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Italia, Potenza globale?
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E-book245 pagine7 ore

Italia, Potenza globale?

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Info su questo ebook

Il libro si occupa di investigare le attuali direttrici della politica estera italiana, esponendone i punti di forza e di debolezza in
sei capitoli. La trattazione prevede un doppio canale, geografico e settoriale: sono state analizzate le caratteristiche dei rapporti
politici e commerciali dell’Italia in quattro aree (Estremo Oriente, Balcani, Mediterraneo, Stati Uniti) nonché il concetto di interesse
nazionale e l’importanza dell’approvvigionamento energetico.
Il filo rosso che collega l’intera opera è rappresentato da un approccio originale alle relazioni tra l’Italia, l’Unione europea e gli altri partner continentali in un contesto
di competizione globale. Pur partendo da solide convinzioni europeiste, gli autori desiderano
rimarcare la persistente divergenza di interessi in merito ad alcuni aspetti sostanziali della politica estera. Al contempo, però, sono stati evidenziati i punti sui quali un’azione sinergica dei vari attori europei possa essere fruttuosa per tutti, dando vita ad una strategia win-win (mentre in altri casi si tratta di un gioco a somma zero tra i Paesi europei, nel quale al rafforzamento di un soggetto corrisponde l’indebolimento di un
altro).

LinguaItaliano
Data di uscita30 nov 2012
ISBN9781301215355
Italia, Potenza globale?
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Autore

fuoco edizioni

La Fuoco Edizioni, giovane e dinamica casa editrice di Roma, nasce nel 2008 grazie ad una passione incodizionata per il sapere come porta sulla libertà umana. Specializzata in pubblicazioni di narrativa contemporanea e saggistica storico-politica, si distingue per la ricerca di opere di qualità e pregio, ma con un occhio sempre attento anche alla sperimentazione di nuovi generi. In particolare, abbiamo inaugurato un filone dedicato allo studio della geo-politica come mezzo privilegiato per l'interpretazione e la comprensione delle dinamiche internazionali, le quali, in un Mondo sempre più globalizzato, non mancano di influenzare ed a volte cambiare radicalmente la nostra vita di tutti i giorni.

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    Anteprima del libro

    Italia, Potenza globale? - fuoco edizioni

    Prefazione

    Allungata al centro del Mediterraneo, contenuta a Nord dalla cortina delle Alpi, costretta a osservare l’orizzonte di un Est vicino e un Ovest lontano, l’Italia è un paradosso geopolitico: al centro di tutto, rischia di star fuori da tutto. La nostra politica estera è influenzata dall’eterno pendolare tra la speranza di essere una Grande Potenza e il non volerlo essere per ragioni di bilancio, di cromosoma, di applicazione costante al duro lavoro delle relazioni internazionali.

    Chiusa la Prima Repubblica, è rimasta la vocazione a mantenere rapporti con l’area del Mediterraneo e una lealtà di fondo all’amico americano, con l’innesto – in realtà un potenziamento di antichi legami – dell’Orso russo personificato dal regime oligarchico di Vladimir Putin. E poi? Poco altro, o meglio tantissimo sul piano delle potenzialità, ma sempre con la frustrazione di non poter realizzare una compiuta politica estera.

    L’alleanza con gli Stati Uniti ci ha costretto a fare alcune cose importanti: la missione in Afghanistan, quella in Iraq, quella in Libano, ma sempre nel segno più della fedeltà al concerto internazionale che all’idea di sviluppare un’armonia propria che rispondesse all’interesse nazionale. Prendiamo l’Afghanistan, terreno accidentato di un esperimento politico non ancora realizzato e in parte fallito: l’esportazione della democrazia. Non si è vista quella occidentale – e nessuno si illudeva di farla nascere così – ma neppure una simil-democrazia tribale in chiave afghana ha preso il volo. Dieci anni dopo, siamo al dilemma morire per Kabul? e all’opinione pubblica risulta sempre più incomprensibile una missione che aveva l’ambizione di edificare un avamposto dell’Occidente dove Osama Bin Laden comandava le operazioni per la distruzione del centro di Manhattan. Le operazioni combat dei nostri soldati finiranno nel 2014, il nostro impegno finanziario e di nation building continuerà, ma il sospetto è quello di aver sacrificato molte vite e grandi risorse in un’avventura i cui esiti finali non hanno mantenuto le promesse.

    L’interesse nazionale? Per ora si può dire che abbiamo rispettato gli impegni multilaterali, quelli che derivano dalla nostra partecipazione al forum militare della NATO, alla grande illusione dell’ONU, ma altro non riusciamo a scorgere tra le rovine fumanti del regime talebano e il fragile governo afghano. Quella parte di Medio Oriente non è mai stata il nostro Grande Gioco.

    Potevamo applicare uno schema vincente in Libano, tuttavia anche qui siamo nel limbo di una missione che fa da cuscinetto tra Hezbollah e Israele, ma non compie alcun passo in avanti sul piano della stabilizzazione di un’area che promette altro fuoco e altre fiamme.

    Interesse nazionale? Non pervenuto

    In Iraq abbiamo fatto meglio – e pagato molto in termini di vite umane – ci siamo ritirati prematuramente sulla spinta di un’ondata demagogica e un calcolo politico errato del governo di centrosinistra guidato da Romano Prodi. Sono rimasti i lutti, le polemiche sulla guerra e le armi di distruzione di massa mai trovate, qualche buon contratto di esplorazione petrolifera e un ottimo lavoro svolto dai nostri carabinieri e dalle organizzazioni non governative. C’era un interesse nazionale palese, ma il risultato è inferiore alle attese.

    Cito tre missioni militari per introdurre un libro che cerca saggiamente di dare una visione a 360 gradi dello stato dell’arte della nostra politica estera. Questi esempi offrono una logica stringente. Quando un Parlamento invia i propri soldati in un terreno ostile e la politica decide che è il momento di mettere gli stivali sul campo di battaglia, servono due ingredienti fondamentali: visione strategica del futuro e responsabilità. Possiamo affermare senza dubbi che queste due condizioni sono state rispettate in pieno?

    Ne dubito. La politica non è una scienza perfetta, ma è evidente anche a chi non abbia i ferri del mestiere, la finezza dell’analista o le masse di dati disponibili sulla missione, che qualcosa è andato storto. E non è per un deficit di preparazione militare – tutt’altro – o per una lettura sbagliata del teatro operativo, ma per l’assenza di un piano di lungo periodo. Le guerre si vincono quando, sparato l’ultimo colpo in battaglia, si apre il tavolo della pace. È qui che il nostro dividendo è insufficiente. È qui che emerge la debolezza di un Paese incapace di programmare il proprio futuro. Se guardiamo con distacco agli ultimi vent’anni della nostra politica estera, il vero elemento persistente è l’incertezza. Con Putin sull’energia, con gli americani quando c’è da combattere, con gli arabi quando c’è da mediare nel suk, ma quasi mai con l’Italia e gli italiani.

    C’è molto da fare. Questo libro è una chiave di lettura preziosa. Apre una porta. Poi bisogna essere capaci di scegliere la strada giusta. Un carro armato non manda il cannone a destra e i cingoli a sinistra. Un Paese non insegue la luna, ma un obiettivo concreto. Basta sceglierne uno che abbia un senso.

    Introduzione

    Volutamente enfatico, il titolo di questo libro trae spunto dall’audizione parlamentare – la prima dall’insediamento pronunciato dal Ministro degli Affari Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata – nel novembre 2011.

    Dell’Italia come potenza globale non sembra proprio il caso di parlare, specialmente in un momento in cui l’assetto politico interno determinato più da narrative esogene – politiche, finanziarie e mediatiche – che da dinamiche autonome. Altrimenti detto: un tabù. Che, come tale, non attende che essere infranto.

    Mentre la classe dirigente italiana assiste inerme all’accanimento speculativo dei mercati ai danni di un’economia già asfittica, l’Unione Europea dà dimostrazione di flessibilità a ritmo alternato dinanzi alle pretese egemoniche di alcuni Paesi membri, consapevoli del proprio ruolo di guida all’interno di un’ampia famiglia litigiosa e incapace di definire con spontaneità la propria agenda politica. Un dato non confortante – eppure vero, crudo – cifra esistenziale di Paesi vicini che spesso si trovano a competere furiosamente per contendersi investimenti da parte di esotici finanzieri. L’Italia, Paese antico in un Continente già vecchio, vive in maniera particolarmente intensa lo sconvolgimento paradigmatico che ha investito l’intero Occidente. Fino a due decenni fa, nella fissità determinata dalla Guerra Fredda e dalla conseguente ripartizione del Globo in macroblocchi, le preoccupazioni legate agli investimenti diretti in entrata erano limitate e concentrate all’interno della grande famiglia di Paesi occidentali. A quel tempo era ancora l’Occidente, mutuando l’archetipo della Compagnia delle Indie, a proiettarsi verso l’esterno, non il contrario. Aprirsi a investimenti esteri costituiva un gioco di delicati equilibri e millimetriche simmetrie tra Paesi europei oppure tra le due sponde dell’Atlantico. Un gioco, questo, che si svolgeva secondo il criterio della reciprocità o di precise garanzie non scritte, tutelate da governi non deboli e dall’aristocrazia venale nelle varie camere di compensazione della finanza e della grande industria. Anche la storia economica italiana testimonia questa costante opera di equilibrismo e nei decenni passati è stata il film della contaminazione controllata della finanza bresciano-milanese e triestina da parte delle maison francesi e della componente tedesco-bavarese. La crisi che a intermittenza continua a imperversare dal 2008 ha però alterato le pellicole, e sugli schermi dell’economia italiana sta scorrendo un film nuovo. Alcuni dei pilastri fondamentali della finanza italiana sono oggetto di profondi sconvolgimenti, e l’eco dei colpi arriva nelle sacre stanze dei palazzi romani. La cronaca di tutti i giorni parla di fondi sovrani che sbancano la Borsa italiana, raider dell’Est, sceicchi che non si contentano più di fungere da azionariato silente e rivendicano invece posti e diritti di voto nei board. Il tutto mentre società strategiche quotano a prezzi da saldo e il governo deve scegliere che linea darsi. Un dilemma non da poco, che l’Italia non ha ancora risolto in maniera netta e che viene gestito con italico cerchiobottismo.

    E Bruxelles? Flessibilità verso alcuni, fermezza per altri: dalla capitale belga riecheggia severo il richiamo all’ordine per le cicale mediterranee, chiamate a ridurre la spesa pubblica e riconsiderare in profondità quel sistema di welfare che, se da un lato manifesta oggi tutta la sua insaziabile voracità, dall’altro è sempre stato il vanto delle classi politiche del Vecchio Continente. Col rafforzamento di coppie già collaudate – su tutte, il ben noto direttorio franco-tedesco – e l’ascesa di attori in cerca di uno status alla propria altezza – a cominciare dalla Polonia – il margine di manovra di Roma nelle stanze dei bottoni degli euro burocrati talora si assottiglia sino a scomparire. Il ridimensionamento del ruolo italiano nel consesso europeo è un segnale preoccupante, soprattutto se si considerano i significativi interessi di cui il nostro Paese ha delegato la cura a Bruxelles. L’Unione Europea (in modo particolare la Commissione) de facto detiene voce in capitolo non solo in materia economico-fiscale, ma anche in molti altri aspetti che scandiscono il vissuto quotidiano: dalla regolamentazione delle gare di appalto alla sicurezza alimentare. A Bruxelles e a Strasburgo (sede del Parlamento europeo) vengono prese decisioni che porteranno un impatto ampio e profondo nei singoli Stati: per questo è fondamentale mantenere un’influenza politica di rilievo. Non può che essere salutato positivamente, quindi, il rinnovato clima di fiducia tra le istituzioni europee e l’esecutivo emergenziale di Roma presieduto da Mario Monti. Nonché la nascita di un asse mediterraneo capace di far valere le ragioni di quei Paesi ingiustamente considerati immaturi o inadeguati.

    Sarebbe wishful thinking, tuttavia, puntare tutto su Super-Mario. Credere, cioè, che basti l’effetto-Monti, con le sue armonie ritrovate per assicurare all’Italia una piena convergenza di interessi rispetto all’Unione Europea ed ai suoi membri più influenti. Questo libro prende dunque in esame i diversi casi che fanno registrare non solo un disallineamento, ma addirittura un contrasto tra gli obiettivi delle agende politiche nazionali. Ultimo, ma solo in ordine cronologico, il dibattito sull’austerità ed il rigore nei bilanci pubblici. Condivisibile in linea di principio, necessita di attuazioni diversificate a seconda del Paese membro; una sua applicazione letterale e lineare, come quella richiesta ed imposta da Berlino ai suoi partner continentali tramite le istituzioni comuni, può produrre conseguenze nefaste in termini occupazionali e produttivi, colpendo indiscriminatamente interi settori economici. Se ne è subito reso conto il neo premier spagnolo Mariano Rajoy, che ha lottato strenuamente per ottenere condizioni più morbide a vantaggio di un Paese già stremato dalla recessione e con un tasso di disoccupazione ormai prossimo al 25%. Sulle barricate anche David Cameron, alle prese con la proposta avanzata dalla Commissione Europea e condivisa da Francia e Germania di introdurre una Tobin Tax nel territorio dell’Unione, conscio di guidare un Paese a forte connotazione finanziaria, il leader dei Tory rilancia un isolazionismo di thatcheriana memoria.

    Ma il 2011 resterà, per molti, anche l’anno del cambio di regime nell’ex Quarta Sponda, segnato per il nostro Paese dall’afflusso record di immigrati, usati da Gheddafi come arma di ricatto verso gli aderenti alla Coalizione internazionale aggregata allo scopo – dichiarato – di arrestare il massacro dei civili. Nell’indifferenza lampante dei suoi partner, Roma ha sperimentato ancora una volta l’assenza di una piena condivisione degli obiettivi strategici della UE: la richiesta di ripartizione degli oneri finanziari e gestionali dell’emergenza è stata prontamente rigettata, e addirittura condita con accuse di violazione dei diritti dei richiedenti asilo.

    In un Paese di tradizione europeista quale il nostro, le reprimende di Bruxelles non intaccano le convinzioni diffuse nell’opinione pubblica, nonostante la retorica dei partiti sedicenti antisistema, pronti a cavalcare le pulsioni popolari del momento. Eppure, qualcosa sta cambiando in profondità nella narrazione politica di molti Paesi su questa sponda dell’Atlantico: dalle rivolte greche, al neonazionalismo ungherese, dai caveat londinesi, all’avanzata dei partiti della sinistra e della destra radicale, Bruxelles diventa sempre più il capro espiatorio di ogni fallimento politico a livello nazionale, nonché facile ed inerme bersaglio per il gioco dello scaricabarile.

    Gli autori di questo libro hanno individuato in tali contraddizioni una chiave di lettura della politica estera italiana, stretta tra una credibilità da ritrovare, un’economia da rilanciare e una nuova assertività tutta da plasmare e affilare. Le analisi muovono da una constatazione semplice, eppure trascurata: coesistono, nelle attuali dinamiche politiche, sia la sovrapposizione, sia la conflittualità tra l’interesse nazionale italiano e quello degli altri Paesi membri. Per non cedere alle facili sirene dell’euroscetticismo, giova ricordare i molti settori del Belpaese per i quali l’adesione alla UE ha arrecato enormi vantaggi: dal mercato unico alla concorrenza, dalla tutela dell’ambiente ai fondi strutturali, le misure varate a Bruxelles hanno instillato quella spinta propulsiva e riformista di cui nei palazzi romani non v’era traccia.

    Non vi è, quindi, alcun sentimento antieuropeo alla base delle pagine seguenti. Al contrario, è proprio partendo da posizioni saldamente europeiste che si può guardare con maggior lucidità e profondità d’analisi alle falle dell’architettura sovranazionale: non certo per demolirla, semmai per rafforzarla. La lettura si snoda attraverso un doppio binario, geografico e settoriale: i quadranti dove l’interesse nazionale italiano è più evidente sono stati selezionati sulla base sia dei rapporti in atto, sia delle potenzialità di sviluppo. Impossibile, forse, concepire una strategia realmente globale. Gli sforzi diplomatici vanno quindi pesati, perché nulla sarebbe più grave di uno spreco di risorse già scarse, tanto economiche, quanto politiche. Ad esempio, sebbene nell’indice non trovi spazio un capitolo ad hoc sui rapporti italo-africani, non manca una disamina delle situazioni più significative che vedono coinvolti segmenti del nostro sistema nazionale nel Continente Nero, distribuita tra i due saggi dedicati all’energia ed al Mediterraneo. Nel libro il lettore non troverà neppure una trattazione dettagliata dei rapporti con la Federazione Russa, bensì una scheda esplicativa degli interessi nazionali in gioco con Mosca; ciò non perché le relazioni col Cremlino non siano strategiche per il nostro Paese, quanto piuttosto perché riteniamo vi sia già ampia, autorevole letteratura in materia.

    Elemento cruciale dell’analisi è l’astrazione dal campo puramente politico, per dare spazio a quella diplomazia economica che, oggi, affianca e supera il tradizionale canale delle relazioni intergovernative (senza poterne prescindere). La diplomazia economica italiana è definita dal Ministero degli Esteri come quell’attività intrapresa per sostenere la business community nel processo di internazionalizzazione. Eppure, non è solo questo. L’Italia, a buon diritto considerata culla della civiltà, dell’arte, della letteratura, gioca solo a tratti la sua vera carta vincente, quel soft power di cui, grazie a Joseph Nye, tutti conosciamo la centralità negli equilibri di potere. Un tasto da battere con più frequenza ed incisività, dando impulso alla propagazione della lingua italiana come anche reclamizzando il nostro stile di vita, le eccellenze di un territorio tanto piccolo quanto eterogeneo, rammentando gli innumerevoli tesori nascosti di un Paese adesso incapace di valorizzarli appieno.

    Le frecce nell’arco della politica estera italiana non mancano, ma per usarle al meglio serve un più efficace mix di tutti gli elementi distintivi del sistema-Paese, nessuno escluso. Pur tenendo nella massima considerazione il versante classico della proiezione politica, con le sue manifestazioni più peculiari: missioni militari all’estero, rappresentanza nelle organizzazioni internazionali, mediazione nelle aree di crisi, l’utilizzo di nuovi e più moderni strumenti non può che giovare all’interesse nazionale. Lo sforzo per ridare lustro ed efficacia all’azione esterna italiana deve essere coordinato e strutturale, non rimesso alla lucidità dei singoli Ministri in carica o alla dedizione degli imprenditori votati all’internazionalizzazione.

    Capitolo Primo - La nuova centralità dell’interesse nazionale

    Qualche considerazione preliminare…

    Un refrain piuttosto diffuso sulla posizione dell’Italia nel contesto internazionale contemporaneo è quello secondo cui starebbe subendo un declassamento di rango, determinato dall’emergere di nuovi attori con i quali non sarebbe nelle condizioni di confrontarsi (a causa del divario in termini di territorio, popolazione e PIL) e che la sua unica ancora di salvezza si troverebbe nell’incremento – senza se e senza ma – del livello d’integrazione con gli altri Stati membri dell’Unione Europea. Si tratta di un ritornello che Paul Valéry definirebbe pappagallo, in quanto ripetuto da molte (probabilmente da troppe) figure pubbliche, anche autorevoli, ma senza che nessuno vi abbia riflettuto in misura approfondita. Naturalmente, come in tutte le questioni che riguardano la natura umana, si tratta di una prospettiva capace di cogliere un dato reale, ma fuorviandolo al punto di trasformarlo in un manifesto dai toni prescrittivi pericolosamente somigliante a un wishful thinking.

    L’elemento veritiero che coglie è il rapporto problematico che, sin dal 17 marzo del 1861, l’Italia coltiva con la sfera internazionale. Questo può essere attribuito a una serie di fattori che si tenterà di individuare in maniera sintetica.

    Il primo è il suo – relativamente – recente inserimento nel sistema internazionale come attore unitario. Si controbatterà che anche la Germania si è affacciata sotto le vesti di unità politica nello stesso periodo in cui lo ha fatto l’Italia, che la frammentazione del mondo tedesco fino al 1871 era stata superiore a quella della Penisola italiana e che se la nostra terra aveva fatto da cornice allo scontro tra Guelfi e Ghibellini, la controparte aveva provato sulla sua pelle gli orrori delle guerre civili di religione. Va, tuttavia, ricordato che l’autonomia dalla Prussia di buona parte degli Stati tedeschi pre-unitari costituiva un dato solo formale già dal Congresso di Vienna o, quanto meno, dall’istituzione dello Zollverein nel 1834. Senza contare che le dimensioni geografiche, la quantità della popolazione, l’organizzazione statale e lo sviluppo dell’industria pesante di gran parte di questi – fatta eccezione della Baviera – non avrebbe mai permesso loro di svolgere un’azione internazionale realmente indipendente da Berlino. Al contrario, gli Stati dell’Italia pre-unitaria non avevano sviluppato alcuna forma di integrazione economica prima del 1861, erano simili per dimensioni e per popolazione e avevano dei rapporti internazionali pienamente sviluppati risultando inseriti in sistemi di alleanze spesso antagonisti (si ricordi che il prototipo di sistema internazionale è quello degli antichi Stati italiani a cavallo dei secoli XV e XVI, tra i quali prese forma la rete diplomatica moderna).

    Il secondo riguarda l’opera di nation building, di cui già Massimo D’Azeglio aveva avvertito la necessità all’indomani dell’unificazione, che in Italia è risultata ciclicamente soggetta ad arresti dovuti a eventi sia endogeni che esogeni. Anche in questo caso la comparazione con la Germania risulta calzante, in quanto tanto gli italiani quanto i tedeschi si sono contraddistinti per aver generato due tra le più raffinate e consolidate culture a livello mondiale, nonché per l’omogeneità linguistica delle popolazioni che poi si sarebbero riunite nello Stato unificato. In Germania questa condizione è stata tradotta politicamente nella nascita di un sentimento organico di nazione, secondo la definizione di Anthony Smith, fondato sul sangue e alimentato dai miti della cultura romantica. Il suo rinnovamento, successivamente, è passato per il successo del Kulturkampf bismarckiano, per la condivisione dei sentimenti revisionisti nei confronti del Trattato di Versailles dopo la Grande Guerra (che accomunava tutti i partiti tedeschi dell’epoca), per la capacità di rimozione generale del regime nazionalsocialista e, infine, per lo sforzo comune nella riunificazione delle due Germanie dopo il 1989. Viceversa in Italia il trait d’union linguistico-culturale nella sfera politica politica è stato declinato in maniera

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