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La voce di Arnold. Monologo teatrale

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Sintesi

Un viaggio, da Andermatt nel centro delle Alpi elvetiche, attraversando i Balcani, fino ad un’isola greca delle Piccole Cicladi, Iraklia, dove dimenticare e dimenticarsi. Sull'isola c’è un vagone ferroviario degli anni ’60 con la scritta Ferrovie Federali Svizzere, gli abitanti conoscono il nome Andermatt. Da Andermatt, al centro delle Alpi Svizzere, nel 1974, un uomo partì in sella a un trattore Hürlimann D70 con a rimorchio un vagone ferroviario. Il suo nome: Arnold Hunsperger. Nato poco dopo la Seconda Guerra e vissuto in due luoghi. Sulla montagna ed accanto al mare.

Arnold realizza un sogno: partire. Lasciare tutto quanto ed andarsene. Dove? Non ha importanza. È che il sogno si trasforma in incubo. Perché non è che uno perda i problemi abbandonando casa, non è che andandosene si risolva tutto. Si dimentica. Dimenticare significa anche essere dimenticati. Da un luogo si proviene. Capirlo potrebbe significare vivere, anche altrove. È questa la storia che ci ha affascinato. È così che siamo partiti. Oggi: 38 anni dopo. In due. Utilizzando mezzi pubblici. Incontrando gente e seguendo il vento. Un giorno dopo l’altro per cercare il significato di partire e arrivare. Qualcuno lo ha sentito dire che non appartieni ad un luogo se non ne vedi almeno sette tramonti. Forse è quello il senso. Camminando pensavamo a vento, aria, acqua e sale. Ogni giorno luoghi, colori, odori diversi. Il monologo è figlio del viaggio. Immagini e suoni nel testo non potevano essere descritti, perché registrandoli li avremmo portati nello spettacolo. Così come la musica. Musica per sovrapporre dinamiche e tessuti. Cercando mondi sempre diversi ma legati alla narrazione. L'abbiamo voluta sul palco: intromessa, presente e fondamentale alla storia. Storia che vive di immagini, che sono la memoria di Arnold. 8 metri di telo, come se le immagini fossero partorite dai ricordi di Arnold. Dettagli e grandi spazi, mescolati, ricostruiti, così da creare un continuo dialogo tra realtà e poesia. Immagini reali ma componenti interne e astratte al disegno dello spettacolo. Immagini come legante tra voce, musica e suono.
I suoni registrati trovano spazio nella narrazione a volte mescolati alla musica, a volte riportando con forza al monologo recitato. E infine la voce, che nel mezzo di linguaggi così diversi e approfonditi deve cercare una geografia di movimenti chiari, diretti, nitidi. Lo spettacolo è la ricerca di equilibrio. L’equilibrio necessario per appartenere ad un luogo, a se stessi. Lo chiamiamo monologo per attore, violoncello, immagini e suoni. Perché sono in quattro, là sopra, a raccontare.
E poi luce, per provare a immaginare, a sognare.

Flavio Stroppini, Monica De Benedictis

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