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Aldiqua
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E-book132 pagine1 ora

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Info su questo ebook

Arrivare tardi a un appuntamento di lavoro può costare il licenziamento. Questo vale per tutti, anche per la Morte. A causa di ciò il “tristo mietitore” sarà anche bandito dall'aldilà e condannato a vivere per sempre sulla Terra, dove si troverà a fare i conti con le debolezze di un nuovo corpo fisico e le contraddizioni di un mondo che conosce pochissimo.
Ma i problemi non finisco qui. Da qualche parte c'è in giro il “sopravvissuto”, colui che sarebbe dovuto morire e che invece, per via del ritardo della Morte, è ancora vivo e vegeto. La sua presenza non prevista potrebbe creare effetti devastanti per l'intero universo e deve quindi essere trovato prima che accada l'irreparabile.
Aldiqua è un romanzo che tratta, in via ironica, le difficoltà della vita, con un occhio di riguardo ai problemi del sud Italia.

LinguaItaliano
Data di uscita28 nov 2014
Aldiqua
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Autore

Quelli di ZEd

Quelli di ZEd è il Gruppo composto dallo Staff, dagli Autori, dai Collaboratori e dai Lettori delle edizioni Zerounoundici. Quelli di ZEd comprende numerose iniziative, fra le quali: ZEd Lab: un laboratorio creativo mondiale per la collaborazione a progetti comuni di scrittori, traduttori e fumettisti di tutto il mondo. ZEd Mundi: un particolare Gioco di Ruolo basato sulla scrittura e sui fumetti, con interazione collettiva in qualunque lingua.

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    Anteprima del libro

    Aldiqua - Quelli di ZEd

    Cosimo Raviello

    Aldiqua

    www.0111edizioni.com

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    www.quellidized.it/

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    Aldiqua

    Copyright © 2014 Zerounoundici Edizioni

    ISBN: 978-88-6307-834-3

    Copertina: Immagine Shutterstock.com

    Se della morte è l’ora, saluta la Signora.

    Stefano Benni, La compagnia dei Celestini

    Prologo

    "In principio era il nulla. Poi qualcosa andò storto."

    Il polemico cartello si leggeva in lingua primordiale, a caratteri cubitali, vicino all’ingresso di un maestoso palazzo. In realtà il messaggio originale prevedeva solo la prima parte. L’altra era stata aggiunta in un secondo momento da anonimi artisti incompresi, denominati vandali dai più. Tre misteriosi tizi a cavallo apparvero dal nulla, scesero dagli animali, li legarono e si avviarono verso l’entrata dell’imponente costruzione che si ergeva di fronte a loro.

    «Un’altra riunione, non ne posso più. Era meglio quando eravamo solo in quattro. Ci organizzavamo tra di noi e ci vedevamo a nostro piacimento. Poi tutte quelle formalità, continuano a chiamarci con i vecchi nomi di lavoro. Senza contare che i nuovi arrivati non li sopporto» disse il più alto dei tre, mentre salivano la lunga rampa di scale.

    «Li chiami ancora nuovi arrivati? L’ultimo è qui già da un centinaio di anni» rispose uno degli altri due.

    «Ma non capisci? Affermano che siamo superati, che loro hanno più lavoro di noi.»

    «Be’, dei quattro che eravamo all’inizio tu sei l’unico ad avere questo problema. Bene o male noi lavoriamo tutti come prima» disse il terzo, che non aveva fino ad allora proferito parola.

    «Certo, è semplice per voi, sono millenni che avete lavoro facile! Io invece sono costretto continuamente a fare corsi di aggiornamento e a creare nuove malattie infettive, ma non appena il lavoro prolifera, puntualmente trovano una cura e io devo ricominciare da capo. Vorrei vedere voi al posto mio. È snervante!» rispose il tizio alto.

    «Dici sempre le stesse cose» disse uno dei altri due.

    «Già» convenne l’altro.

    Il tizio alto sbuffò senza aggiungere altro. Giunti davanti a una spessa porta, la aprì ed entrò per primo nella stanza. Al centro c’era un tavolo dov’erano sedute una dozzina di persone.

    «Pestilenza! Finalmente! Sei solo?» chiese la figura a capotavola.

    «No, ci sono anche gli altri.»

    «Carestia, Guerra entrate!» disse la figura a capotavola, scorgendo gli altri due alla porta.

    «Siete in ritardo vecchi!» gridò uno dei tipi seduti al tavolo.

    «Dovrebbero rottamarvi!» aggiunse un altro.

    «Maledetti ragazzini, venite qui che vi insegno le buone maniere!» sbottò il tizio alto, chiamato Pestilenza.

    «La finite?» intervenne la figura a capotavola «giovani, vecchi, che discorsi fate? Vorrei ricordarvi che qui non hanno alcun senso. Pestilenza siediti. In quanto a voi, Disoccupazione e Depressione, portate rispetto!»

    Nessuno osò replicare.

    «Siamo tutti?» chiese la figura a capotavola.

    «Manca uno» rispose il tizio alto, chiamato Pestilenza.

    «Chi?»

    «Il solito, ma non credo verrà, quindi possiamo cominciare.»

    «Possibile che manchi ogni volta?»

    «Dai, non è colpa sua. È al lavoro. Come sempre.»

    Il sole apparve dalle montagne, cercando di rischiarare con i suoi raggi la città ancora immersa nel buio della notte. Tra lui e il suo scopo si frapposero nubi minacciose, riuscendo magistralmente a sabotargli il piano. Per festeggiare la vittoria, dopo qualche ora scaricarono tutta la loro furia sulla città, che si bloccò come era solita fare tutte le volte che pioveva; il fatto era che lì accadeva spesso. Erano rare le giornate di sole. Il cielo nuvoloso si alternava a lievi pioggerelline e acquazzoni. I meteorologi chiamavano questo fenomeno atmosferico piovoso variabile. Nonostante ciò la città non si era mai preparata adeguatamente alle piogge che la colpivano in continuazione. I tombini non riuscivano a trattenere l’acqua e le strade erano continuamente allagate. Il problema c’era sempre stato. Autorevoli storici affermavano che, senza ombra di dubbio, era per quello che in passato la città venne chiamata Acquamelma. A contribuire alla causa ci pensava il fiume Pantano, un corso d’acqua torbido e fangoso che attraversava tutta la città e spesso straripava unendosi alla strada anche essa fangosa, rendendo quasi impossibile per un passante distinguere dove finiva la strada fangosa e dove iniziava l’acqua fangosa del fiume fangoso.

    Su una strada che costeggiava il fiume, a una delle fermate dell’autobus, un discreto numero di persone imprecava verso il grigio cielo. I due precedenti mezzi non erano passati, pertanto tutti attendevano con impazienza quello in ritardo. Ovviamente non sarebbero riusciti a salire tutti, il che spiegava il silenzio di tomba che aleggiava nell’aria, le occhiatacce che si scambiavano l’un con l’altro e perché ognuno considerasse nemico capitale la persona al proprio fianco. Tra di loro, in piedi, a debita distanza dal gruppo, Grim guardava preoccupato il panorama paludoso di fronte a lui. Per un attimo venne distratto da una piccola imbarcazione che si era arenata nel bel mezzo del fiume, poi però tornò subito alla realtà e ai suoi problemi. Aveva dimenticato il suo orologio e quindi non sapeva l’ora, ma presumeva che fosse tardi, molto tardi. Aveva un appuntamento di lavoro e tutto sembrava dirgli che non ce l’avrebbe fatta ad arrivare in tempo. Da quando era partito, ogni cosa era andata storta. Il suo solito e lungo ferro del mestiere si era inspiegabilmente rotto e aveva perso del tempo prezioso nel cercare di aggiustarlo. Non riuscendoci l’aveva sostituito con un coltellino svizzero dalla dubbia utilità. Mucca, il suo abituale mezzo di trasporto, si era sentito male. Un po’ era colpa sua: sapeva che dar da mangiare a un cavallo cibo in scatola non era un’idea geniale - non che chiamare Mucca un cavallo lo fosse - e che prima o poi ne avrebbe pagato le conseguenze. Aveva chiesto aiuto ad alcuni colleghi, che gli avevano dato un passaggio fino a un certo punto e spiegato che avrebbe dovuto proseguire con i mezzi pubblici. Chiarito per bene come prenderli e dove scendere, erano andati via. Prima però Grim aveva incaricato i colleghi di avvisare i superiori del disguido, in modo che potessero affidare i suoi successivi clienti della giornata a un sostituto. Dopo quel maledetto lavoro poteva godersi un raro giorno di riposo, cosa che non accadeva da tempo. Peccato che i mezzi pubblici, anche nelle giornate di sole, avevano la triste e fondata reputazione di ritardatari. Aveva atteso a lungo l’arrivo dell’autobus che finalmente spuntò all’orizzonte. I brusii di sollievo delle persone si trasformarono in brusii di disperazione nel momento in cui l’autobus, a pochi metri dalla fermata, restò bloccato nel fango e non partì più. Grim non poté fare altro che correre verso il luogo dell’appuntamento.

    Nulla di ciò che stava accadendo sarebbe interessato ai suoi superiori, che non gli avrebbero di certo perdonato il ritardo. L’ordine era preciso: appuntamento con il cliente alle ore 11:53 nella piazza centrale di Acquamelma.

    Giunto finalmente sul luogo sentì un gran fracasso. C’era una folla che circondava un punto preciso. Non riuscì a vedere cosa vi fosse oltre quel muro umano. Tutti quegli ombrelli aperti non semplificavano la situazione. D’improvviso venne distratto dal discorso di alcuni astanti, capendo subito che parlavano del suo cliente.

    «Incredibile, cadere da quell’altezza e non farsi nemmeno un graffio. Che fortuna!»

    Fortuna. Già. Quella che gli era mancata dall’inizio della giornata. Distante da lui, confondendosi col rumore della pioggia e il fastidioso vociferare delle persone, il vecchio campanile della vicina chiesa suonò dodici rintocchi.

    Capitolo 1

    Sei licenziato. Queste le uniche parole scritte su un foglio che Grim trovò poco dopo nella sua tunica. Riceveva spesso dai suoi superiori fogli simili a quello, ma dai contenuti ben diversi: liste di nomi, luoghi e orari in cui doveva recarsi per prendere le anime dei malcapitati di turno.

    Rimase sorpreso da quella notizia. Cosa significava? Uno come lui poteva essere licenziato? Alzò lo sguardo verso il cielo che faceva da tetto ai palazzi del vicolo dove si era rifugiato, non sapendo poi perché, considerato che non poteva essere visto da nessuno. Aveva smesso di piovere, ma le nuvole grigie continuavano a coprire la città. Cosa avrebbe fatto adesso? Non aveva avuto delucidazioni su come comportarsi né su come tornare a casa. Era lì, tipo un fantasma. Certo, era abituato a essere ignorato e a volte, tra una brevissima pausa di lavoro e l’altra, si divertiva a spaventare la gente. Ma un conto era farlo come diversivo, un altro come unica fonte di svago.

    Una voce fece da sottofondo ai suoi confusi pensieri:

    «Mi scusi, potrebbe gentilmente indicarmi la strada per la stazione?»

    Grim, convinto che stessero parlando con qualcun altro, non badò alla cosa.

    «Scusi? Non mi ha sentito?»

    Grim si guardò intorno, rendendosi conto che non c’era nessuno in quel vicolo, oltre lui e il proprietario di quella voce.

    «Allora stai parlando con me? Tu puoi vedermi?» chiese Grim.

    Il signore non rispose e andò via, borbottando tra sé frasi sugli ubriachi mattutini e sulla pericolosità di chiedere informazioni in vicoli deserti.

    Grim rimase stupito, non sapeva se più per il fatto che potesse essere visto o che quegli assurdi esseri umani non rabbrividissero a parlare con una figura come lui. Era sicuro che la sua immagine avrebbe dovuto incutere parecchio timore. Accadeva spesso alle anime appena trapassate che lo vedevano. E invece nulla. Che senso aveva avuto restare invisibile fino a quel momento se a nessun essere in vita importava del suo aspetto?

    Nell’attimo esatto in cui si poneva quel quesito, il suo sguardo si posò casualmente sull’estremità dei suoi arti superiori. Non le solite bacchette bianche prive di carne, ma un paio di mani a tutti gli effetti. Aveva unghie, muscoli, pelle, persino una leggera peluria. Si tastò il busto e il viso. Anche lì sentiva la presenza di qualcosa di nuovo. Poca roba, certo, ma sicuramente di più rispetto a ciò che c’era in precedenza. Questo spiegava quello strano senso di pesantezza che lo accompagnava da un po’. Il che gli parve strano, considerato che

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