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La lotta politica in Italia, Volume I (of 3)
Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione

La lotta politica in Italia, Volume I (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione

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La lotta politica in Italia, Volume I (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione

Lunghezza:
488 pagine
6 ore
Pubblicato:
Nov 25, 2013
Formato:
Libro

Pubblicato:
Nov 25, 2013
Formato:
Libro

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ALFREDO ORIANI


La lotta politica

in Italia

ORIGINI DELLA LOTTA ATTUALE

(476-1887)

QUINTA EDIZIONE

Curata e riveduta sul manoscritto da A. Malavani e G. Fumagalli

VOLUME I.

FIRENZE

SOC. ANONIMA EDITRICE «LA VOCE»

1921

INDICE


AVVERTENZA

La presente edizione è curata da Achille Malavasi e Giuseppe Fumagalli. Essi hanno procurato di attenersi fedelmente all'edizione originale di Torino curata dallo stesso autore, pure tenendo a riscontro il manoscritto originale cortesemente messo a disposizione dal figlio dell'autore signor Ugo Oriani. Attenersi strettamente al testo di questo, apparve sin dall'inizio impresa impossibile. La stampa torinese presentava, nei confronti del manoscritto, numerose e radicali varianti, le quali, rappresentando il pensiero dell'autore nella sua forma definitiva, dovevano essere accolte nella presente lezione. Al manoscritto si ebbe tuttavia frequentemente ricorso; e precisamente ogni qualvolta la stessa lezione dell'autore presentava difficoltà di interpretazione. Errori di nomi e di date, sfuggiti alla revisione e all'attenzione di lui, si ebbe cura altresì di rettificare.

LA LOTTA POLITICA IN ITALIA

ORIGINI DELLA LOTTA ATTUALE

(476-1887)

LIBRO PRIMO

IL FEDERALISMO MUNICIPALE

Capitolo Primo.

La fusione barbarica

L'individualità romana e cristiana.

Roma fu la patria dello stato, il suo impero la prima unità mondiale.

L'individualità antica vi ottenne colla coscienza della propria interezza, quella dei rapporti che la riunivano allo stato. Infatti mentre nella Grecia, patria dell'individuo, questi rimaneva chiuso in se medesimo e lo stato era piuttosto una somma che una unità capace di subordinarsi gli individui imponendo loro le proprie necessità come un'idea superiore, per la quale fossero nati e nella quale vivessero, a Roma individuo e stato, astrattamente concepiti, si costituiscono con reciproca personalità. La libertà dell'uno risulta dalla necessità dell'altro, il destino di Roma è la spiegazione e la gloria d'entrambi. Quindi le prime battaglie politiche vi hanno già uno spiccato carattere giuridico; la religione, più bassa dello stato, ne rispecchia le relazioni in una specie di contratto fra uomo e Dio; la famiglia vi fornisce l'unico altare praticato, la poesia vi è assente, la politica vi domina. Ma perchè il concetto della individualità possa esplicarsi diventando simultaneamente coscienza ideale e forma politica, l'individuo deve esservi in parte soffocato e contuso; la storia sembra imitare il processo dell'arte, che per estrarre il tipo è sempre costretta a spremere l'individuo. Così nella famiglia romana, modellata sullo stato, il padre solo, che ne è l'unità, si mostra perfetto; tutte le altre personalità soggiacciono alla sua, ma vi ottengono con secolare disciplina i sentimenti e le idee, che corrispondendo alla personalità astratta del loro tipo possono formarlo storicamente. Il diritto romano è la loro storia. In esso tutto è concepito astrattamente e nullameno a contatto della realtà; la procedura vi è infallibile, le relazioni precise; l'individuo romano vi è inviolabile come la proprietà, nella quale e colla quale si svolge; una severa ed angusta moralità impera a tutte le relazioni; autorità e servitù vi sono scevre di passioni.

Nè l'individuo, nè lo stato sono però perfetti: manca il terzo termine, l'umanità.

Nel diritto come nella storia romana si sente il dualismo: da un canto Roma, dall'altro il mondo; la vita vi è conquista e l'unità mondiale lo scopo che deve annullarla, e l'annulla. Quindi nel periodo romano, che compie il periodo ellenico, le due personalità dello stato e dell'individuo rimangono così violentemente strette per la necessità dell'incessante battaglia che, se non si soffocano, almeno s'impediscono vicendevolmente un armonico ed integrale sviluppo. Dal momento che Roma è in lotta con tutto il mondo per fonderlo col proprio processo nello spirito greco, il suo stato costituito di questa idea e per questa idea vi deve tutto sacrificare. La famiglia è un allevamento politico e militare, il governo una republica aristocratica, perchè la monarchia di Alessandro aveva già fallito alla missione di universalizzare lo spirito ellenico; il soldato deve essere cittadino e il cittadino soldato, il figlio sottoposto al padre come un milite a un centurione, la donna sottomessa all'uomo e senza funzione o carattere politico, la religione uno strumento di governo; e non pertanto ogni coscienza privata vi rimane alta quanto la publica, giacchè solo un popolo di soldati e un esercito di cittadini possono conquistare il mondo con una guerra di sette secoli.

I greci stimavano barbaro ogni altro popolo, i romani più forti e meno intelligenti lo consideravano nemico. L'umanità dell'individuo così a Roma come ad Atene è tutta nell'orbita della patria organizzata dallo stato. L'angustia di questo limite e la ferocia del processo storico dovranno quindi violentarla: però essa sarà la migliore apparsa sino a quel tempo nella storia, e vi resterà come uno dei massimi momenti dello spirito umano.

Il civis romanus sum, grido d'orgoglio insuperato col quale l'individuo romano si afferma in faccia a se medesimo e al mondo, esprime al tempo stesso il suo trionfo e la sua sconfitta, giacchè non avrebbe saputo abbreviarlo slargandolo fino all'universale: civis sum. Roma e il suo stato sono ancora necessari per essere cittadino; la personalità romana non è ancora umana.

Compita la conquista mondiale con un'assidua dilatazione da tutte le coste mediterranee ai centri d'Africa, d'Asia, e d'Europa, soppresse coll'antagonismo di tutti gli stati le antitesi di tutte le civiltà e di tutte le religioni, riassunto in una sintesi incomparabile quanto gli antichi imperi avevano connesso e la Grecia aveva fuso nel proprio spirito, propagata una legislazione uniforme, indotto nella coscienza di cento popoli il sentimento dell'unità storica col trionfo di Roma, occorreva ancora una nuova religione e un'altra filosofia per formare la vera personalità dell'individuo e dello stato entro il concetto dell'umanità. Dopo aver ellenizzato se medesima, Roma doveva romanizzare il mondo, comunicando a tutti i popoli colle proprie leggi i propri diritti. Caio Gracco e Giulio Cesare furono i due massimi eroi di questa necessità romana, che trionfò nel periodo imperiale con imperatori mostruosi come Caracalla e Commodo.

Se la monarchia cesarea era la negazione della nazionalità di Roma, il cristianesimo era la negazione dello stato romano.

L'impero, come soluzione del lungo periodo di conquista, fu dunque un'epoca di pace, una specie di riposo, nel quale tutti i popoli riconoscendosi ascoltavano le nuove promesse di un mondo migliore. L'unità cristiana divenne il rifugio di tutte le personalità offese dall'inevitabile tirannia unitaria dell'impero. Colla filosofia greca, col diritto romano e col cristianesimo la coscienza individuale non aveva più d'uopo di aderire allo stato per rassicurarsi: libera, ripiegata sopra se medesima, in faccia a un Dio tutto spirito, esaltata dalla tragedia del Golgota, che dichiarava falsa ogni società e la vita un pellegrinaggio verso il cielo, trovò subito istintivamente la propria identità. Patria e nazionalità, tutto fu nel primo fervore abiurato, mentre invece tutto doveva ricostituirsi sulla base di questa abiura.

Nella formazione etica della nuova personalità Dio si sostituì allo stato, cui per contraccolpo venne storicamente ad aggiungersi come terzo termine l'umanità affermata dalla nuova religione.

Senonchè il recente individuo creato da una formale negazione della storia, nella quale era chiamato ad agire, quantunque migliore dell'antico, non era meno imperfetto. Il processo di astrazione, mediante il quale si era realizzato, lo rendeva singolarmente inetto nella solidarietà storica, appunto nel momento che l'imperiale unità romana, avendo liquidato tutto il mondo anteriore, doveva alla propria volta liquidare se medesima.

L'impero avendo annullato tutti gli stati nella propria unità doveva essere franto dalla federazione.

Il cristianesimo, non meno pessimista del mosaismo donde usciva, aveva bensì creato una personalità più spirituale di quella sviluppata dalla filosofia greca e dal diritto romano, ma per ottenerla aveva dovuto sopprimere in essa ogni coscienza storica. Nel suo sistema la vita umana non aveva valore se non come prologo alla vita oltremondana: il mondo, effetto di una prima decadenza, si era mutato per misericordia di Dio in una specie di prova, dalla quale l'individuo non poteva uscire vincitore che con una rinunzia alla propria umanità. Questa negazione, meno profonda ma appunto per questo più efficace di quella di Buddha, se cancellava di un tratto tutte le tragiche differenze fra gl'individui del mondo antico emancipandoli in una libertà fatta di uguaglianza e di disinteresse dalla vita, correva pericolo di perdere i risultati del proprio progresso. La necessità metafisica del negar tutto per sopprimere molto, comune a tutte le rivoluzioni, doveva essere frenata dall'altra maggiore necessità di mantenere la vita per atteggiarla secondo le nuove idee.

Questa fatalità produsse la storia del cristianesimo, la quale altrimenti avrebbe conchiuso a un suicidio storico. L'impero romano logorato dal trionfo della propria missione si disgregò perchè entro le sue rovine si ricomponesse la doppia individualità degli stati e dei cittadini. Nell'unità religiosa, sostituita alla sua unità politica, non vi erano più nè barbari nè nemici; il dualismo fra pagani e cristiani si svolgeva come un processo di conversione al cristianesimo; le imminenti invasioni barbariche rappresentavano la necessità di una trasfusione di sangue vergine nel vecchio corpo dell'impero esaurito dalla vita e dalla storia.

Il civis romanus sum da grido di nobile orgoglio si era già mutato in vanto di efferata tirannide, mentre il dispotismo del governo imperiale, aggravandosi insopportabilmente su tutte le nuove coscienze, destava in ogni popolo il bisogno di riprendere la propria nazionalità sacrificata fatalmente alla conquista della civiltà romana. D'altronde il cristianesimo era inconciliabile coll'impero, che sintetizzava tutte le forme e le forze del paganesimo.

La federazione disgregò l'impero.

La federazione nell'impero.

Per qualche tempo l'impero resistette, impedendo e sventando le rivolte coi benefizi della propria democrazia cesarea. Siccome gl'imperatori trattavano le provincie meglio che la capitale, tutti i moti intesi a resuscitarvi le vecchie nazionalità fallirono: ma, sottomessi quei primi ribelli e reso indiscutibile l'impero, i popoli insorsero contro l'unità cesarea reclamando la propria autonomia colle forze stesse della civiltà romana. L'antica lotta degli italioti contro Roma ricominciò su tutti i punti dell'impero: i sudditi si agitarono come cittadini malcontenti, subornarono le legioni accantonate nei loro territori, le spinsero alla ribellione, le avventarono su Roma. Galba, primo fra gli imperatori imposti da una provincia insorta, distruggendo l'unità plebea sulla quale si era invano appoggiato Nerone suo avversario, affettò di rialzare il senato e di ripristinare l'antica libertà violata dalla famiglia di Augusto. Era questo il sogno e la rivincita delle provincie ancora credenti nell'impero e nemiche di Roma. Ma l'usurpazione diventò a mano a mano il solo modo di elezione all'impero; i generali vi succedettero ai generali, non fu nemmeno più necessario essere romano: Nerva era di Creta, Traiano di Spagna, Antonino di Nimes. Non importava essere nemmeno generale; la virtù era inutile come il genio per conciliare l'unità dell'impero colla libertà delle provincie, inefficace ogni mostruosità di ferocia per atterrire le ribellioni. Così, mentre la civiltà dei romani si estendeva, il loro dominio scemava, Roma decadeva e i municipii s'alzavano. Il federalismo barbaro del regno di Commodo oltrepassò quello inaugurato da Galba; ogni provincia, ogni legione proclamò i propri cesari, che si distrussero a vicenda. L'impero fu un dramma, in ogni scena del quale moriva un imperatore. Dopo Galieno si contarono in quindici anni nove imperatori, dei quali otto uccisi, e le insurrezioni continuarono.

Quindi, mutata la scena, la politica imperiale non potendo più contare nè sulle Provincie, nè sull'equilibrio fittizio di Adriano o sulle virtù distributive degli Antonini, nè sul tesoro esausto delle naturalizzazioni, s'appoggiò unicamente sull'esercito. La vera capitale dell'impero era l'accampamento: il suo governo assomigliava già ad una invasione. Se Caracalla toglieva ogni differenza fra i sudditi dell'impero romano, Commodo aveva già aperto a tutti le proprie legioni, nelle quali i soldati combattenti come gladiatori dovevano mutarsi presto in conquistatori. E allora i barbari associati con essi sfondano improvvisamente tutti i confini; la guerra rugge incessante alle frontiere, nelle provincie, alla capitale, negli accampamenti; il mondo, più forte di Roma, impone a Diocleziano di spezzare l'impero in quattro immense provincie. Da questo momento il senato non discute più leggi in Roma abbandonata dalla politica e dai Cesari; altre città come Treviri, Antiochia o Milano stanno per superarla. La federazione, stanca della lunga guerra e appagata dalla enorme vittoria, concede una tregua all'impero, ma per romperla dopo pochi anni e trionfare di Massenzio con Costantino, che decapita Roma e crea Bisanzio.

L'unità e il governo di questo secondo impero, non essendo più che di palazzo, rispetta tutte le forme politiche conquistate dalla federazione contro Roma, a cominciare dall'ultima e più importante, la divisione di Diocleziano. Tutto cede al cristianesimo, cui Costantino dà la forza di una rivoluzione sociale; vi affluiscono tutti i diritti, vi si accatastano tutte le ricchezze. Poichè nella battaglia contro il paganesimo i cristiani si sono divisi in varie sette, Costantino tenta di riunirli coi concilii, perseguita eretici e pagani, identifica la fede in Dio colla fede in Cesare. Ma alla sua morte le divisioni e le suddivisioni proseguono; l'eroismo di Giuliano l'apostata nel tentativo di una doppia risurrezione del paganesimo e dell'impero fallisce; la libertà propagata dal cristianesimo frantuma con rinascenti ribellioni la stessa divisione delle quattro provincie; Roma colla proclamazione di Nipote si contrappone a Bisanzio, finchè scoppia come un incendio l'arianesimo, che scindendo l'unità cristiana raddoppia le energie separatiste della federazione. Intanto i barbari, assoldati dall'impero e naturalizzati dal battesimo, secondano inconsciamente o volontariamente la multipla rivoluzione federale; prima coloni, poi ribelli, quindi liberatori percorrono liberamente la gamma loro assegnata dalla storia. Seduzioni irresistibili li circondano; incaricati di difendere la porpora imperiale, ne tagliano lembi per rivenderli stupidamente o per cingersene la fronte con orgoglio selvaggio.

Con Arcadio ed Onorio si entra finalmente nella fase degli imperatori ancora più inetti che immobili. Si adottano le invasioni per dissimularne le vittorie, si vezzeggiano le ribellioni per placarne i furori e nascondere la decadenza; il palazzo imperiale non è più abitato che da statue e da paralitici. L'inondazione barbarica straripa da tutti gli argini: quindi l'impero arruola intere nazioni di barbari contro altri barbari, distribuisce regioni ai goti, ai vandali, agli eruli, ai turcilingi, agli alani, negoziando incessantemente coi re assoldati, opponendo i primi agli ultimi, sostenendosi col maneggio delle invasioni.

Ma l'anarchia prorompente da questa diplomazia imperiale, costringendo le provincie a pagare le imposte per essere poi saccheggiate, presto suggerisce loro di voltare contro l'impero l'immane federazione dei barbari e di trattare direttamente coi singoli re dell'invasione: così la Spagna si dà ai goti, l'Africa ai vandali, la Gallia ai franchi, l'Italia ad altre nazioni.

Fondazione del regno.

Fra tutti questi torbidi moti l'Italia domina però ancora, opponendo la rivoluzione del regno all'impero di Bisanzio. Prima che le orde discendano le Alpi e sorga la stessa Bisanzio, Milano guida già la sommossa federale contro Roma, e il suo S. Ambrogio ne soverchia i pontefici; S. Agostino, scolaro di questo, gitta un appello sublime di coraggio e di eloquenza a tutti i barbari perchè accorrano d'ogni parte a rovesciare l'antica capitale. Quindi i barbari arrivano tumultuando. Ravenna, fondata tra la doppia inimicizia di Roma e di Milano, diventa la nuova città del regno dopochè Stilicone ed Ezio vi hanno invano mescolato eroismi e tradimenti; Ricimero tratta gli ultimi cesari come schiavi, Gundebaldo suo nipote lo imita, tutta l'Italia applaude ed asseconda, meno Roma ancora unitaria che resiste. Ma Nipote, impostole da Bisanzio, viene scacciato da Oreste, già segretario di Attila, che vi nomina il proprio figlio Romolo Augusto prontamente spodestato da Odoacre generale degli eruli. Questi è il primo re della prima Italia. Frazionata in Provincie, abitata da vari popoli, disforme di civiltà e di clima, soggiogata dai romani, associata con loro nella conquista del mondo e smarritavisi prima di loro, essa non aveva mai avuto nè vita nè storia nazionale. Tutto vi era stato importato. La sua prima civiltà etrusca era già greca in gran parte: la sua seconda civiltà romana diventò troppo presto mondiale atrofizzando fatalmente i pochi germi, che avrebbero potuto in una lenta fusione di popoli e di costumi darle carattere originale ed italiano.

Odoacre, insorgendo contro l'impero, è costretto ad intitolarsi re d'Italia. Nell'organizzazione del suo regno appare subito il principio della rivoluzione italiana, che frangendo l'unità della conquista romana nel nome delle eterne insurrezioni federali intende conservare le idee sociali e civili di Roma. Quindi le leggi vinte dai plebei sui patrizi e la democrazia cesarea restano indelebili sul suolo italiano, mentre l'imperatore di Bisanzio alzandosi nella unità spirituale dell'impero non è più che un pontefice del diritto, e il papa di Roma come capo del cristianesimo comunica alla grande urbe abbandonata la propria inviolabilità. Ma Odoacre va più innanzi, e, ariano, protegge i pontefici romani contro Bisanzio, che vorrebbe imporre loro nuove eresie, e li costringe ad essere solidali col nuovo regno sostituente una nazionale unità a quella formale dell'impero. Così la federazione trionfa col nuovo istinto indipendente dei barbari, che ringiovanisce quello ormai esausto della vecchia libertà e supera l'altro delle insurrezioni militari sempre circoscritte nella formola imperiale; senonchè una reazione rovescia prontamente il nuovo regno. Bisanzio scarica i goti sugli eruli, avventando Teodorico su Odoacre; Teodorico vince, ma per tradire anche più vastamente Bisanzio, slargando e consolidando il sogno di Odoacre. Il nuovo re aduna intorno a se stesso tutti i superstiti elementi della civiltà, moltiplica i monumenti, conferma l'indipendenza di Roma, vuole essere indigeno, federato e romano, re e vicario, conquistatore e console, dominatore e protettore della nuova libertà. Ariano come Odoacre, ne imita la politica religiosa e decide la nomina di Simmaco al pontificato contro Lorenzo candidato di Bisanzio: protegge vescovi, plebi, arti, redimendo l'Italia dall'impero colla doppia formula della monarchia a Ravenna e della republica a Roma fra tale uno splendore di gloria, che tanti secoli dopo confonderà ancora la fantasia di Machiavelli coi bagliori ingannevoli di una visione. Se il mondo antico aveva progredito coll'unità, il nuovo progresso derivato dal suo esaurimento deve invece attuarsi colla federazione, per determinare le individualità delle razze e degli stati, delle provincie e delle città, delle famiglie e degli individui entro le due idee universali della chiesa e dell'impero. Laonde dalla conquista irresistibile della republica attraverso le naturalizzazioni dei primi cesari, l'equilibrio di Galba, la democrazia militare di Commodo, le divisioni pacificatrici di Diocleziano, la democrazia cristiana di Costantino, le naturalizzazioni barbariche di Onorio, sorgeranno finalmente i regni indipendenti e federati dei barbari. L'embrione della storia moderna è già trovato; le leggi del suo primo momento saranno quelle di tutto il suo sviluppo.

Ma l'Italia non può come la Spagna appartenere ai goti fondendosi nella loro unità nazionale; Roma republicana e cristiana lo vieta. Quindi, emancipatasi da Bisanzio nella fondazione del regno, incomincia la propria guerra contro Ravenna rappresentante la nuova unità monarchica colla nobiltà ariana. Le differenze politiche e religiose fra le due città sono inconciliabili: il progresso sociale di Roma riassunto nel diritto romano e nel cristianesimo esige il sacrifizio di Ravenna, che contiene l'unico germe di progresso politico. La guerra scoppia, ma la vittoria è già prestabilita. Roma disarmata, alla testa di tutte le forze federali, di tutte le tradizioni e di tutte le idee, aiutata dalla stessa Bisanzio, prevarrà a Ravenna sconfiggendo nei goti gli ultimi invincibili soldati dell'epoca, annullando successivamente il genio di Teodorico diventato crudele, la clemenza di Amalasunta, l'impostura di Teodato, il suicidio regio di Vitige, il tradimento patriottico di Ildebaldo, i supremi eroismi di Totila e di Teia. Mentre i goti migrano dall'Italia per perdersi nelle paurose foreste germaniche, S. Benedetto arriva con un altro esercito di monaci e alza a Montecassino la magnifica ed imprendibile rocca, nella quale ripareranno tutte le arti e le scienze dalla tempestosa notte medioevale. La milizia cristiana ingrossa ora per ora, e si espande, conquista, si fortifica; i vescovadi italiani salgono a 145: ogni vescovo è un capitano pel quale sacerdoti e credenti possono trasformarsi in soldati; ogni fondazione vescovile è al tempo stesso un baluardo e un accampamento contro l'arianesimo al quale scemano moltitudini e guerrieri, generali e pensatori.

L'istinto politico di Roma non ha fallito; l'impero di Giustiniano e del suo successore è ancora una negazione della barbarie regia e una protezione delle vecchie libertà republicane. A Venezia, rispettata e protetta da Narsete, si costituiscono parlamenti cantonali; ogni isola ha un tribuno e un'assemblea: Eraclea è il centro delle deliberazioni generali. Napoli ha un'eguale libertà, Roma conserva il proprio senato, che può opporsi ancora al generale bizantino proseguendo la lotta fra il regno e la libertà, entrambi necessari alla vita italiana e non pertanto inconciliabili nelle proprie essenziali conseguenze. Quindi denunzia Narsete a Bisanzio; ma questi, ammaestrato dal dramma di Belisario, piuttosto che credere secondo una leggenda agli ordini insultanti dell'imperatrice Sofia, chiama i longobardi, che discendono le Alpi per rinnovare in Italia il regno dei goti. La loro conquista si compie però con metodo opposto; se i primi erano un esercito, essi sono un popolo e colonizzando dove si fermano, non mirano che all'Italia Cisalpina, ultimo campo del goto Ildebaldo, improvvisano un'infrangibile rete di fortezze intorno alle grandi città dei romani. Mentre i goti avevano rispettato le leggi e le magistrature romane, i longobardi invece sottomettono tutto e tutti alla propria legge militare. Il cittadino diventa servo della gleba, aldio, hospes; un decano regge ogni riunione di dodici uomini, uno sculdascio ogni riunione di dodici decani, un capo superiore ogni riunione di dodici sculdasci, e il re sovrasta a trentasei duchi sparsi nel regno. La faida, vendetta, è la gran legge dei longobardi, che simile all'ebrea discende al settimo grado di parentela e regola successioni e diritti di proprietà; qualunque uomo ha il proprio guidrigildo, meno i romani considerati come senza valore. Ogni longobardo è libero e soldato; ogni italiano è escluso dall'esercito, tributario e servo. I goti riconoscevano la supremazia formale di Bisanzio, i longobardi la ricusano. L'idea del regno, come negazione dell'impero, sale dunque con loro di un grado nella scala della libertà; ma i longobardi ariani essi pure s'accentrano a Pavia e vi si fortificano, come i goti a Ravenna, contro le due grandi città cristiane di Roma e di Milano. Però se questa è già vinta, quella invincibile infliggerà loro la sconfitta finale.

Intanto l'altra metà libera dell'Italia si volge contro il loro regno colla rivoluzione. Ravenna e Roma unite oppongono la più salda fortezza e il centro mondiale ancora più glorioso e ricco d'idee, mentre Bisanzio colpita a morte dalla negazione longobarda può tuttavia prestare gli eserciti di cui esse mancano; l'Italia meridionale, oltre Benevento estrema punta del dominio longobardo, è naturalmente federale; Venezia romita fra isole e paludi rimane al di fuori della lotta; tutte le città romane emancipate dalle prime battaglie fra Roma e Ravenna si stringono federalmente intorno ad esse con una somma di energie originali e incalcolabili, che la differenza di religione moltiplica esasperandole. La guerra fra cattolicismo ed arianesimo ricomincia più serrata e complessa, perchè il regno longobardo, superiore a quello dei goti, esige per essere vinto maggiori forze e diverse.

Il tempo longobardo si divide in tre periodi militari riuniti da una catastrofe: nel primo i longobardi conquistano mezza Italia, nel secondo il cattolicismo li conquista, nel terzo Roma li distrugge. La loro subita espansione supera quella dei goti, ma colta, si direbbe, istantaneamente dal contagio federale italiano, alla morte di Alboino subisce un interregno di dieci anni, nel quale i trentasei duchi regnano come tanti re. Poi nuove guerre costringono all'unità regia di Autari; vittorie si alternano a sconfitte, finchè l'eroismo di Pavia e l'abilità della sua politica trionfando con Agilulfo condensano il regno longobardo nella sola Lombardia. Nullameno l'Italia romana lo sorveglia implacabile. Mentre l'esarca di Ravenna non rappresenta che una specie di unità bizantina contro l'unità longobarda, la vera Italia dei Romani inerme è tutta nella rivoluzionaria federazione dei popoli, che odiando la barbarie del regno si serrano convulsivamente intorno alle vecchie libertà coll'ardore di una fede religiosa in lotta con un'altra.

In quest'epoca il vero capitano del popolo è già il vescovo, protettore delle moltitudini, elemosiniere dei poveri, semidio della città. La sua rivolta contro i duchi e gli esarchi per seguire il pontefice è l'origine e la forza persistente di questa guerra federale d'ispirazione e alimentata da alleanze, finchè S. Gregorio, nominato papa, non la rianimi con entusiasmo di apostolo, dirigendola con vera sapienza di statista. Di carattere bizzarro, amministratore esatto, caritatevole fino alla prodigalità, poeta e cerimoniere così da regolare le decorazioni del rito e il canto degli altari, egli è il politico più attivo del proprio secolo: e confedera tosto tutte le diocesi sfuggite ai longobardi, le dichiara suburbicarie da Tivoli a Siracusa, consiglia, dirige, sovrasta ai franchi, scatena l'impero contro Agilulfo. Quindi, reso più forte dalle contraddizioni, si rivolta con agile tradimento contro la stessa unità bastarda di Ravenna e di Bisanzio, cui si appoggia; nomina i generali, ravviva quotidianamente la rivoluzione indigena, centuplica i miracoli della religione col miracolo di una coscienza capace di credere alla propria fantasia; mentre, miracolo maggiore di tutti quelli narrati ne' suoi Dialoghi, l'Italia riunendo i risultati politici e sociali di questa lotta riesce a svolgere contemporaneamente in se stessa l'unità del regno e la libertà della federazione col grandeggiare simultaneo dei re di Pavia e dei pontefici di Roma.

Ma se il principio federale italiano raddoppia col proprio contagio la riottosità federale dell'aristocrazia longobarda sino a sollevarla contro i re, il cattolicismo più possente dell'arianesimo sulle terre italiane penetra nella corte di Pavia e la dissolve. Paolo Diacono, longobardo, storico dei longobardi, si perde nel mistero della loro conversione al cattolicismo, che oggi una critica più dotta ed acuta ha potuto scoprire. Teodolinda, bavarese cattolica, sposa di Autari e poscia di Agilulfo, appare la prima a conciliarli con donnesca abilità alla propria religione, voltandoli contemporaneamente contro l'indipendente feudalità dei duchi ariani. Nella nuova lotta dell'aristocrazia contro la monarchia, questa deve fatalmente ripiegarsi sul cattolicismo contro l'arianesimo, finchè Teodolinda vedova e sovrana, imponendo a Pavia la religione dei pontefici, permette a Roma di proseguire la vittoria colle stragi dei grandi tentate da Adeloaldo, colla divisione del regno concessa da Ariberto, coll'avvelenamento di Grimoaldo, ultimo eroe ariano, al quale succede indarno nella guerra contro i pontefici il cattolico Liutprando, marito di Guntrade, seconda Teodolinda.

Ma senza l'egida dell'arianesimo Pavia deve fatalmente soccombere a Roma. I pontefici sovrastano ai suoi re, dei quali governano la coscienza e le moltitudini, gli eserciti e le leggi. La federazione italiana sgretola ora per ora l'unità longobarda; ogni conversione è tradimento, ogni idea civile diventa deleteria in un regno, che non avendo tradizioni non può crearsi collo stato una patria, e, convertito a una religione nemica, aggiunge alle proprie contraddizioni di straniero tutte le insufficienze di un barbaro.

Le crisi imperiali di Bisanzio e le pontificie di Roma possono sole ritardargli la caduta. Infatti Roma, alle prese coi greci, deve difendere se stessa da rinascenti eresie e da continui agguati, nei quali i pontefici fanno da selvaggina. La destrezza, la perfidia, la passione sono uguali da ambo i lati, ma la rivoluzione sostiene Roma e guadagna Ravenna, ribella questa al proprio esarca e all'imperatore. Quindi tutta l'Italia romana, fraternizzando colla insurrezione di Roma, pare trascinata istintivamente verso una indipendenza longobarda come ad un'ultima gloriosa conseguenza del cattolicismo in progresso, mentre invece il trionfo di Roma su Bisanzio riaccende fatalmente la guerra fra quella e Pavia.

Così nel periodo seguente un'ultima insurrezione esplosa contro Bisanzio su tutti i punti, a Roma, a Ravenna, a Napoli, in Sicilia, fra i veneti, colla formula dell'indipendenza nazionale, non basta alla rivoluzione federale, quando il regno longobardo ingrossa minacciando di schiacciare tutto e tutti. La lotta, complicata al punto di sembrare assurda nel processo e impossibile nel risultato, conclude nullameno al trionfo della rivoluzione. La contraddizione cattolica paralizza la politica longobarda. Il papa, benchè soccorso momentaneamente da Liutprando contro gli iconoclasti bizantini, diffida del re, lo denunzia, lo costringe a dichiararglisi nemico, fomenta contro di lui tutte le ribellioni, lo gitta in braccia all'imperatore, invoca Carlo Martello, guadagna nel proprio disastro un piccolo patrimonio, pel quale si trasforma in sovrano. I papi si succedono, ma la loro politica prosegue inflessibile. Ratchis vuole seguitare il combattimento di Liutprando, ma percosso da religioso terrore ripara in un convento; Astolfo, suo successore, si arresta in mezzo a vittorie insperate, colto dallo stesso spavento, sulla via di Roma; e allora Stefano II, sublime di ardimento, viene a minacciarlo sino nel suo castello di Pavia, passa le Alpi, consacra Pipino re dei franchi e patrizio di Roma, lo trae seco, gli fa sconfiggere due volte Astolfo e disfare il regno longobardo, mentre l'esarcato e la pentapoli cadono in mano del pontefice, cresciuto a doge politico come quelli di Napoli e di Venezia.

Allora Desiderio, ultimo re scelto al trono dalla chiesa come un vassallo, tenta col disperato eroismo di tutte le decadenze una suprema rivincita; ma la stessa scomunica lo isola, il medesimo appello ai franchi lo prostra, e Carlo Magno scende dalle Alpi per cominciare nella storia un'epoca nuova.

Il patto di Carlomagno, e la dominazione franca.

Se i goti avevano commesso l'errore di accettare il principio imperiale, i longobardi lo avevano raddoppiato accettando quello cattolico. I loro due regni, sorti allo scopo di spezzare l'unità romana e bizantina, perchè le originalità latenti della nuova vita politica e sociale potessero prodursi, mutavano però l'Italia di Odoacre così che il nuovo patto fra Carlomagno e il pontefice trasportava la base del diritto da oriente ad occidente.

Tre secoli di rivoluzione avevano finalmente maturato il proprio frutto; l'antico mondo romano era cancellato, le invasioni arrestate, il dominio bizantino soppresso. La grande donazione franca alla chiesa emancipava tutta l'Italia non longobarda colla dominazione del pontefice, che non potrebbe mai regnarvi da principe unitario. Il

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