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Never Stop: I Rolling Stones oltre i confini del tempo
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E-book70 pagine1 ora

Never Stop: I Rolling Stones oltre i confini del tempo

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Info su questo ebook

Perché i Rolling Stones sono eterni? Perché niente riesce a fermarli? Questo ebook ripercorre in particolare gli anni 10 del Terzo Millennio, quelli del cinquantenario "e oltre": anni di apparente rilassamento, in realtà gravidi di successi, pericoli, tragedie. Come sempre. Ma nel segno di una grandeur ormai smisurata, che ha inghiottito anche il mito e non consente stop. Fino alla fine del tempo.

LinguaItaliano
Data di uscita26 mar 2014
ISBN9781311935922
Never Stop: I Rolling Stones oltre i confini del tempo
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Autore

Massimo Del Papa

Faccio il giornalista dal 1990. Ho scritto alcuni libri, di preferenza in formato ebook.

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    Anteprima del libro

    Never Stop - Massimo Del Papa

    Never Stop

    I Rolling Stones oltre i confini del tempo

    Massimo Del Papa

    Copyright Massimo Del Papa 2014

    Published at Smashwords

    A questo punto, niente mi sorprende più (Keith)

    Io vivo nel momento, quando sto lassù non c'è altro (Mick)

    Se questo fosse l'ultimo, non posso dire che mi dispiacerebbe. Sono 50 anni che lo ripeto (Charlie)

    Il bello deve ancora venire! (Ronnie)

    Indice

    Un'altra dose

    Rodaggio per un motore (apparentemente) fuso

    Il ruggito del Gorilla

    Cinguettando sulle Pietre

    In Inghilterra

    Lugubre

    Ieri, oggi, domani

    L'eterno ritorno

    Il segreto

    Undercover Band

    Cronache dalla fine del tempo

    … and counting

    Never Stop

    Un'altra dose

    Il sorriso, almeno quello, è uguale. Keith Richards non sarà più lo stesso dal misterioso incidente della palma, nel 2007, ma quando irrompe in scena per l'ennesimo concerto la foresta che ha in faccia s'irradia del raggio di sole del primo concerto, cinquanta e passa anni prima. L'estasi e la beatitudine di chi ha chiuso la vita nel cerchio di ciò che doveva fare. La musica e nient'altro che quella. Tutto il resto passa, la musica torna, inesorabile benedizione. Adesso i Rolling Stones hanno deposto la grandeur dell'entrata in scena, quei balzi anfetaminici, quell'apparire da una mitologia infernale; vecchi, sono tornati ad una informalità da esordienti. Keith arriva che lo speaker, stentoreo, sta ancora annunciandoli, arriva col sorriso e una sciarpa addosso e prende posizione: a volte spara l'accordo sbagliandolo clamorosamente, come in entrambi i concerti ad Hyde Park, nell'estate del 2013. Ma non importa, non è più un errore, non se ne fa un dramma, tutt'altro, anche un accordo scentrato, da punk settantenne, può nutrire una leggenda eccedente se stessa. Schianti di tamburi, video introduttivi non mancano, il cerimoniale dell'esagerazione va rispettato ma l'entrata in scena è sorprendentemente semplice, quasi naif. Come a dire: che altro potremmo inventarci, a questo punto, se non essere? Bastano loro, quelle fisionomie da pupazzetti, da scheletrini avvizziti costretti a ballare con la morte, anche dopo morti. Basta il sorriso da cane sul muso di Keith, l'agitarsi di Jagger, lo spasso di Ron Wood, il mulinar di braccia, solo quelle, di Charlie dietro alla banda.

    Keith Richards non doveva essere qui. Non doveva essere più da nessuna parte, per parafrasare il tormentone di Max Miller riproposto ad ogni concerto. Quell'astruso, implausibile incidente alle Fiji, la caduta da una palma, secondo la versione ufficiale, mai commentata da Jagger e sulla quale circolano almeno altre dieci versioni, una più inquietante dell'altra, che gli avrebbe provocato una devastazione al cervello inesplorata per quasi una settimana, infine arginata a cranio aperto, con i pensieri che se ne volarono via come farfalle. Giorni tra la vita e la morte, ma più di là che di qua, poi il risveglio e i timori: se non ce la fa più a camminare? Se non ce la fa a parlare? Sette placche di titanio a tenere insieme quella mente già testata da mezzo secolo di giorni all'arma bianca, un'Apocalisse permanente, lui che esce dalla clinica improvvisamente decrepito, con un colbacco sulla testa e un pallore che puzza di cadavere. Ma tre mesi dopo è a San Siro, davanti a sessantamila persone che tornano a prosciugargli l'energia. Poi anche a Roma, dove lo vediamo da vicino, assente, sconnesso, due improbabili baffetti che gli stanno malissimo, lo rendono ebete, ma forse servono a mascherare una smorfia innaturale. E giù Vicodin, ed altri composti chimici che però, per la prima volta, scacciano via le droghe dal corpo. La fine di quel tour fu penosa, straziante a vedersi, coi giornali che sollevavano apertamente le loro perplessità sul senso di un Richards sopravvissuto a se stesso, con lui che nel bel mezzo di Sympathy si sedeva per terra, sconfitto e sorridente, andate avanti voi, che io non mi ricordo. E l'impossibilità di far due cose insieme come cantare e suonare, terribilmente evidente di una mente finita. L'ultimo show alla O2 Arena di Londra fu davvero un sollievo drammatico, finita se Dio vuole, andata, chiuso per sempre. Keith Richards non stava più in piedi, ma non come negli anni Settanta, il suo prodigioso palazzo d'ossa s'era schiantato e veniva giù sotto il peso di una chitarra di colpo troppo pesante.

    Gli anni a venire non avrebbero che confermato il crollo. Tre calendari, mai successo prima, senza vederlo suonare, coperti da quell'autobiografia grandguignolesca, Life, una Spoon River di ricchi e famosi, orrorifica, certo, emozionante, va da sé, ma come un po' piatta, tutta una corsa appresso alla vita con pochi momenti di quella riflessione che da un uomo pericoloso, bizzarro ma sempre molto intelligente come lui ci si sarebbero aspettati. Quanto a questo, le memorie di Ron Wood erano molto più godibili, fresche, non meno avventurose ma con più senso, un assolo riuscito meglio. Ma Keith è Keith, anche quando non suona, e Life ha fatto sfracelli come i migliori dischi dei Rolling Stones. Intanto cresceva una pancia innaturale, i capelli imbiancavano liberi di diradarsi, affiorava, nelle interviste, nelle ospitate televisive, una inedita propensione a ridere di gusto, non più il ghigno mannaro, proprio risate incontrollate, anche un po' goffe, chissà quanto innaturali anche quelle. Se però c'era da suonare, meglio cambiare canale. Il maestro dell'acustica, della chitarra ritmica essenziale e implacabile nella sua precisione, non riusciva più a trovare il tempo. Non trovava gli accordi. Si lanciava in assoli che perfino un bambino alla prima strimpellata avrebbe azzeccato meglio. Una discesa sconcertante e patetica, lui che non sapeva più far niente e rideva e tutti a battergli le mani come a un vecchio con l'Alzheimer, un ex pericolo pubblico cui non si può rifiutare il rispetto. Ma, a luci spente, tutti mormoravano: è finito, è andato.

    Quando si

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