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Il sangue è acqua
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E-book372 pagine7 ore

Il sangue è acqua

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Info su questo ebook

La storia di una famiglia, o meglio di famiglie, raccontata in modo originale. Ricostruisce usi, costumi, idee ed educazione nel mondo aristocratico italiano fra il 1800 e la prima metà del ventesimo secolo. Scritto con ironia e senza pregiudizi, questo racconto autobiografico descrive antenati italiani, inglesi e russi, ed è ambientato fra Firenze e Lucca, in Toscana, e Venezia.
In questa storia ironica e commovente si possono incontrare personaggi straordinari, presentati dal punto di vista dell’autore da bambino, un rinomato giornalista italiano: un Doge, un Santo che ha fatto resuscitare un morto, un avventuriero inglese della Compagnia delle Indie, il discendente di un principe mongolo della tribù di Gengis Khan, suore di clausura. Personaggi che possono essere buoni o cattivi, nobili o ignobili, intelligenti o stupidi, a conferma del fatto che quell’aristocrazia non esiste come classe sociale e che il Sangue è Acqua, come dice il titolo.

LinguaItaliano
Data di uscita5 ago 2012
ISBN9781476022048
Il sangue è acqua
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Autore

Giulio Giustiniani

GIULIO GIUSTINIANI was born fifty-four years ago in Florence, he has five children, and for forty years he was a journalist. He was managing editor of the “Nazione”, deputy editor of the “Resto del Carlino”, deputy editor of the “Corriere della Sera, editor of the “Gazzettino”, managing director of “La 7” television, director of the multimedia agency “Apcom”. Now he lives in Percoto, in Friuli, with his wife Elisabetta Nonino, the producer of the famous grappa. He is very fond of history of the customs and antique trade, his hobbies are gardening and cooking.

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    Il sangue è acqua - Giulio Giustiniani

    IL SANGUE È ACQUA

    Di

    Giulio Giustiniani

    SMASHWORDS EDITION

    * * * * *

    PUBBLICATO DA:

    Giulio Giustiniani su Smashwords

    Il Sangue è Acqua

    Copyright © 2011 by Giulio Giustiniani

    Smashwords Edition, Licenza d’uso

    Questo ebook e concesso in uso per l’intrattenimento personale.

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    Ho scritto questi ricordi per i figli grandi, Giovanni e Nicolò, per le figlie piccole, le gemelle Costanza e Beatrice, e soprattutto per quella di mezzo, Caterina, che ha otto anni. Non capisce come io abbia potuto vivere mezzo secolo senza di lei – me lo chiedo anch’io - ed è curiosa della mia vita precedente, dei miei genitori, dei miei nonni, dei miei bisnonni. Tiene in camera la fotografia del nonno Nello, che non ha mai conosciuto, e una volta ho trovato un biglietto commovente che aveva scritto per lui. E’ un nostro segreto.

    Quando le racconto qualcosa ha l’aria incantata e perplessa di chi ascolta favole, ogni tanto mi chiede se non la stia prendendo in giro. Il mondo corre. Persone che per me sono vicine e reali, a lei appaiono remote e improbabili. Così è nato questo libro. Non ho inventato niente, ho solo cercato di ricordare il passato come mi sembrava da bambino e di rileggere con quello sguardo anche le storie e i diari di casa. Se agli occhi di altri qualcosa di questo racconto non corrisponde al vero, me ne scuso sinceramente. Ma non è tutta colpa mia. Il fatto è che i bambini, grazie a Dio, non sono storici né cronisti: vedono con i loro occhi e soprattutto con il cuore, vedono quello che sanno vedere e capiscono quello che sanno capire. Spesso molte più cose di noi adulti.

    PARTE PRIMA

    Un giorno di luglio giunse nella villa di Vallebuia un’amica di famiglia che terrorizzava i domestici al suo arrivo perché infilava direttamente la porta della cucina. Si era messa in testa di accudire i miei nonni, che secondo lei non erano trattati con le dovute attenzioni, e sfiniva la cuoca insegnandole sempre nuovi piatti perché variasse il menù. Non era affatto cattiva, anzi era molto buona e pia. Ma la vita l’aveva ferita con crudeltà. Nel ’44, in un pomeriggio di guerra che sembrava come tutti gli altri, da una collina aveva visto in lontananza la sua villa sul lago di Massaciuccoli incendiata dai soldati tedeschi. Dopo due giorni, tra le rovine e le travi ancora fumanti, aveva ritrovato soltanto la bambola di porcellana della nipotina di sette anni e la dentiera d’oro della vecchia mamma. Niente del marito, della sorella, di una donna di servizio e del suo bambino. Tutti cercavano sei cadaveri, e ne avevano contati almeno dieci. Avevano caricato quel che ne restava su un carretto, e soltanto una donna del posto aveva riconosciuto il suo compagno da una mano. Da allora la contessa Chiquita Minutoli Tegrimi aveva continuato imperterrita a pregare e truccarsi: per piacere a Dio e al suo Eugenio, come se lui fosse sempre vivo.

    Dopo aver redarguito la cuoca, come sempre, la contessa era salita nella sala affrescata, dove la nonna l’aspettava intimidita e preoccupata. Per fortuna non si erano messe a parlare di pranzi e ricette. Io stavo nascosto dietro il grande paravento che celava la stufa a legna. Da lì, attraverso una fessura, vedevo Chiquita che si agitava sulla poltrona e chiedeva informazioni di tutti i tipi sul matrimonio imminente di un amico. Sebbene bambino, capivo che quella donnona tutta vestita di nero girava e rigirava, con aria noncurante, intorno alla domanda che più le stava a cuore: se la futura sposa fosse di famiglia aristocratica. Alla fine s’irrigidì tutta, fece un profondo respiro, e chiese bruscamente:

    Ma Patrizia, come nasce?.

    La nonna si concesse una piccola smorfia di dolore, poi scosse la testa sconsolata:

    Non nasce, non nasce.

    Chiquita ebbe un sussulto, ma si riprese subito. Anzi, elargì un sorriso conciliante:

    Sangue nuovo fa buon sangue.

    La nonna respirò di sollievo, e io scappai di nascosto in camera mia a piangere a faccia in giù sul letto. Come era possibile, alla fine degli anni Cinquanta, che quella nonna così buona e cristiana, spesso anche ironica, offendesse persone a cui voleva bene, negando perfino che fossero nate, quasi che non esistessero? E’ vero che faceva quei discorsi con poche amiche sicure, che li avrebbero capiti, come Chiquita. Ma io mi chiedevo come potesse anche solo pensarli.

    Mi ero fatto l’idea che essere aristocratici fosse un po’ come essere ebrei o omosessuali. Non scherzo. Sebbene in casa le persone di servizio chiamassero conte e contessa i miei nonni e i miei genitori, di aristocrazia non si doveva parlare con noi bambini per paura che ci montassimo la testa e assumessimo atteggiamenti superbi. Quando cercavo di approfondire quest’argomento assai scabroso, mi rispondevano sbrigativamente, oppure abbassavano la voce, con imbarazzo, proprio come quando la conversazione cadeva su quelli dell’altra parrocchia, gli omosessuali, oppure sugli ebrei, dei quali si era certamente tenuti a parlar bene, dopo la tragedia dell’olocausto, ma senza dimenticare che erano proprio diversi, diversissimi, nonostante il loro amore condivisibile per la cultura.

    Sugli ebrei avevo idee molto confuse. Una volta avevo detto a un compagno di scuola che mi salutava per andare in sinagoga, pensando di compiacerlo, che un giorno forse sarei diventato ebreo anche io. Lui mi aveva guardato con un sorriso stupito, quasi compassionevole, e mi aveva risposto con fastidio:

    Ebrei non si diventa, si nasce.

    Appunto, avevo pensato, proprio come capita agli aristocratici. Però gli ebrei riuscivano a restare se stessi in mezzo agli altri, senza isolarsi come noi, e conoscevano tutta la modernità della vita. Gli aristocratici invece stavano quasi sempre tra di loro, erano timidi, quasi impacciati. Pareva perfino che fossero un residuo della storia e facessero meglio a nascondersi un po’ nel loro passato. Sapevano essere leggeri, cioè aggraziati nei gesti e nelle parole, ma spesso soltanto un velo sottilissimo di educazione e buoni sentimenti impediva loro di perdersi in un cinismo distratto e annoiato. A tratti qualcuno di loro, quando si sentiva offeso, aveva reazioni improvvise, esagerate e un po’ grottesche, come se volesse ristabilire in un attimo un’autorità o una superiorità perse da secoli.

    Alla fine degli anni Cinquanta, a Lucca, non si parlava più di nobili e ignobili, ed era indubbiamente un gran progresso. Ma c’erano ancora due circoli ben distinti, quello dei nobili e quello dei ricchi. La differenza tra chi nasce e chi non nasce rappresentava ben più che una differenza. Era una diversità vera e propria, che gli altri, quelli che non nascevano, rimarcavano spesso con deferenza stucchevole. C’era un contadino che mi chiamava signor contino, e una vecchia signora elogiava la mia educazione con un complimento che mi lasciava ogni volta senza parole: Si vede che il sangue non è acqua.

    Talvolta, tuttavia, la deferenza spariva, sincera o no che fosse, e andava assai peggio: come quando qualche insegnante pretendeva da me più che dagli altri. Percepivo allora una malcelata diffidenza, una scia velenosa di rancori e pregiudizi, come se un bambino come me dovesse scontare colpe antiche e vergognose del suo mondo. Allora, per paura di non essere accettato, moltiplicavo tutte le seduzioni di cui ero capace. Eppure, per quanto fossi spigliato, arrossivo leggermente quando gli altri toccavano questo argomento e stavo in guardia.

    Una volta a Firenze, dove vivevo una tranquilla vita borghese e frequentavo scuole pubbliche, ero andato a giocare a casa di Andrea, un compagno di scuola. All’arrivo, senza pensarci, avevo baciato la mano alla mamma che apriva la porta. Lei aveva fatto un salto all’indietro e poi, ripresasi dalla sorpresa, era scoppiata in una fragorosa risata. Non smetteva più di ridere: Tu sei proprio matto, ma che cosa ti insegnano, a baciare la mano a un’ortolana come me? .

    Dell’aristocrazia il nonno materno amava il rispetto delle tradizioni, il buon gusto, l’educazione, la diffidenza verso una certa modernità prepotente, i ritmi lenti e abitudinari della vita. Ma era troppo intelligente e cristiano per compiacersi o vantarsi delle sue origini. Anzi, una volta che le mie domande si erano fatte insistenti, aveva liquidato la questione con fastidio: Caro Giulio, ci sono aristocratici educati e maleducati, perbene e mascalzoni, così come ce ne sono di alti e di bassi, di belli e di brutti, di ricchi e di poveri. Credimi, niente definisce l’aristocrazia in quanto tale, e quindi l’aristocrazia non esiste. Non è un ceto, né una classe. Nobile è soltanto chi aggiunge a un buon cognome, che se c’è non guasta, alcuni meriti veri e personali: cultura, sensibilità, educazione, operosità. Il resto è stoltezza e superbia.

    TENERE LE DISTANZE

    Ero uguale agli altri, dunque, eppure dovevo tenere le distanze dagli altri. Un giorno i nonni e la mamma si erano chiusi nello studio con aria da cospiratori, senza accorgersi che io ero nascosto lì nei paraggi, come sempre. Quello che sentii dire dalla nonna mi parve un’enormità:

    Adesso i bambini sono grandi, è bene che stiano un po’ meno in cucina. Lì, per troppo affetto, tutti si applicano a rovinare la loro educazione, a seminare nelle loro testoline bisogni e desideri superflui. A me da piccola era vietato entrarci, in certe stanze. Anzi, le persone di servizio dovrebbero cominciare a dare ai bambini del lei anziché del tu. Io dovevo dare del lei anche alla mamma, figuriamoci come trattavano me le cameriere.

    Mia madre non ebbe il tempo di replicare, che il nonno aggiunse:

    Il tu è troppo intimo. Permette ai domestici di prendere troppa familiarità e confidenza. Da grandi i bambini non riusciranno a fargli tenere le distanze, non riusciranno a farsi rispettare e obbedire.

    Quella volta la mia mamma, la Tussina, come la chiamavano i nonni, ebbe uno dei suoi pregevoli scatti di democrazia: Non se ne parla neppure, decretò. E uscì dalla stanza sdegnata, come si conveniva a una contessa che si era schierata per la repubblica, anziché per la monarchia, e una volta, ma solo una volta, aveva votato per il partito socialista.

    Io respirai di nuovo. La questione della troppa intimità con le persone di servizio non era cosa da poco. Se fosse stato per me l’avrei risolta annullando del tutto ogni distanza. In quella grande villa in fuga dal tempo la vita si era rifugiata tutta in cucina, uno stanzone pieno di persone e voci, cibi e odori, perfino vapori. La cuoca Lina. Eugenia, la cameriera. Saul, che ogni tanto impazziva e rincorreva i bambini con un bastone. Suo fratello Guido, che curava orto e giardino. Qualcun altro per lavori saltuari. Poi le vicine, che si fermavano a chiacchierare in continuazione, magari con la scusa di regalarmi un mazzolino di fragole raccolte mentre facevano l’erba per i conigli.

    Quella cucina era viva come la piazza di un paese, era il mondo di fuori che finalmente si svelava. Nascite e morti, storie e chiacchiere. Ci si raccontava della figlia della sarta che era rimasta incinta ed era stata abbandonata dal fidanzato: lui era scappato in America, appena l’aveva saputo, inseguito dalle lettere furiose di mio nonno. Si deplorava un contadino che aveva fatto un malefizio al vicino, il quale chiedeva giustizia, e tutti erano convinti che la storia fosse vera e che il nonno, sempre lui, avrebbe messo le cose a posto. Ci si diceva di una mamma che lavorava nei campi, non sapeva dove lasciare i cinque figli, e perciò li rinchiudeva in un tino scoperchiato a piangere per mezze giornate. Quella volta la nonna si era talmente infuriata, quando l’aveva saputo, che aveva preso il portafogli ed era corsa a fare una scenata al fattore e un regalo ai contadini.

    In cucina tutti fingevano di essere concentrati su quello che stavano facendo, ma rallentavano i movimenti quando la conversazione diventava più scabrosa, presi da una leggera apprensione. Di tanto in tanto la nonna irrompeva infatti nella stanza per portarmi via. Mi considerava troppo curioso per la mia età, e protestava: Mandatelo via, qui c’è da fare. Io la seguivo per un poco, salvo scappare alla sua prima distrazione. Sapevo come conquistarmi un posto in prima fila davanti al focolare. Bastava che dicessi una frase - Sapete che cosa è successo di là? - e c’era una seggiola per me. L’unica avvertenza era quella di raccontare molto in cucina di quello che si diceva in salotto e poco in salotto di quello che si spettegolava in cucina. Tanto più che in questo era già specializzata Eugenia.

    Soltanto una volta feci un errore imperdonabile. Raccontai alla nonna che avevo infilato la mano nel piatto dove Saul stava grattando il formaggio, per prenderne un po’, e Saul mi aveva dato uno scapaccione. La nonna mi rimproverò, perché avevo rubato, ma un attimo dopo partì per la cucina con un passo che non prometteva niente di buono. Si sentirono grida perfino peggiori di quella notte in cui era salita all’ultimo piano, dove dormivano i domestici, perché Saul e Assunta litigavano urlandosi e tirandosi di tutto.

    I litigi e le gelosie scandivano la vita delle persone di servizio e, di riflesso, quella dei signori, che venivano continuamente costretti a intervenire e giudicare, anche se non ne avrebbero avuto alcuna voglia.

    Il nonno era così sicuro di poter comandare che non lo faceva quasi mai. La nonna, invece, non sapeva cuocere un uovo al tegame, ma era esigente e severa con le persone di servizio. Lo stile e la reputazione di una famiglia, a quei tempi, dipendevano anche dal comportamento tenuto dai domestici. Così lei si scandalizzava che in casa della sorella queste donnette si sentissero in dovere di incoraggiare i commensali a mangiare, come era permesso una volta, anziché servire a tavola senza bocca e senza orecchie, come oramai imponeva l’educazione all’inglese. Rimproverava mia madre perché in casa nostra era troppo parlante e gentile con i domestici. Si arrabbiava con l’Eugenia che si ammalava spesso ed era sempre a letto. Si offendeva con la Lina, che aveva chiesto un aumento di stipendio, perché le famiglie a Vallebuia erano diventate due per molti mesi all’anno, e, nonostante il premio, conservava il suo solito cattivo umore.

    Tutto questo pensava sempre, ma non diceva quasi mai agli interessati. Era troppo buona per farlo, e soprattutto considerava la peggior forma di maleducazione essere scortesi con i domestici, o addirittura maltrattarli. Già gli ordini suonano sgradevoli di per sé – mi spiegava- il minimo che si possa fare è cercare di addolcirli con un po’ di gentilezza.

    Se proprio doveva rimproverare qualcuno per una colpa grave, si consultava lungamente con tutti i familiari per trovare le parole più appropriate, quelle che non suonassero offensive neppure involontariamente. Così sfiniva soprattutto il nonno. Finché un pomeriggio lui si stancò di ascoltare le ultime beghe del personale, appoggiò sul tavolo il Vangelo che stava leggendo, e le disse spazientito:

    E tu, che cosa penseresti se si fosse noi al posto delle persone di servizio?.

    La nonna non batté ciglio - ci voleva ben altro per fermarla- e sorrise:

    Io uno come te non lo prenderei mai come cameriere.

    Purtroppo un giorno arrivò l’asfalto sulla strada polverosa che portava alla villa, e con l’asfalto l’acquedotto, che rischiarò l’acqua del pozzo, fino ad allora color avorio, e portò con sé il progresso anche in cucina. Non sotto forma di elettrodomestici, surgelati o altre diavolerie moderne, ma attraverso il costo delle persone di servizio. Non si accontentavano più di vitto e alloggio, di una divisa e pochi soldi, come subito dopo la guerra. Chiedevano stipendi e contratti. Così quelle fisse in casa si ridussero a tre con grande sgomento di tutti. Arrivarono dei piccoli sardi, anzi dei sardegnoli, come li chiamava la nonna, ma purtroppo parlavano in modo strano e le sembravano assai poco decorativi.

    LA VILLA DEL VESCOVO

    La Villa dei Tre Cancelli, chiamata così per i cancelli con le loro quattro colonne mozzate che chiudevano un lungo viale di cipressi, si trovava a Vallebuia, a pochi chilometri da Lucca, lungo la strada che sale verso il Monte Magno per poi ridiscendere ripida e tortuosa verso Camaiore. Costruita nel Cinquecento, era stata impreziosita due secoli più tardi, nel 1725, dopo aver vagliato diversi disegni del grande architetto Filippo Juvarra. Barocca come in Toscana soltanto a Lucca poteva esserlo, era più elegante che imponente.

    A cavallo tra Ottocento e Novecento il poeta e saggista tedesco Rudolf Borchardt, un ebreo prussiano di Konigsberg, aveva preso in affitto quella casa e ci si era nascosto a vivere per evitare i fastidi della celebrità. Era ricordato da una lapide sulla facciata. Per lui Vallebuia non era stata soltanto un buen retiro. L’aveva descritta in un suo saggio famoso come la quintessenza della villa toscana, nuda e parsimoniosa, capace di fondere in perfetta armonia l’architettura con il paesaggio, il piacere del riposo in campagna con la cura degli interessi agricoli. I grandi prati del giardino avevano una funzione ornamentale ma servivano anche per procurare foraggio alle stalle. E dalle finestre, tra i grandi alberi collocati ad arte, si potevano inquadrare, quasi sorvegliandoli, i poderi e le loro case coloniche dipinte di rosso.

    Quella casa, per Borchardt, rappresentava ancora l’Italia antica, latina e contadina, che accumulava ricchezza e saggezza, grandezza e ritrosia. La villa – scriveva – prende aspetto di residenza padronale già in grazia delle robuste lancette che regolano il tempo sui quadranti, un po’ sbiaditi, ma posti bene in vista ai due lati dell’alta facciata. La bella loggia all’ultimo piano, infatti, era affiancata e ingentilita da un orologio e da una meridiana, che scandivano le giornate di lavoro e le stagioni della campagna.

    Mia nonna, alla fine degli anni venti, aveva rallegrato la casa con quel disordine calcolato di fiori e piante che gli inglesi nell’Ottocento avevano imposto ai giardini toscani, fino ad allora troppo formali e rigidi. Grazie a loro i vecchi parchi non sembravano più paesaggi dipinti da un pittore pignolo, oppure oasi di fiori prigionieri dei disegni del giardiniere. Erano diventati natura romantica e selvaggia, nostalgia e sogno. Quelli più belli lasciavano appena intravedere l’antica geometria di siepi, il perduto rigore, come se improvvisamente una nuova giovane padrona, sensibile e po’ folle, li avesse fatti spettinare e confondere per un suo gioioso capriccio.

    Forse chi ama davvero la bellezza deve regalarsi, un giorno, il delirio di un giardino tutto suo, da costruirsi con passione e pazienza. Come la nonna, e come Monet, che dopo anni di pittura aveva sentito il bisogno di abbandonare le tele per sostituirle con i cataloghi dei floricultori. Niente più pennelli, ma vanghe e cesoie. Niente più colori, se non quelli della natura di Giverny. Agli amici pittori e letterati – Renoir e Anatole France, Clemenceau e Mallarmé –non faceva più vedere i suoi quadri, ma quel giardino inventato come un quadro, anzi il quadro dei quadri, l’originale di ogni natura morta e di ogni ninfea viva.

    Nonostante quel nome vagamente funesto, a Vallebuia anche il paesaggio era così dolce e sereno che pareva dipinto da un artista delicato e malinconico: dove finivano i campi di grano e i frutteti, la collina saliva dolcemente, coperta di vigne, fino a lambire le querce del bosco sulla cima. La sera, col tramonto, le montagne stingevano violacee nel cielo, ferito soltanto dalle cime appuntite e bianche di marmi delle Alpi Apuane in lontananza. Niente restava dell’antica foresta che aveva procurato a quelle terre il nome di Vallebuia e aveva offerto cinghiali, cervi, daini, volpi e qualche lupo alla voglia di caccia e di svago dei signori lucchesi.

    Alla metà del Mille papa Alessandro II, già vescovo di Lucca, cominciò a disboscare quella valle, a bonificarne le paludi, a irreggimentare il torrente Freddana, che quasi ogni anno provocava devastazioni con le sue piene terribili. La Chiesa fece campi dove erano foreste, distribuì poderi in affitto ai contadini, vi accolse molte famiglie fiorentine fuggite dopo il tumulto dei Ciompi, alla fine del Trecento. Infine, cedette tutto ai banchieri e ai commercianti più ricchi della città, i nuovi aristocratici che cominciavano ad accorpare vaste proprietà fondiarie.

    Quando ero bambino soltanto certi giorni di maltempo ridavano un significato a quelle due parole appiccicate, valle e buia. I temporali erano brevi ma terribili: il giorno si faceva notte, e quella notte rimbombava di tuoni e si accendeva di fulmini, la ghiaia del giardino veniva sommersa dall’acqua, il vento piegava gli alberi come se fosse il pugno di una mano immensa e rabbiosa. Poi, all’improvviso com’era venuta, la pioggia cessava e la terra cominciava a fumare di vapori come un cavallo dopo una lunga galoppata invernale. Apparivano allora arcobaleni fantastici, e tornavano i sereni panorami di sempre, che si accendevano timidamente nella foschia dell’alba e si spengevano dopo tramonti furiosi.

    Nel 1788 l’ultimo dei Benassai, l’abate Pier Francesco, aveva deciso di lasciare quella bella villa, le sue terre e il suo cognome a un giovane che fosse aristocratico e possedesse talento e virtù. Aveva affidato la scelta del fortunato erede all’arcivescovo di Lucca, Filippo Sardi, che senza troppa fantasia aveva deciso subito di premiare Cesare, cadetto della sua famiglia nonché nipote prediletto. Questo lascito imprevisto aveva scatenato polemiche e processi a non finire con i parenti dell’abate, ma si era rivelato oculatissimo. Cesare, da allora Sardi Benassai, ben presto era diventato importante. Nel 1814 il governo lo aveva mandato con una delegazione al Congresso di Vienna, che doveva ridisegnare la mappa del potere in Europa, e lì si era battuto con coraggio, ma inutilmente, perché a Lucca fosse restituita l’antica autonomia che era riuscita a salvare per due secoli prima di arrendersi, ultima città italiana, alle truppe francesi. Dopo quel congresso caotico e galante, dove tutto era stato deciso più nelle alcove che nelle riunioni ufficiali, Cesare era diventato consigliere di stato dei Borboni e Commissario delle Strade e anche delle Acque, visto che a quei tempi si arrivava da Lucca a Pisa in barca lungo canali e laghi. Mi par di riessere a Parigi, annotava sul diario, felice dei suoi successi e dei suoi possessi.

    Un secolo e mezzo più tardi nella Villa dei Tre Cancelli c’era ancora un bel ritratto dello zio benefattore, fatto a Roma quando era assistente al soglio pontificio. E c’era anche, e soprattutto, la sua maschera mortuaria in gesso: il calco del suo volto ossuto e ascetico terrorizzava noi bambini perché stava sull’altare di una cappella minuscola, al piano terreno, dove la nonna diceva il rosario insieme alle persone di servizio, ogni giorno per due mesi all’anno.

    Arcivescovo di Lucca per ben quarantadue anni, Filippo era venerato in famiglia come santo ma anche come eroe. Riuscì infatti a sopravvivere a rivoluzioni e restaurazioni, conservando intatto il suo potere e il suo prestigio. Non si lasciò mai intimidire. Allungò le prediche quando arrivarono i francesi in armi, nell’ultimo anno del Settecento, e per colpa loro una città severa per l’ordine, per la religione, pel costume, erasi convertita in un bordello. Moltiplicò le messe quando i giacobini più facinorosi occupavano urlando i palchi del teatro e i nobili si prodigavano in complimenti per cercare di tenerli tranquilli. Raddoppiò i ritiri spirituali quando gli aristocratici non potevano più fermarsi per strada a parlare tra di loro, venivano derisi, spesso arrestati, tanto che un cittadino Sardi dovette nascondersi a vivere nella capanna di un suo bosco perché ricercato. Incrementò le opere di carità quando quegli occupanti, rubando e tassando, dettero il colpo decisivo all’economia della città, già provata dalla crisi dell’industria della seta. Ci furono perfino cortei di protesta mai visti prima nelle vie cittadine. Donne disperate che gridavano: Fame, fame.

    Lui, il grande arcivescovo, non arretrò di un passo neppure quando la Repubblica si risvegliò Principato e un certo signor Felice Baciocchi fu innalzato al rango di principe soltanto perché sua moglie Elisa, più uomo di molti uomini, era sorella di Napoleone. L’imperatore francese disprezzava Lucca, che definiva la Repubblica nana, e i lucchesi ricambiavano l’antipatia continuando a chiamare ironicamente sua sorella la Madame. Le erano grati soltanto di aver portato in Lucchesia, anche nella campagna di Vallebuia, qualche buon vitigno francese.

    Il gran porporato di famiglia riuscì a conciliare fede e potere così bene che, nel periodo di transizione tra la fine del regime napoleonico e il congresso di Vienna, fu nominato anche presidente del Senato cittadino e divenne così la più alta carica civile e insieme religiosa dello Stato. Non era mai successo prima, ma lui non si inorgoglì né cambiò. Mentre tutti tornavano a sorridere, continuava a vedere giacobini e immoralità dappertutto come quando c’erano i francesi. Non esitava a cacciare dalla cattedrale le nobildonne che non erano vestite sobriamente. Tuonava contro i costumi della città, dove troppi giocavano d’azzardo e c’era perfino una celebre signora, una delle ultime cortigiane, che allattava al seno il suo cagnolino.

    Da vecchio ce l’aveva anche con Maria Luisa di Borbone, la nuova duchessa arrivata da Parma, bigotta e inesperta, perché invitava troppi ospiti di rango a spese dello Stato: Quelle visite non guastano i campi come la guerra – lamentava dal pulpito - ma smungono l’erario.

    Finché ebbe con lei un serio incidente diplomatico. Ottuagenario e malfermo sulle gambe, guidò la grande processione del Corpus Domini camminando così piano da farla durare un intero pomeriggio. La bella cavalleria degli aristocratici, appena ricostituita, scalpitava disordinata e impaziente in coda al corteo. La giovane duchessa si irritò, e fece sapere al cardinale che l’anno successivo avrebbe preferito che se ne restasse in curia. Lui si offese, e le rispose con una lettera nella quale spiegava che le funzioni religiose non sono affari di corte: Andrò in processione - concluse - finché le gambe mi reggeranno. La povera duchessa si dovette arrendere di fronte alla sua ostinazione e soprattutto alla sua popolarità.

    Era un sant’uomo. Durante la terribile carestia del 1816 vendette anche la croce pettorale di brillanti e l’anello gemmato per aiutare le famiglie che non avevano da mangiare. Nel 1825, a ottantanove anni, fece la quarta e ultima faticosa visita pastorale sui monti della Garfagnana, dove vivevano le sue pecorelle più povere. L’anno dopo morì.

    FATICHE ET SUDORI

    Io allora capivo assai poco di quegli antenati che mi sembravano persi, anzi dispersi, in vicende lontane e capricciose. Ma il nonno Gianni temeva che noi nipoti ne dimenticassimo l’importanza, che ci rassegnassimo all’idea che le vecchie casate potessero concedere alla loro storia, come ultimo contributo, soltanto l’omaggio di una resa dignitosa e malinconica. Così ci spronava a combattere per conservare la nostra parte nella vita, e raccontava le vicende della famiglia arricchendole di tutti i particolari che potessero renderle curiose, piacevoli, soprattutto edificanti.

    I Sardi erano una vecchia famiglia di setaioli (testori di velluti) e banchieri, che provenivano da Varese Ligure e nel Cinquecento avevano accumulato una certa fortuna a Lucca grazie ai loro affari e all’accortezza di lasciare sempre ogni bene a un unico erede, il figlio del primogenito. Col tempo si erano fatti oculatissimi perché la bancarotta aveva costretto nel Seicento uno di loro, che il nonno chiamava il povero Lorenzo, a nascondersi nella chiesa di San Paolino prima di fuggire all’estero, a Messina, per evitare la galera a vita alla quale era stato condannato.

    Da allora nei testamenti parlavano dei loro beni specificando sempre che erano stati acquisiti con infiniti stenti, fatiche et sudori. Erano documenti scritti in quattro lingue – italiano, inglese, francese e tedesco – perché i figli più giovani, se non si facevano sacerdoti, venivano mandati a studiare all’estero, soprattutto all’Accademia di Parigi, e poi spediti ad aprire sedi commerciali nelle grandi città europee e perfino piantagioni di cotone nelle lontane Americhe. Dovevano render conto della loro probità ai terribili preti di famiglia, rimasti in patria, e aiutare negli affari la casa madre, cioè il padre o il fratello maggiore.

    Lucca, tra Seicento e Settecento, non era una città qualsiasi. Veniva paragonata alla Ginevra di Calvino, la patria di adozione delle ricche famiglie lucchesi protestanti fuggite là nel Cinquecento. Gli stranieri la inserivano nel loro grand tour in Italia con ammirazione e una punta di invidia. Era la capitale di uno Stato modello, sebbene piccolissimo: ordinato e pulito, moderno e tanto colto che in una delle sue tipografie era stata stampata la seconda edizione dell’Enciclopedia di Diderot e d’Alambert proibita a Parigi .

    Da tempo, in realtà, la vecchia repubblica si era trasformata in senso oligarchico e conservatore, da democratica si era fatta aristocratica, per colpa di leggi che arrivavano al punto di definire turpi i matrimoni tra nobiltà e popolo e indecenti quelli tra nobili e borghesi, a meno che questi ultimi non fossero ricchissimi. Ma nessuno si scandalizzava che poche famiglie ricoprissero a turno ogni carica pubblica, e neppure che i Sardi, nei loro spostamenti fino a Pisa, si facessero condurre in portantina, quasi fossero antichi romani, da contadini divisi in turni. A nessuno pareva eccessivo che la famiglia, nel 1742, comprasse a Milano una carrozza foderata di damasco, e con cristalli alla portiera, per la bella cifra di 4.056 lire.

    Questi e altri racconti indignavano me, invece. Ma il nonno giurava che Lucca era, per l’epoca, uno Stato moderno e molto più giusto di altri. Ricco, pacifico, senza delinquenza né duelli. Gli stranieri in arrivo dovevano consegnare le armi alla porta della città, e potevano riaverle, mostrando la ricevuta, soltanto al momento della partenza. Le pochissime volte che c’era bisogno di un boia, per impiccare qualcuno, lo mandavano a chiamare a Firenze, perché non c’era abbastanza lavoro per stipendiarne uno fisso in loco.

    Fu in una Repubblica così, tanto debole e intelligente da intrattenere buoni rapporti con tutti i grandi paesi europei, che gli affari di famiglia prosperarono e si ramificarono all’estero. La succursale più florida era il Banco Sardi di Amsterdam, guidato da Lorenzo Antonio, ma il nonno raccontava che la più affascinante era sicuramente quella polacca, affidata nel Seicento a Bartolommeo, uno spendaccione che l’aveva governata per mezzo secolo.

    Quest’ultimo aveva sposato una donna molto brutta, almeno a giudicare dal suo ritratto nel salotto di Vallebuia, ma intelligente e potente: Eufrosina von Gratta, una nobile prussiana di lontane origini genovesi, vedova di Andrea Baier, un grande notaio del regno polacco. Era una donna capace e ambiziosa, ma detestata dai parenti italiani. Quando il cognato arcidiacono Ottavio era andato a Venezia per conoscerla, durante un carnevale, lei si era presentata in camera sua senza farsi annunciare e per di più vestita in maschera. Uno scandalo che il prelato, vero capo morale della famiglia, non le aveva mai perdonato. Per di più amava lo sfarzo e le feste, e si abbandonava a quelle che i Sardi di Lucca definivano spese alla pollacca, cioè pazze.

    Dama di compagnia della regina Maria Casimira, la vedova passionale

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