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La Primavera del Botticelli

La Primavera del Botticelli

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La Primavera del Botticelli

Lunghezza:
111 pagine
1 ora
Pubblicato:
20 lug 2011
ISBN:
9781465968838
Formato:
Libro

Descrizione

La Primavera del Botticelli non è quella esposta agli Uffizi. Non quella vera. Quella vera è a casa di Tessa, custodita da sempre nella sala di Fra' Diavolo. Qui i personaggi del dipinto nascono dalla tela ogni giorno. In bilico tra reale esistenza e follia la storia si dipana fino all'invitabile epilogo quando Zefiro diventato per Tessa padre, maestro, amico, vorrà esserne anche l'amante.

Pubblicato:
20 lug 2011
ISBN:
9781465968838
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Sura Bizzarri vive a Maresca, in Toscana con la famiglia e numerosi animali. Coltiva da sempre la passione per la scrittura. "La Primavera del Botticelli" è il suo primo romanzo. E' arrivata un'altra appassionante storia nella quale il gusto per il cibo vegetale, la carne umana e il pensiero totalmente primitivo si intrecceranno fino a dissolversi l'uno nell'altro. A Love Supreme - Cannibal Caino è disponibile per tutti qui su Smashwords e tra breve sulle pricipali librerie on-line. (Se non la trovate andate in fondo alla pagina di ricerca e disattivate l'adult filter cliccando su "Deactivate adult filter", è una storia non adatta ai bambini.)


Anteprima del libro

La Primavera del Botticelli - Sura Bizzarri

La Primavera del Botticelli

By Sura Bizzarri

Copyright © 2011 By Sura Bizzarri

Smashwords Editions

Smashwords Edition, License Notes

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Capitolo 1

Mi chiamo Tessa, ormai non sono più giovane. Ne è passata di acqua sotto i ponti dell’Arno, le case hanno cambiato colore, le macchine hanno riempito le strade, i tetti sono stati scoperti e poi ricostruiti, i bimbi sono cresciuti e i vecchi spariti.

Ne è passato di tempo dai miei primi ricordi e i ricordi sono ancora tutti lì, riposti in tante tasche che si aprono da sole. Non ne ho persi neanche uno, conservo gli odori, i suoni, i sapori e anche le più intime emozioni di tutti i personaggi che hanno incrociato, intrecciato, condiviso la mia vita. E tuttora la mia vita continua a intrecciarsi, confondersi e specchiarsi con quella di tutte le persone che sono intorno a me. E sono tante.

Molti mi credono pazza, ma sono solo sincera, non cerco di sembrare un’altra; la verità non ha paura di se stessa.

Vivo da sempre tra il Campanile di Giotto e la Torre di Palazzo Vecchio, cammino da sempre tra i corridoi degli Uffizi e Giardin de Boboli. Insegno ai bimbi a lavorare la creta, a impastare la terra con le mani e ammorbidirla, modellarla, sfiorando il divino. L’odore di terra bagnata si spande nella grande stanza-laboratorio, le narici se ne impregnano: le mani umide, i capelli che ricadono sul viso, i vestiti da lavoro sporchi di argilla e l’impegno degli occhi e dei volti riportano me e i miei studenti a uno stato primordiale; gli alberi fuori dalla parete di vetro sono la nostra foresta, quando piove ci sentiamo immersi in un vapore di giungla, ci addentriamo nella nostra Africa-madre fiorentina e creiamo totem protettori e monoliti ancestrali. L’arte dei bimbi è commovente, è vicina alla creazione, la creazione dal niente, guidata dall’istinto, dai pochi concetti appresi, dai desideri. Non è guidata da un obiettivo imprescindibile, è libera e spontanea, respira dei piccoli respiri dei creatori, ha in sé i tocchi delle piccole dita e le cicatrici dei momenti di noia e di rabbia. Non ha tesi da giustificare, non ha recinti di correttezza entro i quali dover stare.

Il mio laboratorio, la mia casa, il mio giardino alberato, la mia Firenze sono il mondo che voglio ricordare per sempre, che lascerò a chi verrà dopo di me.

Io sono nata qui. Avevo pochi mesi e passavo intere giornate con la nonna; mia madre doveva lavorare in un negozio del centro. Nonna Tina mi metteva nel seggiolone e preparava marmellate con i frutti degli alberi del nostro giardino. Parlava, parlava sempre, mi spiegava passo dopo passo tutte le operazioni di pelatura e bollitura della frutta, di invasamento sottovuoto. Mi raccontava novelle, storie della sua lontana infanzia, filastrocche e antiche credenze su fate e streghe. La magia del suo mondo mi incantava già da piccolissima; i suoi gesti semplici e concreti, i suoi rimedi contro ogni mio problema, il suo modo ironico e fluido di farmi apprendere la vita, la sua voce calma e sicura riempivano i miei cedimenti, colmavano le mie insicurezze.

Quello che la mamma mi ordinava e imponeva di fare sembrava irraggiungibile, non mi sentivo mai pronta. Nonna Tina esprimeva lo stesso concetto riconvertendolo alla mia portata, facendomelo percepire come qualcosa che desideravo, nata da me; mi rendeva sicura, coraggiosa, in grado di provare.

Le giornate con lei erano il ribollire dei fornelli accesi, l’odore dolce e consolante dello zucchero che cuoceva con la frutta, il sapore d’infanzia del pane col burro. La cucina era solida e chiara, sempre invasa dalla luce prepotente delle grandi vetrate che perimetrano l’intera casa, le voci di Firenze arrivavano attutite, ma ben distinte, la calma dei nostri gesti mi rendeva tranquilla, sicura.

Il giardino era il teatro dei miei giochi, il respiro dei miei discorsi, il filo sul quale stendevo i miei progetti e sul quale camminavo in equilibrio tra i desideri, i doveri, i compiti e l’ozio dei pomeriggi vuoti, fra le parole cantilenanti della nonna e il sonno che calava come l’ombra dal faggio.

Sin dai primi mesi, quando ero inquieta e la nonna non riusciva a leggere i miei desideri, mi portava nella sala di Fra' Diavolo, al piano superiore. Era una stanza grandissima, piena di luce e poco altro; un tappeto decorato, un tavolo basso con zampe di leone, un divano inciso con volti di uomini e donne colpiti dalla grazia e un quadro, il quadro. Solo il gatto restava con me, si accoccolava sul tappeto e mi parlava in miagolese, mi girava intorno e strusciava la testa sulle mie gambe.

La nonna veniva spesso a controllarmi, non sentiva la mia voce, non sentiva movimenti. Mi trovava sempre buona, gli occhi dentro il quadro, le mani ferme in grembo, uno stato di calma e serenità. Ogni volta io entravo nel quadro, ne restavo coinvolta, ne mangiavo e ne bevevo in una comunione intensa. La nonna sorrideva, mi chiamava; la guardavo e la rassicuravo, poi mi voltavo di nuovo e riprendevo la profonda e partecipata osservazione.

Mentre diventavo grande le mie abitudini si modificavano ben poco; Firenze cresceva, ma il traffico non toccava il nostro bel giardino, la scuola assorbiva molto del mio tempo, le nuove amicizie mi portavano più spesso fuori di casa, ma il rapporto con la nonna era sempre quello e le sedute nella sala di Fra' Diavolo erano sempre intense. Lì facevo i compiti, leggevo e ascoltavo musica. Lì mi ponevo domande sul senso delle cose, lì riflettevo e incessantemente ripensavo ogni mia esperienza. Tuttora frequento ogni giorno quella sala, quando sono sola, quando, usciti i bambini e finito di pulire e riordinare il laboratorio, mi concedo a me stessa.

Nonostante il nome poco rassicurante ereditato dalla storia, la mia sala è mite come una giornata di primavera, luminosa come un campo di grano che muove il pomeriggio, familiare come un gatto che fa le fusa, emozionante come la vocina di un bimbo che per la prima volta chiama mamma.

Capitolo 2

Qualcuno suona il campanello. Sono nel laboratorio, le mani lavorano la creta che gira sul piccolo tornio. Mi pulisco in fretta, sto attendendo i bimbi più piccoli, quelli del primo corso. Stavo proprio preparando tante piccole forme per facilitare il loro lavoro. Il pulmino giallo scarica tante vocine che mi salutano, felici di venire ad impastarsi, sporcarsi, tuffarsi nella creta umida.

Bimbi, oggi siamo indiani d’America che vedono passare una mandria di bisonti; ci dobbiamo nascondere dietro i cespugli, lasciarli passare osservandoli bene, in silenzio e poi, invece di fare una foto, usiamo la creta per costruire tante statuine uguali a loro. Intanto cominciamo a parlare piano e dipingiamoci righe verdi sul viso per nasconderci tra le foglie. Dobbiamo farci piccoli, sembrare foglie tra le foglie.

Urla dei bimbi che si incolonnano in fila e cercano di scavalcarsi per farsi truccare prima. Passo accanto alla fila e segno di verde ognuno di quei visi sorridenti e sdentati.

Ora bimbi facciamo piano, cominciamo a calmarci. Tutti fuori, ognuno si nasconda dietro gli alberi o le foglie più grandi.

Maestra, maestra, sono dipinto troppo poco, mi vedono. Scappano!

Passo nuovamente davanti alla fila e concedo altri tratti di verde a tutti.

Bimbi, ora siamo pronti! Usciamo in silenzio e … occhi aperti!

Il mattino è rilassante; i bimbi, anche se piccoli, si controllano bene. Entrano nella parte e mi seguono man mano che impartisco istruzioni e passiamo dal puro gioco ai primi rudimenti della lavorazione. Ci divertiamo, io e loro, ci sono tanti piccoli incidenti ironici, tante domande che suonano buffe, tante piccole scoperte che ci emozionano.

Il pomeriggio di solito tengo i corsi più avanzati, per bambini più grandi, ragazzi e anche adulti. Ci sono anche anziani che creano, modificano e distruggono quello che ritengono impresentabile. Il continuo lavorio del mio laboratorio è un brulicare da formicaio, è l’ora d’uscita dagli uffici in una grande città, è una fabbrica con tanti mattoni viventi che si scambiano, si spostano, si sporcano e si puliscono, prendono e posano arnesi, si impegnano per poi rilassarsi nella contemplazione della loro opera.

Gli scaffali sono pieni di vasi, calici, statue, globi; normalmente gli studenti portano a casa il loro lavoro, ma qualche

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