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Kalila e Dimna: Fiabe indiane di Bibpai

Kalila e Dimna: Fiabe indiane di Bibpai

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Kalila e Dimna: Fiabe indiane di Bibpai

Lunghezza:
261 pagine
4 ore
Pubblicato:
Oct 12, 2014
ISBN:
9781783015078
Formato:
Libro

Descrizione

•Le storie superbe di Wood possono essere paragonate alle fiabe italiane di Italo Calvino.• Non è necessario elogiare oltre. – Carlos Fuentes

•Oltrepassando confini linguistici e culturali, queste fiabe trascendono anche dagli archi temporali convenzionali. Abbondano di paradossi temporali.• – Roger-Pol Droit (Le Monde)

•Kalila e Dimna• o •La Panchatantra• (anche conosciuto in Europa dal 1483 come •Le Fiabe di Bidpai•) è una composizione di storie sugli animali e su diversi livelli, interconnesse l’una all’altra – a volte ci sono tre o quattro ‘strati’ di storie. Queste composizioni contribuiscono alla letteratura mondiale da più di 2000 anni, essendo migrate attraverso antiche culture in una moltitudine di forme, scritte e orali. Tutte le nostre favole sugli animali, da Aesop ai racconti buddhisti Jātaka, da La Fontaine a Uncle Remus, devono molto a questo libro strano e mutaforme.

Più di mille anni prima di Machiavelli, le fiabe in sanscrito della •Panchatantra• hanno trattato l’inganno, gli imbrogli politicali, l’omicidio, i nemici, i re, i dervisci, le scimmie, i leoni, gli sciacalli, le tartarughe, le cornacchie, e il come noi tutti cooperiamo (o meno!), viviamo e moriamo insieme, o in pace o in conflitto l’uno con l’altro. Questo è un libro pieno di animali e uomini che si comportano oltraggiosamente e che fanno delle cose favolosamente terribili (e tuttavia gentili a volte) l’uno all’altro. Queste sono storie gioiose, tristi, divertenti e a volte brutali, essendo il loro scopo quello di insegnare ad entrambi il re ed il cittadino i modi e mezzi del mondo, quelle realtà dure che spesso si nascondono sotto la superficie della nostra soggettività quotidiana e comoda.

La composizione originale arabica, •Kalila e Dimna• (•La Panchatantra• in sanscrito ne è il precursore) apparentemente costituisce un manuale per sovrani, un cosidetto ‘Specchio per Principi,’ che illustra indirettamente, attraverso una marea di storie e versi didattici, il come (e il come non!) comandare il regno della Sua vita. Con una padronanza astutamente profonda della natura umana al suo meglio (e anche alla peggio!), queste fiabe sugli animali, che di solito evitano la critica moralistica umana, offrono un saggio e pratico consiglio a tutti noi.

Basato sulla suo confronto di traduzioni erudite di testi chiave in Sanscrito, Arabo e Persiano, così come la versione del 1570 di Sir Thomas North, questo è in assoluto il primo racconto moderno in Oriente e Occidente da oltre 400 anni. Nella versione di Ramsay Wood, i significati profondi alla base di queste fiabe brillano, proprio come egli sa cogliere un mondo classico, rendendolo nuovo, rilevante, affascinante e incredibilemente piacevole da leggere.

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Wood’s superb stories should be set alongside Italo Calvino’s retelling of the folk tales of Italy. No higher praise is necessary. – Carlos Fuentes

Crossing linguistic and cultural frontiers, these fables also transcend conventional time-frames. They abound with temporal paradoxes. – Roger-Pol Droit (Le Monde)

•Kalila and Dimna• or •The Panchatantra• (also known in Europe since 1483 as •The Fables of Bidpai•) is a multi-layered, inter-connected and variable arrangement of animal stories, with one story leading into another, sometimes three or four deep. These arrangements have contributed to world literature for over 2000 years, migrating across ancient cultures in a multitude of written and oral formats. All our beast fables from Aesop and the Buddhist •Jataka Tales• through La Fontaine to Uncle Remus owe this strange, shape-shifting 'book' a huge debt.

Over a 1000 years before Machiavelli, the Sanskrit folk tales of •The Panchatantra• covered deceit, political skullduggery, murder, enemies, kings, dervishes, monkeys, lions, jackals, turtles, crows and how we all cooperate (or not!), live and die together in peace or conflict. This is a book full of outrageously behaved animals and humans doing the most delightfully awful (yet sometime
Pubblicato:
Oct 12, 2014
ISBN:
9781783015078
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Winner of the 2007 Nobel Prize in Literature, Doris Lessing was one of the most celebrated and distinguished writers of our time, the recipient of a host of international awards. She wrote more than thirty books—among them the novels Martha Quest, The Golden Notebook, and The Fifth Child. She died in 2013.


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Kalila e Dimna - Doris Lessing

Lessìng

Re Dabschelim

C’era una volta in India un potente e giovane sovrano di nome Dabschelim. Il re soffriva di insonnia, e per passare le lunghe notti di veglia cominciò a interessarsi allo studio degli astri. Fece costruire accanto alla reale stanza da letto un osservatorio astronomico con un’ampia apertura sulla volta celeste e lì raccolse i più sofisticati marchingegni che gli scienziati dell’epoca potessero escogitare: un bellissimo astrolabio in ottone sbalzato di foggia assai complessa, impreziosito da squisiti intarsi in argento, con il cerchio graduato che come segni di riferimento aveva minuscoli rubini e diamanti sapientemente incastonati; regoli e cerchi azimutali belli e solidi ricavati nell’avorio più pregiato; compassi d’oro massiccio; le più minuziose mappe celesti, disegnate su pergamene di qualità sopraffina, riposte all’interno di preziosi cilindri d’ebano finemente intagliato; una sorprendente sfera armillare; una clessidra e altri mille strumenti assai curiosi.

Il re trascorreva le sue notti insonni osservando attentamente gli astri e, incantato dalla silente musica delle sfere celesti, passava ore a calcolare la posizione di stelle e pianeti, cercava di stabilirne altezza e azimut, si sforzava di risolvere problemi di astronomia sferica e annotava con scrupolo ogni calcolo sulle mappe. A volte, tuttavia, quando era di umore cogitabondo, sedeva sullo scranno prediletto e si limitava a fissare la luna.

Qualunque fosse il pensiero o il calcolo che lo assillava, di solito alle prime luci dell’alba cominciava a sbadigliare, a sbattere le palpebre e a lasciar ciondolare la testa sul petto. Era il segnale: i suoi servitori accorrevano, lo afferravano saldamente per le braccia e lo trascinavano di corsa verso la reale stanza da letto; qui lo spogliavano e lo infilavano nel talamo accanto alla moglie prescelta per la notte, che di solito a quell’ora dormiva già da tempo.

Una notte Dabschelim ebbe la straordinaria fortuna di avvistare una meravigliosa stella cadente. Spuntò alta in cielo, vicino allo zenit, tracciò una scìa luccicante nell’oscurità e in un attimo scomparve all’orizzonte. Lo spettacolo era talmente straordinario che persino uno dei servitori, ragazzo di buona indole ma alquanto semplice, restò ad ammirarlo a bocca aperta.

In quei tempi lontani astronomia e astrologia erano considerate una scienza sola: chi studiava le stelle e il moto degli astri cercava immancabilmente di trarne qualche auspicio. Ma re Dabschelim non si interessava di astrologia: certo prestava attenzione a ciò che gli indovini dalle lunghe barbe grigie affermavano riguardo alle posizioni delle case nei segni dello Zodiaco, agli ascendenti e a come il cielo svelasse il futuro dell’uomo

attraverso il mutevole aspetto dei pianeti e la loro posizione. Dabschelim era abbastanza prudente da fìngere interesse per le scrupolose e dettagliate predizioni dei numerosi astrologi di corte: lasciava che si dedicassero alla stesura di diagrammi per trovare le date auspicali prima di una nuova impresa e li stava a sentire anche quando gli davano consigli sulla sua vita privata, ma in realtà non credeva alle loro predizioni. Non che vi trovasse nulla di sbagliato, ma … ecco, l’astrologia era una scienza troppo vaga e imprecisa, e lui stesso osservando la volta celeste si rendeva conto di quante e diverse interpretazioni si potessero dare a ciò che appariva nei cieli notturni.

Il fatto è che Dabschelim non si interessava molto del futuro. In fin dei conti lui era un re, e in quanto tale poteva fare quasi tutto ciò che desiderava. Diffìcilmente si preoccupava del suo avvenire, viveva alla giornata e per il resto … accadesse pur quel che doveva accadere. Quando gli astrologi di corte predicevano qualcosa che non assecondava i suoi capricci, Dabschelim li ignorava e procedeva diritto per la sua strada. Dopotutto era il re e se ne aveva voglia poteva far mozzare il capo a qualunque astrologo: quei signori dalle lunghe barbe grigie ne erano consapevoli e perciò preferivano non contraddire il sovrano quando ignorava completamente i loro consigli.

Eppure, la notte in cui vide apparire la stella cadente, re Dabschelim provò un vago senso di inquietudine. Un evento tanto spettacolare era di certo un segno. Ma cosa poteva significare? Ripose il compasso d’oro che teneva in mano e si sedette sullo scranno prediletto a osservare la luna. In un primo momento, preso da una certa eccitazione, si mise a scrutare con cura inconsueta le bizzarre irregolarità che si scorgevano sulla superficie lunare. Era tutto così misterioso, complicato e strano. Poi a poco a poco si acquietò, e cominciò a fantasticare e a chiedersi, in modo alquanto vago, quale fosse il significato di questo immenso universo. La luna ricambiava il suo sguardo in silenzio.

«Perché mai proprio a me, Dabschelim, è apparsa quella stella cadente?» rimuginava. «E qual è il senso di tutto questo, se un senso deve avere?» Perso in questi pensieri cominciò a sbadigliare, lasciò cadere la testa sul petto e si appisolò.

Subito i servitori accorsero, lo afferrarono per i gomiti e lo trascinarono verso la reale stanza da letto. Mentre i piedi strusciavano sul pavimento di marmo dell’osservatorio, sentì il suo corpo farsi sempre più pesante.

«Stupefacente, davvero stupefacente» continuava a bisbigliare fra sé.

I servitori lo adagiarono delicatamente sul letto accanto a una delle mogli più incantevoli, una bellezza conturbante dai lunghi capelli d’ebano; gli occhi, sapientemente sottolineati dal kohl, scintillavano nell’oscurità della camera nuziale. Eh sì, era ben desta e pronta ad accogliere il suo re, e lo avvolse dolcemente in un abbraccio. Dabschelim cadde in un sonno profondo e cominciò a sognare.

Fu un sogno particolarmente intenso: Dabschelim era seduto al tavolo dell’osservatorio intento allo studio di alcune configurazioni stellari, quando uno sconosciuto apparve all’improvviso e lo interruppe. L’uomo, che indossava vesti d’un verde perfetto, si avvicinò a lui senza gli inchini e le prostrazioni a cui il re era avvezzo; camminava con solennità e il volto e gli abiti sembravano illuminati da una luce interiore. Dabschelim si ritrasse sullo scranno, temendo che fosse giunto l’orribile momento di patire il fendente di un assassino, ma l’uomo si fermò vicino a lui e disse:

«Non temere, o re! Non sono qui per nuocerti, ma per congratularmi. La dedizione con cui scruti l’insondabile volta celeste è l’unico atto meritorio nel tuo regno da molto tempo a questa parte e come tale deve essere incoraggiato. Per questo motivo è dalla fonte stessa di ogni ricompensa che ti giunge questo dono, se solo saprai prestare attenzione agli indizi che ora ti darò».

Dabschelim era esterrefatto. A esclusione del padre che era stato re prima di lui, nessuno aveva mai osato rivolgergli la parola in modo così franco. Si rese conto di avere le mani serrate sui braccioli dello scranno. L’uomo vestito di verde fece un passo indietro, incrociò le braccia e cominciò a parlare con voce tonante:

«Bada di tenere sempre a mente la stella che ti è apparsa questa notte. La vastità del cielo può far capire persino a un re la sua stupidità. Eri nel giusto quando ci soffermasti a riflettere, Dabschelim, ma ci sono misteri che non potrai mai comprendere: quella stella cadente sei tu, o re, una vana scintilla che si consuma in un fugace istante. Anche tu, o re potente e luminoso, intendi svanire nell’oscurità senza lasciare la benché minima traccia del tuo passaggio?»

L’apparizione si fermò e cominciò ad accarezzarsi la barba fissando Dabschelim con un lieve sorriso. Subito dopo si appoggiò sui gomiti al lato opposto del tavolo, tenendo il capo fra le mani. Dabschelim percepì all’improvviso il fresco alito dell’uomo verde sulle guance e rimase senza fiato, ma poi si distese e rilasciò il respiro. Nonostante il volto incombesse su di lui, quegli occhi penetranti gli donavano una misteriosa tranquillità.

«Sono qui per raccontarti di un tesoro ricco oltre ogni immaginazione» disse con tono mite il volto incombente. «Mettiti in viaggio domani all’alba in direzione delle montagne a nord-est, verso Zindawar, e cerca il tesoro prima che sia troppo tardi. Se te lo meriti riuscirai a trovarlo, e capirai cos’è la vera ricchezza, che non dipende dalla tua posizione di misero sovrano - un re obnubilato dal gusto del potere e destinato a scomparire senza lasciare il ricordo di alcuna opera meritevole. Ma è giunto il tempo di andare - tu al tuo mondo e io al mio». Quindi l’uomo verde si scostò e senza aggiungere altro uscì dalla stanza.

Dabschelim ricordò in seguito di essersi lasciato sprofondare nello scranno, né felice né mesto, ma speranzoso sebbene svuotato di ogni forza.

Si destò il mattino seguente prima del sorgere del sole e si mise subito al lavoro per organizzare il viaggio che gli era stato indicato in sogno. L’uomo verde aveva davvero impressionato Dabschelim: ovunque si girasse, vedeva il suo volto luminoso che lo fissava, quasi fosse lui stesso a guardarsi in uno specchio.

«Vostra Maestà ha dormito solo per poche ore e certo necessita di maggior riposo» disse la moglie dai recessi del letto reale.

«Sto bene» rispose il re con un sorriso. «Perché non torni a dormire, tesoro mio?» E lei così fece.

Dabschelim diramò ordini in tutto il palazzo ed entro l’alba riuscì a stanare qualche cortigiano, un paio di ministri assonnati e un piccolo contingente di cavalieri per l’escursione imprevista. Si misero in viaggio verso nord-est, cavalcarono tutto il giorno e la maggior parte di quello successivo, risalendo la valle battuta dalle piene del maestoso fiume Indo. Passarono la seconda notte a Chaudwan, e la mattina del terzo giorno risalirono un irruente immissario dell’Indo, in direzione delle montagne, finché Zindawar non apparve davanti a loro, adagiata come un nido fra le aride alture pedemontane.

Innumerevoli grotte si spalancavano come bocche nere sulle pendici della montagna che si ergeva alle spalle della città fino a scomparire fra le nuvole. Si erano appena rimessi in cammino, quando Dabschelim notò un uomo seduto all’ingresso di una grotta non lontana. Decise che la sua ricerca avrebbe potuto cominciare dovunque — quindi anche da lì — perciò fece deviare il cavallo dalla via principale e si avvicinò all’uomo. Subito l’eremita si alzò in piedi e tutto baldanzoso si fece incontro al re, quasi sapesse cosa era venuto a cercare.

Dabschelim fu travolto da un improvviso impeto di speranza, quando vide la vitalità con cui quel venerabile si avvicinava per porgere i propri omaggi. Scese da cavallo, affidò le briglie a un servitore e andò incontro all’eremita.

«Sire, Sire» gridò l’eremita mentre scavalcava le ultime rocce che li separavano, «mi riempie il cuore di gioia vedere il vostro turbante ingioiellato avvicinarsi a me; oh sì, una gran gioia! Il più potente re d’Oriente che fa visita al tugurio del più misero dei suoi sudditi, ih, ih - a me, proprio a me!» Si interruppe per riprendere fiato e si rivolse a Dabschelim con un sorriso raggiante e contagioso che era impossibile non ricambiare. Questo segno di contentezza da parte di Dabschelim non fece altro che alimentare la calorosa allegria del vecchio che cominciò a saltellare, prima su un piede e poi sull’altro, piroettando allegramente tutto intorno, mentre la barba incolta, che gli ricadeva fino alla vita, dondolava su e giù in modo bizzarro.

«Oh sì» disse a gran voce continuando a danzare, «tutto come nella migliore tradizione. I grandi re fanno visita ai poveri; deve essere così. È così che si fa, è così! Queste azioni rendono i grandi re ancora più grandi, oh sì. Accrescono la loro magnificenza. Gloria! Sia gloria alle forze ignote che governano il vivere umano! Sapevo che era il mio giorno fortunato: lo sapevo!»

Un corpulento ministro sbucò alle spalle di Dabschelim, gli si accostò all’orecchio e bisbigliò che Sua Maestà avrebbe dovuto tenere una certa distanza di sicurezza, visto il potenziale pericolo che quell’imprevedibile svitato costituiva per la sua persona, e che …

Dabschelim non si degnò nemmeno di voltarsi; si limitò a liquidare l’invito alla prudenza, e chi glielo porgeva, con pochi lievi cenni del mignolo della mano destra. Il ministro non poté fare a meno di ritirarsi, ma rimase comunque nei paraggi per intervenire in caso di emergenza.

«Venite, venite Maestà, venite da me» esortò l’eremita con voce cantilenante, saltellando e facendo cenno a Dabschelim di seguirlo. «Voi vivete in un palazzo e io in una grotta! Prego, Maestà, prego, godete della mia ospitalità. Venite, venite!»

«Certo» rispose Dabschelim con un tono di voce che potesse essere udito da tutti, «arrivo».

Si voltò verso il gruppo dei seguaci e con un’espressione severa e accigliata li ammonì a restare dove erano e a non immischiarsi. Il corpulento ministro volse per un attimo gli occhi e le mani al cielo, si strinse nelle spalle consapevole della propria impotenza e tornò fra i colleghi continuando a scuotere il capo.

Fu così che re Dabschelim, in abiti di seta pregiata, le dita delle mani adornate da innumerevoli anelli vistosi e splendenti, i polpacci stretti in fasce di cuoio morbidissimo, lasciando dietro di sé un’incantevole scia di profumo di acqua di rose risalì la collina al seguito di uno scheletrico vecchio accattone con le parti intime coperte a malapena da un cencioso perizoma.

«Sire» disse l’eremita una volta all’interno della grotta, «purtroppo uno come me non può offrire ristoro a Vostra Maestà. No, no … non potrei farlo! In questa casa ci sono solo misere tazze sbeccate che non si confanno certo alle labbra di un grande re. Ma ho un dono per Voi. Mio Signore, oh sì, eccome! Sempre che vogliate accettarlo».

«Non temere vegliardo» replicò Dabschelim, «non ho per niente sete. Sono lieto di essere in tua compagnia e sarei onorato se volessi mostrarmi il tuo dono. Di cosa si tratta?»

«Eh, Vostra Maestà, si tratta di un tesoro, sapete: un tesoro nascosto. E per di più, Sire, è qualcosa di speciale, destinato da tempo immemorabile proprio a re Dabschelim

— oh sì. Il padre di mio padre ordinò a suo figlio: Custodisci il tesoro finché non lo potrai donare a re Dabschelim e mio padre rivolse a me le stesse parole, capite? È un compito sacro che si tramanda da generazioni nella nostra famiglia, oh sì: risale addirittura agli antenati del padre del mio trisavolo. Custodisci questo lascito per re Dabschelim. Ecco cosa ci viene ordinato di fare, di padre in figlio. E visto che voi siete senza dubbio re Dabschelim, vi devo donare il tesoro, oh sì — lo devo fare, lo devo fare! È mio dovere!»

«Santo Cielo, amico mio!» protestò il re. «Dov’è questo tesoro?»

«Be’, Sire, non lo so per certo» rispose l’eremita. Con un braccio tracciò un semicerchio in aria per indicare una zona indefinita sopra la grotta. «È da qualche parte qui intorno, però; oh sì, questo lo so di sicuro. Me l’ha detto mio padre. Ma non saprei dirvi di preciso dove, capite, perché non lo so - non lo so davvero. Chiedete ai vostri servitori di mettersi a cercarlo, Sire. Oh sì, date loro l’ordine di cercare il tesoro. Lo troveranno, lo troveranno di sicuro».

Dabschelim si diresse di buon passo verso l’ingresso della grotta e chiamò i suoi uomini che lo aspettavano di sotto. In un batter d’occhio i cavalieri risalirono la china al galoppo; il re divise il gruppo in piccole squadre e diede loro l’ordine di cercare un tesoro nelle vicinanze. Immediatamente gli uomini si misero a scavare e a tastare il terreno in ogni punto possibile intorno alla grotta. Il re ritornò nell’antro.

«Il tuo dono è davvero straordinario» disse il re all’eremita, «e ora ti dirò il perché».

Dabschelim sedette su una roccia e raccontò al vecchio della stella cadente e del sogno. Era la prima volta che ne parlava con qualcuno, ma era sicuro di potersi fidare dell’eremita.

«Eh sì. Tutto quadra, Sire - quadra, eccome!» esclamò il vecchio quando il re ebbe terminato il suo racconto. «È per volontà suprema dell’Invisibile che vi offro questo dono - sia lode all’Invisibile, sia lode a Lui!»

In quel preciso istante si udì un urlo fortissimo provenire dall’esterno, e il ministro corpulento entrò di gran carriera nella grotta.

«Maestà» disse senza fiato, «venite subito, per favore. Abbiamo trovato qualcosa di sorprendente!»

Per una volta il corpulento ministro non esagerava. Gli uomini avevano rimosso un enorme masso dal crinale della collina e avevano scoperto una piccola grotta. L’ingresso era basso e stretto, ci s’infilava a fatica, ma all’interno la parete superiore era abbastanza alta perché un uomo potesse restarci in posizione eretta. Dabschelim si chinò per sbirciare all’interno della grotta e vide dozzine di vecchi forzieri ordinatamente impilati contro la parete più lontana. I suoi uomini li trascinarono alla luce del sole e li aprirono uno dopo l’altro, con eccitazione crescente. Un sogno che diventava realtà: i forzieri erano pieni di oro, argento, e gioielli. Rimasero tutti incantati.

Dabschelim non credeva ai propri occhi, non smetteva d’infilare le dita nei mucchi di rubini dal valore inestimabile, poi in mezzo ai diamanti, agli smeraldi, alle opali e a miriadi di altre gemme, che lasciava ricadere negli scrigni in rivoli di luci scintillanti. L’eremita saltellava tutto intorno sempre più rinvigorito e batteva in aria i talloni nudi con un’agilità tale che a stento si riusciva a credere che fosse un uomo così avanti negli anni.

«Sia lode a Dio! Oh sì, sia lode a Dio!» continuava a sbraitare. Tuttavia c’era un piccolo forziere che nessuno riusciva ad aprire. Era

pesantissimo, rinforzato da bande di ferro e sigillato con cura in punti diversi da ben sei lucchetti. Dabschelim era così incuriosito da quello scrigno che non esitò a inviare alcuni cavalieri a Zindawar con l’ordine di trovare un fabbro che lo potesse aprire. Nel frattempo organizzò un inventario del mastodontico tesoro: i rubini furono riposti in un

forziere, i diamanti in un altro, e così via per tutte le gemme, mentre oro e argento vennero ammassati per terra in mucchi enormi.

Finalmente arrivò il fabbro che subito si mise al lavoro sul tenace scrigno. Dopo qualche difficoltà iniziale riuscì infine a tranciare i lucchetti. Dabschelim sollevò il coperchio e rimase incantato scoprendo che dentro al forziere si trovava un ennesimo scrigno, ancora più prezioso, in argento massiccio e decorato su ogni lato da intricati intarsi dorati. Un vero gioiello di artigianato; era un peccato forzarlo, ma non c’era altro modo per svelare l’arcano, e alla fine il fabbro dovette rimettersi al lavoro. In pochi minuti riuscì ad aprire anche lo scrigno d’argento, che ne conteneva un terzo, questa volta un cofanetto d’oro adorno di diamanti e rubini così grandi e preziosi che nemmeno il re ne aveva mai visti di simili. Nel lucchetto era infilata una chiave dorata. Dabschelim la girò e sollevò il coperchio. All’interno apparve un rotolo di raso bianco, legato da un nastro rosso e sigillato con ceralacca.

Dabschelim ruppe il sigillo e sfilò il nastro. La striscia di raso era assai lunga, e la superficie interna riportava un testo scritto con una calligrafìa sublime, chiuso da un sigillo identico a quello apposto sul nastro. Il messaggio, tuttavia, era redatto in una lingua antica che nessuno conosceva.

«Che assurdità» commentò Dabschelim con una risata. Si sedette su un baule lì vicino e cominciò a scervellarsi sul misterioso scritto, incapace di venirne a capo. Ministri, cortigiani e cavalieri si affollarono attorno a lui per dare consigli e interpretazioni. Qualcuno ipotizzò che il documento fosse un talismano magico, pensato per proteggere il tesoro; altri supponevano che il testo riportasse le ultime volontà del suo proprietario; altri ancora affermavano che potesse essere una maledizione e che, quindi, fosse potenzialmente pericoloso; e c’era chi aveva opinioni ancora differenti. Presto gli uomini del re cominciarono a discutere, cercando di convincersi a vicenda circa la bontà delle proprie ipotesi.

«Silenzio!» ruggì a un certo punto Dabschelim. «Tutte queste chiacchiere insulse non ci porteranno da nessuna parte. Abbiamo bisogno di un traduttore che conosca questa lingua. Montate di nuovo a cavallo e

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