale al convivente dei diritti di cui gode il coniuge si deve, per precisare anche il dato normativo, alla legge 1^ ottobre 2012, n. 172, che ha introdotto il concetto di persona di famiglia, atta a ricomprendere quindi anche i figli del partner e altri soggetti con cui si instaurino rapporti caratterizzati da solidarietà ed assistenza.

Ma il novero delle situazioni ove possa commettersi il reato di maltrattamenti non si esaurisce nei consorzi famigliari, posto che lo stesso comma 1 dell’art. 572 c.p. può essere riferito anche ad altre condizioni di legame tra autore e parte lesa, che definisce rapporti di sottoposizione o di affidamento.

Per cominciare, chiariamo che sussiste rapporto d'autorità ogni qualvolta una persona dipenda da altra mediante un vincolo di soggezione particolare (ricovero, carcerazione, rapporto di lavoro subordinato, ecc)., concetto che in questa materia si affianca a quello di affidamento.

Sul punto basti citare un caso torinese, ove un ragazzino di origine marocchina era stato affidato ad uno zio, perché gli consentisse di frequentare la scuola nel nostro Paese, e questo invece l’aveva adibito ad accattonaggio, lasciandolo poco coperto e di fatto quasi denutrito. In tale vicenda, la Suprema Corte ha chiarito che tra i due si erano instaurate relazioni e consuetudini di vita, che aveva generato un naturale rapporto di assistenza e solidarietà, i cui connessi doveri gravavano essenzialmente, come è intuibile, sulla persona adulta.

Scrive l’estensore: «Sussiste, quindi, nel caso di specie quella relazione qualificata tra soggetto attivo e passivo richiesta dalla previsione normativa dell'art. 572 c.p., che delinea un reato considerato, di regola, proprio, in quanto si concretizza solo nell'ambito di relazioni familiari o rapporti fondati sulla autorità o su precise ragioni di affidamento. Fa eccezione l'ipotesi, pure prevista, che vede come soggetto passivo il minore degli anni quattordici, con riferimento al quale si prescinde dalla relazione qualificata con il soggetto attivo; ma anche quest'ultimo requisito ricorre nella fattispecie in esame».

«L'oggetto della tutela apprestata dalla norma incriminatrice – ha ricordato poi la Corte - non è solo l'interesse dello Stato a salvaguardare la famiglia, intesa in senso lato, ma è anche, più specificamente, l'interesse del soggetto passivo al rispetto della sua personalità nello svolgimento di un rapporto fondato su vincoli familiari o sull'autorità o su specifiche ragioni di affidamento che lo legano a una persona in posizione di preminenza ovvero, se si tratta di infra-quattordicenne, anche nell'ambito di un semplice rapporto di frequentazione comunque instaurato con l'agente.

Non v'è dubbio che i fatti, così come ricostruiti dal giudice di merito, integrino la condotta tipica del delitto di maltrattamenti, perché lesivi dell'integrità fisica e del patrimonio morale del soggetto passivo, incapace - per la tenera età - di una qualunque reazione autonoma, e tali da rendere abitualmente dolorosa la relazione del medesimo con l'agente» ([21]).

La decisione conclude con parole ancora una volta degne di citazione completa:

«La tutela del minore, in quanto soggetto particolarmente fragile, non deve incontrare limiti di alcun genere e deve essere orientata a garantire comunque la protezione del medesimo, ponendolo nella condizione di non vivere l'isolamento o l'abbandono, di non essere sottratto agli interessi propri della sua età e di affrontare le tappe della crescita, col supporto del soggetto affidatario, in modo equilibrato e sano.

Posto che la norma, in quanto tutela la normale tollerabilità della convivenza, non richiede una totale soggezione della vittima all'agente, è evidente che imporre al minore o anche semplicemente consentirgli un sistema di vita non adeguato alle sue esigenze e anzi in contrasto con queste, lasciandolo esposto sistematicamente ai rischi della vita di strada, all'aggressione dei valori di decoro, di libertà morale, di integrità psichica e fisica ai quali ha diritto, facendogli avvertire il sostanziale disinteresse di chi dovrebbe proteggerlo e avere cura di lui e, quindi, il senso della solitudine e dell'abbandono, significa determinare nella vittima uno stato di sofferenza fisica e morale, avvertito, proprio perché frutto di una condizione abituale e persistente, come intollerabile.

L'offensività del bene protetto dalla norma di cui all'art. 572 c.p. si attua nel momento in cui si crea per la persona offesa la situazione di sofferenza in cui è costretta a vivere. Il verificarsi di tale situazione integra l'evento del delitto e non si richiede che dalla stessa derivi un ulteriore danno alla integrità fisica o psichica del soggetto passivo.

È il caso di sottolineare che il reato, a forma libera, può infatti essere integrato non soltanto da condotte commissive, ma anche da condotte omissive. Rientra certamente in queste ultime il comportamento di chi costantemente si disinteressi del minore affidato alle sue cure e alla sua vigilanza».

La prassi conosce altre ipotesi di affidamento per ragioni di vigilanza o custodia – si pensi ai luoghi di degenza di malati di mente e soggetti non autosufficienti: in tali casi – come si vedrà meglio infra, nei paragrafi dedicati al rapporto con altri reati – entrano in gioco anche problematiche di concorso con altre fattispecie, quali quella di abbandono di minori ed incapaci, con cui infatti i maltrattamenti concorrono, in quanto le relative fattispecie incriminatrici sono poste a tutela di beni diversi ed integrate da condotte differenti ([22]).

Si pensi ancora al regime carcerario, ove la realizzazione di una pluralità di « condotte violente, vessatorie, umilianti e denigranti da parte di appartenenti alla polizia penitenziaria ai danni di detenuti in ambiente carcerario integra l'elemento materiale del reato di cui all'art. 572 c.p. (il quale contempla espressamente il caso del maltrattamento di persona sottoposta all'autorità dell'agente o a lui affidata per ragione di vigilanza o custodia), allorquando le condotte realizzate sono espressione di una pratica reiterata e sistematica. Pertanto, è possibile il concorso tra il delitto di cui all'art. 572 c.p. e quello di cui all'art. 608 c.p., in presenza di accertata protrazione delle condotte per un periodo di tempo significativo, integrando a tutti gli effetti i connotati dell'abitualità che caratterizza il reato di maltrattamenti» ([23]).

Si pensi altresì ai minori affidati per ragioni di educazione ed alla ipotesi che gli stessi siano fatti oggetto di condotte sopraffattrici e violente: sul punto si porranno problemi di differenziazione, o di eventuale concorso, con il delitto di abuso dei mezzi di correzione.

L’impostazione tradizionale dilatava l’ambito applicativo dell’art. 571 c.p. fino ad assorbire tutte le condotte sorrette da animus corrigendi: più di recente invece la Cassazione ha specificato che la distinzione tra questa figura di reato ed i maltrattamenti si individui non tanto sul terreno dell’elemento intenzionale, quanto sul piano della condotta, di tal che: «Integra così il reato di cui all'art. 571 c.p. l'uso in funzione educativa del mezzo astrattamente lecito (di natura fisica, psicologica o morale) che trasmodi nell'abuso, per applicazione arbitraria o intempestiva o per eccesso nella misura, purché non attinga a forme di violenza.

Costituisce abuso dei mezzi di correzione e di disciplina, per esempio, la condotta con cui la madre, ritenendo la figlia responsabile dell'asserita sottrazione di un ciondolo, la costringa con minaccia di percosse a scrivere ripetutamente su un quaderno le frasi sono una ladra, non devo rubare, provocandole così un trauma psichico» ([24]).

Ma il consorzio, diverso dall’ambito famigliare, in cui possa astrattamente configurarsi il delitto di maltrattamenti e che desta maggiore attenzione nell’interprete oggi è la sede lavorativa: è noto infatti che il nostro sistema normativo non preveda ancora una disposizione ad hoc, atta a trattare il fenomeno del c.d. mobbing, ossia quella condotta che si protrae nel tempo con le caratteristiche della persecuzione, finalizzata all'emarginazione del lavoratore, fino a configurare una vera e propria condotta persecutoria posta in essere sul luogo di lavoro ([25]), motivo per cui va rintracciata un’altra fattispecie esistente in cui eventualmente ricomprenderlo.

La Cassazione ha già avuto modo di configurare ipotesi di maltrattamenti di cui all’art. 572 c.p. in capo ai preposti del datore di lavoro che assumano condotte ostili, umilianti e lesive della dignità personale dei dipendenti ([26]).

Una corrente molto diffusa, infatti, incentra l’applicabilità dell’art. 572 c.p. ai casi di mobbing laddove esso sia inquadrabile nei rapporti di sottoposizione all’altrui autorità.

Si legge che: «il rapporto intersoggettivo che si instaura tra datore di lavoro e lavoratore subordinato, essendo caratterizzato dal potere direttivo e disciplinare che la legge attribuisce al primo sul secondo, pone il lavoratore nella condizione di persona sottoposta all'autorità del datore di lavoro e consente di configurare nell'ambito di tale rapporto il reato di maltrattamenti di cui all'art. 572 c.p.» ([27]).

Specularmente e per converso, in carenza di potere autoritativo, il delitto ex art. 572 c.p. viene del pari escluso: «le pratiche persecutorie realizzate ai danni del lavoratore dipendente e finalizzate alla sua emarginazione - c.d. mobbing – non possono integrare il delitto di maltrattamenti in famiglia quando dalla ricostruzione dei fatti non emerga che tra l'imputato ed il lavoratore vessato vi fosse rapporto gerarchico né che l'imputato abbia poteri disciplinari nei confronti del personale» ([28]).

Altro criterio adottato è quello delle dimensioni dell’azienda: «Il mobbing attuato nell'ambiente lavorativo non è inquadrabile nel reato di maltrattamenti in famiglia se l'azienda è articolata e di medie-grandi dimensioni» ([29]).

Fin qui si sono visti tutti i casi in cui la giurisprudenza italiana può ravvisare ipotesi di reato sussumibile nell’egida dell’art. 572 c.p., e si è sottolineato come, nel tempo, il loro novero si sia accresciuto, ma resta pur vero che non ogni rapporto umano può costituire terreno perché si configurino le fattispecie tipiche: nelle massime si richiede ricorrentemente un «rapporto tendenzialmente stabile» ([30]), una «relazione sentimentale che abbia comportato l’assidua frequentazione dell'abitazione dell'altro per un apprezzabile periodo di tempo» ([31]) trattandosi- in tal caso - di un «rapporto abituale tale da far sorgere sentimenti di umana solidarietà e doveri di

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