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Il Mezzogiorno e lo sviluppo negato

Il Mezzogiorno e lo sviluppo negato

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Il Mezzogiorno e lo sviluppo negato

valutazioni:
5/5 (1 valutazione)
Lunghezza:
183 pagine
4 ore
Editore:
Pubblicato:
Mar 13, 2012
ISBN:
9788886885263
Formato:
Libro

Descrizione

L'analisi che abbiamo ritenuto di articolare vuole rendere omaggio ad una memoria storica rimossa e ai cosiddetti “briganti”, rappresentati in maniera del tutto travisata e faziosa nell’immaginario collettivo e al tempo stesso analizzare in maniera compiuta il ritardo socio-economico del Mezzogiorno, le cui cause affondano le radici proprio in quel periodo storico. Solo con il coinvolgimento di tutte le classi dirigenti del sud e con il totale ripensamento degli strumenti di politica economica e sociale finora messi in opera sarà possibile superare il ritardo ormai divenuto intollerabile del Mezzogiorno d’Italia. Con questo lavoro saggistico, Cantiere Abruzzo Italia si ripropone di donare ai nostri giovani strumenti conoscitivi nuovi e appropriati, veramente alternativi, che permettano loro di riuscire a comprendere senza errori o pregiudizi la nostra storia, al fine di affrontare le sfide del presente per contribuire tutti insieme a creare i presupposti per un futuro migliore. (dalle Conclusioni del Senatore Fabrizio Di Stefano)

Editore:
Pubblicato:
Mar 13, 2012
ISBN:
9788886885263
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Libro

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Anteprima del libro

Il Mezzogiorno e lo sviluppo negato - Fabrizio Di Stefano

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INDICE

Riflessioni storico-politiche

I – Il perché di questo lavoro

II – Pagine della nostra storia

III – Semplice revisionismo storico?

IV – L’identità nazionale Valore Assoluto

V – Qualche spunto di riflessione storico-economica

VI – La cosiddetta Questione Meridionale

VII – La vera risorsa del Sud? La sua Identità Meridionale

Capitolo 1

1.1 Il Risorgimento a parole

1.2 Il Risorgimento dei libri di storia

1.3 Il Risorgimento dei vinti

Capitolo 2

2.1 Il Risorgimento, una storia da riscrivere

2.2 Unità, ovvero colonizzazione

2.3 Il Sud pre-unitario

2.4 Demanio, Usi Civici, dati di archivio su tasse e spesa pubblica

2.5 Una storia che non fu

Capitolo 3

3. 1 L’Unità d’Italia, ovvero il fallimento del Mezzogiorno

3.2 Nord e Sud: il divario crescente

3.3 Le fasi storiche e le ragioni del crescente divario

3.4 L’emigrazione

3.5 Appendice Statistica

Capitolo 4

4. 1 La colonia del Sud

4.2 Semplice dualismo territoriale oppure due Italie?

4.3 Le determinanti del sottosviluppo

Conclusioni

I curatori dell’opera

Gli autori dello studio analitico

Riferimenti bibliografici

Bibliografia generale su dualismo territoriale e Mezzogiorno

Bibliografia economica specialistica

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RIFLESSIONI STORICO-POLITICHE

Qui non c’è vanità, non c’è nessuno, non c’è ambizione. Noi moriamo per essere uomini ancora. Uomini che la violenza e l’illusione non li piega e che servono la fedeltà, l’onore, la bandiera e la Monarchia, perché son padroni di sé e servitori di Dio. Ieri forse poteva sembrare più nobile, più alta la parte di là, ma oggi con noi c’è la sventura, e questa è la parte più bella. Perché sopra, noi ci possiamo scrivere: senza speranza..."

(Carlo Alianello)

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I – Il perché di questo lavoro

Civitella del Tronto, per me e per la Fondazione che ho l’onore di presiedere, non potrà mai essere un luogo qualsiasi. È proprio in questo paese che ho cominciato ad interrogarmi su alcuni passaggi storici che sono stati singolarmente trascurati e dei quali, anche per vicissitudini e testimonianze familiari, ho sempre avvertito l’importanza.

Ebbene, Civitella ospita una fortezza che non a caso è diventata il vessillo dei tradizionalisti, ultimo baluardo borbonico a cadere, simbolo del fiero meridione d’Italia che non condivise un’annessione voluta dall’alto e pagata col sangue, con le spese e con tutti gli interessi.

Troppo spesso è accaduto che la storia venisse scritta dai vincitori, a scapito della realtà dei fatti. Altrettanto sovente bisogna attendere molti anni, affinché si sia in grado di giungere a quella serenità necessaria per ristabilire un minimo di verità.

L’ultimo esempio ci viene offerto dalla tragedia delle foibe, per oltre cinquanta anni tenuta nascosta dalla storiografia ufficiale, a causa di motivi ideologici e di interessi di parte.

Analogamente, non possiamo non ricordare i crimini che vennero perpetrati in Italia nell’interminabile secondo dopoguerra del Novecento, portati alla luce negli ultimi anni dai romanzi del giornalista – nato culturalmente a sinistra – Giampaolo Pansa.

L’analisi che abbiamo ritenuto di compiere muove da una duplice urgenza: da una parte quella di voler rendere omaggio ad una memoria storica rimossa e – perché no? – agli sconfitti: ai cosiddetti briganti, troppo a lungo rappresentati in maniera caricaturale e approssimativa, consegnati come maschere all’immaginario collettivo; dall’altra quella di approfondire la preoccupante situazione socio-economica dell’Abruzzo moderno, le cui cause affondano le radici proprio in quel periodo storico.

Per entrare subito in tema, appare fin troppo evidente il fenomeno dell’emigrazione, che fino al 1860 non sfiora il Meridione, dove, anzi, era pressoché sconosciuto, mentre costituiva un problema di quasi esclusiva pertinenza delle popolazioni del Nord, e di quella veneta in particolare. All’indomani del 1861 i soldati borbonici prigionieri dell’esercito sabaudo furono spediti a combattere nella Guerra di Secessione americana, ed è in questo modo brutale che viene dato avvio al dramma dell’emigrazione nel Sud Italia.

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II – Pagine della nostra storia

Sempre per rimanere in tema di rispetto della memoria storica, mi domando, se non sia opportuno ricordare in questa sede – accanto alla Risiera di San Saba, lo stabilimento per la pilatura del riso dopo l’8 settembre 1943 utilizzato dai nazisti come campo di prigionia per gli ebrei – il forte di Fenestrelle, usato per lo stesso scopo, sebbene meno conosciuto.

Descritto da Edmondo De Amicis come una rocca mostruosa, innalzata per arrestare un’invasione di popoli o per contenere col terrore milioni di ribelli, il forte fu costruito originariamente per fermare eventuali eserciti francesi che avessero voluto tentare di invadere il Piemonte attraverso la Val Chisone, salvo poi divenire, in epoca risorgimentale, un vero e proprio campo di concentramento dove furono rinchiusi i militari borbonici che non vollero servire il re Vittorio Emanuele II.

Il carcere pullulava di detenuti politici, di cui sono ancora esposti i crani presso il museo Cesare Lombroso di Torino. Fu proprio il noto criminologo, inviato come medico nella campagna contro il brigantaggio, che nel redigere i suoi studi condotti sui prigionieri del carcere, espose la teoria sull’inferiorità del popolo meridionale, basandosi su osservazioni anatomiche e fisiologiche.

Ad oggi, non è ancora stato possibile accertare il numero dei prigionieri duosiciliani che morirono nel forte a causa di trattamenti disumani, nonostante le vittime siano state tante. Alcuni nomi sono riportati nei registri parrocchiali, altri in documenti rinvenuti insieme a stralci di cronaca locale, che parlano di corpi gettati nella calce viva anziché sepolti, per non lasciar traccia. Addirittura, per creare una situazione di maggior disagio climatico, ogni apertura era privata di imposte o finestre, affinché i prigionieri non avessero alcuna protezione dal gelo.

Lorenzo Del Boca, giornalista e saggista italiano, afferma in un’intervista: L’Unità d’Italia ha un debito di riconoscenza nei confronti dei soldati borbonici deportati e morti, e non si può lasciare che vengano uccisi due volte, fisicamente e nel ricordo.

Tuttavia il forte di Fenestrelle non è l’unica vicenda storica messa a tacere.

Oggetto di eguale censura è stata la strage di Bronte, di cui Nino Bixio, uomo fidato di Garibaldi, si rese responsabile – unitamente ad una truppa di garibaldini- nel tentativo di reprimere la rivolta contadina. Su questo episodio – dopo Bronte, Randazzo, Castiglione, Regalbuto, Centorbi, ed altri villaggi – nel 1972, fu realizzato un film da Florestano Vancini, su sceneggiatura, fra gli altri, di Leonardo Sciascia dal titolo: Bronte – Cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato.

Mandato in onda dalla Rai, venne poi frettolosamente ritirato e consegnato a quella congiura del silenzio che a distanza di quarant’anni continua a valere per qualsiasi tentativo di riaprire una pagina oscura della storia per far conoscere le ragioni dei rivoltosi.

Qualche anno dopo, fu la volta dello sceneggiato televisivo L’eredità della priora, tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Alianello, ambientato durante il periodo dei moti scoppiati a seguito della conquista del Regno delle Due Sicilie da parte dell’esercito piemontese dei Savoia.

Il lungometraggio, realizzato dal nostro Anton Giulio Majano, originario di Chieti, tra i più importanti autori di fiction per il piccolo schermo, andò in onda su Rai Uno nel 1980, ma poi scomparve, salvo rare apparizioni nel palinsesto televisivo Unico, ma sempre d’estate, ed in orari improbabili.

La condanna dei metodi attraverso i quali si giunse all’unificazione dell’Italia è inequivocabile.

Persino peggio è andata a Li chiamarono... briganti!, film realizzato, nel 1999, da Pasquale Squitieri, non di certo uno sconosciuto esordiente.

Incentrato sulle vicende del brigante lucano Carmine Crocco e della sua banda, venne subito sospeso nelle sale di proiezione ed è, attualmente, di difficile reperibilità, oppure costretto a proiezioni clandestine in circuiti di volonterosi appassionati.

Non ne esiste copia in vhs o dvd e non è mai arrivato in tv, malgrado il grande successo registrato in alcuni convegni e università, oltre ad un cast stellare , composto da attori e attrici del calibro di Enrico Lo Verso (il protagonista), Claudia Cardinale, Benoît Vallès, Giorgio Albertazzi, Remo Girone, Franco Nero e Lina Sastri; al film è stato impedito, di fatto, di raggiungere il grande pubblico.

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III – Semplice revisionismo storico?

Non stiamo parlando di marginali dispute storico-culturali. E ne è testimonianza il necessario approfondimento degli storici, che soprattutto in quest’ultimo anno, ci hanno regalato rigorose pubblicazioni, saggi preziosi, forti di testimonianze tanto documentate, quanto coraggiose.

Penso ad esempio a Terroni di Pino Aprile, o a 1861 di Giovanni Fasanella e Antonella Grippo, ospiti della Fondazione Cantiere Abruzzo Italia, nell’ultimo convegno organizzato a Civitella del Tronto (11 e 12 marzo 2011), interamente dedicato alla rilettura critica del 150°. Ma penso anche a Altri risorgimenti di Gianfranco de Turris, o Il Sangue del Sud di Giordano Bruno Guerri.

L’elenco potrebbe continuare, talmente numerosi sono i lavori, tutti apprezzabili, basati su una analisi storiografica impensabile fino a pochi anni fa.

Persino uno dei più noti giornalisti della sinistra, Gian Antonio Stella, ha scritto, sul Corriere della Sera, un lungo articolo dedicato all’eccidio di Pontelandolfo, in provincia di Benevento, sebbene la lettura dell’evento sia in parte viziata da una certa faziosità.

Dall’analisi di Stella si evidenzia come la storia possa essere in parte travisata dalla lente deformante dell’ideologia. Se ne scorriamo i passi, troviamo conferma di questo nostro dire:

...Per troppo tempo, infatti, una retorica negazionista prima savoiarda e poi fascista, seguita da una malintesa idea della storia orientata a metterci una pietra sopra (vicende vecchie, ormai è successo, perché rivangare?) aveva impedito di affrontare fino in fondo il tema: lo Stato rase al suolo, con la ferocia delle peggiori ritorsioni militari di un esercito d’occupazione, un «proprio» Paese. Un pezzo della patria....(Corriere della Sera, 14 agosto 2011)

È evidente come Stella dimentichi che il Fascismo è finito 60 anni fa, e che negli ultimi 40 anni, a partire dall’ubriacatura post sessantottina, l’egemonia culturale della sinistra è stata assoluta. Proprio attraverso questa egemonia la sinistra ha dato del periodo storico che trattiamo, una interpretazione mistificatrice, esaltando, a sfavore di tutte le altre tendenze, il giacobinismo, da cui sono nate le più grandi tragedie dell’umanità, in primis il comunismo.

Ad ogni modo, a questo genere d’articoli, vanno ascritti non solo il merito di portare alla luce eventi rimossi della nostra storia, come quelli del libro di memorie di uno dei soldati che presero parte a quella vicenda, il valtellinese Carlo Margolfo («Entrammo nel paese: subito abbiamo incominciato a fucilare preti ed uomini, quanti capitava, indi il soldato saccheggiava, ed infine abbiamo dato l’incendio al paese»...«Quale desolazione!», ricorda Margolfo inorridito: «Non si poteva stare d’intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti, e chi sotto le rovine delle case. Noi invece durante l’incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava.... I militari del Regno d’Italia, accusa la delibera del Comune che ha dichiarato Pontelandolfo «città martire», «uccisero bambini, giovani, vecchi, donne e fanciulle, molte di esse dapprima stuprate. Molti soldati si impossessarono di danaro,

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