Melaverde

Carmela, l’ultima velaia

Giornalista professionista, autore Melaverde TV

un piccolo mondo antico che ogni giorno prendeva vita tra il mare, il porto e le prime case affacciate sulla spiaggia di Cattolica. Era il mondo dei pescatori, dei maestri d’ascia, dei fabbri, degli artigiani che realizzavano le reti da pesca. C’erano le piccole botteghe che rifornivano ai marinai gli alimenti per le lunghe soste in mare, ciambelle di pane simili a grossi taralli. L’anello serviva a far passare all’interno una cima per creare così una sorta di collana che i pescatori portavano a tracolla e appendevano nella stiva lontana dai topi. C’erano le donne che vendevano il pescato sulla banchina. C’erano i carretti che trasportavano il pesce al mercato, distante solo un centinaio di metri ma con la strada in leggera salita. Così pensionati, bambini, ex pescatori aiutavano a spingere in cambio di una manciata di pesce. C'erano anche altri carretti trainati dall'asino che, sotto il sole o la pioggia, aspettava paziente col suo padrone il grido "" del pescatore che aveva bisogno del mezzo. Tutti accorrevano curiosi a quel grido, perché voleva dire che la pesca era stata così abbondante da aver bisogno dell’asino per essere trasportata. Poi c’erano le velaie. Erano le donne a realizzare le vele per le barche mentre gli uomini erano in mare a pescare. Un’arte antica che si tramandava di madre in figlia. Si riunivano alle prime luci dell’alba negli spazi più ampi del porto per disegnare e tagliare a mano le grandi vele o lungo i marciapiedi per cucirle o aggiustarle. Ogni vela veniva poi decorata, ognuna con uno stemma diverso. Ogni famiglia aveva il suo. Una forma primaria di comunicazione per identificare le barche al largo o al loro arrivo in porto. Spettava alle donne stare di vedetta per aspettare l’arrivo delle barche in porto, per correre all’attracco a raccogliere quella parte di pesce da vendere subito sul posto. Erano le donne a occuparsi di tutta l’economia familiare. Si chiamano “”, che significa “reggitrici”, proprio perché in mano alla donna era tutta la gestione della casa, degli anziani e dei figli più piccoli. I maschi venivano imbarcati come mozzi già all’età di sette, otto anni e affidati all’esperienza del nonno o del papà per imparare il faticoso mestiere del pescatore. Giorni, spesso settimane, in mare senza toccare terra. Di questo mondo oggi non rimane quasi più niente se non il ricordo. Quasi. Perché ancora esiste e lavora l’. Si chiama e ancora porta avanti questa tradizione secolare nella sua bottega storica sulla via del porto. Qui un tempo si incontravano i marinai di Cattolica, perché suo padre era un pescatore, e quando non si era a pesca, ci si riuniva per parlare e raccontare storie di mare. Carmela è cresciuta tra le vele. La nonna, classe 1878, aveva insegnato la sua arte di velaia alla mamma Maria, e questa a lei. “Si viveva molto in strada” racconta. “Si usciva di casa alle quattro del mattino e si cuciva fino a quando non aprivano le botteghe. Lo si faceva per non dare fastidio perché le vele erano molto grandi. Ho sempre lavorato da sola, ma quando ero bambina, ricordo che c'erano molte donne che aiutavano. All'epoca, le vele si facevano col tessuto alto 33 centrimetri e per cucirle a mano ci voleva pazienza, precisione e anche mani forti”. Oggi Carmela non lavora più con il grosso ago di un tempo, ma con una macchina da cucire. Le vele che realizza non sono più per le barche da pesca, ma per i proprietari di imbarcazioni storiche, musei e associazioni di appassionati di vele. Ma l’arte, lo spirito, il mestiere sono rimasti. La voglia di non far dimenticare questo patrimonio culturale che è appartenuto alla sua gente anche. Anzi, soprattutto.

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