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MILANO

on cala il sipario su Milano. Anche se, negli ultimi giorni, le porte rimangono chiuse. Le sale restano vuote. C’è silenzio. Eppure continuano a illuminarsi i défilé. Continuano a esistere le passerelle, tese come fili di funamboli sopra giorni di caos, di preoccupazione, di emergenza da coronavirus. Restano le e la purezza. Esaltano l’esattezza di uno stile senza eccessi, misurato, sobrio, rigoroso. Custodiscono un’allure rilassata e spontanea. Offrono costruzioni sartoriali impeccabili, tagli asciutti e lineari. Sono un elogio al purismo. Poi l’atmosfera si fa sontuosa. L’aria diviene regale. La chiede il suo spazio sulla scena. Mostra la grazia e la nobiltà dei materiali. Si lascia ammirare. Con broccati, sete e cristalli innalza la sua lode alla grandiosità delle tessiture e dei ricami. Si aprono le porte di Versailles. Il tempo si sospende, come cristallizzato in un attimo eterno che illumina Ancien Régime ed era contemporanea. Poi ancora Milano trasforma il suo spazio. Diviene foresta, o palude, o grotta. Ospita un’anima da : mitologica, graffiante, intrepida, grintosa. Mostra un fascino selvaggio, che oscilla tra abiti couture e streetwear. Tra plissé e armature. Tra stampe animalier e cappotti in shearling. In un’ode alla forza e al coraggio. In un’esaltazione della libertà. In un canto dell’esistenza. E la giostra poetica della moda continua ad illuminare le sale, le pagine, i giorni. Continua ad emanare tenacia e romanticismo. E se risuona una domanda di Walt Whitman nell’aria, “Cosa c’è di buono in tutto questo, oh me, oh vita?”, ecco che Milano diviene una lirica contro la paura e offre la sua risposta ad ogni individuo: “Che tu sei qui – che la vita esiste, e l’identità, / che il potente spettacolo continua e che tu puoi contribuire con un verso”.

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