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La Paura Nell'ombra

La Paura Nell'ombra

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La Paura Nell'ombra

Lunghezza:
225 pagine
2 ore
Pubblicato:
12 dic 2014
ISBN:
9781633391536
Formato:
Libro

Descrizione

Nella prigione femminile di Fresnes, la morte si aggira lungo i corridoi e dentro Le Celle. Degli strani decessi infondono la paura. Suicidi ... o omicidi? Louise si immergerà dans un'indagine en cui la sua vita verrà messa dans pericolo. Sa troppe cose? Venez troverà gli indizi che gli sfuggono? E chi minaccia le prigioniere?
Nella prigione femminile, dietro Quelle mura Grigie, riemergono il passato e la vergogna di Louise. Tuttavia, non molto tempo di AVRA sfruttare i suoi Ricordi par trovare la forza di lottare contro non nemico invisibile.
Non romanzo ricco di suspense che con il suo genere suspense racconta il mondo della prigione de La paura nell'ombra.
Un tuffo nel mondo del carcere.
Pubblicato:
12 dic 2014
ISBN:
9781633391536
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

La Paura Nell'ombra - Héron-Mimouni

Epilogo

La paura nell’ombra

––––––––

Romanzo

Qualsiasi riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale. Alcuni luoghi citati nel romanzo sono frutto di pura fantasia.

Prologo

––––––––

Accese la televisione e la voce squillante del presentatore rimbombò nella stanza. Qualsiasi cosa piuttosto che il silenzio... sulla tavola la cena si stava raffreddando. Un’altra sera stava cominciando. Le celle chiuse dalle sei del pomeriggio, sembrava fosse già notte. La voce della ragazza accanto coprì quella della televisione. Chi è che ha le sigarette?. Come se fosse il momento di preoccuparsene! Si mise a strillare finché il sorvegliante non arrivò alla sua porta....

- Non puoi stare zitta! – gridò Linda.

Sentendo quella voce, Jessica provò un brivido lungo la schiena. La prigione era ancora più difficile con quella carogna di Linda che le faceva passare dei giorni infernali.

- Chiudi il becco! – disse un’altra.

Ed ecco arrivare il suo piccolo piacere della sera. Restare ad ascoltare ciò che lei, per paura, non poteva dire. Eppure, Linda era una donna minuta. Aveva delle braccia magre come due  stuzzicadenti, un viso  irregolare  con le  guance  scavate,

degli occhi azzurri spenti che vedevano il male ovunque e delle labbra strette che facevano passare solo l’acidume. In questo momento, tutta la sua asprezza era rivolta verso Jessica. Di colpo, nessuno osò più parlare per paura della sua reazione. Linda aveva sparso la voce che Jessica non si trovava in prigione per furto ma per maltrattamento infantile. Altre volte diceva che attaccava i vecchietti. Dipendeva dal suo umore. Anche se la storia era assurda, la sua reputazione ne aveva fortemente risentito. A trentatré anni, Jessica aveva ricevuto la condanna massina.

Il sorvegliante si aggirava nel corridoio. Se la ragazza accanto non si fosse presa la briga di guardare il sorvegliante, lei ci sarebbe incappata. Così, Jessica colpì un tubo. Le rispose un colpo secco. Il messaggio fu ricevuto.

Nel piatto trasparente, i fagiolini si erano congelati in mezzo alla salsa verdastra. Jessica prese un pezzo di carne con le punte della forchetta, lo portò sotto il naso e lo annusò. Non aveva un cattivo odore, ma solo un aspetto sgradevole. Devo mangiare, pensò. Avevo mangiato tante schifezze fuori. Non avevo mai fatto la schizzinosa neanche nei giorni sereni. Il denaro per la droga ed il cibo raccolto diventavano un festino. Con la testa sul cuscino e le gambe sotto la coperta ruvida, cercò di addormentarsi. Purtroppo, l’ansia la stava divorando. Sotto il suo piccolo seno, il cuore batteva all’impazzata. Non poteva sfuggire a tutto ciò. Come ogni sera, la sua battaglia contro l’ansia la distruggeva sempre di più. "Lascerò cadere la

zavorra decise. Al punto in cui mi trovo, non succederà nulla se prenderò una o più pillole". Ne prendeva sette al giorno. Cos’erano in rapporto alle misture nelle sue vene perforate? Bisognava passare ad otto.

L’indomani avrebbe risolto il problema.

Beh Jessica, otto pillole per il trattamento contro la droga, sono troppe. Sarebbe scoppiata dietro la porta della cella. E questo è ciò che gli sarebbe accaduto se non avesse sbarrato la strada a quella malvagia bestia che le aveva monopolizzato i suoi primi silenzi. Il medicinale miracoloso! Sembrava così. Jessica non ne poteva più di quelle crisi che la opprimevano la sera, o meglio in qualsiasi momento, e che erano sempre peggio.

Jessica strinse le due minuscole pillole rosa. Da prendere in caso d’ansia.

- La sera insieme al sonnifero – le avevano precisato. Con questo, riuscirà a dormire come un bambino.

La vita è strana, vedere quelle due pillole rosa sulla tavola già la calmavano. Ma era ancora presto. Dal corridoio, immaginava il carrello che passava sul pavimento di cemento. Dietro le sbarre, le ragazze obbedienti o impaurite aspettavano il proprio piatto.

- Travier, il pasto.

- Arrivo,  arrivo.  –  brontolò  Jessica.  Non  c’è  mica l’arrosto...

Il piatto sul tavolo e le pillole rosa accanto. Non voleva affrontare le sue paure notturne e neanche quelle durante il giorno, poiché Linda non lasciava la presa. Quella mattina aveva pensato bene di dire nel bel mezzo del cortile che Jessica raccontava la sua vita e quella delle altre ai sorveglianti e che lei, Linda, le avrebbe fatto la pelle se avesse continuato. Una minaccia per farla spaventare. Non si sa perché Linda facesse questo. Tuttavia quella sgualdrina aveva raccontato quella menzogna con tanta sicurezza che le ragazze, rumorose come api in un alveare, avevano iniziato a spettegolare. Quel maledetto silenzio, così improvviso e sinistro, le fece venire un nodo in gola. Jessica detestava quel silenzio di tomba. Allora, l’unico modo per liberarsi della sua paura era ricambiare e chiudere almeno per una volta la boccaccia di quella sgualdrina di Linda. Naturalmente non si sarebbe avverato e le altre ragazze lo sapevano. Non si scherzava con Jessica... non ci si poteva aspettare tanto da queste giovani ragazze che non avevano alle spalle tanti anni di carcere. Era tutto diverso nel carcere di Avignone. Quel gruppo di ragazze faceva di tutto! C’era un clima di fuoco. Bisognava che lei uscisse da quel posto, sicuramente esistevano posti migliori di lì. Ma per quale motivo poteva farsi spostare? In effetti, l’idea non era buona e Jessica lo sapeva. Tutto ciò che ne avrebbe guadagnato sarebbe stato essere isolata dalle altre. Si sentiva già sola così.

Pensando a quei ricordi, l’ansia divenne sempre di più. Segregata  per la  notte... l’oppressione  era  forte,  diventando

l’unica realtà. Il mondo stava scomparendo. Jessica non era che un cumulo di carne, come un corpo in una bara. Mentre la sua anima volava in alto.

Jessica riempì il bicchiere d’acqua con la mano tremante. Per una volta, non ebbe il riflesso di trattenere il fiato per non sentire l’odore che proveniva dai bagni. Prese le pillole e sentì che il medicinale la penetrava e questo contatto le permise di sentirsi ancora viva.

Per un efficace effetto occorre prendere il sonnifero insieme alle pillole rosa, le avevano spiegato.

Dieci minuti dopo, Jessica stava distesa sul suo letto. Il medicinale stava facendo effetto. I suoi muscoli si stavano rilassando. Il cuore non batteva più all’impazzata. Era in pace.

Il piede del sorvegliante colpì la porta. Jessica sentì quel rumore nel profondo del suo sonno. Era sveglia? No, era come se lei stesse fluttuando. Un sogno sicuramente... o forse un viaggio... chi le aveva venduto la sua dose ieri? Impossibile da ricordare...provava a rivedere l’immagine del giorno  prima. Una via, una casa, un pezzo di puzzle per ricostruire la storia della sua serata.

Jessica provò a muoversi nel letto. Solo un movimento per riattivare il cervello. Niente... allora la mano o un dito... il suo corpo non rispondeva più. La pace di qualche istante prima scomparve. C’era qualcosa che non andava... dove si trovava? E perché non si ricordava del viso dello spacciatore? Forse non esisteva? Si, c’era qualcuno. Una mano, una pillola rosa. Da

prendere obbligatoriamente con il sonnifero la sera. Chi parla? Degli occhi dietro una porta chiusa e delle sbarre. Poi il silenzio. La prigione... era in prigione! Quindi niente overdose... meglio così! Credeva che stesse per morire, ma no. Era in prigione e dormiva nel suo letto. Jessica era così rilassata grazie alla pillola. Allora perché non riusciva a muovere la mano? Perché il suo corpo si rifiutava di obbedire al bisogno di sapere se lei fosse ancora viva? L’inquietudine si fece sentire di nuovo. Rasentando la calma che la rendeva serena nonostante la certezza, perché lei sapeva... ma perché? Per quale strano caso del destino era sopravvissuta all’inferno della droga e stava per morire in quella prigione?

Dal corridoio si sentivano i passi del sorvegliante. Jessica tentò di riprendere le poche forze che le erano rimaste. Doveva chiamarla, ma la sua gola non emise nessun suono. Provò ripetutamente e alla fine rassegnata, Jessica smise di lottare contro la morte.

.

Parte 1

––––––––

1

––––––––

Non avevo mai deciso di lasciarmi prendere dagli avvenimenti. Stavo già male nel mio corpo da ragazzina che avevo scelto di smettere di lottare contro il mio destino. Il mio desiderio di essere semplicemente felice non aveva resistito all’agitazione di essere odiata dalla propria figlia.

Non ero sempre stata così: inerte e senza futuro. Tuttavia, non ero meglio, solo diversa. Ero diventata a poco a poco ciò che sono tuttora, una giovane donna che si lascia sopraffare dalle situazioni. Sapevo bene che resistervi sarebbe stato inutile... c’era una strana forza dentro di me alla quale dovevo obbedire e che mi aveva segnato la vita.

Agli occhi della poca gente che mi frequentava, ero molto docile, sorridente ed utile. Per esempio, mi chiamavano come tappabuchi alle serate in cui gli invitati rifiutavano l’invito. Poiché non avevo mai rifiutato, avevo una cerchia di conoscenze sufficienti. Questa gente non cercava di approfondire la nostra relazione e se non fosse stato così, sarei scappata  all’istante.  Ero  ingiusta.  C’era  una  persona che si interessava veramente a me ed era la mia bambina. Purtroppo, aveva compreso molto presto che c’era qualcosa di sbagliato in me. Emma aveva quattro anni e l’amavo tantissimo. Non vivevamo insieme, ma non per scelta. Non ero capace di occuparmi di mia figlia. Tutto qui.

Non bisognava, però, pensare che mi fossi sbarazzata di Emma per vivere la mia vita o stupidaggini di questo tipo. No, un giorno avevo lasciato la culla da sua nonna e c’era rimasta... cos’altro avrei potuto fare? Le belle teorie sull’amore materno, l’istinto e tutte quelle sciocchezze servivano solamente per riempire le riviste femminili e i programmi televisivi. La realtà era un’altra cosa! Era stato meglio affidarla a mia madre. Anche se non era perfetta ed aveva parecchi vizi, sapeva come occuparsi di Emma.

Mia figlia non era come me. Lei era intelligente. Spesso mi guardava con quei suoi piccoli occhi furtivi che mi ispezionavano. Alle volte, mi guardava sotto i miei abiti e con le sue piccole dita mi sollevava la gonna, mi abbassava i pantaloni o ancora si infilavano dentro le maniche del mio maglione come per capire cosa si potesse trovare dietro l’apparenza. In quei momenti, mi prendeva una così tale dolcezza che la prendevo in braccio e la stringevo forte. Era il mio modo di dimostrarle tutto il mio affetto.

Da qualche tempo, non facevo che trovarmi in difficoltà e la mia vita si logorava sempre di più. Per cominciare, avevo cambiato di nuovo lavoro. Non che mi trovassi male nell’ultimo posto, non mi sentivo neanche troppo in pericolo. Non c’erano uomini che mi giravano intorno, un lavoro facile in cui solo le mie braccia si stancavano a trascinare gli scatoloni nei supermercati della zona. Mal pagata, ma questa non era una novità.

Era stato sufficiente che quel tipo mi parlasse del suo progetto. Insieme al suo socio si occupavano di alcuni affari d’oro, a quanto pareva. Non c’era tempo per pensarci. Vuoi un vero lavoro o no?. Nella mia testa, una vocina mi diceva che quell’uomo non era buono e che le favole non esistevano. Tuttavia dissi Si.

Mi ero trovata tra un bancone e degli scatoloni vuoti, fingendo di avere un vero lavoro. Immediatamente dopo aver passato il ciglio della porta della suddetta impresa, mi resi conto di aver fatto un altro errore. Un altro e mi ero ritrovata disoccupata.

Dopo, ovviamente, mi feci del male. La mia testa si riempì di domande. Tanti buoni propositi mi frullavano nella mente senza che potessi prenderli. Se li avessi ascoltati, non avrei rifatto le stesse stupidaggini. Non avrei avuto una figlia senza un padre, l’iscrizione al collocamento e un appartamento in cui vivere da sola.

Il peggio era cominciato a causa della mia solitudine e dall’essere senza un lavoro. Come d’abitudine, senza sapere come, avevo capito di essere stata presa in giro.

E pensare che tutto questo mi piaceva!

2

––––––––

Luise, mia cara, non è una buona idea, mi disse. Più mi persuadevo che il mio progetto era assurdo, più continuavo a leggere gli annunci. Vediamo, quello è troppo vecchio, non voglio girare attorno a degli anziani... biondo, sulla quarantina, mai sposato, impiegato. Questo prende per fesse le donne... il peggio era che avevo avuto la voglia di lasciarmi trasportare dal suo stupido gioco. Così lanciai il foglio per terra insieme agli altri. Gli annunci di lavoro erano tutti segnati con la matita e pieni di annotazioni.

Niente, il vuoto più totale.

Per non confrontarmi con una nuova giornata senza appuntamenti professionali, mi imbattei negli annunci di incontri.

Ero stanca di stare sola. O meglio di sentirmi sola. Conoscevo qualcuno, certo la mia agenda non era stracolma di nomi, ma era sufficiente per simulare una vita sociale. Avevo anche una figlia di quattro anni e persino una famiglia solidale che si occupava di lei. Nonostante ciò, un sentimento di desolazione occupava la mia mente, il mio corpo ed il moi cuore. Ed era anche per questo che ho deciso di cercare un uomo che sapesse comprendermi.

Decisi di partire dagli annunci di incontri, anche se sapevo che non ci fosse niente di serio.

Avevo pubblicato il mio annuncio la settimana scorsa su un sito gratuito di incontri. Avevo scritto solo un rigo, giovane donna, 32 anni, incontra uomini. Cos’altro dire? Non sapevo come descrivermi, oltre a dire il colore dei miei capelli e dei miei occhi. Meglio così, perché un uomo non doveva incontrarmi solo per la mia chioma bionda o per il bronzo dei miei occhi. Volevo che venissero per conoscere la mia anima, se mai ne avessi avuto una.

Una settimana dopo, avevo ricevuto una risposta. Avevo aperto il messaggio con una mano sul tagliacarte che mi aveva regalato mia madre. Credeva che mi sarei tagliata le vene con quell’oggetto. Era un vecchio in pensione che cercava una donna per compagnia e per le pulizie. Avevo immediatamente cancellato il messaggio. Qualche giorno dopo, erano arrivati altri messaggi. Uno tra tutti mi aveva colpita, non so perché. Soprattutto, mi aveva colpito una frase in fondo alla pagina. Avevo letto la risposta un paio di volte per capire meglio che si trattava di un uomo che stava perdendo il lavoro, la moglie e la casa nello stesso momento. Un uomo benestante che aveva recentemente perso tutta la sua vita. La sua disperazione era come la mia. Gli diedi un appuntamento.

In mezzo alla folla, l’avevo riconosciuto dal giornale che teneva in mano. Venne verso di me con la schiena curva. Ci guardammo, un po’ stupidamente. Probabilmente perché ci eravamo incontrati attraverso un annuncio che io avevo pubblicato e a cui lui aveva risposto. Incapaci di trovare altri modi per fare conoscenze.

Non sapeva che dire, così si mise a raccontarmi del suo divorzio. Sua moglie doveva essere un gioiello. La sua immagine attraversava la mia mente e

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